Franc Vecchiet (Trieste, 1941 - )

 

 

 

Franc Vecchiet, indicato nelle fonti anche come Franco o Franko Vecchiet, nasce a Trieste l’8 novembre 1941. La variazione del nome rispecchia l’intreccio linguistico e culturale entro cui si forma e opera: Trieste, la comunità slovena, l’area goriziana, Lubiana, Venezia, Parigi. Nelle fonti italiane prevale spesso la forma Franco; in quelle slovene compare Franko; nella documentazione più recente legata alla Scuola Internazionale di Grafica di Venezia è frequente anche Franc. In questa scheda si adotta la forma Franc / Franko Vecchiet, segnalando in apertura le varianti d’uso, poiché esse appartengono alla stessa storia culturale dell’artista e al suo radicamento in un’area di confine.[1]

Incisore, xilografo, pittore, autore di libri d’artista, docente e promotore culturale, Vecchiet appartiene alla generazione che, nel secondo Novecento, ha contribuito a ridefinire la grafica d’arte nell’area triestina e slovena, sottraendola alla funzione di ambito specialistico chiuso e portandola verso una pratica più estesa: matrice, segno, impronta, oggetto, libro, installazione, spazio pubblico. La sua opera resta riconoscibile proprio per questa continuità metodologica. Il foglio inciso, la tavola lignea, il libro-oggetto, la costruzione, l’installazione e il mosaico pavimentale di Piazza Transalpina condividono una logica comune: la forma nasce da una relazione materiale fra progetto, resistenza della superficie, gesto tecnico, possibilità combinatoria e partecipazione dello spettatore.[2]

Dopo la maturità classica, Vecchiet si forma lungo un asse che può essere definito mitteleuropeo per ragioni concrete: studia a Urbino, frequenta la sezione di incisione dell’Accademia di Lubiana, segue a Venezia i corsi di H. Goetz e completa un periodo di studio in accademie parigine. Alcune fonti menzionano anche S. W. Hayter, figura centrale per la grafica sperimentale del Novecento. L’incontro con Avgust Černigoj risulta decisivo nella prima fase della sua maturazione, mentre il rapporto con Luigi Spacal offre un secondo riferimento essenziale per comprendere la centralità della xilografia, del legno e della cultura visiva slovena e giuliana.[3]

La frequentazione dell’atelier di Černigoj costituisce un passaggio di particolare rilievo. Joško Vetrih, nella presentazione del 2026, ricorda come in quell’ambiente si incontrassero, in quegli anni, molti artisti triestini, sloveni e italiani. L’atelier funziona quindi come luogo di lavoro e come spazio di convivenza culturale. In tale contesto Vecchiet assimila sia un linguaggio formale, sia un modo di pensare la pratica artistica come costruzione, relazione e attraversamento. Il costruttivismo di Černigoj, legato alla lezione del Bauhaus e alla cultura delle avanguardie europee, offre al giovane artista un modello di rigore progettuale; Spacal, con la sua profonda conoscenza della xilografia e della materia carsica, indica una via in cui il segno inciso mantiene un contatto fisico con il territorio, il legno, la memoria delle forme.[4]

Nelle prime prove, Vecchiet si muove dalla pittura verso l’incisione. Vetrih registra con chiarezza questo passaggio: dopo i primi tentativi pittorici l’artista si dedica alle varie tecniche incisorie e in modo particolare alla xilografia, sentita come perfettamente conforme al suo carattere, al suo modo di lavorare, ai suoi ritmi e a ciò che desidera comunicare.[5] La formula consente di leggere la scelta della xilografia come coincidenza fra temperamento e procedura. La xilografia richiede lentezza, decisione, rapporto fisico con la matrice. Il segno nasce attraverso una sottrazione irreversibile; la superficie lignea conserva fibra, venatura, resistenza. In Vecchiet questo rapporto non resta confinato alla tecnica: diventa una grammatica.

Nelle prime xilografie, sempre secondo Vetrih, i pensieri grafici dell’artista si sviluppano soprattutto nella direzione degli effetti cromatici e delle forme geometrizzate, distinguendosi per accurata selezione dei colori e semplificazione della scala cromatica. Il risultato è una maggiore incisività e plasticità del segno, capace di generare effetti prospettici e tridimensionali.[6] Si comprende così la naturale evoluzione verso il lavoro nello spazio. La superficie pittorica e il foglio inciso cominciano a funzionare come campi di prova per problemi più ampi: volume, costruzione, equilibrio, rapporto tra immagine e oggetto.

