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Bartolomeo di Giovanni o Bartolomeo di Giovanni di Domenicoo Bartolomeo di Giovanni di Domenico (Firenze, 1458 circa - 1501 circa; documentato dal 1488)
Bartolomeo di Giovanni fu pittore fiorentino attivo negli ultimi decenni del Quattrocento, specializzato soprattutto in predelle, cassoni, spalliere e piccoli dipinti narrativi. Il suo nome rimase a lungo nascosto dietro la definizione critica di “Alunno di Domenico”, coniata da Bernard Berenson all’inizio del Novecento per indicare un collaboratore di Domenico Ghirlandaio riconoscibile nella predella dell’Adorazione dei Magi dello Spedale degli Innocenti. La pubblicazione del contratto del 30 luglio 1488 permise poi di collegare quel gruppo di opere al nome storico di Bartolomeo di Giovanni. Le notizie biografiche sono scarse. La nascita viene collocata intorno al 1458, con qualche incertezza. La morte è generalmente posta nel 1501, anche se alcune schede moderne estendono l’attività fino al 1511 sulla base di attribuzioni tarde o di cronologie non sempre documentarie. Per una scheda prudente conviene indicarlo come documentato con sicurezza dal 1488 e attivo fino al 1501 circa. Il documento del 1488 è il punto di partenza. Bartolomeo si impegnò a terminare entro ottobre i sette scomparti della predella per l’Adorazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio, destinata alla chiesa dello Spedale degli Innocenti a Firenze. Il contratto conserva anche una sottoscrizione autografa dell’artista, scritta con mano elegante, quasi da letterato o da scriba professionale. La predella comprendeva scene sacre disposte in sequenza: Annunciazione, Battesimo di Cristo, Sposalizio della Vergine, Compianto sul Cristo morto, Presentazione al tempio, Martirio di san Giovanni Evangelista e Consacrazione della chiesa degli Innocenti. L’opera fu poi smembrata, ma resta un riferimento essenziale per riconoscere la sua maniera. La formazione di Bartolomeo viene tradizionalmente ricondotta all’ambiente di Domenico Ghirlandaio. Questa dipendenza è evidente nella chiarezza narrativa, nei paesaggi ordinati, nei volti regolari, nella disposizione calma delle figure. Treccani-DBI suggerisce però anche una possibile frequentazione giovanile della bottega del Verrocchio, come accadde a molti artisti fiorentini della stessa generazione. Da quell’ambiente Bartolomeo avrebbe potuto assorbire una maggiore attenzione al disegno, al profilo netto, al movimento lineare della figura. I contatti con Botticelli e Filippino Lippi spiegano invece certe cadenze più nervose e ornamentali, soprattutto nei pannelli narrativi. Bartolomeo fu un collaboratore, più che un maestro di bottega autonoma nel senso pieno del termine. Lavorò accanto a pittori più noti, fornendo parti accessorie, predelle, scene minori, pannelli destinati ad arredi domestici. Questa posizione non va interpretata come secondaria sul piano storico. Nella Firenze del Quattrocento la produzione di predelle, cassoni e spalliere era un settore vivace, collegato a nozze, committenze familiari, arredi di palazzo, devozione privata e cicli narrativi di soggetto biblico, mitologico o letterario. Bartolomeo operò proprio in questa zona, dove la pittura passava dall’altare alla casa, dalla chiesa alla camera nuziale, dal racconto sacro alla favola antica. La collaborazione con Botticelli e Jacopo del Sellaio è stata riconosciuta nei pannelli della Novella di Nastagio degli Onesti, dipinti per le nozze Pucci-Bini del 1483 e oggi in parte al Prado. La serie mostra come la bottega fiorentina potesse lavorare su immagini complesse, tratte dalla letteratura volgare e destinate a un contesto matrimoniale. In questo tipo di pittura Bartolomeo appare a suo agio: sa distribuire gruppi di figure, architetture, paesaggi e piccoli episodi con gusto chiaro, quasi illustrativo. Non possiede la tensione poetica di Botticelli, ma ne recepisce alcuni ritmi lineari e li traduce in racconto. Un altro nodo importante riguarda la collaborazione con Piero di Cosimo e il ciclo degli Argonauti, datato 1487. La storia di Giasone