Jacopo Bellini
(Venezia, 1400 ca.- tra il 7 gennaio e il 25 novembre 1471
)
 

 

 

Com

 

Madonna con Bambino, Venezia Galleria dell'Accademia

Lettura opera

 

 

 


 

Jacopo Bellini fu il principale tramite tra la pittura tardogotica veneziana e la nascita del Rinascimento lagunare. Padre di Gentile e Giovanni Bellini, maestro di bottega, pittore, disegnatore e sperimentatore di spazio, egli occupa una posizione decisiva nella cultura figurativa dell’Italia settentrionale del Quattrocento [1]. La sua importanza non dipende soltanto dalle tavole conservate, relativamente poche rispetto alla fama raggiunta in vita, ma soprattutto dai due grandi libri di disegni oggi conservati al British Museum e al Louvre, straordinario laboratorio di invenzioni prospettiche, architetture, animali, scene sacre, episodi mitologici, studi dall’antico e composizioni narrative [2].

Nacque a Venezia intorno al 1400, figlio di Nicolò, fonditore di stagno [3]. Il contesto familiare, più artigianale che patrizio, non gli impedì di raggiungere presto una posizione di rilievo nella città. La tradizione e i documenti lo collegano alla bottega di Gentile da Fabriano, presente a Venezia tra il 1408 e il 1414 e poi attivo in vari centri dell’Italia centrale e settentrionale [4]. Da Gentile, Jacopo trasse la preziosità del colore, l’eleganza lineare, il gusto per i broccati, le dorature, gli animali minuti, i paesaggi favolosi e le figure dal portamento cortese. Questo primo sostrato restò vivo a lungo, anche quando il pittore cominciò a misurarsi con la prospettiva, con il naturalismo toscano e con il nuovo senso rinascimentale dello spazio.

Nel 1423 un documento fiorentino ricorda “Iacopo de Venetiis” come già familiare e discepolo di Gentile da Fabriano [5]. L’artista fu coinvolto in una lite con il figlio di un cittadino che aveva danneggiato opere di Gentile nel cortile dello studio; nel 1425 dovette compiere pubblica penitenza nel battistero di San Giovanni. Il documento presenta un problema onomastico, perché indica come padre un Pietro, mentre il padre di Jacopo si chiamava Nicolò. La maggioranza degli studiosi ha comunque riferito il passo a Jacopo Bellini, ritenendo la discrepanza un errore notarile [6].

Il soggiorno fiorentino ebbe effetti profondi. In quegli anni la città era attraversata da esperienze che avrebbero mutato la pittura italiana: Brunelleschi, Donatello, Ghiberti, Masaccio, Masolino, Paolo Uccello lavoravano a una nuova concezione di figura, spazio e racconto [7]. Jacopo vide probabilmente opere, cantieri e modelli che portarono nella sua cultura veneziana una tensione prospettica sconosciuta alla tradizione lagunare. La sua pittura non divenne toscana; assorbì però un metodo. Nei libri di disegni, soprattutto, la narrazione veneziana si apre a piazze, architetture, pavimenti, edifici in profondità, cavalli, monumenti, cortili e logge.

Nel 1424 morì Nicolò, padre dell’artista [8]. Entro il 1429 Jacopo era stabilmente rientrato a Venezia. Il 6 febbraio di quell’anno la moglie Anna Rinversi redasse un testamento nell’imminenza di un parto, probabilmente quello di Gentile [9]. La famiglia Bellini prende così forma nella documentazione: Jacopo è già pittore riconosciuto, Anna appartiene a un ambiente capace di tutelare beni e trasmissione ereditaria, il figlio Gentile nasce sotto il segno del maestro fabrianese che aveva segnato la formazione paterna.

