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Arcuccio Angiolillo -
o
Angelillo
Arcucci,
Arcuzzo,
Artuzzo (Napoli, 1430-1440 circa - documentato fino al 1492)
Angiolillo Arcuccio, ricordato dalle fonti anche come Angelillo, Arcucci, Arcuzzo o Artuzzo, fu pittore e probabilmente miniatore attivo a Napoli nella seconda metà del Quattrocento, entro l’ambiente della corte aragonese e delle principali committenze religiose cittadine e campane. La nascita viene posta con cautela nel quarto decennio del XV secolo, probabilmente a Napoli. La morte resta ignota; il 1492 indica l’ultima notizia documentaria oggi nota, legata a lavori per il campanile di San Lorenzo Maggiore. La prima attestazione sicura risale al 14 giugno 1464. In quell’anno Arcuccio si impegnò a eseguire una pala d’altare con la Passione di Cristo per una cappella della chiesa napoletana di Santa Maria la Nova. L’opera è perduta. Già questo primo documento lo colloca in rapporto con un ambiente francescano di rilievo e con una committenza capace di affidare a un pittore giovane un lavoro d’altare di una certa importanza. Negli anni successivi il suo nome compare spesso nei documenti aragonesi. Nel 1467 dipinse figure di angeli nella volta della Torre del Mare di Castel Nuovo; nel 1472 eseguì decorazioni nel “tinello” del Castello. Altri pagamenti ricordano lavori più minuti: dorature, interventi decorativi, una Madonna su pergamena, la pittura in azzurro e oro di una gabbia d’uccelli del re. Queste notizie restituiscono un artista pienamente inserito nella macchina figurativa della corte: pittore di pale, frescante, decoratore, operatore capace di lavorare su supporti e oggetti diversi. Nel 1471 promise due polittici: uno per Santa Maria d’Alto Cielo a Calabritto, raffigurante la Madonna e santi, e uno per una cappella di San Domenico Maggiore a Napoli, con la Madonna, sant’Agata e santa Lucia. Anche queste opere documentate sono perdute. Dieci anni dopo si impegnò a dipingere una pala per il vescovo di Cassano; nel 1483 ricevette l’incarico per un polittico destinato alla cappella di San Francesco nella chiesa della Santissima Annunziata a Sant’Agata de’ Goti. Nel 1487 è documentata un’altra pala; nel 1492, infine, risulta chiamato a decorare il campanile di San Lorenzo Maggiore. La sua figura critica fu ricostruita nel Novecento da Raffaello Causa, che separò il pittore documentato dalle confusioni generate dalla storiografia antica, in particolare dal racconto di Bernardo De Dominici, dove compariva anche il nome, poco attendibile, di Angiolillo Roccaderame. Causa costruì il catalogo di Arcuccio partendo da pochi punti di appoggio: l’Annunciazione della Santissima Annunziata di Sant’Agata de’ Goti, il San Sebastiano del Duomo di Aversa, firmato ma con data 1469 ritenuta apocrifa, e un gruppo di opere legate da caratteri stilistici coerenti. La formazione di Arcuccio va letta dentro la Napoli aragonese. Alfonso il Magnanimo aveva portato a corte artisti e modelli iberici, fiamminghi, franco-provenzali e italiani. Jacomart Baço, pittore valenzano, fu presente a Napoli fino al 1451; accanto a lui va considerato Joan Reixach, con la sua interpretazione appuntita e lineare del linguaggio fiammingo filtrato dalla cultura catalana. Arcuccio assorbì da questi esempi una pittura secca, dorata, nervosa, fatta di volti scavati, barbe filiformi, occhi taglienti, manti fittamente ornati, fondi preziosi e figure spesso irrigidite in pose solenni. A questa base iberica si aggiunse la lezione della pittura napoletana di metà secolo, soprattutto Colantonio. La tavola con i