e Medea, trasformata in pannelli da cassone o spalliera, appartiene alla cultura umanistica e matrimoniale della Firenze laurenziana. A Bartolomeo viene riferita la scena degli Argonauti in Colchide, mentre un pannello complementare è stato accostato ad altro maestro, probabilmente Pietro del Donzello. La scena è costruita come una narrazione ampia: città, mare, navi, figure in abiti contemporanei, episodi secondari, animali e architetture si dispongono in uno spazio continuo. Il mito antico diventa racconto visivo da camera, ricco di dettagli e di movimento. La pittura di Bartolomeo si riconosce proprio in questo piacere narrativo. Le sue figure sono spesso minute, dai volti regolari, con gesti chiari e abiti descritti con attenzione. Le architetture servono a ordinare la scena; i paesaggi aprono quinte limpide, con colline, alberi sottili, strade, laghi, città lontane. Nei soggetti sacri mantiene una misura devota, quasi conventuale; nei cassoni e nelle spalliere si concede maggiore libertà, moltiplicando episodi, comparse, animali, cortei e piccoli incidenti narrativi. La predella della pala di San Marco di Domenico Ghirlandaio, oggi in parte agli Uffizi e alla Galleria dell’Accademia, è stata collegata a Bartolomeo. Alcuni scomparti mostrano una mano più rapida e narrativa rispetto al maestro: figure piccole, ritmo serrato, architetture prospettiche ridotte a quinte, una cura particolare per il racconto secondario. Lo stesso vale per diversi pannelli con storie di santi, miracoli, episodi francescani o benedettini, oggi divisi tra musei fiorentini e collezioni straniere. Fra questi, il Miracolo di san Benedetto agli Uffizi rappresenta bene la sua maniera. La scena mostra san Benedetto che, avendo avuto la visione della caduta di Placido nel lago, manda san Mauro a salvarlo. Bartolomeo organizza l’episodio con chiarezza: il paesaggio lacustre, la riva, la città sullo sfondo, i monaci e i santi sono disposti in modo da rendere leggibile il miracolo. La pittura non cerca effetti drammatici intensi; lavora sulla leggibilità, sul tono pio, sulla narrazione ordinata. Alla sua produzione devozionale appartengono anche piccoli dipinti come la Trinità del Metropolitan Museum. Il formato ridotto e il carattere intimo dell’opera confermano la sua abilità in immagini destinate a una fruizione ravvicinata. Il Metropolitan ricorda anche il rapporto con Botticelli: Bartolomeo collaborò con lui almeno in un’occasione e copiò un suo dipinto. Questo dato è utile perché illumina la natura della sua attività: un pittore capace di inserirsi nei linguaggi altrui, di riprendere invenzioni di maestri maggiori, di adattarle a supporti, cornici e formati diversi. Una parte importante del catalogo riguarda la pittura profana. I pannelli del Louvre con Le nozze di Teti e Peleo e Il corteo di Teti, probabilmente destinati alla fronte di un cassone nuziale, mostrano un Bartolomeo più libero e decorativo. Le scene mitologiche sono tradotte in cortei, banchetti, architetture, paesaggi e figure disposte in sequenza. Il mito classico viene trattato come materia narrativa e ornamentale, adatta a celebrare l’unione matrimoniale, la continuità familiare, la cultura letteraria del committente. Qui l’artista lavora con una tavolozza chiara, un disegno sottile e un ritmo quasi miniato. Nelle opere più tarde sembra prevalere nuovamente la base ghirlandaiesca. Alcuni dipinti di San Gimignano, come il tondo con la Madonna col Bambino fra due angeli nel Palazzo Comunale e una Madonna affrescata nell’atrio dell’Ospedale di Santa Fina, sono stati collegati a lui o al suo ambiente, anche se la qualità appare più debole. La critica ha discusso inoltre un possibile rapporto con il Perugino e con la scuola umbra. Un documento del 1501 ricorda Bartolomeo come intermediario nell’affitto di una bottega per il Perugino a Perugia. Il dato non prova una dipendenza stilistica diretta, ma conferma una rete di rapporti più ampia rispetto alla sola bottega fiorentina. Il catalogo resta mobile. Berenson, Ulmann, Perkins, Venturi, Schubring, Küppers, Fry, Sirén e de Francovich ampliarono