Nel 1430 Jacopo dipinse un San Michele arcangelo per l’omonima chiesa di Padova, opera oggi perduta, stimata da artisti tra i quali Michele Giambono [10]. Il dato indica la circolazione del pittore tra Venezia e la Terraferma. Nel 1436 eseguì nel Duomo di Verona una grande Crocifissione ad affresco, distrutta nel 1759 durante lavori di restauro [11]. Nella segnatura dell’opera egli si dichiarava allievo di Gentile da Fabriano. Il vescovo Guido Memmo vi compariva ritratto con altri ecclesiastici. L’affresco veronese, oggi perduto, fu uno dei maggiori titoli di prestigio della sua carriera e confermava la sua capacità di lavorare su scala monumentale.

Nel 1437 Jacopo entrò nella Scuola Grande di San Giovanni Evangelista [12]. Questa appartenenza fu fondamentale per il suo inserimento nella Venezia confraternale, luogo nel quale pittura, devozione, assistenza, identità civica e prestigio sociale si intrecciavano. Nel 1439 acquistò una “tavola intarsiata” dall’eredità di Jacobello del Fiore; nel 1440 fu redatto un contratto di società con Donato Bragadin, poi annullato dal notaio; nel 1441 fu nominato decano della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista per il sestiere di San Marco [13]. La sua presenza nella città appare ormai solida.

Nel 1441 Jacopo fu chiamato a Ferrara da Lionello d’Este per dipingerne il ritratto in gara con Pisanello [14]. La gara fu ricordata in due sonetti di Ulisse degli Aleotti e diede esito favorevole a Jacopo secondo la tradizione documentaria. Il ritratto belliniano è perduto; quello di Pisanello è generalmente identificato con la tavola oggi all’Accademia Carrara di Bergamo. L’episodio ha grande valore storico. Jacopo entra nel campo del ritratto di corte, confrontandosi con uno dei massimi maestri tardogotici e medaglisti del tempo, in un ambiente estense sensibile alla cultura umanistica e cavalleresca.

Alla stagione ferrarese è stata spesso collegata la Madonna dell’Umiltà adorata da un principe estense del Louvre [15]. Il donatore è stato tradizionalmente identificato con Lionello, anche se la questione resta aperta. L’opera conserva modi ancora profondamente gentileschi: la Vergine ha panneggi ampi e morbidi, il rapporto proporzionale tra Madonna, committente e paesaggio segue una logica devozionale più antica, la materia pittorica conserva un gusto prezioso. Nello stesso tempo, il cielo e il paesaggio rivelano un nuovo sentimento atmosferico. La natura comincia a partecipare alla scena con una delicatezza che sarà sviluppata dai figli, soprattutto da Giovanni.

All’inizio degli anni Quaranta si colloca l’Annunciazione della chiesa di Sant’Alessandro a Brescia, una delle opere conservate più importanti [16]. La datazione è legata a un pagamento per il trasporto dell’opera da Vicenza a Brescia nel 1444. La pala mostra una maturazione decisiva: la Vergine e l’angelo abitano uno spazio prospettico leggibile, con pavimento, soffitto cassettonato, architetture e aperture costruite con attenzione razionale. Il gusto per stoffe ornate, ali policrome e dettagli preziosi resta vivo, ma la scena assume un ordine nuovo. La tradizione cortese si innesta su una costruzione spaziale rinascimentale.

La predella dell’altare bresciano fu eseguita, secondo un documento, da “maestri” su disegni di Jacopo [17]. Il dato è rilevante perché mostra già una bottega articolata, capace di separare invenzione e realizzazione. Jacopo non è soltanto esecutore; è ideatore di modelli, regista di un lavoro condiviso, titolare di un linguaggio replicabile. Questa dimensione sarà essenziale per la bottega familiare, nella quale entreranno e cresceranno Gentile e Giovanni.

Nel 1448 è datata la Madonna col Bambino della Pinacoteca di Brera [18]. La tavola, tempera su pannello, presenta la Vergine a mezza figura con il Bambino, entro un impianto raccolto. La firma sulla cornice ricalca probabilmente una segnatura originaria. L’opera conserva un fondo semplice e una struttura ancora vicina alla devozione tardogotica, ma introduce un più deciso senso della presenza corporea: il Bambino sembra avanzare verso lo spettatore, le mani creano una piccola architettura affettiva, il rapporto tra Madre e Figlio si fa più umano. La scheda di Brera la considera un luogo in cui si vede in embrione l’uso dello spazio da parte di un pittore ancora legato al gotico.

Tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta si colloca un gruppo di Madonne che definisce la fase centrale di Jacopo: la Madonna col Bambino benedicente e cherubini delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, la Madonna della Galleria Tadini di Lovere, la tavola degli Uffizi e altri esemplari [19]. In queste opere il pittore sperimenta il parapetto, il libro, il Bambino in rapporto diretto con lo spettatore, la massa del manto, l’effetto volumetrico delle pieghe. La tavola veneziana con cherubini, datata stilisticamente 1450-1460 circa, mostra il Bambino benedicente davanti a un fondo di cherubini azzurri con aureole dorate [20]. Il libro chiuso allude all’Incarnazione e alla nuova economia della salvezza; il frutto tenuto dal Bambino richiama Cristo nuovo Adamo.

La Madonna col Bambino delle Gallerie dell’Accademia, vicina a questa fase, mostra il passaggio dal tipo iconico alla devozione più affettiva [21]. La Vergine e il Bambino sono presentati a mezza figura, in primo piano, con un rapporto più tenero e umano. Il gesto del Bambino che accarezza il volto della Madre è stato letto come segnale di una sensibilità nuova, forse già vicina al giovane Giovanni. In Jacopo, questa umanizzazione procede entro una struttura ancora severa: le figure mantengono una compostezza salda, i contorni restano controllati, il colore conserva una preziosità di matrice gotica.

Nel 1452 Jacopo abitava presso la chiesa di San Geminiano, nel cuore di Venezia, e ricevette la commissione di un gonfalone processionale da eseguire interamente di propria mano entro il marzo 1453 [22]. La notizia conferma il rapporto con immagini mobili, destinate a riti pubblici e processioni. Nel febbraio 1453, in occasione del matrimonio della figlia Nicolosia con Andrea Mantegna, ricevette dalla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista una dote di venti ducati [23]. Il matrimonio unì la famiglia Bellini al maggiore pittore padovano del tempo e rafforzò una rete artistica determinante per tutta la pittura veneta.

Il rapporto con Mantegna va considerato con attenzione. Jacopo appartiene alla generazione precedente, ma il matrimonio della figlia e l’ambiente padovano portarono nella bottega Bellini una nuova tensione verso l’antico, la prospettiva, il rilievo scultoreo e la figura monumentale [24]. Gentile e Giovanni crebbero in un clima nel quale la memoria di Gentile da Fabriano, la cultura fiorentina, la prospettiva padovana e la lezione mantegnesca comunicavano continuamente. Jacopo non fu solo padre biologico dei due maggiori pittori veneziani del secolo; fu il costruttore del laboratorio intellettuale in cui la loro arte poté maturare.

Nel 1456-1457 Jacopo dipinse in San Pietro di Castello, allora cattedrale di Venezia, una figura del Beato Lorenzo Giustiniani sulla sua tomba e tre figure nella sala del patriarca [25]. Le opere sono perdute. Nel 1460 lavorò con Gentile e Giovanni alla pala della cappella Gattamelata nella basilica del Santo a Padova, anch’essa perduta [26]. Questa commissione segna un momento di piena collaborazione familiare. Jacopo è ancora il titolare autorevole della bottega; i figli sono ormai pittori attivi, chiamati accanto al padre in un luogo di altissimo prestigio.

Nel 1465 ricevette il saldo per scene della Vita di Gesù e della Vergine dipinte per la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista [27]. La descrizione antica, tramandata da Ridolfi, è stata giudicata con cautela dalla critica per il suo possibile filtro seicentesco. Nel 1466 un inventario registra due teleri per la Scuola Grande di San Marco, una Crocifissione e un’Andata al Calvario, distrutti nell’incendio del 1485 [28]. Queste opere perdute testimoniano l’impegno di Jacopo nella grande pittura narrativa confraternale, campo che sarà poi sviluppato da Gentile, Carpaccio, Mansueti e altri pittori veneziani.

