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Antonio del Massaro da Viterbo, detto il Pastura(Viterbo, 1450 circa - morto prima del 9 febbraio 1516)
Antonio del Massaro da Viterbo, detto il Pastura, fu il principale pittore viterbese tra l’ultimo quarto del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento. Le fonti lo ricordano anche come Antonio da Viterbo. Il soprannome “Pastura”, entrato stabilmente nella storiografia, non chiarisce la sua origine familiare; il nome anagrafico, invece, lo lega alla famiglia del Massaro o de Massari, attestata nell’ambiente viterbese. La nascita viene posta intorno al 1450. La prima notizia documentaria sicura risale al 17 dicembre 1478, quando Antonio compare a Roma tra i firmatari dello statuto della corporazione di San Luca. Il dato indica una presenza già inserita nell’ambiente artistico romano, in una fase nella quale la città pontificia richiamava pittori provenienti dall’Umbria, dal Lazio settentrionale, dalla Toscana e dalle Marche. La sua formazione dovette compiersi proprio in questo clima, a contatto con Perugino, Pinturicchio, Antoniazzo Romano e Melozzo da Forlì [1]. Le notizie sulle prime opere romane restano incerte. Giovanni Battista Mancini, scrivendo intorno al 1620, ricordava pitture del Pastura nell’Ospedale di Santo Spirito, in Sant’Agostino e in altri luoghi della città, oggi perdute o difficili da riconoscere. La notizia, a lungo ripresa dalla letteratura, conserva valore come traccia di una presenza romana più ampia rispetto al materiale conservato. Va invece esclusa la partecipazione alla Cappella Sistina, attribuzione già rifiutata dalla critica moderna [2]. Il recente restauro della Cappella Ponziani in Santa Cecilia in Trastevere ha riaperto con maggiore concretezza il problema della sua attività giovanile romana. Il ciclo, con l’Eterno e gli Evangelisti nella volta e figure di santi sulle pareti, appartiene a un contesto di collaborazione vicino a Pinturicchio e viene oggi discusso come episodio della prima fase dell’artista, intorno al 1480. Lo stato conservativo e la natura collettiva del cantiere obbligano però a una formulazione prudente: la cappella rientra nel dossier del Pastura, ma non può essere usata da sola per definire con nettezza la sua mano giovanile [3]. Nel 1489 Antonio è documentato a Orvieto. Il 30 ottobre ricevette un pagamento per pitture nel parapetto del coro del Duomo; l’anno seguente lavorò come salariato di Giacomo da Bologna, eseguendo figure in un balcone interno della cattedrale. Il soggiorno orvietano proseguì fino al 1492. In questi anni egli dipinse anche per proprio conto: la commissione di una pittura per il castello di Prodo passò da Giacomo da Bologna a lui, e nel 1492 eseguì trentasei mazze per la festa del Corporale [4]. Nello stesso 1492 il pittore dovette seguire Pinturicchio a Roma, nel grande cantiere dell’Appartamento Borgia, avviato per Alessandro VI. La partecipazione del Pastura è riconosciuta in alcune parti della Sala delle Arti Liberali, soprattutto nella Musica, nell’Astronomia e nella Retorica, e in alcuni angeli della Sala dei Misteri. La Sala delle Arti Liberali, destinata probabilmente a studio del pontefice, celebra le discipline del Trivio e del Quadrivio attraverso figure femminili sedute in trono, circondate da personaggi