![]() |
||
|
Gio Ponti. Abitare, scrivere, progettarePer una biografia critica
Gio Ponti attraversa il Novecento italiano con una presenza difficile da ricondurre a una sola disciplina. Architetto, designer, disegnatore di oggetti, direttore di riviste, promotore culturale, autore di testi, ideatore di interni, scenografie, ceramiche, vetri, mobili, superfici, Ponti costruì una pratica fondata sulla continuità fra il disegno e la vita materiale. La sua opera occupa luoghi diversi: la casa borghese milanese, la fabbrica, l’albergo, la clinica, la chiesa, la nave, il museo, la pagina stampata, il tavolo domestico, la sedia, la maniglia, la macchina per il caffè. Ogni passaggio di scala conserva una traccia riconoscibile. La forma nasce dal segno, poi cerca un corpo: ceramica, legno, vetro, alluminio, marmo, tessuto, carta, luce. La vastità della produzione ha favorito immagini parziali. Ponti è stato identificato con il grattacielo Pirelli, con la Superleggera, con le porcellane Richard-Ginori, con Domus, con Villa Planchart, con la Cattedrale di Taranto, con l’Albergo Parco dei Principi. Tutte queste opere appartengono al nucleo della sua fortuna critica. Nessuna, isolata, ne contiene la complessità. Il suo lavoro procede per famiglie di idee, per ritorni e variazioni: la casa come organismo abitabile; la parete come superficie attiva; la finestra come punto di scambio fra interno ed esterno; l’oggetto come piccola architettura; la rivista come cantiere culturale; la decorazione come ordine visivo, non come aggiunta esterna. Nato a Milano nel 1891, laureato in architettura al Politecnico dopo l’esperienza della guerra, Ponti entra nella scena italiana quando le arti applicate stanno ridefinendo il loro rapporto con l’industria. La prima stagione alla Richard-Ginori, dal 1923, va letta in questo quadro. A Doccia Ponti non si limita a disegnare forme per la produzione ceramica: organizza un repertorio moderno di immagini, figure, bordi, fondi, ori, bianchi, episodi mitologici, allusioni domestiche, invenzioni grafiche. Il piatto, il vaso, la coppa e il calamaio diventano superfici narrative. L’oggetto conserva la sua funzione e acquista una presenza autonoma, quasi teatrale. In questa fase si vede già un tratto stabile del metodo pontiano: l’ornamento nasce dalla struttura visiva dell’oggetto e ne orienta la percezione. Nel 1928 Ponti fonda Domus. La rivista diventa uno dei suoi strumenti più incisivi. Attraverso le pagine, le immagini, le rubriche, le copertine, i testi programmatici, egli costruisce una pedagogia dell’abitare rivolta a un pubblico colto ma non specialistico. La casa, per Ponti, è il luogo in cui la civiltà moderna può essere educata attraverso oggetti, stanze, materiali, proporzioni, colori, libri, opere d’arte, servizi da tavola, mobili e finestre. Il celebre testo sulla “casa all’italiana” definisce subito un orizzonte: una casa luminosa, aperta, civile, abitata da una qualità quotidiana capace di tenere insieme uso e immaginazione.[1] La pagina di Domus ha una funzione progettuale. Ponti vi dispone architetture, arredi, artisti, artigiani, industrie, mostre e case come parti di un medesimo sistema. Scrivere e impaginare significa già comporre. La rivista seleziona, ordina, promuove, collega. In questo senso Ponti agisce come architetto anche fuori dal cantiere: disegna un ambiente culturale, mette in relazione produttori e lettori, avvicina il lavoro dell’artista a quello dell’industria, porta il tema della casa dentro un discorso pubblico. La sua modernità passa anche da qui, da una rara capacità di trasformare il progetto in comunicazione visiva continuativa. Gli anni Trenta sono la stagione dei grandi temi. Ponti affronta la casa urbana, l’edificio industriale, la sede direzionale, l’esposizione, il progetto pubblico, la scala urbana. Le case milanesi, da via Domenichino alle “Domus” o case tipiche, da Casa Rasini a Casa Laporte, mostrano una ricerca sull’abitare cittadino fatta di logge, terrazze, tetti praticabili, pergole, colori, bucature e variazioni della facciata. Il condominio si apre alla luce e all’aria. Le piante cercano una domesticità più mobile, le superfici esterne acquistano ritmo, i coronamenti assumono valore plastico. La casa diventa un organismo riconoscibile nella città, senza perdere il legame con la vita ordinaria degli abitanti. Accanto alle abitazioni si collocano opere e progetti di altra natura: la “Sala del più leggero dell’aria” alla Mostra dell’Aeronautica, lo Stabilimento Italcima, la Scuola di Matematica alla Città Universitaria di Roma, la Mostra della Stampa Cattolica in Vaticano, il Primo Palazzo Montecatini, il Palazzo EIAR, il progetto per il Ministero degli Esteri. In queste opere Ponti lavora sul rapporto fra rappresentazione e funzione. La tecnica, l’immagine pubblica, il dettaglio, la distribuzione interna, i materiali e la comunicazione dell’istituzione entrano nello stesso campo progettuale. Il Primo Palazzo Montecatini, concluso nel 1936, è uno dei risultati più compatti di questa fase: un edificio aziendale moderno, calibrato nella struttura, nei serramenti, negli arredi, nei rivestimenti, nella percezione urbana. La definizione proposta da Germano Celant, “la consistenza dell’impalpabile”, individua una chiave utile quando viene riportata alle opere.[2] Ponti cerca spesso la leggerezza attraverso materiali molto fisici. La ceramica trattiene la luce nello smalto; il vetro introduce trasparenza e colore; il metallo lucido moltiplica l’ambiente; il marmo viene usato come superficie; il tessuto alleggerisce la parete; l’alluminio porta nella casa una precisione industriale. La leggerezza pontiana possiede quindi una base materiale. Non è evasione decorativa. È lavoro sul peso visivo delle cose, sulla loro capacità di entrare nello spazio con una presenza meno opaca, più attraversabile. Gli anni Quaranta aprono un registro più frammentato. Guerra, editoria, teatro, pittura, casa, industria e ricostruzione si sovrappongono. Con Stile, pubblicata dal 1941 al 1947, Ponti continua a usare la rivista come officina di progetto. Le copertine, le pagine sulla casa, gli interventi sulla moda, i testi sulla ricostruzione e sull’industria rivelano una concezione ampia del lavoro creativo. La cultura materiale diventa una forma di resistenza civile. Nei disegni per il teatro, negli affreschi, nei mobili con smalti di Paolo De Poli, negli oggetti per Venini, nella Clinica Columbus, nella macchina da caffè La Pavoni, nelle pareti organizzate, Ponti moltiplica i luoghi del progetto. La Clinica Columbus, progettata prima della guerra e realizzata tra il 1940 e il 1948, è un caso particolarmente significativo. Il tema sanitario viene affrontato attraverso organizzazione funzionale, luce, percorsi, camere, balconi, materiali e arredi. L’edificio assume un carattere domestico, con una qualità spaziale pensata per il paziente e per il lavoro medico. L’architettura ospedaliera, in Ponti, non coincide con la pura efficienza distributiva: entra in rapporto con la dignità della permanenza, con la misura delle stanze, con il colore, con la percezione della cura. Alla fine del decennio alcuni oggetti condensano in scala ridotta questioni più ampie. La macchina per il caffè La Pavoni del 1948, con la caldaia orizzontale e la superficie metallica riflettente, trasforma un apparecchio tecnico in una presenza quasi scultorea. La “parete organizzata” e la scrivania con “parete-cruscotto” raccolgono libri, telefono, radio, mensole, piani di lavoro, piccole attrezzature e oggetti d’uso in una superficie unica. Il tema è quello dell’abitare moderno come sistema di azioni. L’interno pontiano accoglie strumenti, immagini, memoria, lavoro, riposo. L’arredo non riempie lo