Cinque martiri francescani del Marocco, Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto e Ottone, legata alla chiesa di San Lorenzo Maggiore e tradizionalmente registrata anche nella letteratura museale come passata a Capodimonte, mostra il rapporto con l’ambiente francescano e con una devozione militante. I santi sono disposti in modo frontale, con abiti e attributi attentamente descritti; il fondo e la struttura generale conservano una solennità arcaica, mentre i volti cercano una maggiore individualizzazione. Nella stessa fase si collocano la Madonna col Bambino e le anime purganti di Santa Maria la Nova e il trittico aversano con la Madonna col Bambino e santi, oggi nella chiesa di Santa Maria Maddalena ad Aversa. Il trittico presenta al centro la Vergine con il Bambino, avvolta in veste e manto ricamati d’oro, circondata dalle anime del purgatorio; ai lati compaiono san Bernardino da Siena e san Sebastiano. Il paesaggio che si intravede sul fondo segnala un aggiornamento narrativo, ma il fulcro resta l’immagine mariana come figura di intercessione. Il tema della Madonna delle Grazie con le anime purganti sembra avere in Arcuccio un ruolo particolarmente rilevante. La Vergine, spesso col Bambino al seno, si pone come mediatrice fra il cielo e le anime immerse nella montagna o nella cavità del purgatorio. La soluzione ebbe fortuna nella devozione meridionale, e la critica ha ipotizzato che proprio Arcuccio possa aver contribuito in modo decisivo alla sua definizione iconografica. In queste opere la componente teologica è resa attraverso una struttura semplice e potente: la madre celeste sovrasta o abbraccia la pena delle anime, trasformando la tavola in immagine di suffragio e protezione. Il polittico dell’Incoronazione della Vergine in Santa Maria delle Grazie a Giugliano appartiene ancora a una fase nella quale affiorano cadenze tardo gotiche e catalane. Le figure sono allungate, i panneggi fitti, la superficie ricca di decorazione. Il gusto del fondo oro, la scansione rigida degli scomparti e la preziosità delle vesti rivelano la persistenza di moduli valenzani, già però adattati a una committenza campana. Giugliano conserva anche un’Annunciazione attribuita ad Arcuccio, dove il linguaggio dell’artista si apre a un racconto più misurato e a una più chiara articolazione dello spazio. Il trittico di San Domenico Maggiore, restaurato e studiato in anni recenti, è uno dei nuclei più importanti per leggere la maturità del pittore. Proviene da una cappella legata al segretario regio Antonello Petrucci, figura di primo piano della corte aragonese. Al centro è la Madonna in trono con il Bambino; ai lati, san Giovanni Battista e sant’Antonio abate; nel registro superiore compaiono l’Annunciazione e Dio Padre. La Vergine è avvolta in un manto decorato con estofado d’oro, collocata su un trono architettonico con nicchia e calotta a conchiglia. Il Battista rimanda a modelli di Jacomart; sant’Antonio, con la barba sottile e filamentosa, ricorda da vicino il San Girolamo di Colantonio. Il restauro ha chiarito la ricchezza cromatica e la tecnica del trittico. Il disegno preparatorio è fitto, talvolta tratteggiato; le mani e i volti sono costruiti con passaggi accurati; le campiture rosse impiegano cinabro e forse lacche per ottenere maggiore saturazione. Sono dati tecnici utili, perché confermano un pittore meno rozzo di quanto parte della vecchia critica avesse lasciato intendere. Arcuccio resta un maestro di secondo piano rispetto ad Antonello o Colantonio, ma possiede una disciplina di bottega riconoscibile e un gusto preciso per