L’ultima attestazione documentaria risale al 7 gennaio 1470, in un documento relativo a Lazzaro Bastiani [29]. Il 25 novembre 1471 Anna Rinversi redasse un testamento nel quale si dichiarava vedova. Jacopo morì quindi tra queste due date [30]. La cronologia finale resta sobria ma sicura: l’artista scomparve quando Gentile e Giovanni avevano ormai assunto un ruolo di primo piano nella pittura veneziana, portando avanti, in direzioni diverse, l’eredità della bottega paterna.

I due libri di disegni costituiscono il cuore della sua importanza storica [31]. Il volume del British Museum comprende un vasto insieme di disegni a punta di piombo su carta preparata; la vecchia scritta sulla prima pagina, letta in passato come firma, va considerata annotazione antica e non prova autografa della data 1430 [32]. Il volume del Louvre, scoperto nel 1884 presso Bordeaux, ha una storia complessa: secondo la tradizione passò dalla libreria del serraglio di Costantinopoli, dove sarebbe entrato al tempo di Mehmet II attraverso il dono di Gentile Bellini durante il viaggio ottomano del 1479 [33]. Il Louvre conserva oggi i fogli come parte del proprio Gabinetto dei Disegni.

Gli album furono probabilmente realizzati lungo un arco esteso di tempo, con fogli disegnati nei volumi già legati [34]. Le tecniche comprendono punta d’argento o di piombo su fondo preparato, riprese a penna, disegni a pennello, acquerelli e guazzi in casi particolari. La questione della partecipazione dei figli è stata discussa a lungo. In alcuni fogli si è ipotizzato l’intervento di Gentile o Giovanni; in altri si è preferito riconoscere una mano unica e una lunga continuità di lavoro. Il dato più importante riguarda la funzione dei volumi: essi non furono semplici raccolte casuali, ma strumenti di bottega, repertori di composizioni, esercizi di prospettiva e memoria visiva.

I soggetti dei libri sono vastissimi. Vi compaiono scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, leggende di santi, episodi mitologici, studi di animali, architetture, cavalli, monumenti equestri, città immaginarie, interni, prospettive, copie dall’antico, composizioni con molte figure [35]. Spesso la cornice architettonica domina l’azione. Le figure sono piccole rispetto agli spazi; scale, portici, logge, torri, archi e cortili diventano protagonisti visivi. In questo si riconosce una delle intuizioni maggiori di Jacopo: la narrazione sacra e profana può diventare costruzione spaziale.

La critica ha definito questi libri una sorta di corrispettivo veneziano di un trattato fiorentino della pittura [36]. La formula è efficace se intesa in senso storico. Jacopo non scrisse un trattato teorico, ma raccolse visivamente problemi analoghi: come costruire uno spazio, come disporre molte figure, come inserire l’antico nella narrazione cristiana, come far convivere paesaggio e architettura, come guidare lo sguardo dentro una scena. Le sue invenzioni preparano il terreno alla pittura narrativa veneziana del secondo Quattrocento.

La sua pittura conservata mostra un artista in transizione. Le prime Madonne sono ancora vicine a Gentile da Fabriano, con figure morbide, fondo prezioso, panneggi ampi, delicatezze cortesi. L’Annunciazione di Brescia e le Madonne degli anni Quaranta e Cinquanta manifestano una struttura più solida, con spazio prospettico, parapetti, libri, troni, pavimenti, volumi corporei. Nei disegni, la spinta rinascimentale è più evidente: architetture audaci, vedute complesse, profondità urbane, scene affollate. Il disegno diventa il luogo della sperimentazione più libera.