illustri. La firma “Penturichio” sulla Retorica appartiene al maestro, ma l’esecuzione materiale della sala fu in larga parte affidata alla bottega [5]. Il rapporto con Pinturicchio fu decisivo. Pastura ne assimilò il gusto decorativo, la brillantezza cromatica, il modo di costruire paesaggi aperti e figure sottili, l’uso di ornati minuti e preziosi. Dal Perugino gli vennero invece la dolcezza dei volti, la pacatezza dei gesti, la luce chiara, il sentimento devoto leggermente malinconico. La sua pittura non raggiunse la forza inventiva dei modelli, ma ne diffuse la lingua nella Tuscia, nell’Umbria meridionale e nel Lazio settentrionale, dove le committenze religiose continuavano a chiedere immagini ordinate, leggibili, devote. Tra le opere viterbesi più note rientra l’Adorazione dei pastori, tradizionalmente detta Presepe, oggi al Museo Civico di Viterbo. Il dipinto, eseguito su tavola, viene datato agli anni 1490-1499 e fu commissionato da Pietro Paolo e Margherita Guzzi per il loro altare in Santa Maria della Verità, eretto nel 1488. La scena è costruita con un registro narrativo piano: il Bambino è deposto al centro, in basso; la Vergine, san Giuseppe, san Giovanni Battista, un secondo santo indicato dalle schede moderne come san Giovanni Evangelista, i pastori e gli angeli si dispongono intorno alla capanna. Sul fondo si apre un paesaggio limpido, con colline, acqua e rilievi lontani. L’opera mostra con evidenza il debito verso Perugino, filtrato attraverso una sensibilità più provinciale, meno salda nella costruzione ma capace di una grazia composta [6]. Dopo l’esperienza romana, Antonio tornò a Orvieto. Tra il 1497 e il 1499 è documentato nel Duomo, dove restaurò gli affreschi trecenteschi del coro, opera di Ugolino di Prete Ilario, e dipinse nella tribuna quattro scene: l’Annunciazione, la Visitazione, la Presentazione al tempio e la Fuga in Egitto. Il giudizio dei contemporanei e della critica su questa fase non fu particolarmente favorevole. In un primo momento la Congregazione dell’Opera aveva pensato di affidargli la decorazione della Cappella Nuova, lasciata incompiuta dopo gli interventi dell’Angelico e del Perugino; nel 1499 l’incarico passò invece a Luca Signorelli [7]. Nel 1504 un documento dell’Archivio notarile di Viterbo ricorda una controversia tra il pittore e Giacomo Guazza per un’immagine della Madonna. Alla stessa fase si collega il trittico di Capranica, con san Terenziano, san Rocco e san Sebastiano, conservato nella chiesa di Santa Maria. L’opera registra una più evidente attenzione a Signorelli, percepibile nella secchezza di alcune figure, nella maggiore energia dei corpi e nella durezza del segno. Anche qui, però, Pastura lavora per adattamento: assume elementi signorelliani senza abbandonare la base peruginesca e pinturicchiesca della propria cultura [8]. Tra le opere riferite alla maturità vanno ricordate anche pitture conservate o documentate a Viterbo, Tuscania, Tarquinia, Nepi, Orte e nell’area della Tuscia. Nel battistero di Santa Maria Nuova a Viterbo gli sono attribuiti i santi Giovanni Battista, Girolamo e Lorenzo; nel cortile di Palazzo Chigi è ricordata un’edicola con la Madonna col Bambino. Il catalogo comprende inoltre tavole, affreschi e opere di bottega, non sempre di facile distinzione. L’attività del pittore