Alibrandi Girolamo (Messina 1470 ca. - 1524)

 

 

 

Girolamo Alibrandi nacque a Messina intorno al 1470 e morì nella stessa città verso il 1524. La tradizione locale lo ricordò con l’appellativo di “Raffaello di Messina”, formula che va letta come indice della fortuna critica dell’artista e dell’ammirazione cittadina per la sua pittura. La sua figura occupa un posto rilevante nel Rinascimento siciliano del primo Cinquecento, in una fase in cui la cultura figurativa dell’isola, ancora segnata dall’eredità antonelliana, si apriva a stimoli lombardi, leonardeschi, raffaelleschi e veneti.

Le notizie sulla sua formazione restano scarse. Le fonti antiche lo dicono legato alla tradizione messinese e alla pittura di Salvo d’Antonio, nipote di Antonello da Messina. Questo dato consente di collocare l’avvio dell’artista dentro un ambiente ancora dominato dal prestigio di Antonello e dei suoi continuatori. La cultura antonelliana, con la solidità dei volumi, l’attenzione al volto, la precisione del disegno e il rapporto con la pittura fiamminga e italiana, costituiva ancora un riferimento forte nella Messina tra Quattro e Cinquecento.

Il profilo maturo di Alibrandi si definisce però attraverso il rapporto con Cesare da Sesto. La critica ha insistito più volte sull’importanza dell’artista lombardo, attivo anche in Sicilia e capace di portare nell’isola una cultura figurativa nutrita di Leonardo, Raffaello e ambiente romano. Alibrandi sembra assorbire da lui la morbidezza dei passaggi chiaroscurali, il gusto per le figure ampie e idealizzate, alcune formule compositive e una certa atmosfera leonardesca filtrata in senso devozionale.

La vecchia ipotesi di un viaggio di Alibrandi nella penisola, forse con passaggi a Venezia, Milano e Roma, nasce proprio dalla presenza, nelle sue opere, di riferimenti non riconducibili alla sola tradizione messinese. La documentazione non permette di seguire con precisione questi spostamenti. La qualità composita del suo linguaggio, tuttavia, lascia pensare a una conoscenza diretta o mediata di modelli settentrionali e centroitaliani. Venezia, la Lombardia leonardesca e la cultura raffaellesca entrano nella sua pittura attraverso vie che restano in parte da chiarire.

La prima notizia documentaria sicura risale al 1514. In quell’anno l’intagliatore Antonio Floresta fu incaricato di eseguire la cornice per una tavola con la Madonna col Bambino che Alibrandi si era impegnato a dipingere per la chiesa madre del casale di Santo Stefano Medio, presso Messina. L’opera, consegnata nell’agosto del 1516 e generalmente identificata con la cosiddetta Madonna dei Giardini, conserva ancora oggi un valore fondamentale per comprendere la sua fase documentata. La tavola mostra già ricordi leonardeschi e raffaelleschi, mediati con ogni probabilità dalla lezione di Cesare da Sesto.

Al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina sono conservate alcune delle opere principali riferite all’artista. Il nucleo comprende il Giudizio Universale, datato 1514, i San Pietro e San Paolo, databili intorno al 1515-1516, una Madonna in trono col Bambino, una Santa Caterina d’Alessandria, la Piccola presentazione al Tempio e la grande Presentazione di Gesù al Tempio, detta anche Purificazione. La presenza di una sala dedicata ad Alibrandi conferma il ruolo assegnato al pittore nella memoria artistica messinese.

I due pannelli con San Pietro e San Paolo, già collegati a una provenienza veneziana, sono stati spesso richiamati per la loro apertura a modelli veneti. Le figure, isolate e monumentali, mostrano una pittura più ampia rispetto alla tradizione locale, con un senso della presenza apostolica che rimanda a modelli di maggiore respiro. Queste opere rafforzano l’idea di un pittore capace di accogliere suggestioni diverse senza uscire dal quadro devozionale messinese.

Il Giudizio Universale, oggi al Museo Regionale, appartiene al 1514. Il soggetto richiedeva un’articolazione ampia, capace di distinguere Cristo giudice, schiere angeliche, risorti, eletti e dannati. Anche attraverso la condizione conservativa e le trasformazioni subite dal patrimonio messinese, l’opera conserva interesse per la comprensione della prima fase nota dell’artista. Essa documenta il tentativo di affrontare una composizione complessa, con ambizioni superiori alla semplice pala devozionale.

La Presentazione di Gesù al Tempio, firmata e datata 1519, è il capolavoro riconosciuto di Alibrandi. Il dipinto, proveniente dalla chiesa della Candelora e oggi al Museo Regionale di Messina, fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1908, ridotto in numerosi frammenti e poi ricomposto nel restauro del 1922. La sua storia materiale è parte integrante della sua fortuna: la città ha riconosciuto in quella grande tavola una delle testimonianze più alte del proprio Rinascimento.

La composizione della Presentazione rivela in modo evidente la dipendenza da Cesare da Sesto e, attraverso di lui, da una cultura più ampia, leonardesca e raffaellesca. Le figure sono disposte entro un impianto monumentale, con un’architettura che organizza lo spazio e conferisce solennità alla scena. Il gruppo centrale, il rapporto tra la Vergine, il Bambino, Simeone e i presenti, la ricerca di equilibrio e la morbidezza di alcuni volti mostrano l’ambizione dell’artista. La critica ha talvolta ridimensionato l’autonomia dell’opera, leggendola come parafrasi di modelli lombardi. Resta comunque il fatto che, per Messina, essa rappresentò una sintesi nuova e autorevole.