spazio; lo struttura. Negli anni Cinquanta Ponti porterà al centro la ricerca sulla “forma finita”. Sarà la stagione della Superleggera, di Villa Planchart, delle collaborazioni con Cassina, con l’industria ceramica, con produttori italiani e internazionali, delle architetture per il Sud America e del grattacielo Pirelli. Qui la leggerezza diventa sempre più nitida: profili sottili, superfici tese, piani sospesi, finestre come dispositivi visivi, rivestimenti capaci di dare vibrazione alla massa costruita. La Superleggera, nata dal confronto con la sedia chiavarese, resta uno degli esempi più limpidi di questa economia formale: una sedia domestica, precisa, robusta, ridotta alla sua necessità costruttiva. Gli anni Sessanta svilupperanno il gioco delle superfici. L’Albergo Parco dei Principi, le ceramiche Joo, la chiesa dell’ospedale San Carlo, le facciate internazionali, le piastrelle, le vetrate, le case e i progetti esteri mostrano un Ponti attratto dalla pelle dell’edificio, dal colore, dalla trama, dal rapporto fra rivestimento e luce. La superficie diventa una zona di intensità progettuale. Può rendere un volume più leggero, frammentarlo, farlo vibrare, metterlo in rapporto con l’ambiente. L’ultima stagione, fino alla Cattedrale di Taranto e al Denver Art Museum, condurrà questa ricerca verso forme più astratte, traforate, quasi araldiche, nelle quali il segno mantiene una sorprendente energia grafica. La biografia critica di Ponti richiede quindi un andamento per periodi, fondato sulle opere e sui documenti. La sequenza per decenni adottata da Lisa Licitra Ponti nel volume del 1990 offre una griglia utile: anni Venti, “la conversazione classica”; anni Trenta, “i grandi temi”; anni Quaranta, “scrivere, dipingere, progettare”; anni Cinquanta, “la teoria della forma finita”; anni Sessanta, “il gioco delle superfici”; anni Settanta, “la felicità”.[3] Questa scansione permette di seguire lo sviluppo senza forzare l’opera in una linea unica. Ponti procede per accumulo selettivo. Conserva idee, le riprende a distanza, le sposta da un materiale all’altro, da una scala all’altra. Il suo ruolo storico sta anche nella capacità di costruire una rete. Richard-Ginori, Fontana Arte, Venini, Cassina, La Pavoni, Montecatini, Domus, Stile, la Triennale, le esposizioni internazionali, i cantieri italiani ed esteri formano un tessuto produttivo e culturale di grande ampiezza. Ponti lavora con ingegneri, artisti, editori, artigiani, industriali, grafici, fotografi, scenografi, committenti. L’opera nasce spesso da questa circolazione. Il disegno dell’autore resta centrale, ma si realizza attraverso competenze tecniche e manifatturiere specifiche. In questo rapporto fra invenzione individuale e sistema produttivo si colloca una parte decisiva della sua influenza. Ponti fu un autore generoso di forme, talvolta eccessivo nella quantità, diseguale negli esiti, capace di risultati altissimi quando l’immaginazione trovava una disciplina costruttiva precisa. La sua opera migliore nasce da un equilibrio delicato: segno e materia, fantasia e misura, superficie e struttura, casa e città, industria e artigianato. Per questo la lettura critica deve procedere vicino alle opere. Un tavolo smaltato, una finestra arredata, una facciata colorata, una scala, una sedia, un piatto, un interno navale, una macchina per il caffè o una cattedrale non sono episodi separati. Sono prove diverse di una stessa domanda: come rendere il progetto parte viva dell’abitare.
Anni Venti. La ceramica, la casa, la paginaLa prima identità pubblica di Gio Ponti si forma nella ceramica. Nel 1923 assume la direzione artistica della Richard-Ginori e trova in quella manifattura un laboratorio adatto a un’idea già matura: portare l’invenzione figurativa dentro l’oggetto d’uso, con una disciplina produttiva capace di moltiplicarla. La ceramica gli consente di lavorare su scala minuta, controllando insieme profilo, superficie, colore, fondo, bordo, figura. Nei piatti, nei vasi, nelle coppe, nelle bomboniere e nei piccoli servizi da tavola appaiono architetture, personaggi, mani, animali, episodi mitologici, figure sospese, segni araldici, fondi luminosi. Il bianco della porcellana, l’oro, il blu profondo, le silhouette chiare su fondo scuro costruiscono un linguaggio riconoscibile, colto e insieme comunicativo. La fortuna internazionale ottenuta dalla Richard-Ginori all’Exposition internationale des Arts décoratifs et industriels modernes di Parigi nel 1925 rafforza il ruolo di Ponti nella cultura delle arti applicate italiane. Il dato va considerato nel contesto di un’Italia che cerca una propria posizione moderna tra industria, artigianato, classicità, gusto domestico e immagine nazionale. Ponti non riproduce il repertorio antico come citazione passiva. Prende forme, figure e cadenze della tradizione e le immette in una sintassi grafica più rapida, adatta alla produzione seriale e alla visibilità commerciale. L’oggetto conserva memoria e acquista una nuova frontalità. Viene visto, usato, fotografato, esposto, venduto. Il tema delle “mani”, così frequente nella produzione Richard-Ginori, mostra bene questa tensione. La mano è frammento anatomico, emblema del fare, segno votivo, piccola scultura domestica. Nelle versioni in porcellana, con dorature e rilievi, assume un carattere ambiguo: oggetto decorativo, reliquiario laico, esercizio di stile, immagine dell’artigianato stesso. Ponti sembra riconoscere nella mano un simbolo operativo. Il progetto nasce dal disegno, passa attraverso la tecnica, prende corpo nella materia e ritorna allo sguardo come figura autonoma. In questi stessi anni si definisce il rapporto fra Ponti e la casa. La casa di via Randaccio a Milano, del 1925, progettata con Emilio Lancia, costituisce una prima prova importante. L’edificio presenta ancora una memoria classica, evidente nella facciata, nella composizione d’insieme e nella dignità quasi domestica del prospetto; tuttavia la casa non è riducibile a esercizio di stile. L’angolo, il giardino, le piante, la scala, la facciata concava, la relazione fra esterno e interno indicano una ricerca sull’abitare milanese che si svilupperà negli anni successivi. Ponti guarda la casa come organismo e come immagine civile. La facciata partecipa alla strada; la pianta organizza la vita quotidiana; il dettaglio tiene insieme misura e invenzione. Villa Bouilhet a Garches, del 1926, sposta questo tema fuori dall’Italia. Costruita per Tony Bouilhet, legato alla Christofle, la villa appartiene a una stagione in cui Ponti sperimenta una casa capace di assorbire elementi francesi, echi mediterranei, geometrie semplificate, decorazione controllata. La fotografia con l’architetto davanti alla villa è eloquente: Ponti appare accanto a un edificio sobrio, luminoso, con superfici chiare e bucature misurate. Il disegno della piccola “Ange Volant”, ricordato nelle fonti, suggerisce il desiderio di dare alla casa un nome, un carattere, quasi una fisionomia. Anche qui il progetto non rimane pura costruzione. Diventa racconto abitabile. La relazione con l’industria decorativa si amplia attraverso le fiere, le esposizioni e le collaborazioni. Il padiglione delle Industrie Grafiche alla Fiera di Milano del 1927, il padiglione Richard-Ginori del 1928, la presenza alla Biennale di Venezia, i rapporti con Fontana, Christofle e Venini mostrano un Ponti già immerso in una rete di manifatture, editori, committenti e artigiani. Il suo lavoro non procede per specializzazioni chiuse. Una vetrina, un tavolo, una copertina, una ceramica, un interno e una casa appartengono a uno stesso esercizio di regia. L’architetto interviene dove il gusto prende forma visibile. Nel 1928 nasce Domus. La rivista porta come sottotitolo L’arte nella