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Andrea di Giusto Manzini
Le prime notizie lo collocano nella bottega di Bicci di Lorenzo, uno degli ambienti più produttivi della Firenze del primo Quattrocento. Nei documenti dell’ospedale di Santa Maria Nuova è ricordato, all’inizio degli anni Venti, come garzone insieme a Giovanni di ser Giovanni, detto lo Scheggia, fratello di Masaccio. Nel 1424 ricevette pagamenti collegati alla decorazione delle terrecotte eseguite da Dello Delli per Sant’Egidio, sotto la direzione di Bicci. Nello stesso anno il suo nome compare negli elenchi della Compagnia di San Luca, nei quali risulta menzionato fino al 1447 [2]. Il passaggio decisivo avvenne tra il 1426 e il 1427, quando Andrea entrò nell’orbita di Masaccio. Il 24 dicembre 1426 è documentato a Pisa come garzone di Tommaso di ser Giovanni; l’anno seguente, nella denuncia catastale di Masaccio e del fratello, compare un saldo di sei fiorini a suo favore. La critica ha collegato a questa fase alcuni scomparti della predella del Polittico di Pisa, in particolare le Storie di san Giuliano e la Carità di san Nicola, oggi a Berlino. L’attribuzione resta materia di discussione: il documento prova il rapporto di lavoro con Masaccio, mentre la precisa individuazione della mano di Andrea nei pannelli pisani dipende da confronti stilistici [3]. Il suo linguaggio si formò dunque in una zona di attrito fertile: la bottega tardogotica di Bicci di Lorenzo, l’urto plastico di Masaccio, la dolcezza luminosa del Beato Angelico, la cultura prospettica e narrativa di Paolo Uccello. Andrea non assimilò questi modelli in modo unitario. Li accostò, talvolta li semplificò, spesso li trasferì in opere destinate al contado fiorentino, dove la committenza chiedeva immagini leggibili, devozionali, ancora legate al fondo oro e alle forme del polittico. Nel 1435 concluse la pala d’altare per il convento di San Bartolomeo delle Sacca presso Prato, oggi al Museo di Palazzo Pretorio. L’ancona raffigura la Madonna col Bambino con i santi Bartolomeo, Giovanni Battista, Benedetto e Caterina; nella parte superiore compaiono l’Annunciata, l’Arcangelo Gabriele e Dio Padre, mentre la predella comprende Storie dei santi e una Natività. La struttura guarda ancora a Lorenzo Monaco e alla tradizione del polittico gotico, ma in alcuni dettagli emergono modelli più recenti, soprattutto angelicheschi. L’Imposizione del nome al Battista riprende da vicino una composizione del Beato Angelico, con un adattamento più semplice e narrativamente meno teso [4]. Intorno alla metà degli anni Trenta si colloca anche il trittico di Sant’Andrea a Ripalta, commissionato da Bernardo Serristori per la chiesa di Sant’Andrea a Figline e datato 1436. L’opera, con l’Adorazione dei Magi e i santi Andrea, Giovanni Battista, Giacomo e Antonio abate, mostra la fase più riconoscibile dell’artista: figure assottigliate, gesti un poco rigidi, colori chiari, ornati ancora gotici, ma con una volontà evidente di aggiornamento sulla pittura fiorentina più nuova. Il san Giovanni Battista guarda all’Angelico; il sant’Andrea conserva memoria della gravità masaccesca [5]. Nel 1437 Andrea firmò come “Andrea da Firenze” la Madonna della Cintola con i santi Caterina d’Alessandria e Francesco d’Assisi, già nella chiesa di Santa Margherita a Cortona e oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze. La scheda museale registra l’opera come tempera e oro su tavola, datata 1437. È uno dei punti più saldi del suo catalogo: consente di riconoscere la sua mano in una fase matura, quando l’artista cercava di conciliare fondo oro, architetture leggere, morbidezza angelichesca e una costruzione più moderna dei corpi [6]. Negli stessi anni Andrea intervenne nel ciclo ad affresco della Cappella dell’Assunta del Duomo di Prato, avviato da Paolo Uccello. La critica gli assegna parti delle Storie della Vergine e di santo Stefano, in particolare lo Sposalizio della Vergine, il Seppellimento di santo Stefano e figure della Lapidazione di santo Stefano. Il cantiere è importante perché mostra il limite e insieme l’interesse della sua pittura murale: Andrea trasferisce sulla parete un metodo da pittore di tavole, con figure scandite, volti ripetuti, panneggi controllati, una narrazione ordinata ma meno audace rispetto alla tensione prospettica di Paolo Uccello [7]. Alla fase successiva appartengono la Madonna col Bambino tra i santi Michele Arcangelo e Giovanni Evangelista, dipinta per San Michele a Mormiano e oggi nella chiesa di Sant’Alessandro a Incisa Valdarno, il San Cristoforo affrescato in San Michele a Carmignano, la Madonna col Bambino di San Giusto a Montalbino e la Madonna dell’Umiltà della Galleria dell’Accademia. In queste opere la memoria dell’Angelico resta visibile nei volti femminili, nelle gamme cromatiche limpide, nella grazia addolcita dei gesti; compaiono però anche accenti più asciutti, con figure meno sciolte e una costruzione spaziale spesso incerta [8]. Andrea di Giusto fu un pittore di raccordo. La sua importanza non sta nell’invenzione di un linguaggio autonomo paragonabile a quello dei maggiori maestri fiorentini, ma nella capacità di far circolare, entro committenze conventuali e territoriali, formule nate nei cantieri centrali della nuova pittura. Attraverso di lui passano, attenuate e rese più accessibili, suggestioni di Masaccio, Angelico, Lorenzo Monaco e Paolo Uccello. Questa posizione intermedia spiega anche le oscillazioni della critica: alcune opere gli sono state attribuite, poi sottratte; altre restano vicine al suo ambiente; il corpus documentato va separato con attenzione dalle proposte stilistiche. La morte è tradizionalmente fissata al 2 dicembre 1450, secondo una notizia riferita da Gaetano Milanesi, priva però di fonte esplicitata. Il dato certo è che Andrea era già morto nel 1457, quando il figlio Giusto, anch’egli pittore, dichiarò al Catasto di essere orfano. La sua vicenda si chiude così entro la prima metà del Quattrocento, in quella generazione di maestri minori che accompagnò la trasformazione della pittura fiorentina senza guidarla direttamente, ma contribuendo alla sua diffusione nel territorio [9].