La sua posizione dentro la storia veneziana è dunque duplice. Come pittore di tavole, Jacopo rimane spesso legato a un gusto prezioso e arcaizzante, pur con aperture decisive. Come disegnatore e ideatore di composizioni, egli appare tra le figure più avanzate della sua generazione. La differenza tra le opere dipinte e i libri di disegni spiega anche la sua fortuna critica: i contemporanei lo apprezzarono per opere monumentali oggi perdute; la critica moderna ne ha compreso la grandezza soprattutto grazie agli album.

Jacopo Bellini fu anche fondatore di una dinastia artistica. Gentile ereditò da lui il gusto per la narrazione pubblica, le architetture, le processioni, la descrizione dei luoghi e dei costumi. Giovanni trasformò la sua eredità in una pittura nuova, fondata sulla luce, sul paesaggio, sulla sacra conversazione e sulla profondità affettiva. Andrea Mantegna, legato alla famiglia attraverso Nicolosia, introdusse nella rete Bellini la forza della cultura padovana. Attorno a Jacopo si forma così uno dei nuclei più fertili del Rinascimento italiano.

Il suo ruolo va collocato tra Venezia, Firenze, Padova e Ferrara. A Venezia portò l’insegnamento di Gentile da Fabriano e l’apertura verso la prospettiva; da Firenze ricavò strumenti spaziali e una nuova idea di racconto; a Padova entrò in contatto con la cultura dell’antico e con la forza di Donatello e Mantegna; a Ferrara si confrontò con la corte estense e con Pisanello. Questa mobilità rese la sua bottega un luogo di sintesi tra mondi diversi.

Jacopo Bellini morì tra il 1470 e il 1471 lasciando alla famiglia e alla pittura veneziana un’eredità di enorme portata. Molte sue opere pubbliche sono perdute; i due libri di disegni permettono però di vedere la grandezza del suo progetto. In essi Venezia impara a pensare lo spazio, la storia sacra, la città, l’antico, il paesaggio e la narrazione come parti di un unico laboratorio visivo. Da questo laboratorio nasceranno Gentile, Giovanni e, attraverso di loro, gran parte della pittura veneziana del Rinascimento.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Jacopo Bellini è documentato come pittore veneziano attivo tra il primo e il terzo quarto del Quattrocento. La sua importanza storica è legata sia alle opere conservate sia alla funzione di capostipite della bottega Bellini.

[2] I due album di disegni sono conservati al British Museum e al Louvre. Il British Museum ricorda Jacopo come pittore e disegnatore veneziano, noto soprattutto grazie a questi due libri.

[3] Il Dizionario Biografico degli Italiani lo dice nato a Venezia verso il 1400, figlio di Nicolò, fonditore di stagno.

[4] Il rapporto con Gentile da Fabriano è documentato dalla segnatura perduta della Crocifissione del Duomo di Verona, dove Jacopo si dichiarava suo discepolo.

[5] Nel 1423 “Iacopo de Venetiis” è ricordato a Firenze come già familiare e discepolo di Gentile da Fabriano.

[6] Il documento fiorentino indica come padre un Pietro; la discordanza è stata spiegata come errore notarile, perché il padre di Jacopo Bellini era Nicolò.

[7] Il soggiorno fiorentino mise Jacopo in rapporto con il nuovo clima artistico della città: Brunelleschi, Donatello, Ghiberti, Masaccio, Masolino e Paolo Uccello.

[8] Il testamento di Nicolò, padre di Jacopo, è dell’11 aprile 1424.

[9] Il testamento di Anna Rinversi del 6 febbraio 1429 fu redatto prima di un parto, identificato con buona probabilità con la nascita di Gentile Bellini.

[10] Nel 1430 Jacopo dipinse un San Michele arcangelo per San Michele a Padova, opera perduta e stimata da vari pittori.

[11] Nel 1436 eseguì la Crocifissione del Duomo di Verona, affresco distrutto nel 1759 durante lavori di restauro.

[12] Nel 1437 entrò nella Scuola Grande di San Giovanni Evangelista.

[13] Nel 1441 fu nominato decano della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista per il sestiere di San Marco.