Nel titolo tradizionale di Purificazione della Vergine si conserva il riferimento liturgico alla festa della Candelora. Il soggetto permette di unire dimensione narrativa e significato rituale: il Bambino viene presentato al Tempio, la Vergine compie il rito previsto, Simeone riconosce il Salvatore. Alibrandi traduce questo episodio in una scena solenne, adatta a una committenza cittadina di prestigio. L’opera possiede quindi valore religioso, civico e identitario.

La fama dell’artista fu accresciuta proprio dalla Presentazione. Gli scrittori locali videro in essa la prova di una grandezza messinese capace di competere con i centri della penisola. Da qui il titolo di “Raffaello di Messina”. La formula, usata con entusiasmo dalla tradizione cittadina, richiede oggi una lettura più controllata. Alibrandi non raggiunge l’autonomia poetica di Raffaello; il suo merito consiste piuttosto nell’aver introdotto a Messina un linguaggio aggiornato, capace di collegare la pittura siciliana alle esperienze lombarde e centroitaliane del primo Cinquecento.

Tra le opere di particolare interesse va ricordata anche la Madonna col Bambino e san Giovannino, tornata all’attenzione degli studi dopo una complessa vicenda attributiva e di mercato. Il dipinto, già passato con attribuzioni diverse, fu ricondotto ad Alibrandi da Francesca Campagna Cicala e Giovanni Previtali tra il 1987 e il 1988. Il caso è significativo perché mostra quanto il catalogo dell’artista sia ancora legato a problemi di riconoscimento, provenienza e rapporto con Cesare da Sesto.

Il linguaggio di Alibrandi è composito. La base messinese e antonelliana emerge nella solidità delle figure e nel rapporto con la tradizione locale. L’apporto di Cesare da Sesto introduce morbidezze leonardesche, figure più larghe, modelli lombardi e un senso più moderno della composizione. Alcuni accenti veneti compaiono nei santi e in certi passaggi cromatici. Il ricordo di Raffaello agisce soprattutto come aspirazione a una misura più alta e armoniosa.

La sua pittura presenta anche limiti evidenti. La costruzione delle scene può apparire dipendente da modelli esterni; le figure talvolta hanno una grazia un poco fredda; la monumentalità è cercata più che pienamente posseduta. Questi aspetti non ne riducono il valore storico. Alibrandi documenta un momento decisivo della pittura siciliana: il passaggio dalla lunga eredità antonelliana alla ricezione della cultura leonardesca e raffaellesca attraverso la mediazione lombarda.

La sua morte, collocata intorno al 1524, chiuse una carriera relativamente breve e documentata solo in parte. La perdita o la dispersione di molte opere messinesi, aggravata dai terremoti e dalle distruzioni che colpirono la città, rende più difficile la ricostruzione del catalogo. Proprio per questo le opere conservate al Museo Regionale di Messina assumono un peso fondamentale: esse permettono di leggere un frammento concreto del Rinascimento messinese prima delle grandi cesure della storia urbana.

Girolamo Alibrandi resta dunque una figura centrale per la storia artistica della Sicilia orientale. Il suo nome non va isolato in una celebrazione locale, né ridotto a semplice derivazione da Cesare da Sesto. La sua opera mostra come Messina, porto mediterraneo e città aperta agli scambi, potesse accogliere modelli figurativi provenienti dalla Lombardia, dal Veneto e da Roma, rielaborandoli entro una cultura religiosa e civica propria. La Presentazione al Tempio del 1519 conserva il valore di manifesto di questa stagione: fragile nella sua storia materiale, ancora eloquente nella sua ambizione formale.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La data di nascita intorno al 1470 deriva dalla tradizione antica, ripresa da Hackert e Grano; Treccani preferisce una formulazione prudente, collocando la nascita negli ultimi decenni del XV secolo.

[2] L’attività giovanile dell’artista è povera di documenti. La tradizione lo collega alla cultura antonelliana e a Salvo d’Antonio, ma il profilo preciso della formazione resta problematico.

[3] La prima notizia documentaria sicura risale al 1514, quando Antonio Floresta ricevette l’incarico di eseguire la cornice per la tavola con Madonna col Bambino destinata alla chiesa madre di Santo Stefano Medio.

[4] La tavola di Santo Stefano Medio fu consegnata nell’agosto del 1516 ed è generalmente identificata con la Madonna dei Giardini.

[5] La definizione di “Raffaello di Messina” appartiene alla fortuna locale dell’artista. Essa riflette l’ammirazione degli scrittori messinesi per le sue opere e per la presenza di motivi raffaelleschi nel suo linguaggio.

[6] Il rapporto con Cesare da Sesto è uno dei punti fondamentali della lettura moderna di Alibrandi. La critica ha riconosciuto nella Presentazione al Tempio e in altre opere una forte dipendenza dai modelli lombardi introdotti in Sicilia dall’artista milanese.

[7] La Presentazione di Gesù al Tempio o Purificazione, firmata e datata 1519, proveniva dalla chiesa della Candelora ed è oggi conservata al Museo Regionale Interdisciplinare di Messina.

[8] Il grande dipinto del 1519 fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1908 e ricomposto dopo il restauro del 1922.

[9] La Madonna col Bambino e san Giovannino, rientrata recentemente all’attenzione pubblica, fu attribuita ad Alibrandi da Francesca Campagna Cicala e Giovanni Previtali tra il 1987 e il 1988, dopo precedenti riferimenti a Cesare da Sesto e Cesare Bernazzano.

[10] Il catalogo dell’artista resta soggetto a revisioni, anche per la dispersione di molte opere messinesi e per la complessità dei rapporti con Cesare da Sesto e la sua cerchia.

 

 

 

Bibliografia

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Comune di Messina, pagina informativa sul Museo Regionale di Messina e sulla sala dedicata a Girolamo Alibrandi, aggiornamenti recenti.

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