casa e stabilisce subito il centro del discorso: la casa come luogo della cultura moderna. Ponti non immagina il lettore come semplice consumatore di arredi. Lo considera un abitante da educare attraverso immagini, esempi, confronti, fotografie, testi brevi, consigli, modelli. La casa diventa il punto d’incontro fra architettura, arti decorative, igiene, comfort, libri, giardino, cucina, tavola, finestre, luce. La qualità quotidiana assume valore pubblico. In questa prospettiva Domus è una rivista e insieme un dispositivo culturale: seleziona oggetti, legittima produttori, indica comportamenti, costruisce un’idea di modernità italiana. La “conversazione classica”, formula scelta da Lisa Licitra Ponti per gli anni Venti, va intesa come un dialogo aperto con la tradizione. Ponti guarda Palladio, la casa italiana, la misura classica, la grazia settecentesca, la decorazione antica; nello stesso tempo lavora per fiere, industrie, riviste, manifatture e committenti moderni. Il suo classicismo non è archeologico. È un repertorio di proporzioni, limpidezza, figure, nomi, gesti, emblemi. Da qui nasce una modernità italiana che cerca eleganza domestica, chiarezza d’uso e piacere visivo. Nell’arredo degli anni Venti si precisa un’altra direzione. I mobili disegnati da Ponti, dai pezzi per Schejola ai tavoli e agli oggetti presentati nelle esposizioni, tendono ad alleggerire la massa. Le gambe si assottigliano, i piani diventano superfici da guardare, gli intarsi e i materiali preziosi costruiscono immagini. L’oggetto domestico assume una presenza quasi grafica. Anche il tavolo, la sedia, la scrivania, il mobile contenitore ricevono un trattamento da piccola architettura: hanno fronte, profilo, ritmo, colore, rapporto con lo spazio. Il confronto con artisti e artigiani resta decisivo. Ponti lavora in un ambiente nel quale pittura, scultura, decorazione, architettura e produzione applicata condividono esposizioni e committenze. La Triennale di Monza e la Biennale di Venezia sono luoghi di visibilità, ma anche di sperimentazione. Nel tavolo in alluminio presentato alla IV Triennale di Monza nel 1930 si vede la volontà di usare materiali moderni con una sensibilità ancora legata alla qualità dell’esecuzione. L’alluminio non appare come semplice segno industriale. Viene nobilitato, trattato, reso adatto a un interno colto. La prima stagione pontiana si chiude dunque con una posizione già definita. Ponti è architetto, direttore artistico, disegnatore, editore, promotore. Ha costruito un vocabolario fatto di case, ceramiche, figure, riviste, arredi, padiglioni e oggetti. Le opere degli anni Trenta svilupperanno questa base in una scala più ampia, affrontando la città, l’edificio pubblico, la sede aziendale, l’esposizione, l’urbanistica e il rapporto con il potere istituzionale. Le premesse sono tutte presenti: la casa come tema civile, la superficie come luogo progettuale, l’industria come interlocutore necessario, la pagina stampata come architettura di idee. Anni Trenta. Case, città, istituzioniGli anni Trenta portano Ponti dentro una fase di forte espansione. La produzione si allarga e cambia scala. Le case milanesi continuano a occupare un ruolo centrale, ma attorno ad esse si dispongono edifici industriali, mostre, interni pubblici, sedi direzionali, progetti urbani, arredi, vetrate, tessuti, oggetti, interventi editoriali. Il decennio mostra un autore in movimento continuo, capace di passare dal dettaglio domestico alla composizione di un edificio complesso, dal disegno di una sedia alla regia di una grande esposizione. Casa di via Domenichino, del 1930, segna l’avvio della stagione delle facciate colorate. Ponti usa intonaci, fasce, bucature, logge e coronamenti per dare alla casa una presenza urbana riconoscibile. La facciata non viene trattata come pura superficie muraria: diventa un campo ritmico, attraversato da linee orizzontali, aperture, balconi, variazioni cromatiche. La città milanese riceve così edifici domestici dotati di un volto. Il tema prosegue nelle “Domus” o “case tipiche”, costruite tra 1931 e 1936, dove le logge, i terrazzi, gli appartamenti ridotti, i mobili incorporati, le soluzioni per liberare spazio e le attrezzature integrate affrontano il problema dell’abitare moderno in termini concreti. Casa Rasini, del 1933, progettata con Emilio Lancia, riassume questa ricerca in una forma più ambiziosa. L’edificio accosta corpi diversi, altezze differenti, terrazze in sommità, una torre, un volume più basso, spazi verdi pensili. La casa si presenta come aggregazione articolata. La parte alta, con pergole e terrazze, introduce in città un’idea quasi mediterranea dell’abitare all’aperto. Il confronto fra il corpo verticale e le porzioni più domestiche produce una composizione complessa, nella quale Ponti cerca un equilibrio fra monumentalità urbana e vita privata. L’edificio mostra anche una delle sue ossessioni più fertili: portare aria, luce e vegetazione dentro la densità cittadina. Casa Marmont e Casa Laporte, entrambe del 1934-36 circa nella sequenza degli studi pontiani, confermano il ruolo della casa come laboratorio. Casa Marmont insiste sul tema della “casa felice”, con piante, portineria, terrazze e attenzione alla vita distribuita nei vari piani. Casa Laporte, abitata dallo stesso Ponti per alcuni anni, introduce un rapporto più netto tra fronte chiuso e fronte aperto, tra strada e giardino, tra superficie liscia e terrazze praticabili. Il terrazzo diventa stanza all’aperto. L’abitazione viene pensata come una macchina civile per la vita quotidiana, regolata da luce, aria, libri, arredi, piante e percorsi. A Roma, nella Scuola di Matematica della Città Universitaria, Ponti affronta un edificio per studenti e docenti entro un piano complessivo coordinato da Marcello Piacentini. Il corpo curvo, le aule, la torre, la biblioteca e le sale di disegno indicano una soluzione più sobria rispetto ad altre opere dello stesso decennio. L’edificio risponde a una funzione precisa e insieme conserva una qualità plastica riconoscibile, affidata alla curva, alla luce, alla sequenza degli spazi. La collaborazione con l’ingegnere Arturo Danusso conferma la necessità di un rapporto stretto fra invenzione formale e competenza strutturale. La “Sala del più leggero dell’aria” alla Mostra dell’Aeronautica del 1934 permette a Ponti di tradurre il tema del volo in ambiente. Pareti argentate, modelli sospesi, oggetti quasi privi di appoggio, luce diffusa e allestimento concorrono a creare una stanza in cui l’architettura diventa atmosfera. Qui emerge una componente stabile del suo lavoro: il progetto espositivo come costruzione temporanea di percezione. L’allestimento consente rapidità, invenzione, uso teatrale della luce e dei materiali. Ponti vi sperimenta soluzioni che torneranno negli interni e nelle architetture successive. Lo Stabilimento Italcima del 1935, realizzato con Luciano Baldessari, porta Ponti sul terreno dell’edificio industriale. Il progetto, piccolo ma significativo, manifesta un’attenzione alla chiarezza dei volumi e all’immagine dell’impresa. L’architettura industriale viene trattata come occasione per definire una modernità asciutta, leggibile, adatta alla produzione. L’edificio non rinuncia alla qualità formale, ma la concentra nella proporzione, nella pulizia delle superfici, nella disposizione degli ingressi e dei corpi edilizi. Nel Primo Palazzo Montecatini, inaugurato nel 1936, Ponti raggiunge una delle sue prove più solide. L’edificio nasce da una committenza industriale forte e da un lavoro integrale su architettura, interni, arredi, materiali, serramenti, pavimenti, ascensori, apparecchi, dettagli metallici. La sede aziendale diventa una macchina rappresentativa e funzionale. La facciata