[14] Nel 1441 fu chiamato da Lionello d’Este a Ferrara per un ritratto in gara con Pisanello. Il ritratto di Jacopo è perduto.

[15] La Madonna dell’Umiltà adorata da un principe estense del Louvre è stata tradizionalmente collegata al soggiorno ferrarese e alla figura di Lionello d’Este.

[16] L’Annunciazione di Sant’Alessandro a Brescia appartiene ai primi anni Quaranta. La datazione si appoggia anche a un documento del 1444 relativo al trasporto dell’opera.

[17] La predella dell’altare bresciano fu eseguita da aiuti su disegni di Jacopo, secondo un documento di pagamento.

[18] La Madonna col Bambino della Pinacoteca di Brera è datata 1448, tempera su tavola, cm 45 × 50.

[19] Al periodo medio appartengono varie Madonne col Bambino, tra Venezia, Lovere, Firenze e altre raccolte.

[20] La Madonna col Bambino benedicente e cherubini delle Gallerie dell’Accademia di Venezia è datata stilisticamente al 1450-1460 circa, tavola di cm 82 × 55.

[21] Le Gallerie dell’Accademia sottolineano, per la Madonna col Bambino, il passaggio dal tipo iconico a un’immagine devozionale più attenta al rapporto umano tra Maria e Gesù.

[22] Nel 1452 Jacopo abitava presso San Geminiano e ricevette l’incarico per un gonfalone processionale da eseguire di propria mano.

[23] Nel 1453, in occasione del matrimonio di Nicolosia Bellini con Andrea Mantegna, la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista concesse alla figlia di Jacopo una dote di venti ducati.

[24] Il matrimonio tra Nicolosia e Mantegna rafforzò il rapporto tra la bottega Bellini e la cultura padovana.

[25] Nel 1456-1457 Jacopo dipinse in San Pietro di Castello una figura del Beato Lorenzo Giustiniani e tre figure nella sala del patriarca. Le opere sono perdute.

[26] Nel 1460 Jacopo lavorò con Gentile e Giovanni alla pala della cappella Gattamelata nella basilica del Santo a Padova. L’opera è perduta.

[27] Il 31 gennaio 1465 ricevette il saldo per scene della Vita di Gesù e della Vergine dipinte per la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista.

[28] Nel 1466 risultano documentati per la Scuola Grande di San Marco due teleri con la Crocifissione e l’Andata al Calvario, distrutti nell’incendio del 1485.

[29] L’ultima attestazione in vita è del 7 gennaio 1470, in un documento relativo a Lazzaro Bastiani.

[30] Il 25 novembre 1471 Anna Rinversi si dichiarava vedova nel proprio testamento; Jacopo morì quindi tra il 7 gennaio 1470 e quella data.

[31] I libri di disegni furono ricordati nel testamento di Anna Rinversi come “quadros dessignatos” e “libros de dessigniis” e furono lasciati a Gentile; Gentile li destinò poi a Giovanni.

[32] Il volume del British Museum contiene disegni a punta di piombo su carta preparata ed è identificato con il libro visto da Marcantonio Michiel nel 1530 in casa Vendramin.

[33] Il volume del Louvre fu scoperto nel 1884 presso Bordeaux. Secondo la ricostruzione tradizionale, era passato attraverso Smirne e il serraglio di Costantinopoli.

[34] La datazione degli album è discussa; il Louvre segnala oggi una tendenza a collocarne l’esecuzione tra 1445-1455 e 1460 per il proprio gruppo di fogli.

[35] I soggetti degli album comprendono episodi biblici, leggende di santi, temi mitologici, animali, studi dall’antico, monumenti equestri e complesse scenografie architettoniche.

[36] La critica ha spesso interpretato i due libri come un laboratorio veneziano di prospettiva, narrazione e composizione, vicino per funzione a un trattato visivo di pittura.

 

 

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Gallerie dell’Accademia di Venezia, Jacopo Bellini, Madonna col Bambino benedicente e cherubini, scheda del catalogo online, Venezia.

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