Biagio d'Antonio


(Firenze, 1445-46 circa - 1516)
 

 

Cosimo Rosselli e bottega, con interventi attribuiti a Biagio d’Antonio
Ultima Cena, con Orazione nell’orto, Cattura di Cristo e Crocifissione, 1481-1482
Affresco, Città del Vaticano, Cappella Sistina, parete nord

Lettura opera

 


 

Biagio d’Antonio Tucci fu pittore fiorentino attivo tra Firenze, Faenza e Roma, figura a lungo rimasta in ombra nella storiografia e oggi riconosciuta come uno dei protagonisti più operosi della cultura figurativa dell’Italia centrale tra gli anni Sessanta del Quattrocento e il primo Cinquecento [1]. La sua pittura unisce formazione fiorentina, mestiere di bottega, pratica narrativa, decorazione domestica, pale d’altare e partecipazione a grandi cantieri pubblici. Il suo nome appartiene a quella fascia di maestri solidi che lavorarono accanto ai maggiori artisti del tempo, assorbendone modelli e diffondendoli in centri periferici di alto interesse, soprattutto Faenza.

Nacque a Firenze intorno al 1445 o 1446. La documentazione più tarda lo identifica con Biagio d’Antonio Tucci, figlio di un ricamatore, attivo nella parrocchia fiorentina di San Lorenzo [2]. La formazione avvenne entro l’ambiente pittorico fiorentino degli anni Sessanta, tra l’eredità di Filippo Lippi, la cultura di Cosimo Rosselli, la bottega di Andrea del Verrocchio e il primo linguaggio di Domenico Ghirlandaio [3]. In questa fase la pittura fiorentina offriva modelli diversi: grazia lineare, colore chiaro, figure eleganti, spazialità ordinata, paesaggio narrativo, attenzione ai dettagli di stoffe, architetture, arredi e costumi.

La personalità dell’artista fu riconosciuta tardi. Fino ai primi decenni del Novecento molte opere oggi riunite sotto il suo nome vennero attribuite ad Andrea Utili da Faenza, a Giovanni Battista Utili, poi identificato con Giovanni Battista Bertucci, a Benedetto Ghirlandaio o a un generico maestro faentino [4]. Il lavoro di Carlo Grigioni, poi quello di Ennio Golfieri e Anna Corbara, permise di ricondurre i documenti faentini e le opere conservate a un pittore fiorentino chiamato Biagio d’Antonio [5]. La monografia di Roberta Bartoli ha consolidato il profilo moderno dell’artista, precisandone catalogo, cronologia e rapporti di bottega [6].

Nel 1472 Biagio risulta iscritto come pittore alla Compagnia di San Luca [7]. Nello stesso giro d’anni ebbe una società con Jacopo del Sellaio, con il quale collaborò a opere destinate all’arredo domestico, in particolare cassoni e spalliere. Questo dato è essenziale per comprendere la sua doppia natura: pittore di pale religiose e insieme artista capace di narrazioni ampie, continue, adatte alle camere nuziali e agli ambienti privati delle famiglie fiorentine.

La prima produzione mostra un linguaggio ancora lippesco e pesellinesco, con figure eleganti, profili morbidi, volti delicati, panneggi chiari e una narrazione piana. La cultura di Filippo Lippi agisce nella dolcezza delle Madonne e nella grazia degli angeli; quella di Pesellino nella misura minuta delle scene e nella disposizione elegante dei corpi; l’ambiente di Cosimo Rosselli offre invece una costruzione più narrativa, utile per affreschi e grandi composizioni. Attorno al 1470 l’influenza di Verrocchio diviene più evidente nella definizione plastica delle figure, nella cura dei contorni, nella vivacità dei gesti e nel rapporto tra disegno e movimento [8].

Alla fase giovanile appartengono diverse Madonne col Bambino e tavole di devozione privata, oggi disperse tra musei e collezioni. Si ricordano la Madonna col Bambino già collezione Goudstikker, il San Giovannino e angelo della Ca’ d’Oro, la Madonna col Bambino e angelo del Museo Poldi Pezzoli, la Madonna in trono e santi di Budapest, proveniente da San Domenico del Maglio [9]. In queste opere il pittore lavora su un linguaggio facilmente riconoscibile: volti chiari, mani sottili, colori vivi, figure ben scandite, paesaggi ordinati, equilibrio tra devozione e ornamento.