fu più ampia del nucleo documentato, ma molte attribuzioni richiedono controllo, soprattutto per la presenza di collaboratori e imitatori vicini ai suoi modi [9]. La sua impresa più vasta è la decorazione del coro del Duomo di Tarquinia, allora cattedrale di Corneto, eseguita tra il 1508 e il 1509 su impulso dell’ambiente Vitelleschi e del Capitolo. Il ciclo comprende Profeti e Sibille, l’Incoronazione della Vergine nella volta, la Nascita della Vergine, lo Sposalizio della Vergine, l’Incontro di Anna e Gioacchino, una Pietà e altre scene mariane sulle pareti. Gli stemmi Vitelleschi e quelli del Capitolo attestano il peso della committenza ecclesiastica locale [10]. Il ciclo tarquiniese permette di misurare l’ambizione e i limiti del pittore. Le composizioni sono ampie, ordinate, ricche di figure, con paesaggi e architetture che cercano una maggiore monumentalità. Nel Matrimonio della Vergine il riferimento a Perugino è evidente; in altre parti affiorano ricordi ghirlandaieschi e signorelliani. Pastura dispone bene le scene e costruisce una narrazione accessibile, ma raramente raggiunge una tensione autonoma. La sua forza sta nel mestiere, nella chiarezza, nella capacità di portare in un grande spazio corale una lingua figurativa riconoscibile e gradita alla committenza. Gli affreschi di Tarquinia ebbero una storia conservativa difficile. Un incendio nel 1642 o 1643 danneggiò gravemente le pitture, sciogliendo anche parti dorate applicate alla superficie; in seguito furono ricoperte da strati di calce e riscoperte solo nell’Ottocento. I restauri recenti hanno permesso una lettura più precisa della tecnica e della materia pittorica, confermando l’importanza del ciclo nel percorso dell’artista [11]. La vicenda economica degli affreschi fu complessa. Nella primavera del 1509 l’opera era già compiuta, ma Pastura chiese 450 ducati d’oro, somma che il Capitolo non volle pagare senza una stima. Furono chiamati come arbitri i pittori Costantino Zelli, Monaldo Corso e Luca Signorelli. Zelli valutò il lavoro 450 ducati, Monaldo Corso 300; Signorelli diede ragione alla stima più alta. Il documento mostra il riconoscimento professionale raggiunto da Antonio negli ultimi anni della sua attività [12]. La morte avvenne prima del 9 febbraio 1516. In un documento notarile di quella data si parla infatti di beni da lui lasciati in eredità. La moglie Sabella risulta poi risposata il 15 gennaio 1524 con Clemente Anastasi. Questi dati fissano il termine ultimo della sua vita, mentre l’ultima attività documentata resta legata al grande cantiere di Tarquinia e alle opere tarde della Tuscia [13]. Pastura occupa una posizione storica precisa. Fu un pittore di media statura, ma di ruolo rilevante per la diffusione della cultura umbra nel Lazio settentrionale. La critica gli ha spesso rimproverato una dipendenza troppo marcata da Perugino e Pinturicchio; il giudizio resta fondato, soprattutto quando si confrontano le sue opere con i modelli maggiori. La sua pittura possiede però una coerenza riconoscibile: volti dolci, gesti misurati, paesaggi sereni, colori chiari, una religiosità accessibile, adatta a pale d’altare, cappelle, cori e immagini di devozione pubblica. In questa funzione di tramite tra Roma, Orvieto, Viterbo e Tarquinia sta il nucleo più saldo della sua importanza.
A.R.