la materia pittorica. Negli anni Ottanta la pittura di Arcuccio registra in modo più evidente il contatto con modelli fiamminghi e antonelliani. La corte aragonese possedeva opere di Jan van Eyck, Rogier van der Weyden e Petrus Christus; queste presenze non trasformarono radicalmente la sua pittura, ma introdussero nuovi motivi: attenzione ai paesaggi, gusto per il dettaglio, interni più articolati, figure collocate in spazi meno astratti. I polittici di San Domenico Maggiore e della Collegiata di Santa Maria Maggiore a Somma Vesuviana, le Annunciazioni di Giugliano e Sant’Agata de’ Goti, le Natività di Sarno e Sorrento appartengono a questa fase di maggiore apertura. L’Annunciazione della Santissima Annunziata di Sant’Agata de’ Goti, legata al documento del 1483, è fra le opere più importanti del catalogo. La scena, pur mantenendo un impianto tradizionale, mostra una maggiore cura dello spazio, con architettura, pavimento, leggìo, letto o arredo interno, angelo e Vergine collocati in un ambiente più definito. La cultura fiamminga agisce soprattutto come repertorio: oggetti, dettagli, profondità domestica, luce più ferma. La struttura formale resta però ancorata a una pittura meridionale di gusto tardo gotico e valenzano. Alla fase tarda vengono riferite la Natività e la Resurrezione della Certosa di San Martino a Napoli e la Madonna delle Grazie del Duomo di Aversa. In queste opere Arcuccio tenta una maggiore dilatazione dello spazio, talvolta avvicinata dalla critica a soluzioni antonelliane e, per alcuni accenti monumentali, a suggestioni centro-italiane. Il risultato rimane composito. L’artista inserisce fondali più ampi e strutture prospettiche più moderne, ma continua a servirsi di tipi fisionomici, panneggi e schemi devozionali ereditati dalla formazione valenzana. Il giudizio di Oreste Ferrari, nella voce del Dizionario Biografico, fu severo: Arcuccio vi appare come personalità modesta, capace soprattutto di documentare la varietà degli elementi culturali presenti nella pittura napoletana della seconda metà del Quattrocento. La valutazione va raccolta, ma con una misura più sfumata. Arcuccio non possiede l’energia intellettuale di Antonello da Messina né la forza sperimentale di Colantonio. Ha però un ruolo storico chiaro: traduce in immagini devozionali, spesso destinate a ordini religiosi e committenze di corte, un intreccio di cultura iberica, napoletana, fiamminga e locale. La sua produzione sembra ampia, ma il rapporto fra documenti e opere conservate rimane problematico. Molte commissioni ricordate dalle carte sono perdute; molte opere attribuite derivano dalla ricostruzione di Causa e dagli studi successivi. Per una scheda destinata alla pubblicazione conviene distinguere tre livelli: opere documentate e perdute; opere attribuite con forte consenso critico; opere di bottega o di attribuzione più mobile. In questo modo si evita di trasformare il catalogo di Arcuccio in un elenco troppo compatto, quando la situazione reale resta frammentaria. Angiolillo Arcuccio occupa dunque un posto significativo nella Napoli aragonese. La sua pittura mostra come la corte e le chiese del Regno accogliessero modelli valenciani, fiamminghi, francescani, antonelliani e locali, senza fonderli in un linguaggio pienamente unitario. Proprio questa composizione irregolare ne definisce il profilo. Le sue Madonne dorate, i santi dai volti marcati, le anime del purgatorio, le Annunciazioni e i polittici restituiscono una cultura visiva devozionale, colta e popolare insieme, nutrita dalla corte ma radicata nelle chiese della Campania.
A.R.