La pala già in San Domenico del Maglio, oggi a Budapest, è una delle opere più importanti per la comprensione della fase verrocchiesca. La Pinacoteca di Faenza segnala che la tavola potrebbe essere stata eseguita su disegno del maestro fiorentino [10]. La composizione mostra figure solide, un trono architettonico, santi disposti con chiarezza, una materia pittorica controllata. Biagio vi appare come pittore capace di tradurre in forma comunicativa e disciplinata modelli nati in una bottega di altissimo livello.

Nel 1476 l’artista è documentato a Faenza, indicato come “de Florencia populi Sancti Laurentii” [11]. Il trasferimento o l’apertura di un’attività stabile nella città romagnola fu decisivo. Faenza, sotto la signoria dei Manfredi, intratteneva rapporti intensi con Firenze, e cercava artisti capaci di aggiornare il linguaggio figurativo locale. Biagio vi trovò committenze ecclesiastiche, confraternali e private. La sua bottega faentina divenne un punto di irradiazione di forme fiorentine in Romagna.

La prima grande impresa faentina è collegata alla famiglia Ragnoli e alla chiesa di San Michele. Il pannello principale dell’altare, oggi al Philbrook Museum of Art di Tulsa, raffigura l’Adorazione del Bambino con santi e donatori e viene datato al 1476 circa [12]. Il dipinto presenta Maria in adorazione del Figlio, santi e membri della famiglia committente inginocchiati, in un ambiente costruito con attenzione al paesaggio e alla scena sacra. La lunetta con San Michele che libera le anime, oggi al Musée du Petit Palais di Avignone, completava il complesso [13]. L’insieme mostrava una pala articolata, dove devozione familiare, santo titolare e cultura fiorentina si adattavano alla committenza faentina.

Nel Ragnoli, Biagio rivela una capacità narrativa ampia. I donatori sono disposti entro la scena sacra con misura, le figure mantengono dignità, il paesaggio apre la composizione, i santi garantiscono il rapporto tra famiglia, chiesa e protezione celeste. La pittura è ordinata, comprensibile, ricca di colore, adatta a un pubblico devoto e cittadino. Il modello fiorentino viene reso leggibile in un contesto romagnolo, dove l’artista assume presto una posizione autorevole.

Nel 1481-1482 Biagio lavorò a Roma nel cantiere della Cappella Sistina, accanto alla squadra chiamata da Sisto IV [14]. Il ciclo delle pareti laterali, con le storie di Mosè e di Cristo, coinvolse Perugino, Botticelli, Ghirlandaio, Cosimo Rosselli e le rispettive botteghe. Biagio è ricordato tra gli assistenti più rilevanti e viene collegato in particolare alla cerchia di Cosimo Rosselli. La sua mano è stata riconosciuta nel Passaggio del Mar Rosso e in parti dell’Ultima Cena, specialmente negli episodi secondari sullo sfondo [15].

Il dettaglio dell’Arresto di Cristo, inserito nel fondo dell’Ultima Cena di Cosimo Rosselli, mostra bene il suo modo narrativo. L’episodio è concentrato in una scena affollata, con soldati armati, lance, alberi sottili, un paesaggio laterale e il corpo caduto a terra in primo piano. La figura di Cristo, al centro della pressione della folla, mantiene un andamento pacato; il tumulto è reso attraverso armi, profili, gesti e gruppi serrati. La scena rivela un pittore capace di organizzare molti personaggi in uno spazio leggibile, con colori chiari e una vena descrittiva prossima a Rosselli e Ghirlandaio [16].

Il Passaggio del Mar Rosso, attribuito a Rosselli e variamente discusso per la partecipazione di Biagio, costituisce un altro nodo del cantiere sistino [17]. La composizione mette in scena più momenti narrativi: Mosè con il popolo ebraico, l’esercito egiziano travolto dalle acque, il cielo tempestoso, la colonna, il paesaggio aperto. La pittura procede per episodi distinti, collegati entro un grande racconto continuo. Questa modalità corrisponde bene alla cultura di Biagio, abituato tanto alle predelle quanto alle spalliere domestiche e ai cicli narrativi.

Il soggiorno romano ebbe conseguenze rilevanti. Biagio entrò in contatto con un ambiente in cui i maestri fiorentini e umbri dovevano costruire immagini di grande chiarezza teologica e politica, destinate alla cappella papale. L’esperienza rafforzò la sua capacità di tenere insieme spazio, racconto e decorazione. Dopo la Sistina, nelle opere faentine e fiorentine, il suo linguaggio mostra una maggiore ampiezza compositiva e un gusto più deciso per architetture, paesaggi e gruppi ordinati.

