Angelo di Bartolomeo

 

o Angelo di Bartolomeo da Camerino


(documentato nelle Marche dal 1421 al 1466 circa)

 

 

 

 

Angelo di Bartolomeo, ricordato anche come Angelo di Bartolomeo da Camerino, fu pittore e miniatore attivo nelle Marche nel secondo quarto del Quattrocento. La vecchia tradizione repertoriale lo diceva originario probabilmente di Arezzo e autore, insieme al fratello Nardo, della miniatura di un Salterio per l’abbazia di San Venanzio a Camerino. Questa notizia, tramandata da Aleandri-Santoni e ripresa da Thieme-Becker, conserva interesse storico, ma richiede controllo diretto sul manoscritto e sulle fonti archivistiche locali [1].

La ricerca più recente ha delineato un profilo diverso e più consistente. Angelo risulta identificabile con un pittore camerte, figlio di Bartolomeo di maestro Rinaldo, appartenente a una famiglia originaria di Montesanto, nel territorio di Sellano, e stabilita a Camerino già dalla fine del Trecento. Nel 1421 compare in un atto di divisione di un campo con il cugino Marco. Accanto a lui, nei documenti successivi, ricorre il fratello Gentile; il nome Nardo, presente nella scheda antica, resta per ora legato alla tradizione bibliografica precedente [2].

La sua abitazione si trovava nel terziero di Mezzo, presso la piazza di Sant’Angelo, l’attuale piazza Garibaldi, vicino alla chiesa di Sant’Angelo, oggi scomparsa. Questo dato permette di collocarlo dentro un tessuto urbano preciso, vicino a notai, confraternite, chiese e committenti religiosi. Nel 1431, nella sua casa, fu rogato un atto che coinvolgeva Agostino di Niccolò da Chio e Bartolomeo di Tommaso da Foligno. Angelo vi compariva come testimone. Il documento non prova una collaborazione pittorica, ma lo inserisce in una rete di rapporti che attraversava Camerino, Foligno, Ancona e l’area appenninica umbro-marchigiana [3].

Tra il 1433 e il 1435 Angelo miniò un antifonario per San Venanzio a Fabriano. È il dato più solido per la sua attività nel campo del libro liturgico. La notizia spiega anche la fortuna della vecchia immagine dell’artista come miniatore, pur correggendo il luogo e il tipo di manoscritto: la fonte recente parla di un antifonario fabrianese, mentre la scheda antica ricordava un Salterio per San Venanzio a Camerino. Fino al controllo materiale del codice camerinese, le due notizie vanno mantenute distinte [4].

Nel 1446 ricevette un saldo per la fattura di una “cona” destinata alla confraternita di Sant’Ansovino a Camerino. Il termine può indicare un’immagine d’altare o, con maggiore probabilità in questo contesto, uno stendardo processionale. L’opera è perduta, ma il documento mostra Angelo impegnato anche nella pittura devozionale su supporti mobili, al servizio di una confraternita cittadina. La sua attività non fu quindi limitata alla miniatura.

Nel 1451 fu invitato alle nozze di Giulio Cesare da Varano e Giovanna Malatesta insieme a Giovanni Boccati e Giovanni Angelo d’Antonio. L’invito ha un valore sociale e professionale: pone Angelo tra i pittori riconosciuti nell’ambiente camerte, accanto a maestri di rango più alto. Camerino, sotto i Da Varano, era un centro vivace; vi circolavano artisti, modelli, manoscritti, pale d’altare, croci dipinte, stendardi e oggetti liturgici. La pittura locale conservava tratti tardogotici, ma assorbiva apporti da Foligno, Fabriano, San Severino, Ancona e dall’Umbria.

Il nome di Angelo è stato collegato anche alla tavola firmata con Cristoforo di Giovanni da San Severino, datata 1457, raffigurante la Madonna col Bambino in trono, angeli e donatori. La tavola, già in collezione privata, è il documento che spiega la vecchia voce “Angelo da Camerino”. La critica recente tende a identificare quell’Angelo con Angelo di Bartolomeo. L’opera, tuttavia, va usata con cautela per ricostruirne lo stile: l’esecuzione sembra spettare soprattutto a Cristoforo di Giovanni, mentre la presenza di Angelo potrebbe indicare una collaborazione, una responsabilità condivisa o un intervento parziale [5].

Il problema attributivo più rilevante riguarda il cosiddetto Maestro di Gaglianvecchio. Andrea De Marchi aveva costruito questo nome convenzionale intorno a una croce dipinta proveniente da Gaglianvecchio, presso San Severino Marche. In seguito, Matteo Mazzalupi ha proposto di sciogliere parte di quel catalogo nel nome di Angelo di Bartolomeo da Camerino. Gli studi successivi hanno distinto con maggiore precisione il nucleo più salimbeniano, legato alla croce di Gaglianvecchio, da un gruppo di dipinti più vicini ad Arcangelo di Cola e a Bartolomeo di Tommaso da Foligno; proprio questo secondo gruppo è stato avvicinato ad Angelo [6].

Se l’identificazione regge, Angelo assumerebbe una fisionomia pittorica più riconoscibile. Gli spetterebbero opere caratterizzate da figure tese, panneggi incisi, volti appuntiti, cromie dense, crocifissioni di forte accento devozionale. La pittura si muoverebbe in una zona di confine tra la linea marchigiana dei Salimbeni, la cultura di Arcangelo di Cola e il linguaggio più aspro di Bartolomeo di Tommaso. È una produzione lontana dall’equilibrio prospettico fiorentino; lavora su dolore, gesto, segno, densità ornamentale, con una religiosità visiva ancora legata alla tradizione tardogotica.

