Arcangelo di Cola da Camerino


o Arcangelo di Cola di Vanni da Camerino
(Camerino, documentato dal 1406; attività artistica documentata dal 1416 al 1429)

 

 

 

Arcangelo di Cola da Camerino, ricordato anche come Arcangelo di Cola di Vanni, fu uno dei pittori marchigiani più interessanti del primo Quattrocento. La sua attività documentata si colloca tra Città di Castello, Firenze, Roma e Camerino, in un arco breve ma significativo, dal 1416 al 1429. Le date di nascita e di morte restano ignote. Una ricerca notarile più recente lo ricorda già nel testamento paterno di Cola di Vanni del 1406; il documento originario è perduto, ma la notizia è ripresa da un atto camerinese successivo. Come pittore, però, Arcangelo entra nella documentazione soltanto nel 1416.

Il padre Cola di Vanni apparteneva a una famiglia camerte abbastanza radicata da disporre di beni e da fondare un beneficio ecclesiastico nella cattedrale. Questo dato spiega almeno in parte la mobilità del pittore. Arcangelo non appare come un semplice artigiano locale: negli anni Venti del Quattrocento si muove tra città, istituzioni e committenti di rango, ottenendo incarichi a Firenze e l’attenzione di papa Martino V.

La prima notizia artistica certa risale al 26 ottobre 1416. In quella data ricevette un acconto per una Maddalena e altre figure dipinte nella sala maggiore del Palazzo pubblico di Città di Castello. L’opera è perduta. La documentazione non permette di descriverne soggetto completo, tecnica e stile, ma il luogo è eloquente: una sala pubblica, quindi un incarico non marginale, affidato a un pittore già stimato fuori dalla propria città.

La formazione di Arcangelo resta materia di ipotesi. Gli studi più recenti lo avvicinano all’ambiente marchigiano e in particolare alla cultura di Olivuccio di Ciccarello, attivo tra Ancona e l’area adriatica. Nella sua pittura si riconoscono anche memorie riminesi trecentesche: figure eleganti, profili sottili, una certa durezza lineare nei panneggi, la permanenza di un gusto decorativo legato al fondo oro. Su questa base locale si innestò poi il contatto con Firenze.

Il 29 giugno 1420 Arcangelo era a Firenze, dove prese in affitto una casa nel popolo di San Michele Bisdomini. Il 27 settembre dello stesso anno si iscrisse all’Arte dei Medici e Speziali; nel 1421 compare anche nel Libro della Compagnia di San Luca. La presenza fiorentina fu breve ma decisiva. La città era allora attraversata da esperienze diverse: il tardo gotico elegante di Lorenzo Monaco e Gentile da Fabriano, la cultura più morbida e narrativa di Masolino, le prime prove di Beato Angelico, l’avvio di Masaccio. Arcangelo guardò a questo ambiente con attenzione, assorbendone soprattutto le soluzioni più esterne: ampiezza dei troni, maggiore volume delle figure, paesaggi più distesi, una diversa monumentalità della Madonna.

Nel giugno 1421 Ilarione de’ Bardi gli commissionò una tavola con predella per una cappella in Santa Lucia de’ Magnoli, dedicata ai santi Lorenzo e Ilarione. La cappella fu costruita da Gherardo di Niccolò e Andrea di Onofrio; Bicci di Lorenzo venne incaricato di affrescarla. La tavola di Arcangelo è dispersa, ma i documenti ne permettono di valutare l’importanza: il compenso complessivo raggiunse ottanta fiorini, cifra alta, segno di una considerazione notevole. L’opera doveva essere terminata intorno al giugno 1422.

Nello stesso periodo il pittore si impegnò anche con l’Ospedale di Santa Maria Nuova per una tavola destinata, per volontà testamentaria di Simone da Spicchio, a una cappella della pieve di Empoli. Ricevette anticipi nell’ottobre e nel novembre 1421, ma la commissione rimase sospesa. Il 18 febbraio 1422 Arcangelo ottenne infatti un salvacondotto per raggiungere Roma al servizio di papa Martino V. Il documento gli garantiva sicurezza negli spostamenti in una fase politica ancora agitata. La chiamata pontificia dovette interrompere o ritardare gli impegni fiorentini; il debito con Santa Maria Nuova fu poi saldato attraverso intermediari.

Dell’attività romana non restano opere identificabili. La chiamata di Martino V, tuttavia, è un dato di grande rilievo. Colloca Arcangelo nel circuito degli artisti chiamati a lavorare per la corte pontificia dopo il ritorno del papa a Roma e nel clima di ricostruzione figurativa della città. Non sappiamo se eseguì affreschi, tavole o apparati decorativi; la documentazione conserva il movimento, non l’opera. Anche questo vuoto pesa molto nella ricostruzione del pittore.