principale, con il suo andamento curvo e la trama dei serramenti, risponde alla città con un’immagine moderna, calibrata, priva di enfasi retorica e ricca di precisione costruttiva. All’interno, la scelta dei materiali Montecatini e l’uso coordinato delle finiture trasformano l’edificio in manifesto dell’industria committente. La Mostra della Stampa Cattolica in Vaticano, del 1936, introduce un altro registro. Ponti lavora per un contesto religioso e istituzionale, costruendo percorsi, scale, gallerie, sequenze prospettiche, scritte, superfici e immagini. L’allestimento assume un carattere scenografico, ma la scenografia non diventa pura decorazione. Serve a ordinare il cammino del visitatore, a rendere leggibile il tema, a creare momenti di intensità visiva. In questo caso l’architetto mette in rapporto linguaggio moderno, iconografia cattolica e impianto cerimoniale. Gli interni di Palazzo Fürstenberg a Vienna, del 1936, mostrano una sensibilità diversa. Ponti interviene in un edificio carico di memoria, destinato all’Istituto Italiano di Cultura, e adotta un linguaggio misurato, con arredi, rivestimenti, sedute e dettagli che dialogano con la cultura viennese delle arti applicate. Il riferimento alla Wiener Werkstätte e al clima secessionista, ricordato dalle fonti, aiuta a comprendere la qualità di questi ambienti: un’eleganza controllata, fatta di materiali, proporzioni e oggetti, lontana dagli effetti più spettacolari di altre opere pontiane. I progetti urbanistici e monumentali del decennio rivelano un Ponti attratto dalla grande scala. Il piano per l’ex-scalo Sempione, elaborato a partire dal 1937, immagina un quartiere verde, con spazi aperti, asse prospettico, edifici isolati, collegamenti e servizi. Il progetto per il Ministero degli Esteri del 1939, pensato per Roma, sviluppa invece un sistema rappresentativo fondato su percorsi, registri d’onore, cortili, sale, giardini e rapporti con le preesistenze archeologiche. Sono prove rimaste sulla carta, ma chiariscono l’ambizione di Ponti: costruire una città moderna dove edificio, paesaggio, cerimonia e funzione possano appartenere a un disegno unitario. Alla fine degli anni Trenta, con il Palazzo EIAR, il Palazzo Marzotto, i progetti per Capri, per l’Adriatico e per altri contesti, Ponti appare pienamente inserito nelle reti dell’architettura italiana ufficiale e della committenza privata. Il suo rapporto con il clima politico del tempo richiede una lettura storica attenta. Le opere nascono dentro istituzioni, concorsi e committenze del periodo fascista; il linguaggio pontiano mantiene una fisionomia personale, fatta di leggerezza grafica, attenzione agli interni, superfici trattate, gusto per la decorazione e per la vita dell’edificio. Il nodo critico riguarda proprio questa capacità di muoversi dentro il sistema senza coincidere interamente con una grammatica monumentale di regime. Gli anni Trenta fissano così i “grandi temi”: casa urbana, industria, istituzione, allestimento, città, rivista, rapporto con l’artigianato, rapporto con la tecnica. Ponti lavora in modo simultaneo. Disegna case e posate, uffici e tessuti, padiglioni e tavolini, piani urbani e arredi. Il suo metodo tiene insieme scale diverse attraverso il disegno. La linea passa dal foglio alla facciata, dalla pagina alla stanza, dalla ceramica all’edificio. È in questa continuità che si prepara la fase degli anni Quaranta, più inquieta, segnata dalla guerra e dalla necessità di ripensare il ruolo civile del progetto.
Anni Quaranta. Scrivere, dipingere, progettareGli anni Quaranta obbligano Ponti a lavorare dentro una materia storica instabile. Il decennio si apre con cantieri e imprese già avviati negli anni precedenti, attraversa la guerra, registra la chiusura di una stagione editoriale e prepara una ripresa fondata su strumenti nuovi: la rivista Stile, il teatro, la casa privata, la clinica, l’oggetto industriale, la parete attrezzata, gli interni di navi. È una fase meno compatta rispetto agli anni Trenta. Proprio questa discontinuità permette di osservare Ponti in una condizione di massima mobilità. Scrive, disegna, dipinge, progetta ambienti, collabora con artisti e artigiani, lavora su superfici murali, macchine, arredi, negozi, tessuti, costumi, interni. Nel 1940 gli interventi per il Palazzo del Bo a Padova confermano la sua attenzione per l’architettura come sistema coordinato di spazi, immagini e opere d’arte. Il rapporto con l’Università di Padova era già maturato negli anni Trenta, in particolare con il Liviano; nel Bo, sede storica dell’ateneo, Ponti affronta un contesto carico di memoria civile e accademica. L’intervento non riguarda soltanto pareti e arredi. Comprende la costruzione di un ambiente rappresentativo, dove scala, aula, decorazione, pittura, materiali e percorsi concorrono a una definizione unitaria del luogo. La tradizione universitaria viene riordinata attraverso un linguaggio moderno, sorvegliato, capace di accogliere l’arte entro la struttura architettonica. In questa stessa stagione Ponti lavora anche al teatro. Le scene e i costumi per Pulcinella di Igor Stravinsky, presentati alla Triennale nel 1940, e quelli per Orfeo ed Euridice di Gluck alla Scala nel 1947 mostrano un aspetto essenziale della sua immaginazione: la forma viene pensata come movimento. Il costume, la maschera, la quinta, il fondale, il colore e il gesto appartengono a uno spazio temporaneo, visibile solo nella durata della rappresentazione. Ponti vi trova una libertà diversa rispetto al cantiere stabile. La figura si muove dentro la scena; la scena diventa architettura abbreviata. Questo lavoro teatrale aiuta a comprendere anche gli interni e le facciate: molti progetti pontiani conservano una componente scenica, una disposizione calcolata dell’apparizione. Villa Donegani a Bordighera, del 1940, appartiene invece al filone domestico. La casa, posta in un contesto mediterraneo, consente a Ponti di riprendere temi già presenti nelle ville e nelle abitazioni degli anni Venti e Trenta: superfici chiare, rapporto con il paesaggio, vita all’aperto, terrazze, tagli murari, ceramica, ombra, luce. La villa non ha il peso rappresentativo delle architetture direzionali. Lavora su un’altra scala, più vicina alla misura del corpo e della giornata. In questa dimensione Ponti ritrova la casa come luogo di relazione fra edificio e clima, fra interno e giardino, fra muro e orizzonte. Negli anni della guerra, Stile diventa il centro della sua attività editoriale. Fondata nel 1941 e pubblicata fino al 1947, la rivista raccoglie e rilancia temi che Ponti aveva già sviluppato in Domus, ma con un accento più personale, più denso, talvolta più urgente. Le copertine disegnate da Ponti, le pagine dedicate alla casa, alla moda, alla bellezza, all’arte, alla ricostruzione, alla vita quotidiana e agli artisti italiani costruiscono una forma di continuità culturale in un tempo spezzato. La rivista è un luogo di resistenza del progetto, nel senso civile del termine: mantiene attiva una conversazione fra architettura, arti applicate, industria e immaginazione domestica mentre il Paese attraversa distruzioni materiali e morali. La parola “bellezza”, che ricorre negli interventi del periodo, va letta con attenzione. In Ponti non coincide con un ornamento consolatorio. Indica un ordine della vita materiale, un modo di trattare la casa, gli oggetti, gli abiti, le immagini, le città. Durante la guerra questa parola assume un valore quasi operativo. La bellezza riguarda la cura delle forme quotidiane, la dignità degli ambienti, la precisione degli oggetti, la capacità di ricomporre un tessuto comune attraverso gesti concreti. Ponti scrive e disegna come se il progetto dovesse conservare una promessa di