Nel 1483 i domenicani di Faenza gli commissionarono una tavola per l’altare maggiore di Sant’Andrea, identificata nel trittico oggi alla Pinacoteca Comunale di Faenza, con la Madonna in trono col Bambino e due angeli con i santi Domenico, Andrea, Giovanni Evangelista e Tommaso d’Aquino, nota come Pala di Pergola [18]. L’opera conferma il suo ruolo nella città romagnola. I santi sono scelti con attenzione all’identità domenicana e alla dedicazione della chiesa; la Vergine siede in trono secondo un impianto chiaro, con figure disposte in modo simmetrico e comprensibile.

La Pala di Pergola mostra un Biagio maturo, ormai pienamente capace di adattare il linguaggio fiorentino a un altare romagnolo. Il trono, la gerarchia delle figure, i colori limpidi, la solidità dei corpi e la distribuzione dei santi rispondono alle esigenze della liturgia. La pittura rinuncia a invenzioni spericolate e punta sulla chiarezza. Questa qualità, spesso scambiata per semplice dipendenza da modelli maggiori, fu una delle ragioni del suo successo: Biagio forniva immagini ordinate, devote, aggiornate e adatte alle richieste della committenza.

Accanto alle pale d’altare, l’artista continuò a lavorare per l’arredo privato e nuziale. Le Scene della storia degli Argonauti del Metropolitan Museum of Art, riferite al 1487 circa e provenienti da un complesso destinato alla camera di Lorenzo Tornabuoni e Giovanna degli Albizzi, documentano il suo ruolo nella pittura domestica narrativa [19]. Il racconto di Giasone e del vello d’oro si svolge per episodi continui, con figure ripetute, architetture, paesaggi, navi, armature, animali e gesti. La pittura racconta come una cronaca antica resa contemporanea, secondo il gusto delle grandi famiglie fiorentine.

Il ciclo Tornabuoni-Albizzi coinvolse anche Domenico Ghirlandaio, Bartolomeo di Giovanni e Pietro del Donzello [20]. Biagio vi partecipò con pannelli di spalliera, collaborando a un programma destinato a celebrare il matrimonio attraverso esempi mitologici e civili. Il suo contributo conferma la familiarità con la narrazione profana e con un mercato raffinato, nel quale il pittore doveva saper tradurre testi antichi, valori familiari, virtù civiche e gusto decorativo in immagini dense e leggibili.

Un altro esempio della sua pittura per interni è la Storia di Giuseppe del J. Paul Getty Museum, datata intorno al 1485 [21]. La tavola, in tempera e foglia d’oro su pannello, concentra più episodi della vicenda biblica entro un paesaggio e una città immaginaria. Giuseppe viene seguito in diversi momenti della narrazione, secondo il procedimento della storia continua. Biagio orchestra figure, edifici, rocce, cammini e gruppi con un ritmo vivace. Il racconto biblico diventa oggetto da camera, ornamento colto e memoria morale.

La National Gallery of Art di Washington conserva due opere utili per misurare la varietà del catalogo: il Trionfo di Camillo, datato 1470-1475 circa, e il Ritratto di fanciullo, datato 1476-1480 circa [22]. Il primo appartiene al mondo delle spalliere o dei cassoni con soggetto classico, affollato di figure, armature, città e cortei. Il secondo mostra Biagio nel genere del ritratto, con un giovane presentato a mezzo busto davanti a un paesaggio. Il volto è chiaro, lo sguardo diretto, la veste resa con cura. Anche in un formato ridotto, l’artista mantiene un equilibrio tra disegno fiorentino e attenzione decorativa.

La produzione religiosa degli anni Novanta comprende la Madonna col Bambino tra san Francesco e santa Maria Maddalena, già per San Pancrazio a Firenze e poi nella chiesa di San Francesco a San Casciano in Val di Pesa, con predella oggi all’Accademia Etrusca di Cortona [23]. L’opera mostra una componente più quieta e devozionale. Le figure sono ordinate, i santi riconoscibili per attributi e atteggiamenti, la Vergine posta al centro secondo uno schema stabile. Il linguaggio accoglie elementi ghirlandaieschi e, in seguito, suggestioni di Filippino Lippi, visibili nella morbidezza di alcuni gesti e nella grazia più elegante delle figure.

Nel primo Cinquecento Biagio continuò a ricevere commissioni faentine. Il 9 novembre 1504 Antonia, vedova Bazzolini, gli commissionò una pala per la cappella familiare in San Francesco, identificata con la tavola della Pinacoteca Comunale di Faenza raffigurante la Madonna col Bambino in trono fra i santi Giovanni Evangelista e Antonio da Padova [24]. La stessa Pinacoteca conserva anche altre opere dell’artista: la Pala di Pergola, la Madonna col Bambino in trono e i santi Maglorio, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Girolamo, Benedetto e Romualdo, una Madonna col Bambino, san Giovannino e sant’Antonio da Padova giovinetto, un Christus patiens tra due angeli e un’Annunciazione [25].