progressivamente il numero delle opere attribuitegli, talvolta con eccessiva generosità. La personalità dell’artista è oggi riconoscibile, ma non tutti i dipinti tradizionalmente assegnati al suo nome hanno lo stesso grado di sicurezza. Bisogna distinguere opere documentate, attribuzioni forti, opere di collaborazione, lavori di bottega e pannelli riferibili genericamente all’ambiente ghirlandaiesco. Il suo stile è eclettico, secondo una condizione frequente nei pittori di cassoni e predelle. Da Ghirlandaio riceve ordine compositivo, tipi fisionomici, paesaggi sereni, gusto per il racconto cittadino e familiare. Da Botticelli e Filippino deriva una linea più mobile, talvolta nervosa. Da Piero di Cosimo assorbe un interesse per la favola antica, per il paesaggio fantastico e per la narrazione profana. Queste componenti convivono senza fondersi in una lingua completamente autonoma. Proprio per questo Bartolomeo è utile: mostra come i grandi modelli fiorentini venissero tradotti in una produzione larga, destinata a molte funzioni. Non fu pittore di invenzioni decisive. Fu però un narratore efficace. Nelle predelle e nei cassoni trova il suo spazio più naturale: formati allungati, episodi multipli, personaggi in movimento, paesaggi continui. La sua pittura ha un tono chiaro, talvolta ingenuo, spesso fresco. Quando il soggetto richiede solennità monumentale, appare meno incisivo; quando deve raccontare storie, feste, miracoli, viaggi, cortei o leggende, diventa più vivo. Bartolomeo di Giovanni va quindi presentato come un pittore fiorentino minore ma storicamente significativo. Non appartiene alla linea dei maestri che trasformano la pittura del Rinascimento; appartiene alla rete delle botteghe che ne diffondono le forme, le riducono, le traducono in immagini domestiche e devozionali. Il suo nome permette di entrare nel laboratorio concreto della Firenze tardoquattrocentesca: pale smembrate, predelle affidate a collaboratori, cassoni per nozze, spalliere mitologiche, piccoli dipinti di pietà, rapporti continui fra Ghirlandaio, Botticelli, Piero di Cosimo e la produzione artigianale di alto livello.
A.R.
Note[1] Il documento fondamentale è il contratto del 30 luglio 1488, con il quale Bartolomeo di Giovanni si impegnò a eseguire i sette scomparti della predella dell’Adorazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio per lo Spedale degli Innocenti. [2] Bernard Berenson ricostruì la personalità dell’artista con il nome convenzionale di “Alunno di Domenico”, partendo dalla predella degli Innocenti e dalla scena della Strage degli Innocenti sul fondo della pala ghirlandaiesca. [3] Prima dell’identificazione documentaria, alcune opere poi assegnate a Bartolomeo erano state riferite a David Ghirlandaio o genericamente alla bottega di Domenico. [4] Bartolomeo collaborò con Ghirlandaio in più occasioni, soprattutto per predelle e parti accessorie di pale d’altare. Il suo ruolo va distinto da quello del maestro e dei principali membri della bottega. [5] La collaborazione con Botticelli e Jacopo del Sellaio è stata riconosciuta nei pannelli con la Novella di Nastagio degli Onesti, dipinti per le nozze Pucci-Bini del 1483. [6] Il rapporto con Piero di Cosimo è particolarmente evidente nei pannelli mitologici e nelle storie di Giasone, Io, Teti e Peleo, dove il racconto profano acquista maggiore libertà fantastica. [7] La produzione migliore di Bartolomeo si colloca soprattutto in predelle, cassoni e spalliere, generi nei quali la narrazione minuta e il formato allungato valorizzano la sua qualità di illustratore. [8] La piccola Trinità del Metropolitan Museum conferma la presenza dell’artista anche nella pittura devozionale di formato ridotto. [9] Il Catalogo generale dei Beni culturali registra più opere riferite a Bartolomeo, con cronologie talvolta estese fino al 1511; tali estremi vanno valutati con cautela rispetto alla documentazione sicura. [10] Il documento del 1501 relativo al Perugino a Perugia mostra l’esistenza di rapporti con l’ambiente umbro, ma non prova una partecipazione di Bartolomeo a cantieri umbri o vaticani.