A.R.
Note [1] Francesco Sorce, nella voce del Dizionario Biografico degli Italiani, indica la nascita a Firenze tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo e ricorda che del padre è noto il solo nome, Giusto. Il cognome Manzini è d’uso storiografico, ma va trattato con cautela. [2] I documenti di Santa Maria Nuova attestano Andrea nella bottega di Bicci di Lorenzo all’inizio degli anni Venti. I pagamenti del 1424 si riferiscono alla collaborazione alla decorazione delle terrecotte eseguite da Dello Delli per Sant’Egidio. [3] Il pagamento del 24 dicembre 1426 documenta Andrea come garzone di Masaccio a Pisa. L’attribuzione di parti della predella del Polittico di Pisa, soprattutto gli scomparti con Storie di san Giuliano e la Carità di san Nicola, resta fondata su valutazioni stilistiche e non su firma o documento diretto. [4] La pala di San Bartolomeo delle Sacca, oggi al Museo di Palazzo Pretorio di Prato, è documentata da un’allogazione del 31 dicembre 1428 e da pagamenti compresi tra 1429 e 1435. Il polittico conserva un impianto ancora legato alla tradizione gotica e alla lezione di Lorenzo Monaco. [5] Il trittico di Sant’Andrea a Ripalta, datato 1436, fu commissionato da Bernardo Serristori per la chiesa di Sant’Andrea a Figline. La critica vi ha riconosciuto echi masacceschi e angelicheschi. [6] La Madonna della Cintola con i santi Caterina d’Alessandria e Francesco d’Assisi, oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze, è firmata “Andrea da Firenze” e datata 1437. [7] Gli affreschi della Cappella dell’Assunta nel Duomo di Prato furono iniziati da Paolo Uccello e completati in parte da Andrea di Giusto. La denominazione “Cappella Bocchineri” compare in alcune schede storiche e fotografiche, ma la denominazione corrente è Cappella dell’Assunta. [8] Tra le opere riferite alla maturità dell’artista rientrano la Madonna col Bambino tra i santi Michele Arcangelo e Giovanni Evangelista già in San Michele a Mormiano, il San Cristoforo di Carmignano, la Madonna di San Giusto a Montalbino e la Madonna dell’Umiltà della Galleria dell’Accademia. [9] Milanesi riferisce la morte al 2 dicembre 1450, senza indicare la fonte. Andrea era certamente morto nel 1457, quando il figlio Giusto dichiarò al Catasto la propria condizione di orfano.
Bibliografia
Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568; edizione con commento di Gaetano Milanesi, Sansoni, Firenze, 1878-1885. Giovanni Gaye, Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV, XV, XVI, Molini, Firenze, 1839. L. Tanfani Centofanti, Notizie di artisti tratte da documenti pisani, Nistri, Pisa, 1897. D. von Hadeln, “Andrea di Giusto und das dritte Predellenstück vom pisanischen Altarwerk des Masaccios”, in Monatshefte für Kunstwissenschaft, I, Leipzig, 1908. Raimond van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, vol. IX, Nijhoff, The Hague, 1927. Mario Salmi, Masaccio, Valori Plastici, Roma, 1930. Roberto Longhi, “Fatti di Masolino e Masaccio”, in La Critica d’Arte, Firenze, 1940; poi in Edizione delle opere complete di Roberto Longhi, Sansoni, Firenze, 1975. Richard Fremantle, Florentine Gothic Painters from Giotto to Masaccio, Secker & Warburg, London, 1975. John T. Spike, Masaccio, Abbeville Press, New York, 1996. Paul Joannides, Masaccio and Masolino. A Complete Catalogue, Phaidon, London, 1993. Luciano Bellosi, “Giovanni di Francesco e l’arte fiorentina di metà Quattrocento”, in Pittura di luce, catalogo della mostra, Electa, Milano, 1990. A. Padoa Rizzo, Paolo Uccello, Cantini, Firenze, 1992. Laurence B. Kanter, “Andrea di Giusto”, in Laurence B. Kanter, Pia Palladino, a cura di, Fra Angelico, catalogo della mostra, The Metropolitan Museum of Art, New York, 2005. Francesco Sorce, “Manzini, Andrea”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 69, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2007. Sergio Rossi, I pittori fiorentini e le loro botteghe. Da Lorenzo Monaco a Paolo Uccello, Tau Editrice, Todi, 2012.
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