La presenza di tante opere a Faenza mostra il radicamento dell’artista nella città. Biagio lavorò per domenicani, francescani, famiglie nobili, confraternite e ambienti devozionali. La sua pittura offriva un aggiornamento fiorentino controllato: spazio ordinato, figure leggibili, colori luminosi, decoro liturgico. In una città romagnola aperta ai rapporti con Firenze, il suo ruolo fu quello di mediatore culturale. Portò modelli fiorentini, li adattò alla committenza locale e creò una bottega capace di produrre molte varianti.

Il 1504 è anche l’anno della commissione fiorentina incaricata di discutere la collocazione del David di Michelangelo [26]. Biagio vi figura accanto ad artisti e uomini di mestiere di primo piano. Questo dato conferma il suo riconoscimento a Firenze, anche dopo lunghi periodi di attività faentina. L’artista apparteneva ancora alla comunità professionale fiorentina e veniva consultato in un momento cruciale per la destinazione pubblica di una delle opere maggiori del Rinascimento.

Lo stile di Biagio può essere definito attraverso alcune costanti. La linea resta chiara, ereditata dalla tradizione lippesca e verrocchiesca; i colori sono vivi, spesso accesi, con rossi, verdi, azzurri e gialli distribuiti in modo decorativo; le architetture servono a ordinare lo spazio; i paesaggi aprono la scena e ne alleggeriscono la struttura; le figure hanno una gestualità leggibile e un’eleganza senza tensioni drammatiche eccessive. La sua forza sta nella capacità di rendere i racconti comprensibili, piacevoli e ricchi di particolari.

La dipendenza da modelli più celebri ha pesato sul giudizio critico. Biagio guarda a Filippo Lippi, Verrocchio, Cosimo Rosselli, Ghirlandaio, Filippino Lippi; collabora con Jacopo del Sellaio, Bartolomeo di Giovanni, Pietro del Donzello; partecipa alla Sistina dentro la squadra di Rosselli. Tuttavia il suo catalogo mostra una coerenza riconoscibile. L’artista sceglie un registro narrativo, decorativo e devozionale, particolarmente adatto alla circolazione dei modelli fiorentini in Romagna e nei contesti domestici.

Il suo rapporto con Ghirlandaio emerge nella chiarezza dei racconti, nella disposizione dei gruppi, nel gusto per architetture e paesaggi urbani, nel modo di inserire figure contemporanee entro scene sacre o profane. Da Filippino Lippi derivano, negli ultimi anni, una maggiore eleganza lineare e alcune flessioni più mosse dei panneggi. Da Verrocchio resta la ricerca di solidità plastica e di contorni precisi. Da Rosselli proviene il gusto per il colore brillante, per l’ordinamento scenico e per la narrazione ampia.

La morte avvenne a Firenze nel 1516 [27]. La data conferma una carriera lunga, iniziata negli anni Sessanta o nei primi anni Settanta del Quattrocento e conclusa nel pieno del Rinascimento maturo. Biagio attraversò un periodo in cui Firenze passò da Filippo Lippi e Verrocchio a Ghirlandaio, Filippino, Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Il suo linguaggio rimase legato alla grande cultura del Quattrocento, ma la sua opera ebbe valore proprio nella trasmissione e nella stabilizzazione di quei modelli.

Biagio d’Antonio va dunque presentato come pittore fiorentino di ampia operatività, centrale per i rapporti tra Firenze e Faenza, attivo in botteghe e cantieri di rilievo, capace di pale d’altare, affreschi, cassoni, spalliere, ritratti e tavole devozionali. La sua figura serve a comprendere come la pittura fiorentina del secondo Quattrocento circolasse fuori dai grandi nomi, attraverso maestri colti, duttili, richiesti da chiese, famiglie e istituzioni. In lui il Rinascimento appare come una rete di botteghe, committenze, collaborazioni e trasferimenti, più che come successione di personalità isolate.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La forma più completa del nome è Biagio d’Antonio Tucci. Nelle fonti più antiche compare spesso come Biagio d’Antonio da Firenze.

[2] La nascita viene posta a Firenze intorno al 1445 o 1446. La tradizione corrente indica il 1516 come anno di morte, avvenuta a Firenze.