Nel 1424 Arcangelo era nuovamente nelle Marche: il 23 giugno acquistò da Giovanni di Santuccio un orto nella villa di Sant’Erasmo, presso Camerino. Nel 1425 firmò e datò il trittico per la chiesa di Monastero dell’Isola, oggi Cessapalombo. L’opera fu distrutta da un incendio nel 1889, ma era ancora nota attraverso descrizioni e una fotografia pubblicata da Adolfo Venturi. L’iscrizione riportava: “MCCCCXXV Pinxit Arcangelus Cole de Camerino”. Il trittico raffigurava al centro il Crocifisso con la Vergine e san Giovanni; nei laterali comparivano san Giovanni Battista, un santo vescovo, san Venanzio e san Pietro; nei pilastrini erano dipinti altri santi e nelle cuspidi l’Eterno e l’Annunciazione. Era il solo caposaldo firmato e datato del catalogo.

La perdita del trittico di Cessapalombo ha reso fragile tutta la ricostruzione critica. Le opere conservate sono state ordinate soprattutto attraverso confronti stilistici. Il punto di partenza più importante è la Madonna in trono con due angeli della Pinacoteca di Camerino, opera molto sciupata ma generalmente accettata come autografa. La Vergine siede su un trono chiaro, quasi marmoreo; il Bambino è tenuto sul ginocchio, con una presenza ancora cortese e fragile; ai lati compaiono due angeli. Il fondo oro, i profili minuti, la grazia allungata delle figure e il gusto per la preziosità rivelano il radicamento marchigiano del pittore. Nello stesso tempo la costruzione più ampia del trono e la dolcezza plastica dei corpi mostrano che Arcangelo aveva ormai conosciuto l’ambiente fiorentino.

Al nucleo più saldo appartiene anche il dittico oggi alla Frick Collection di New York, già nella collezione Longland. Il nome dell’artista vi compariva, secondo la tradizione, in una scritta posteriore di mano più tarda; la critica ha ritenuto l’indicazione affidabile perché coerente con il gruppo di opere attribuitegli. Nel dittico la cultura riminese e marchigiana si combina con soluzioni più aggiornate: figure sottili, accenti narrativi, eleganza ornamentale, ma anche un tentativo di dare maggiore consistenza alle forme.

Un’altra opera rilevante è il trittico già a Città del Messico, poi nella collezione Cini, con la Madonna in trono, santi e la Crocifissione. Anche qui tornano la preziosità del fondo oro, il gusto per le figure affusolate, la memoria della cultura riminese e la conoscenza di modelli fiorentini. Il gruppo centrale appare più ampio, meno serrato, quasi a registrare l’esperienza maturata durante il soggiorno toscano.

La Madonna in trono e sei angeli della Propositura dei Santi Ippolito e Donato a Bibbiena costituisce uno degli esempi più chiari del suo rapporto con Firenze. La tavola, registrata dalla Fondazione Zeri e datata intorno al 1424-1425, mostra la Vergine seduta su un trono architettonico, con il Bambino e sei angeli disposti ai lati. Roberto Longhi vi riconobbe un’eco della pala pisana di Masaccio nel gesto del Bambino che si succhia le dita. Il dettaglio è importante: Arcangelo non assimila la rivoluzione masaccesca nella sua struttura profonda, ma ne registra alcuni motivi, trasferendoli dentro un linguaggio ancora tardo gotico.

A Pioraco, nella chiesa del Crocifisso, è conservato un affresco staccato con la Madonna col Bambino, due angeli adoranti nell’intradosso e l’Agnello eucaristico nella volta. Il Catalogo generale dei Beni culturali lo attribuisce ad Arcangelo e lo data tra il 1416 e il 1429. L’opera, molto danneggiata e in passato letta con difficoltà, mostra affinità con la Madonna di Camerino: fronte alta, mento e bocca appena pronunciati, dita lunghe, eleganza cortese. La scheda ministeriale sottolinea come l’artista, dopo la parentesi fiorentina, sembri tornare a un gusto più marchigiano, attento alla grazia lineare e al valore devozionale dell’immagine.

Le ultime notizie documentarie non riguardano opere. Nel 1428 Arcangelo è testimone al testamento di Niccolina Varano, vedova di Braccio da Montone. Nel 1429 viene nominato arbitro, insieme ad Ansovino di Nanzio, per la stima del coro ligneo della chiesa di San Domenico a Camerino, intagliato da Gaspare da Foligno. Questi atti mostrano un pittore rientrato nel proprio ambiente, stimato anche come esperto di opere d’arte e di arredi ecclesiastici. Dopo il 1429 le fonti tacciono. La morte va collocata dopo questa data, forse entro gli anni Trenta del secolo, senza possibilità di maggiore precisione.