abitabilità anche nei momenti di massima frattura. Casa Ponti a Civate, del 1944, offre una testimonianza diretta di questa idea. L’abitazione non va osservata come manifesto astratto, ma come spazio abitato, accumulato, corretto dal tempo, riempito di oggetti, mobili, ceramiche, libri, ricordi, arredi disegnati e scelti. La casa personale permette di vedere Ponti nel rapporto più libero con il proprio vocabolario. Gli elementi non sono ordinati secondo una severa neutralità. Vivono per accostamento, densità, memoria familiare, invenzione minuta. La domesticità pontiana conserva sempre un margine di teatralità, ma resta ancorata all’uso: tavoli, sedie, letti, lampade, servizi, pareti, finestre, scaffali. La collaborazione con Paolo De Poli, attiva in questi anni, porta lo smalto dentro il mobile e l’oggetto. Gli arredi con superfici smaltate, realizzati a Padova, confermano l’interesse di Ponti per materiali capaci di catturare luce e colore. Lo smalto possiede una fisicità particolare: è duro, lucido, resistente, vibrante. Applicato al mobile, modifica la percezione dell’arredo e lo avvicina alla pittura. La superficie non si limita a rivestire. Diventa parte attiva dell’oggetto, ne accende la presenza, ne altera il peso visivo. In questo punto il rapporto fra artigianato e disegno raggiunge una qualità alta, legata alla precisione esecutiva di De Poli e alla fantasia grafica di Ponti. La Clinica Columbus, realizzata tra 1940 e 1948, rappresenta una delle opere più rilevanti del decennio. Ponti vi affronta il tema dell’edificio sanitario con un’attenzione rara alla qualità percettiva degli spazi. L’organizzazione funzionale resta necessaria: percorsi, camere, servizi, controllo medico, distribuzione verticale. Accanto a questa struttura emerge però una cura domestica degli ambienti. Balconi, colori, arredi, materiali, luce, rapporto con l’esterno concorrono a costruire un luogo meno severo, più vicino alla misura quotidiana del paziente. La clinica diventa così una prova di architettura civile. Il tema della cura passa anche attraverso lo spazio. Questo atteggiamento distingue Ponti da molte soluzioni ospedaliere fondate sulla sola efficienza tecnica. La Columbus accoglie una diversa sensibilità: l’edificio sanitario viene pensato come ambiente abitabile, dove la permanenza, l’attesa, il riposo e il lavoro medico hanno bisogno di ordine, aria, colore, luce, dignità. La qualità architettonica non riguarda l’immagine esterna soltanto. Entra nelle camere, nelle soglie, nei ballatoi, negli arredi, nelle superfici. Il progetto cerca una misura umana in un luogo per sua natura dominato dalla fragilità del corpo. Nel secondo dopoguerra Ponti intensifica il rapporto con l’oggetto industriale. Gli oggetti per Venini, realizzati fra 1946 e 1950, mostrano una ricerca sulla trasparenza e sul colore che prosegue idealmente l’interesse per ceramica, vetro, smalto e luce. Il vetro consente una diversa esperienza della forma: il volume si lascia attraversare, la superficie coincide con il corpo dell’oggetto, il colore sembra sospeso nella materia. Ponti si muove dentro la tradizione muranese con una sensibilità personale, attratta da profili netti, figure leggere, geometrie chiare, effetti di luminosità controllata. Nel 1948 la macchina per il caffè progettata per La Pavoni segna un passaggio importante. L’apparecchio, destinato al bar e alla città moderna, possiede una forza formale immediata. La caldaia orizzontale, il metallo riflettente, la compattezza del corpo, le leve e gli elementi tecnici compongono un oggetto funzionale e scenico. La macchina entra nello spazio pubblico come presenza lucida, quasi architettonica. Il caffè, gesto quotidiano e rito urbano, trova un corpo meccanico capace di rappresentarlo. Ponti legge l’industria attraverso la superficie, il riflesso, la postura dell’oggetto nello spazio. La “parete organizzata” della casa Cremaschi, del 1949, e la scrivania con “parete-cruscotto” per Gianni Mazzocchi appartengono allo stesso clima. Qui Ponti affronta l’interno come sistema operativo. Telefono, radio, libri, piani di lavoro, contenitori, mensole, lampade e piccoli oggetti vengono raccolti in una struttura unitaria. La parete smette di essere fondo neutro. Diventa strumento. Il termine “cruscotto” è rivelatore: l’abitante moderno, come il pilota o il conducente, ha davanti a sé una superficie attrezzata per agire, comunicare, leggere, scrivere, ascoltare, ordinare. Lo spazio domestico incorpora funzioni nuove e Ponti le traduce in disegno. La casa Cremaschi e lo studio di Mazzocchi indicano anche il legame fra abitare e lavoro intellettuale. Nel dopoguerra la casa borghese accoglie strumenti di comunicazione, apparecchi, libri, archivi, fotografie, dischi. Ponti intuisce che il mobile isolato non basta più a ordinare questa complessità. Serve una parete capace di raccogliere e governare funzioni diverse. La soluzione avrà conseguenze ampie nella cultura dell’arredo italiano: librerie, pareti attrezzate, sistemi componibili, interni pensati come dispositivi flessibili. Ponti non formula una teoria sistematica dell’arredo modulare, ma ne anticipa alcune ragioni attraverso esempi concreti. Gli interni di navi, sviluppati fra 1948 e 1952, portano il tema dell’abitare in movimento. La nave è un edificio galleggiante, con camere, sale, percorsi, servizi, spazi di rappresentanza e vincoli tecnici molto rigidi. Ponti vi lavora sul rapporto fra comfort, immagine nazionale, leggerezza e organizzazione degli ambienti. Il viaggio marittimo del dopoguerra aveva anche un valore simbolico: collegava l’Italia al mondo, mostrava capacità produttive, gusto, artigianato, arredo, tessuti, illuminazione. Gli interni navali diventano vetrina della modernità italiana e campo di prova per soluzioni compatte, luminose, funzionali, raffinate. Il negozio Dulciora a Milano, del 1950, chiude idealmente il decennio e introduce la stagione successiva. Ponti affronta uno spazio commerciale attraverso luce, vetrine, pareti, banco, grafica, colori, superfici. Il negozio appartiene alla città e al consumo, ma mantiene una qualità quasi domestica nella cura dei dettagli. Anche in questo caso il progetto agisce sul modo in cui un prodotto viene visto, desiderato, acquistato. La merce non è lasciata sola. Viene collocata dentro una scena progettata, ordinata, comunicativa. Ponti comprende con largo anticipo il valore architettonico della presentazione. Gli anni Quaranta, osservati nel loro insieme, formano una stagione di passaggio. Gli edifici degli anni Trenta avevano già portato Ponti nella grande scala; la guerra lo spinge verso una pratica più disseminata, fatta di riviste, case, superfici, teatro, oggetti, macchine, interni specializzati. Questa dispersione non produce perdita di identità. Al contrario, mostra la tenuta di alcuni principi: disegno come matrice, superficie come luogo di intensità, casa come misura della civiltà, industria come interlocutore, artigianato come riserva tecnica e poetica, rivista come ambiente di progetto. Dal punto di vista critico, il decennio prepara la piena maturità degli anni Cinquanta. La parete organizzata anticipa gli interni integrati; la Pavoni mostra la forza simbolica dell’oggetto tecnico; Venini e De Poli confermano la centralità dei materiali luminosi; la Clinica Columbus amplia il concetto di abitabilità; Stile rafforza il ruolo della scrittura; gli interni navali proiettano il gusto italiano su una scena internazionale. Quando Ponti arriverà alla Superleggera, a Villa Planchart e al grattacielo Pirelli, porterà con sé questa esperienza stratificata. La forma finita nascerà anche da qui: da anni difficili, pieni di prove laterali, soluzioni parziali, intuizioni domestiche e tecniche.