BibliografiaHermann Ulmann, “Piero di Cosimo”, in Jahrbuch der Königlich Preussischen Kunstsammlungen, XVII, Berlin, 1896, pp. 58-62. Giuseppe Bruscoli, L’Adorazione dei Magi. Tavola di Domenico Ghirlandaio nella chiesa dello Spedale degl’Innocenti, con documenti inediti, Firenze, 1902. Bernard Berenson, “Alunno di Domenico”, in The Burlington Magazine, I, London, 1903, pp. 6-21. Frederick Mason Perkins, “Note su alcuni quadri del Museo Vaticano Cristiano nel Vaticano”, in Rassegna d’arte, VI, Milano, 1906. Adolfo Venturi, “Di un’ancona di Bartolomeo di Giovanni discepolo di Domenico Ghirlandaio”, in L’Arte, XII, Roma, 1910, pp. 286-288. Adolfo Venturi, Storia dell’arte italiana, vol. VII, parte I, Hoepli, Milano, 1911. Paul Schubring, Cassoni. Truhen und Truhenbilder der italienischen Frührenaissance, 2 voll., Hiersemann, Leipzig, 1915. Paul Ernst Küppers, Die Tafelbilder des Domenico Ghirlandaio, Heitz, Strassburg, 1916. Roger Fry, “A Picture attributed to Bartolomeo di Giovanni”, in The Burlington Magazine, XXIX, London, 1916. Osvald Sirén, “Early Italian Pictures at Cambridge”, in The Burlington Magazine, XXXVII, London, 1920. Géza de Francovich, “Nuovi aspetti della personalità di Bartolomeo di Giovanni”, in Bollettino d’Arte, VI, Roma, 1926-1927, pp. 65-92. Georg Gronau, “The Lost Predella of an Altarpiece by Domenico Ghirlandaio”, in Art in America, XVI, New York, 1928, pp. 16-25. Géza de Francovich, “David Ghirlandaio”, in Dedalo, XI, Milano-Roma, 1930-1931. James Byam Shaw, “Bartolomeo di Giovanni”, in Old Master Drawings, VII, London, 1932-1933. Bernard Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, Hoepli, Milano, 1936. Roberto Carità, “Un cassone di Bartolomeo di Giovanni”, in Bollettino d’Arte, XXXIV, Roma, 1949, pp. 270-273. Martin Davies, The Earlier Italian Schools, National Gallery Catalogues, London, 1951. Edgar P. Richardson, “An Adoration of the Christ Child by Bartolomeo di Giovanni”, in Bulletin of the Detroit Institute of Arts, XXXII, Detroit, 1952-1953, pp. 83-85. Luisa Marcucci, “Bartolomeo di Giovanni”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. VI, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1964. Federico Zeri, Italian Paintings in the Walters Art Gallery, Walters Art Gallery, Baltimore, 1976. Ellen Callmann, Apollonio di Giovanni, Clarendon Press, Oxford, 1974. Everett Fahy, Domenico Ghirlandaio, Garland, New York-London, 1976. Ronald G. Kecks, Domenico Ghirlandaio, Octavo, Firenze, 1998. Claudio Paolini, Daniela Parenti, Ludovica Sebregondi, a cura di, Virtù d’amore. Pittura nuziale nel Quattrocento fiorentino, Giunti, Firenze, 2010. Metropolitan Museum of Art, Bartolomeo di Giovanni, The Trinity, scheda del catalogo online, New York. Musée du Louvre, Bartolomeo di Giovanni, Les Noces de Thétis et de Pélée; Le Cortège de Thétis, schede del catalogo online, Paris. Catalogo generale dei Beni culturali, schede relative a Bartolomeo di Giovanni, Ministero della Cultura. Fondazione Federico Zeri, schede fotografiche relative a Bartolomeo di Giovanni, Università di Bologna.
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