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Agostino
da
Vaprio
(Pavia
1457
ca.
-
dopo
il
1505)
Agostino da Vaprio nacque probabilmente a Pavia nel 1457, figlio del pittore Giovanni da Vaprio e di Giovanna Corigi da Cornate. La sua vicenda si inserisce nel quadro della pittura pavese dell’ultimo Quattrocento, in un ambiente segnato dalla presenza di botteghe familiari, collaborazioni continuative, committenze ecclesiastiche e lavori decorativi legati alla corte sforzesca. Le notizie sull’artista provengono soprattutto dai documenti raccolti da Rodolfo Maiocchi. Esse delineano una figura attiva entro una rete di pittori pavesi oggi in parte difficile da distinguere, anche per la presenza di diversi artisti di nome Agostino. La storiografia ha più volte confuso Agostino da Vaprio con Agostino da Montebello, con Agostino da Pavia e con altri maestri documentati negli stessi anni. Questo problema rende necessario un profilo prudente, fondato sulle opere firmate e sui documenti più sicuri. La formazione avvenne con ogni probabilità nella bottega paterna. Il padre Giovanni era pittore e lavorò a Pavia in rapporto con committenze ecclesiastiche e private. Agostino collaborò con lui e con il fratello Costantino, partecipando a una produzione che comprendeva pale d’altare, affreschi, decorazioni, apparati e lavori d’occasione. Nel 1490 ricevette un pagamento per opere eseguite con il padre nella basilica di San Michele Maggiore, uno dei principali cantieri figurativi pavesi del tardo Quattrocento. Già nel 1486 Agostino aveva sottoscritto un quadro destinato alla chiesa di San Michele, compiuto per Pietro Tacconi, committente legato alla famiglia Da Vaprio. Nel 1488 prese come allievo Agostino de Veglia; nel 1490 accolse per sei anni Giacomo della Costa. Questi dati indicano una bottega ormai autonoma, capace di formare apprendisti e di ricevere incarichi di una certa importanza. L’unica opera superstite firmata e datata è il trittico della chiesa dei Santi Primo e Feliciano a Pavia, sottoscritto il 4 aprile 1498. La tavola, collocata nella chiesa pavese, raffigura la Madonna col Bambino affiancata da figure sacre e da un donatore, con il Padre Eterno nella lunetta. Le fonti identificano i santi laterali con Filippo da Faenza o con un beato servita e con san Giovanni Battista; la lettura iconografica va verificata direttamente sull’opera e sulla documentazione più recente, perché le denominazioni tramandate non sono sempre uniformi. Il trittico mostra un pittore legato alla cultura lombarda di fine Quattrocento, con accenti foppeschi e un’impostazione ancora saldamente devozionale. La composizione è ordinata, il disegno controllato, le figure sono costruite con una certa rigidità e con un senso misurato della presenza sacra. L’interesse principale dell’opera sta nella testimonianza di un ambiente pavese minore, ma documentato, che assimila modelli lombardi senza raggiungere la forza inventiva dei maggiori protagonisti milanesi. Nel 1498 Agostino è documentato anche per lavori di carattere araldico e decorativo: consegnò targhe, elmi, vesti e altri oggetti ornati con gli stemmi Savoia e Visconti al procuratore dei Savoia. Nel 1499 entrò in società con Antonio Cagnola, Zanino da Mortara e membri della famiglia De Rossi per dipingere stemmi del re di Francia. Questi incarichi confermano una pratica professionale ampia, dove la pittura d’altare conviveva con decorazioni effimere, insegne, armi dipinte, imprese araldiche e apparati legati al potere. Nel testamento di Giacomo Antonio De Rossi, datato 25 gennaio 1501, si disponeva che una pala allora presso Agostino fosse collocata nella cappella della famiglia in San Giacomo. È verosimile che l’opera provenisse dalla sua bottega, anche se l’identificazione resta problematica. Altri documenti lo mostrano in rapporto con Gian Giacomo Brivio e attivo almeno fino al 5 aprile 1505. La data di morte resta ignota. La questione degli affreschi di San Michele Maggiore richiede particolare cautela. In passato furono attribuiti ad Agostino e al padre Giovanni alcuni dipinti murali della basilica pavese, fra cui un grande affresco ricordato dalla tradizione locale. La ricerca novecentesca ha ridiscusso queste attribuzioni, chiamando in causa anche Bernardino Lanzani e altri maestri pavesi. Oggi conviene presentare il rapporto di Agostino con San Michele come documentato sul piano dei pagamenti e della presenza di bottega, lasciando le singole attribuzioni murali in un ambito problematico. Il suo linguaggio appartiene alla pittura lombarda periferica degli anni sforzeschi. L’ascendenza di Vincenzo Foppa e dell’ambiente foppesco si avverte nella compostezza delle figure, nella costruzione volumetrica semplificata e nella sobrietà dell’impianto. La sua pittura appare meno aggiornata rispetto alle esperienze più avanzate attive tra Milano, Pavia e la Certosa, ma conserva interesse per la storia delle botteghe locali, delle committenze minori e della circolazione dei modelli lombardi. Agostino da Vaprio va quindi considerato come un pittore documentato più dalle carte che da un corpus ampio di opere conservate. Il trittico dei Santi Primo e Feliciano rimane il punto fermo per valutarne la fisionomia. Attorno a esso si dispongono documenti di bottega, pagamenti, apprendistati, lavori araldici e attribuzioni da verificare. La sua importanza risiede nella capacità di restituire un frammento concreto della produzione artistica pavese alla fine del Quattrocento, fra pittura sacra, decorazione pubblica, committenze nobiliari e attività familiare.
A.R.
Note[1] La data di nascita viene indicata dalle fonti in forma prudente, probabilmente nel 1457. Treccani lo dice nato a Pavia da Giovanni da Vaprio e Giovanna Corigi da Cornate. [2] Le notizie documentarie principali derivano dal materiale raccolto da Rodolfo Maiocchi, che rimane una base fondamentale per lo studio degli artisti pavesi del Quattrocento. [3] Nel 1490 Agostino ricevette un pagamento per lavori eseguiti nella basilica di San Michele Maggiore insieme con il padre Giovanni. [4] Il trittico dei Santi Primo e Feliciano, firmato e datato 4 aprile 1498, è l’unica opera superstite sicura dell’artista. Le fonti descrivono l’opera come una Madonna col Bambino con figure sacre laterali, donatore e Padre Eterno nella lunetta. [5] I documenti del 1498 e del 1499 ricordano anche lavori araldici e decorativi, fra cui oggetti ornati con stemmi Savoia e Visconti e una società per dipingere stemmi del re di Francia. [6] Le attribuzioni degli affreschi di San Michele Maggiore sono state discusse dalla storiografia. Il rapporto dell’artista con il cantiere è documentato, mentre l’assegnazione delle singole pitture murali richiede cautela. [7] La confusione con altri pittori chiamati Agostino, attivi a Pavia e in area lombarda nello stesso periodo, ha inciso sulla ricostruzione del suo catalogo.
Bibliografia essenziale
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