Gli anni Cinquanta: la forma finita e la scala internazionaleNegli anni Cinquanta Gio Ponti porta a maturazione una parte decisiva del proprio lavoro. La guerra è ormai alle spalle, Stile si è chiusa, Domus torna a essere il luogo centrale della sua attività critica, progettuale e comunicativa. Lo studio milanese assume una dimensione più ampia, aperta a collaboratori, ingegneri, artisti, industriali, committenti stranieri. Dal 1952 Ponti lavora con Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli nello Studio Ponti Fornaroli Rosselli; attorno a questo nucleo si addensano competenze tecniche, relazioni internazionali, artigiani, produttori, redattori, fotografi, imprese. Il progetto diventa un fatto corale, pur restando governato da una regia riconoscibile. [13] Il termine che Ponti usa in questi anni, “forma finita”, richiede una lettura cauta. Indica la tensione a dare all’edificio, all’oggetto, all’arredo, perfino alla carrozzeria di un’automobile, un profilo compiuto, una figura leggibile, una presenza autonoma. La forma pontiana tende alla nettezza, al taglio, alla superficie sottile, al bordo risolto. Cerca una conclusione visiva. L’opera deve apparire necessaria, riconoscibile, quasi inevitabile nella sua sagoma. In questa ricerca entrano ragioni strutturali, gusto grafico, memoria classica, passione teatrale e fiducia nell’industria. La pubblicazione di Espressione di Gio Ponti, nel 1954, con Daria Guarnati, segna un momento di autoriflessione. Ponti guarda il proprio lavoro come storia di una “espressione individuale”, fatta di architetture, oggetti, disegni, scrittura, decorazione, editoria. Nel 1957 L’architettura è un cristallo confluisce in Amate l’architettura, libro più mobile, diaristico, costruito come una raccolta di pensieri, immagini, dichiarazioni, appunti di poetica. In quegli anni l’architetto lavora con l’urgenza di chi vuole definire, persuadere, correggere il gusto, intervenire sull’educazione visiva del pubblico. La scrittura appartiene al progetto. [14] [15] Il grande capannone di via Dezza, trasformato in studio nel 1952, offre un’immagine concreta di questo metodo. Era un’autorimessa. Ponti ne fa uno spazio di lavoro, laboratorio, deposito di campioni, sede redazionale, luogo di esposizione, officina abitata. Le pareti mobili, i materiali a vista, i modelli, i passaggi interni e il giardino compongono un ambiente dove l’architettura viene praticata come esercizio quotidiano. Lo studio diventa un dispositivo di formazione. Vi passano giovani collaboratori, ospiti stranieri, committenti, redattori di Domus. L’idea di una scuola-laboratorio, che Ponti avrebbe voluto trasferire anche alla Facoltà di Architettura di Milano, nasce da questa esperienza fisica dello spazio: vedere, toccare, ordinare, comporre, discutere intorno ai materiali. [16] In parallelo, Domus allarga il campo. La rivista registra il lavoro dello studio e lo proietta in un circuito internazionale. Pubblica modelli, schizzi, edifici realizzati, arredi, oggetti, interni, viaggi, incontri. Per Ponti il periodico resta una forma di architettura stampata: una casa di carta, abitata da progetti e immagini. Le pagine non svolgono una semplice funzione documentaria. Diventano un luogo di verifica. L’opera, una volta fotografata, impaginata, commentata, entra in una seconda vita: viene confrontata con il modello, misurata rispetto all’intenzione, offerta al pubblico come esempio operativo. La scala cambia rapidamente. Dopo le case milanesi degli anni Trenta e gli interni degli anni Quaranta, gli anni Cinquanta aprono un orizzonte che comprende Brasile, Venezuela, Svezia, Stati Uniti, Medio Oriente. Il progetto per il quartiere Harrar-Dessié a Milano, elaborato con Luigi Figini e Gino Pollini nell’ambito INA-Casa, mostra il rapporto di Ponti con l’edilizia residenziale collettiva. Il colore, la disposizione degli edifici, la variazione dei corpi abitativi e la costruzione di un paesaggio urbano articolato gli permettono di affrontare la casa popolare con strumenti già sperimentati nella scala domestica: differenziazione, ritmo, rapporto fra edificio e spazio aperto. [17] Il Secondo Palazzo Montecatini, del 1951, riprende la relazione fra industria, tecnica e rappresentazione già affrontata nel primo edificio del 1936. La grande parete continua del primo Montecatini lascia spazio a una tessitura più sottile, meno compatta, affidata a superfici, aperture e piani che modulano la presenza urbana dell’edificio. Ponti continua a pensare la sede industriale come immagine pubblica dell’impresa. L’edificio deve comunicare precisione, efficienza, ordine produttivo, senza irrigidirsi in una monumentalità pesante. [18] Nello stesso periodo la camera d’albergo alla IX Triennale di Milano e l’arredamento Lucano del 1951 chiariscono il rapporto fra organizzazione funzionale, parete attrezzata e intervento artistico. Ponti lavora sugli spazi interni come luoghi di comportamento. Una camera, un ufficio, un appartamento possono diventare piccoli sistemi composti: superfici, ripiani, porte, arredi, oggetti, immagini. L’interno viene pensato per sequenze d’uso, pause, appoggi, illuminazioni, spostamenti. La decorazione entra nel ritmo della vita quotidiana. [19] Il progetto per il Predio Italia a San Paolo, del 1953, rimasto ineseguito, rivela un principio che Ponti continuerà a elaborare: rendere leggibile dall’esterno la varietà funzionale dell’edificio. Il corpo basso segnala gli ambienti speciali; i corpi alti articolano uffici, abitazioni, duplex, ateliers. La facciata diventa indice. La composizione delle aperture dichiara usi, gerarchie, differenze interne. L’edificio non si offre come griglia neutra, bensì come organismo riconoscibile nelle sue parti. [20] La Facoltà di Fisica Nucleare dell’Università di San Paolo, ancora del 1953, spinge più avanti questo ragionamento. Il lungo corpo orizzontale si piega leggermente, chiude il proprio profilo, lavora per superfici sottili. I muri appaiono come schermi sospesi. Il fronte, il fianco e la copertura si presentano come fogli distinti, separati negli spigoli, appena scostati dal suolo. L’auditorium viene isolato come volume autonomo, fuori scala rispetto alle aule. Accanto all’edificio compare il “muro dedicatorio”, una quinta all’aperto destinata a raccogliere immagini d’arte. La decorazione assume qui un carattere civile: parete pubblica, superficie memoriale, segno di appartenenza culturale. [21] Lo stesso interesse per la riforma dell’oggetto d’uso si ritrova negli apparecchi sanitari per Ideal Standard, del 1953. Ponti riduce il piede a carter, liscia il bacino, disegna rubinetti a tre punte, semplifica il rapporto fra gesto e forma. Il