[3] La Pinacoteca di Faenza lo presenta come figlio di un ricamatore, formato presso Cosimo Rosselli, iscritto alla Compagnia di San Luca nel 1472 e poi vicino alla bottega di Andrea del Verrocchio.

[4] Fino al Novecento il suo catalogo fu confuso con Andrea Utili, Giovanni Battista Utili, Giovanni Battista Bertucci, Benedetto Ghirlandaio e maestri faentini anonimi.

[5] Carlo Grigioni pubblicò nel 1935 documenti faentini decisivi. Ennio Golfieri e Anna Corbara contribuirono nel 1947 a collegare quei documenti a opere ancora conservate.

[6] Roberta Bartoli ha dato forma moderna al catalogo dell’artista nella monografia Biagio d’Antonio, Electa, Milano, 1999.

[7] L’iscrizione alla Compagnia di San Luca nel 1472 conferma la piena appartenenza alla comunità professionale fiorentina.

[8] Il rapporto con Verrocchio è particolarmente rilevante per la Pala del Maglio di Budapest, forse eseguita da Biagio su disegno verrocchiesco.

[9] Le opere giovanili comprendono Madonne e tavole devozionali oggi in musei diversi, spesso ricondotte alla fase lippesca, verrocchiesca e rosselliana.

[10] La Madonna col Bambino e santi proveniente da San Domenico del Maglio, oggi a Budapest, è uno dei punti più significativi per la fase fiorentina dell’artista.

[11] Il primo documento faentino noto è del 28 giugno 1476 e lo definisce “de Florencia populi Sancti Laurentii”.

[12] L’Adorazione del Bambino con santi e donatori, oggi al Philbrook Museum of Art di Tulsa, faceva parte della pala Ragnoli per San Michele a Faenza ed è datata al 1476 circa.

[13] La lunetta con San Michele che libera le anime, oggi al Musée du Petit Palais di Avignone, apparteneva allo stesso complesso Ragnoli.

[14] I Musei Vaticani ricordano Biagio d’Antonio tra gli assistenti più rilevanti del cantiere sistino, accanto ai maestri chiamati da Sisto IV per le pareti della cappella.

[15] La partecipazione di Biagio al cantiere sistino è collegata soprattutto a Cosimo Rosselli. La sua mano è stata indicata nel Passaggio del Mar Rosso e in parti dell’Ultima Cena.

[16] L’Arresto di Cristo è un episodio secondario nel fondo dell’Ultima Cena di Cosimo Rosselli nella Cappella Sistina; la tradizione lo collega all’intervento di Biagio d’Antonio.

[17] Il Passaggio del Mar Rosso della Sistina è attribuito in modo variabile tra Cosimo Rosselli, Biagio d’Antonio e la bottega, a seconda delle letture critiche.

[18] Nel 1483 i domenicani di Sant’Andrea a Faenza gli commissionarono la tavola d’altare identificata nella Pala di Pergola della Pinacoteca Comunale di Faenza.

[19] Le Scene della storia degli Argonauti del Metropolitan Museum appartengono alla produzione per arredi domestici e sono riferite al ciclo Tornabuoni-Albizzi.

[20] Il ciclo per la camera di Lorenzo Tornabuoni e Giovanna degli Albizzi coinvolse anche Domenico Ghirlandaio, Bartolomeo di Giovanni e Pietro del Donzello.

[21] La Storia di Giuseppe del J. Paul Getty Museum, tempera e foglia d’oro su pannello, datata intorno al 1485, è un esempio alto di pittura narrativa domestica.

[22] La National Gallery of Art di Washington conserva il Trionfo di Camillo e il Ritratto di fanciullo, entrambi utili per comprendere la varietà dei generi praticati dall’artista.

[23] La Madonna col Bambino tra san Francesco e santa Maria Maddalena, già per San Pancrazio a Firenze, si conserva a San Casciano in Val di Pesa; la predella è all’Accademia Etrusca di Cortona.

[24] Il 9 novembre 1504 Antonia, vedova Bazzolini, gli commissionò la pala della cappella Bazzolini in San Francesco a Faenza, identificata con la tavola della Pinacoteca Comunale.

[25] La Pinacoteca Comunale di Faenza conserva un nucleo rilevante di opere di Biagio d’Antonio, tra cui pale d’altare, tavole devozionali, un Christus patiens e un’Annunciazione.

[26] Nel 1504 Biagio fece parte della commissione fiorentina consultata per la collocazione del David di Michelangelo.

[27] La data di morte accolta dalla bibliografia recente è il 1516; diverse fonti indicano Firenze come luogo della morte.

 

 

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