Tra le opere discusse nel dossier rientrano una Crocifissione proveniente dall’area di Camerino, affreschi frammentari e dipinti su tavola con santi e figure dolenti. Una parte del materiale è danneggiata, dispersa o nota attraverso studi recenti. La prudenza resta necessaria: per Angelo non esiste, allo stato attuale, un’opera firmata e interamente autografa che permetta di stabilire un catalogo certo. I documenti danno il nome; le opere proposte derivano da confronti stilistici e da incroci territoriali.

La morte va posta probabilmente nel 1466. Il 4 gennaio di quell’anno Angelo è ancora ricordato insieme al fratello Gentile in una lite familiare; il 13 maggio un atto menziona già la casa dei figli ed eredi di maestro Angelo di Bartolomeo. Una notizia successiva sulla sua bottega può indicare la continuità dell’attività familiare o del luogo di lavoro, più che la sopravvivenza dell’artista [7].

La scheda dovrebbe quindi sostituire la formulazione antica. Angelo di Bartolomeo non va ridotto al miniatore di un Salterio ricordato da repertori novecenteschi. È una figura documentata nella Camerino del primo Quattrocento, attiva come miniatore e pittore, legata a confraternite e ambienti religiosi, forse identificabile con una personalità pittorica oggi ricostruita intorno al problema del Maestro di Gaglianvecchio. La voce “Angelo da Camerino” può essere mantenuta come rinvio, spiegando che il nome deriva soprattutto dalla tavola del 1457 firmata con Cristoforo di Giovanni.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Vittorio Emanuele Aleandri e Milziade Santoni ricordano Angelo di Bartolomeo come artista probabilmente aretino e miniatore, con il fratello Nardo, di un Salterio per l’abbazia di San Venanzio a Camerino. La notizia passa poi nella tradizione repertoriale di Thieme-Becker.

[2] Gli studi recenti identificano Angelo con Angelo di Bartolomeo da Camerino, figlio di Bartolomeo di maestro Rinaldo, appartenente a una famiglia proveniente da Montesanto di Sellano. Nei documenti camerinesi ricorre il fratello Gentile; il nome Nardo resta da verificare nella fonte antica.

[3] Nel 1431 un atto rogato nella casa di Angelo documenta la presenza di Bartolomeo di Tommaso da Foligno in rapporto con Agostino di Niccolò da Chio. Il documento è utile per ricostruire l’ambiente artistico e notarile di Camerino.

[4] Tra il 1433 e il 1435 Angelo miniò un antifonario per San Venanzio a Fabriano. La notizia va distinta dalla tradizione del Salterio per San Venanzio a Camerino.

[5] La tavola firmata nel 1457 con Cristoforo di Giovanni da San Severino, raffigurante la Madonna col Bambino in trono, angeli e donatori, collega il nome “Angelo da Camerino” ad Angelo di Bartolomeo. La mano prevalente nell’opera è stata però riferita soprattutto a Cristoforo.

[6] Matteo Mazzalupi ha proposto di identificare Angelo di Bartolomeo con una parte del corpus già assegnato al Maestro di Gaglianvecchio. Giulia Spina ha ripreso il problema nel 2022, collegandolo ai rapporti tra Arcangelo di Cola e Bartolomeo di Tommaso da Foligno.

[7] La morte va collocata nel 1466, tra il documento del 4 gennaio, in cui Angelo è ancora vivo, e quello del 13 maggio, dove compaiono i suoi eredi.

 

 

Bibliografia

Vittorio Emanuele Aleandri, Milziade Santoni, La Pinacoteca e il Museo Civico di Camerino, Savini, Camerino, 1905.

Ulrich Thieme, Felix Becker, Allgemeines Lexikon der bildenden Künstler von der Antike bis zur Gegenwart, E. A. Seemann, Leipzig, 1907-1950; ristampa anastatica, Leipzig, 1992.

Andrea De Marchi, “Arcangelo di Cola a Firenze”, in Prospettiva, nn. 53-56, Centro Di, Firenze, 1988-1989.

Andrea De Marchi, a cura di, Il Quattrocento a Camerino. Luce e prospettiva nel cuore della Marca, Federico Motta, Milano, 2002.

Matteo Mazzalupi, “Carlo da Camerino, il pittore inesistente”, in L’Appennino camerte, Camerino, 18 maggio 2002.

Matteo Mazzalupi, “Intorno a Bartolomeo di Tommaso. Ricerche sulla ‘Scuola di Ancona’”, in Andrea De Marchi, a cura di, Nuovi studi sulla pittura tardogotica. Intorno a Gentile da Fabriano, atti del convegno, Sillabe, Livorno, 2007.

Michela Giannatiempo López, Giovanni Venturi, a cura di, Croci dipinte nelle Marche. Capolavori di arte e spiritualità dal XIII al XVII secolo, Il Lavoro Editoriale, Ancona, 2014.

Emanuela Cecconelli, Veruska Picchiarelli, “Artisti umbri e marchigiani nel territorio di Sellano. Nuove acquisizioni dal Maestro di Gaglianvecchio a Simone De Magistris e Michelangelo Braidi”, in studi storico-artistici sul territorio di Sellano, 2014.

Giulia Spina, “Tra Arcangelo di Cola e Bartolomeo di Tommaso: alcune riflessioni sul probabile Angelo di Bartolomeo da Camerino”, in Contesti d’arte, n. 2, Fondazione Memofonte / Scuola di Specializzazione in Beni storico-artistici dell’Università di Firenze, Firenze, 2022, pp. 38-54.

Raoul Paciaroni, Testimonianze archivistiche di pittori sanseverinati, San Severino Marche, 2024.