bagno moderno entra nella cultura del progetto attraverso la stessa attenzione accordata a sedie, tavoli, lampade, maniglie, piastrelle. L’oggetto sanitario viene liberato da profili ereditati e portato verso una presenza più netta, più igienica, più adatta alla casa moderna. [22] La “finestra arredata”, formulata nel 1954, porta il discorso sulla soglia tra interno ed esterno. Ponti osserva che una stanza con una grande parete vetrata perde una superficie disponibile. La finestra arredata restituisce alla trasparenza una funzione compositiva: mensole, ripiani, oggetti, schermi, montanti e superfici trasformano il vuoto in parete abitabile. La finestra diventa un luogo. L’esterno si vede attraverso primi piani domestici, secondo un principio già presente nella cultura internazionale della casa di vetro, ma riletto da Ponti con una sensibilità legata all’uso, alla disposizione degli oggetti, alla vita della stanza. [23] Anche il progetto di automobile per la Carrozzeria Touring, del 1952-53, appartiene a questa ricerca di forma conclusa. Ponti immagina una carrozzeria per telaio Alfa Romeo, con lamiere piatte, piegature nette, cofano basso, ampie superfici vetrate, sedili posteriori reclinabili, portabagagli accessibile dall’interno, paraurti continuo in gomma. L’idea trasferisce all’automobile lo stesso pensiero applicato agli edifici: chiarezza del profilo, leggibilità dell’uso, controllo della sezione, alleggerimento visivo. La cosiddetta linea “diamante” anticipa soluzioni che diverranno comuni molti anni più tardi. [24] Nel 1955 la Villa Planchart a Caracas offre una delle prove più alte della maturità pontiana. La casa viene pubblicata in Domus prima come plastico, poi nella realtà costruita. Il passaggio dal modello all’edificio permette di seguire il processo: materiali, committenza, clima, vegetazione, luce. La villa vive di viste passanti, terrazzi, balconate interne, aperture verso il vuoto del salone, soffitti disegnati, porte e superfici trattate come episodi autonomi dentro un organismo unitario. La vegetazione tropicale entra nel progetto come presenza attiva. La casa appare posata sul terreno, alleggerita dalla separazione dei muri portati rispetto alla copertura e al suolo. Più che un volume compatto, sembra un sistema di piani sospesi. [25] La Villa Planchart chiarisce un punto centrale: Ponti considera l’abitare come luogo di attraversamenti visivi, sorprese controllate, oggetti scelti, pareti attrezzate, colori e segni. Il committente ha un ruolo essenziale. La casa nasce da una relazione fiduciaria, da una disponibilità reciproca all’invenzione. In questa dimensione Ponti sperimenta con una libertà rara: scala domestica, arredi, arti applicate, ceramica, disegno grafico, paesaggio, luce notturna concorrono alla costruzione di un ambiente totale. La sua unità resta elastica, attraversata da dettagli minuti. L’Istituto Italiano di Cultura, Fondazione Lerici, a Stoccolma, realizzato nel 1954, documenta un’altra declinazione della forma finita. La sede culturale italiana all’estero lavora per profilo, misura, chiarezza distributiva, rapporto con il terreno. L’auditorium, con copertura progettata da Pier Luigi Nervi, viene trattato come corpo riconoscibile, separato dal volume principale. Ponti è interessato anche al giudizio inatteso: che un edificio costruito fuori d’Italia venga percepito come italiano. L’italianità, in questo caso, sta nella scala, nella luce, nel rapporto fra ambiente principale e corpi serventi, nella leggerezza del disegno. [26] Alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, realizzata negli anni Cinquanta con Giordano Forti, Ponti collega il progetto all’idea di insegnamento ambientale. L’edificio universitario deve formare anche attraverso gli spazi: corridoi, aule, pareti, passaggi, luce, materiali. La scuola non è soltanto contenitore di lezioni. È un organismo didattico. La formazione dell’architetto passa attraverso il contatto quotidiano con proporzioni, superfici, dettagli, sequenze spaziali. [27] Intorno a questi edifici si dispiega un lavoro vastissimo sugli oggetti. La Superleggera per Cassina, del 1957, rappresenta il caso più noto. Nasce da una lunga serie di alleggerimenti. Ponti parte dalla sedia a schienale piegato e supporti appuntiti, passa attraverso la Leggera del 1952, arriva alla 699, costruita in frassino con sedile in canna d’India e montanti a sezione triangolare. La sua fortuna critica dipende anche dalla semplicità con cui rende visibile un principio: togliere peso e conservare presenza. La sedia mantiene stabilità, uso quotidiano, economia costruttiva. Il gesto progettuale interviene sui profili, sulle sezioni, sulla tensione fra telaio e seduta. L’oggetto diventa icona perché il risultato appare elementare, quasi ovvio, dopo una lunga riduzione. [28] Le porte-pittura e i tessuti per Jsa di Busto Arsizio appartengono alla stessa attenzione per la parete domestica come supporto espressivo, mobile e riproducibile. Ponti lavora su superfici che possono essere spostate, aperte, attraversate, guardate come immagini. La pittura entra nello spazio della casa attraverso porte, stoffe, pannelli, rivestimenti. L’interno domestico diventa un campo di relazioni fra arredo, parete e figura. [29] Accanto alla disciplina dell’alleggerimento sopravvive il piacere del divertimento. Con Piero Fornasetti, Ponti costruisce negli anni Cinquanta una serie di interni e arredi dove la superficie viene invasa da immagini: carte da gioco nel Casinò di San Remo, penne e fogli negli uffici Vembi-Burroughs, librerie dipinte, porte specchianti, pareti illusionistiche. L’arredamento Lucano del 1951 concentra questa componente fantastica. Edina Altara, Fausto Melotti, Tapio Wirkkala, Rut Bryk, Guido Gambone e altri artisti compaiono come presenze disseminate. La casa diventa un teatro domestico, con una regia controllata. Il gioco grafico si innesta su arredi, pareti, porte, oggetti. L’immagine attiva la superficie. Il culmine architettonico della decade è il Grattacielo Pirelli, progettato dal 1956 e realizzato con la collaborazione strutturale di Pier Luigi Nervi e Arturo Danusso. Ponti lo considera una forma finita nata da un’invenzione strutturale. La torre ha una pianta affusolata, una profondità ridotta, fianchi rastremati, una sagoma che chiude idealmente ogni possibilità di crescita ulteriore. La sua figura deriva dalla struttura e dalla distribuzione interna: pilastri mediani, nuclei, punte rigide, rastremazione progressiva. La forma è anche una risposta urbana. Concentrando in altezza il volume costruibile, l’edificio libera spazio al suolo, si distacca dai corpi bassi circostanti, emerge come lama verticale