Il suo stile è stato spesso descritto come punto d’incontro tra gotico internazionale marchigiano e novità fiorentine. La formula è utile, purché non venga irrigidita. Arcangelo rimane profondamente legato alla cultura adriatica e appenninica: fondi oro, figure eleganti, linee sottili, volti di dolcezza astratta, panneggi decorativi. L’incontro con Firenze gli offrì strumenti nuovi: troni più solidi, corpi più torniti, qualche eco masolinesca, angelichiana e, in modo episodico, masaccesca. La pittura che ne risulta non possiede la forza strutturale della Firenze degli anni Venti; conserva però una qualità lirica, preziosa, con una grazia fragile e riconoscibile.

La sua importanza storica nasce proprio da questa posizione. Arcangelo non fu un protagonista della svolta rinascimentale, ma un artista mobile, capace di portare nelle Marche alcuni segnali del rinnovamento fiorentino e di tradurli in una lingua ancora cortese. La sua vicenda illumina un momento cruciale della pittura dell’Italia centrale: Camerino non appare come periferia isolata, ma come nodo aperto verso Città di Castello, Firenze, Roma, Bibbiena, Pioraco, Cessapalombo. Attraverso Arcangelo si vede come le novità viaggiassero lungo strade irregolari, affidate a pittori che comprendevano, adattavano, selezionavano.

Il catalogo deve restare prudente. Le opere documentate sono perdute; le attribuzioni più sicure dipendono dalla coerenza interna del gruppo e dalla tradizione critica. La Madonna di Camerino, il dittico Frick, il trittico Cini, la Madonna di Bibbiena e l’affresco di Pioraco formano il nucleo più utilizzabile. Altre proposte, comprese alcune predelle, tavole sul mercato antiquario e opere già riferitegli da Berenson, Longhi o Zeri, vanno valutate singolarmente, segnalando sempre il grado di certezza.

Arcangelo di Cola da Camerino va quindi presentato come pittore marchigiano del primo Quattrocento, documentato artisticamente dal 1416 al 1429, formatosi entro una cultura locale di impronta tardogotica, aggiornato attraverso il soggiorno fiorentino e chiamato a Roma da Martino V. La sua pittura non fonda una scuola nuova, ma conserva un fascino particolare: una materia fragile, dorata, elegante, nella quale l’ultima grazia gotica incontra, quasi in superficie, le prime pressioni del Rinascimento.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Il pittore è ricordato come Arcangelo di Cola da Camerino o Arcangelo di Cola di Vanni. Una notizia notarile più recente lo collega al testamento paterno di Cola di Vanni del 1406; il primo documento relativo alla sua attività pittorica resta quello di Città di Castello del 1416.

[2] Nel 1416 Arcangelo dipinse una Maddalena e altre figure nella sala maggiore del Palazzo pubblico di Città di Castello. L’opera è perduta.

[3] Il 29 giugno 1420 prese in affitto una casa nel popolo di San Michele Bisdomini a Firenze; il 27 settembre dello stesso anno si iscrisse all’Arte dei Medici e Speziali. Nel 1421 risulta registrato nella Compagnia di San Luca.

[4] Nel 1421 Ilarione de’ Bardi gli commissionò una tavola con predella per una cappella in Santa Lucia de’ Magnoli, dedicata ai santi Lorenzo e Ilarione. La tavola è dispersa.

[5] Nel 1421 Arcangelo si impegnò anche per una tavola destinata, per volontà di Simone da Spicchio, a una cappella della pieve di Empoli; la commissione rimase sospesa per la chiamata a Roma.

[6] Il 18 febbraio 1422 ottenne un salvacondotto per recarsi a Roma al servizio di papa Martino V. Non sono oggi identificate opere eseguite durante il soggiorno romano.

[7] Nel 1425 firmò e datò il trittico di Monastero dell’Isola, presso Cessapalombo. L’opera fu distrutta da un incendio nel 1889; ne restano descrizioni e una fotografia storica.

[8] Tra le opere più salde del catalogo rientrano la Madonna in trono con due angeli della Pinacoteca di Camerino, il dittico Frick, il trittico già Città del Messico poi Cini, la Madonna in trono e sei angeli di Bibbiena e l’affresco con Madonna col Bambino a Pioraco.

[9] Nel 1428 Arcangelo compare come testimone al testamento di Niccolina Varano, vedova di Braccio da Montone. Nel 1429 fu arbitro nella stima del coro ligneo di San Domenico a Camerino, opera di Gaspare da Foligno.

[10] La sua cultura figurativa unisce radici marchigiane e riminesi, gusto tardo gotico e suggestioni fiorentine. Il rapporto con Masaccio va formulato con cautela, limitandolo a singoli motivi recepiti dopo il soggiorno toscano.

 

 

Bibliografia

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