Note[1] La prima notizia documentaria sicura è il 17 dicembre 1478, quando Antonio del Massaro compare a Roma tra i firmatari dello statuto della corporazione di San Luca. La sua formazione va collocata nell’ambiente romano dell’ultimo quarto del Quattrocento, a contatto con Perugino, Pinturicchio, Antoniazzo Romano e Melozzo da Forlì. [2] Giovanni Battista Mancini ricordò pitture del Pastura nell’Ospedale di Santo Spirito, in Sant’Agostino e in altri luoghi romani. La notizia della partecipazione alla Cappella Sistina è stata respinta dalla critica. [3] La Cappella Ponziani in Santa Cecilia in Trastevere è oggi studiata nel quadro dei restauri recenti. Il ciclo viene ricondotto a una fase giovanile dell’artista e al suo rapporto con l’ambiente di Pinturicchio, pur restando un cantiere complesso e problematico. [4] I documenti orvietani attestano Antonio nel Duomo dal 1489 al 1492. In questa fase lavorò nel parapetto del coro, in un balcone interno della cattedrale, per il castello di Prodo e per la festa del Corporale. [5] Nell’Appartamento Borgia il suo intervento è riconosciuto in parti della Sala delle Arti Liberali, soprattutto Musica, Astronomia e Retorica, e in alcuni angeli della Sala dei Misteri. La decorazione fu diretta da Pinturicchio e realizzata con larga partecipazione di bottega. [6] L’Adorazione dei pastori, detta anche Presepe, oggi al Museo Civico di Viterbo, fu commissionata dai coniugi Guzzi per un altare in Santa Maria della Verità. Le schede moderne indicano tra i personaggi san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista; nella tradizione locale ricorre anche la denominazione con san Bartolomeo. [7] Tra 1497 e 1499 Pastura restaurò nel Duomo di Orvieto gli affreschi trecenteschi di Ugolino di Prete Ilario e dipinse nella tribuna quattro scene mariane. L’incarico per la Cappella Nuova fu poi assegnato a Luca Signorelli. [8] Il trittico di Capranica con san Terenziano, san Rocco e san Sebastiano è generalmente collegato alla fase successiva al rientro nel Lazio settentrionale e mostra riflessi signorelliani. [9] Il catalogo del Pastura comprende opere certe, attribuzioni tradizionali, opere di bottega e dipinti problematici. Il recente lavoro di restauro e revisione ha reso necessario distinguere con maggiore attenzione i diversi livelli attributivi. [10] Gli affreschi del coro del Duomo di Tarquinia furono eseguiti tra 1508 e 1509. La committenza è legata all’ambiente Vitelleschi e al Capitolo della cattedrale di Corneto. [11] Il ciclo tarquiniese fu danneggiato da un incendio nel Seicento, poi coperto da scialbature e riscoperto nell’Ottocento. I restauri recenti hanno permesso una lettura più accurata della tecnica, dei danni e delle integrazioni. [12] La lite sul compenso degli affreschi di Tarquinia fu risolta nel 1509 con l’intervento di Costantino Zelli, Monaldo Corso e Luca Signorelli. La valutazione di 450 ducati venne confermata. [13] La morte è anteriore al 9 febbraio 1516, data di un documento che menziona beni lasciati in eredità. La vedova Sabella si risposò nel 1524.
Bibliografia
Ernst Steinmann, Antonio da Viterbo, F. Bruckmann, München, 1901. Cesare Pinzi, I principali monumenti di Viterbo, Agnesotti, Viterbo, 1905. Corrado Ricci, “Antonio da Viterbo detto il Pastura e l’Appartamento Borgia”, in Per l’inaugurazione del Museo civico di Viterbo, Viterbo, 1912. Adolfo Venturi, Storia dell’arte italiana, vol. VII, parte II, Hoepli, Milano, 1913. Raimond van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, vol. XV, Martinus Nijhoff, The Hague, 1934. Giovanni Battista Mancini, Considerazioni sulla pittura, a cura di Adriana Marucchi e Luigi Salerno, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1956-1957. Mario Pepe, “Antonio del Massaro da Viterbo, detto il Pastura”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. III, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1961. Italo Faldi, Pittori viterbesi di cinque secoli, Ugo Bozzi, Roma, 1970. Alessandro Zuccari, “L’attività viterbese di Antonio del Massaro detto il Pastura”, in Il Quattrocento a Viterbo, Viterbo, 1983. Pittura a Orvieto dal Rinascimento al Manierismo, catalogo della mostra, Orvieto, 1987. Luisa Caporossi, a cura di, Antonio del Massaro detto il Pastura. Studi su un “peruginesco” viterbese e la sua bottega, Leo S. Olschki, Firenze, 2022. Alessandra Acconci, Luisa Caporossi, a cura di, Il Pastura. Un’antologia di restauri. Dalla cappella Ponziani di Santa Cecilia in Trastevere alla cappella Vitelleschi nel Duomo di Tarquinia, Gangemi Editore, Roma, 2023.
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