nella Milano industriale del dopoguerra. [30] Ponti avverte la distanza fra modello ideale e costruzione reale. Lo dice con lucidità, misurando ciò che la torre raggiunge e ciò che l’esecuzione attenua. Rimangono problemi di facciata, di rigatura orizzontale, di piena trasparenza, di effetto illusivo. Questa consapevolezza rende più interessante il Pirelli. L’edificio non va ridotto a mito statico. È un progetto sottoposto a tensioni tecniche, economiche, percettive. La sua forza nasce dal livello di precisione con cui Ponti tenta di tradurre un’immagine mentale in edificio costruito. La torre diventa così il punto in cui il disegno dell’architetto, la scienza dell’ingegnere e l’immaginario della città produttiva trovano una sintesi difficile. [31] Gli anni Cinquanta mostrano un Ponti meno classificabile di quanto lasci pensare la fortuna di alcune icone. La Superleggera, la Villa Planchart, la finestra arredata, il Pirelli, gli apparecchi Ideal Standard, il progetto per Touring, l’Istituto di Stoccolma, gli esperimenti con Fornasetti e De Poli appartengono allo stesso laboratorio mentale. Cambiano materiali, scale, funzioni, committenze. Resta costante il tentativo di dare all’oggetto o all’edificio una figura netta, leggera, abitabile, spesso attraversata da immagini e riflessi. La forma finita è il punto in cui il movimento del progetto trova una figura abbastanza precisa da entrare nel mondo. [32] g.c.
Note[1] Gio Ponti, “La casa all’italiana”, Domus, n. 1, gennaio 1928. [2] Germano Celant, “La consistenza dell’impalpabile: Gio Ponti”, in Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, Leonardo Editore, Milano, 1990, pp. 12-16. [3] Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, Leonardo Editore, Milano, 1990. [4] Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, Leonardo Editore, Milano, 1990, sezioni “Anni Venti: ‘la conversazione classica’” e “Anni Trenta: i grandi temi”. [5] Sulla direzione artistica di Ponti alla Richard-Ginori e sul riconoscimento ottenuto alla Exposition internationale des Arts décoratifs et industriels modernes di Parigi del 1925, cfr. Ugo La Pietra, a cura di, Gio Ponti. L’arte si innamora dell’industria, Rizzoli, Milano, 2009. [6] Gio Ponti, “La casa all’italiana”, Domus, n. 1, gennaio 1928. [7] Sulle case milanesi e sul ruolo di Domus nella definizione dell’abitare moderno, cfr. Fulvio Irace, a cura di, Gio Ponti. La casa all’italiana, Electa, Milano, 1988. [8] Per il Primo Palazzo Montecatini e il rapporto fra architettura, industria e progetto integrale, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit.; Salvatore Licitra, a cura di, Gio Ponti Archives, Taschen, Köln, 2021. [9] Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, Leonardo Editore, Milano, 1990, sezione “Anni Quaranta: scrivere, dipingere, progettare”. [10] Gio Ponti, Stile, Milano, 1941-1947. [11] Salvatore Licitra, a cura di, Gio Ponti Archives, Taschen, Köln, 2021. [12] Ugo La Pietra, a cura di, Gio Ponti. L’arte si innamora dell’industria, Rizzoli, Milano, 2009. [13] Per l’inquadramento generale degli anni Cinquanta e per la definizione pontiana di “forma finita”, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, prefazione di Germano Celant, Leonardo, Milano 1990, pp. 143-206. [14] Sulla pubblicazione di Espressione di Gio Ponti e sul momento di autoriflessione critica che essa rappresenta, cfr. Gio Ponti, Daria Guarnati, Espressione di Gio Ponti, Daria Guarnati Editore, Milano 1954; Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 143. [15] Per Amate l’architettura, cfr. Gio Ponti, Amate l’architettura. L’architettura è un cristallo, Società Editrice Vitali e Ghianda, Genova 1957. Il libro riprende e rielabora L’architettura è un cristallo, pubblicato nel 1945. [16] Sullo Studio Ponti Fornaroli Rosselli e sulla nuova organizzazione del lavoro negli anni Cinquanta, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 143. Per il capannone di via Dezza, trasformato da autorimessa in studio-laboratorio, cfr. ivi, p. 154. [17] Sul progetto per il quartiere Harrar-Dessié a Milano, elaborato con Luigi Figini e Gino Pollini nell’ambito INA-Casa, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 147. [18] Per il Secondo Palazzo Montecatini, Milano, 1951, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 149. [19] Per la camera d’albergo alla IX Triennale di Milano e per l’arredamento Lucano, entrambi del 1951, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 151. [20] Sul progetto per il Predio Italia a San Paolo, 1953, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 158. [21] Per il progetto della Facoltà di Fisica Nucleare dell’Università di San Paolo, 1953, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 159. [22] Sugli apparecchi sanitari per Ideal Standard, Milano, 1953, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 162. [23] Sulla “finestra arredata”, 1954, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 166. [24] Per il progetto di automobile destinato alla Carrozzeria Touring, Milano, 1952-53, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 167. [25] Per Villa Planchart a Caracas, 1955, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., pp. 168-171 e tavole successive dedicate alla villa. [26] Sull’Istituto Italiano di Cultura, Fondazione Lerici, a Stoccolma, 1954, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 172. [27] Per la sede della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, realizzata negli anni Cinquanta con Giordano Forti, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 173. [28] Sulla Superleggera per Cassina, Meda, 1957, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 174. [29] Sulle porte-pittura e sui tessuti per Jsa di Busto Arsizio, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., p. 176. [30] Per il Grattacielo Pirelli, Milano, progettato dal 1956, cfr. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., pp. 187-188. Per la collaborazione strutturale con Arturo Danusso e Pier Luigi Nervi e per il ruolo dello Studio Ponti Fornaroli Rosselli con lo Studio Valtolina-Dell’Orto, cfr. la stessa scheda. [31] Sulla ricezione del Grattacielo Pirelli e sulla sua posizione nella Milano del secondo dopoguerra, cfr. Fulvio Irace, Gio Ponti. La casa all’italiana, Electa, Milano 1988; Germano Celant, “La consistenza dell’impalpabile: Gio Ponti”, in Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, cit., pp. 12-16. [32] Per un primo confronto bibliografico sul Ponti designer e sul mercato delle opere, utile soprattutto per Richard-Ginori, arredi, vetri e oggetti, cfr. Gio Ponti. Creatività senza tempo, catalogo d’asta, Pandolfini, Firenze 2016.
|