Note[1] La nascita di Angiolillo Arcuccio viene posta probabilmente a Napoli nel quarto decennio del XV secolo. La documentazione oggi nota copre gli anni 1464-1492. [2] Il primo documento, del 14 giugno 1464, riguarda una pala con la Passione di Cristo per una cappella di Santa Maria la Nova a Napoli. L’opera è perduta. [3] Tra 1467 e 1472 Arcuccio lavorò per la corte aragonese in Castel Nuovo, eseguendo figure di angeli nella Torre del Mare, decorazioni nel “tinello” e altri lavori di doratura e pittura. [4] Nel 1471 promise polittici per Santa Maria d’Alto Cielo a Calabritto e per San Domenico Maggiore a Napoli; tali opere documentate non risultano conservate. [5] La figura critica dell’artista fu ricostruita da Raffaello Causa nel 1950, partendo dall’Annunciazione di Sant’Agata de’ Goti, dal San Sebastiano del Duomo di Aversa e da un gruppo di opere stilisticamente coerenti. [6] La formazione di Arcuccio risente della cultura valenciana presente a Napoli con Jacomart Baço e Joan Reixach, oltre che della tradizione locale legata a Colantonio e agli ambienti francescani. [7] La tavola con i Cinque martiri francescani del Marocco, Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto e Ottone, è fra le opere più importanti del suo catalogo. La collocazione attuale va controllata prima della pubblicazione: la letteratura più antica la registra a Capodimonte, mentre schede locali recenti la indicano nella chiesa di San Lorenzo Maggiore. [8] Il trittico aversano con Madonna col Bambino e santi e la Madonna col Bambino e anime purganti di Santa Maria la Nova appartengono alla fase in cui la componente catalana è più evidente. [9] Il soggetto della Madonna delle Grazie con anime purganti ebbe grande rilievo nella produzione di Arcuccio e potrebbe avere trovato nella sua bottega una formulazione precoce e fortunata. [10] Il trittico di San Domenico Maggiore, restaurato in occasione di Restituzioni, è stato collegato alla committenza di Antonello Petrucci e costituisce un punto importante per la maturità dell’artista. [11] Negli anni Ottanta Arcuccio registra suggestioni fiamminghe e antonelliane, visibili soprattutto nelle Annunciazioni, nelle Natività e nelle opere tarde legate alla Certosa di San Martino e al Duomo di Aversa. [12] La morte non è documentata. Il 1492 deve essere indicato come ultima notizia nota, non come data certa del decesso.
BibliografiaBernardo De Dominici, Vite de’ pittori, scultori ed architetti napoletani, Napoli, 1742-1745; edizione Trani, Napoli, 1840. Camillo Minieri Riccio, Gli artisti ed artefici che lavorarono in Castel Nuovo, Giannini, Napoli, 1876. Gaetano Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane, 6 voll., Tipografia dell’Accademia Reale delle Scienze, Napoli, 1883-1891. Wilhelm Rolfs, Geschichte der Malerei Neapels, Seemann, Leipzig, 1910. Fausto Nicolini, L’arte napoletana del Rinascimento e la lettera di Pietro Summonte a Marcantonio Michiel, Riccardo Ricciardi, Napoli, 1925. Luigi Bresciani, “Documenti inediti concernenti artisti napoletani del Quattro e Cinquecento”, in Archivio storico per le province napoletane, LII, Napoli, 1927. Raffaello Causa, “Angiolillo Arcuccio”, in Proporzioni, III, Firenze, 1950, pp. 99-110. Oreste Ferrari, “Arcuccio, Angiolillo”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. IV, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1962. Ferdinando Bologna, I pittori alla corte angioina di Napoli 1266-1414, Ugo Bozzi, Roma, 1969. Ferdinando Bologna, Napoli e le rotte mediterranee della pittura. Da Alfonso il Magnanimo a Ferdinando il Cattolico, Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, 1977. Francesco Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il Sud angioino e aragonese, Donzelli, Roma, 1998. Francesca Chabloz, “Les Cinq Martyrs franciscains du Maroc à San Lorenzo Maggiore de Naples: tentative de décryptage d’un choix iconographique inhabituel”, in Zeitschrift für Kunstgeschichte, 71, n. 3, Deutscher Kunstverlag, München-Berlin, 2008, pp. 321-334. Mariarosaria Ruggiero, Angelo Arcuccio. Pittura e miniatura a Napoli nel ’400, Di Mauro Editore, Cava de’ Tirreni, 2014. Ida Maietta, “Angiolillo Arcuccio. Trittico”, in Restituzioni 2018. Tesori d’arte restaurati, Intesa Sanpaolo, Milano, 2018. Paola Improda, Angelo Arcuccio. Il nucleo delle opere nella Diocesi di Aversa, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2020. Fondazione Federico Zeri, Angiolillo Arcuccio, schede del catalogo fotografico online, Università di Bologna. Catalogo generale dei Beni culturali, schede relative ad Angiolillo Arcuccio, Ministero della Cultura.
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