Il legno è, in questa fase e nelle successive, materia centrale. Vetrih lo descrive come materiale organico, inconfondibile, carico di venature secolari, capace di agganciare la fantasia. Il legno lega Vecchiet a una genealogia storica della stampa: il laboratorio di Gutenberg, le botteghe di Dürer e Schongauer, le esperienze dell’espressionismo tedesco. Tale genealogia restituisce alla xilografia una dignità culturale ampia, che oltrepassa la distinzione fra mestiere e invenzione. La tavola incisa diventa luogo in cui la memoria tecnica dell’Europa incontra il gesto individuale dell’artista.[7]

Vecchiet, tuttavia, non costruisce una nostalgia del legno. Nel suo lavoro compaiono anche plexiglas, vetro, gesso, materie plastiche e rifiuti della società consumistica, inseriti nei suoi giochi-costruzioni-progetti. Questi materiali introducono una diversa qualità del presente: serialità industriale, freddezza, riproducibilità, residuo. Il legno conserva il contatto con una storia manuale; i materiali moderni registrano la complessità della realtà contemporanea. L’artista li mette in rapporto, li piega a una funzione critica, li inserisce in una logica ludica e costruttiva.[8]

La parola “gioco” occupa un posto essenziale nella lettura di Vetrih e, più in generale, nella poetica di Vecchiet. Opere come Namizna igra / Gioco da tavolo, Break, Giochi sul lago / Igre na jezeru, Come gli uccelli / Kakor ptice, Perfect double face e À la carte indicano un territorio in cui il gioco diventa struttura, modalità combinatoria, relazione fra elementi, possibilità di lettura. La dimensione ludica non riduce la serietà dell’opera. La rende più mobile, più disponibile alla partecipazione dello spettatore, più capace di far emergere relazioni inattese tra forma, materia, ricordo e critica del presente.[9]

Nel testo del 2026 Vetrih sottolinea come Vecchiet sia sempre intento a coinvolgere lo spettatore in modo positivo e partecipe. L’artista tiene a evidenziare una concezione estetica molto aperta, lontana dall’imposizione di una visione irrigidita in forme compiute e regole prestabilite. Egli stimola una riflessione attiva sul mondo, sulle cose, sul linguaggio, sulle tecniche e sui materiali.[10] L’apertura, però, si fonda su limiti concreti: le regole dei materiali e delle tecniche. In Vecchiet la libertà non si disperde; si esercita dentro strutture formali controllate, suscettibili di variazione e sviluppo. Il gioco, quindi, è un sistema di possibilità. Non un disordine.

Questo punto permette di comprendere anche la sua progressiva uscita dalla bidimensionalità. Vetrih scrive che la superficie pittorica, a un certo momento, “non gli basta più” e che l’artista si sposta verso problemi legati alla terza dimensione, realizzando costruzioni nate dalla manipolazione del legno.[11] Il passaggio dalla grafica all’oggetto avviene senza rottura profonda: la matrice lignea era già, fisicamente, un oggetto. Vecchiet rende visibile questa condizione, porta la matrice fuori dalla funzione di strumento e la introduce nel campo dell’opera.

La produzione degli anni Settanta e Ottanta conferma tale transizione. La scheda della Scuola Internazionale di Grafica di Venezia ricorda che dagli anni Sessanta Vecchiet si dedica principalmente alla grafica, approfondendo i procedimenti della xilografia e delle tecniche incisorie; col tempo allarga il proprio campo alla pittura, al libro d’artista, al lavoro nello spazio e a diversi approcci contemporanei.[12] La Raccolta delle Stampe “Adalberto Sartori” documenta la sua presenza in repertori e rassegne della grafica già dagli anni Settanta, tra cui Il catalogo della grafica del 1974, la rassegna di Bassiano dedicata ad Aldo Manuzio nel 1979, la Biennale della xilografia di Carpi del 1980, la Biennale internazionale della grafica dell’area trentino-gardesana del 1982 e la Rassegna della grafica contemporanea di Forlì del 1984.[13]

Un’opera come Battuta di danza, xilografia del 1987 conservata nella Collezione del Comune di Muggia, fornisce un esempio concreto di questa fase. La scheda ERPAC la descrive come produzione caratteristica degli anni Ottanta, periodo in cui l’artista amplia la sperimentazione tecnica ed espressiva della grafica d’arte. Il testo sottolinea il riferimento a basi costruttiviste derivate dagli insegnamenti di Černigoj, insieme alla ricerca di una dimensione dinamica e sospesa nello spazio. La stessa scheda interpreta il titolo come doppio riferimento: alla musica e alla “battuta” in senso grafico, cioè alla singola impressione della matrice sulla carta.[14] L’ambiguità del titolo è molto vicina alla struttura mentale dell’artista: una parola, una tecnica, un gesto possono aprire più campi di senso.

A partire dal 1980 Vecchiet assume la direzione della Galleria TK a Trieste, attiva fino alla chiusura nel 1992. La fonte veneziana la descrive come punto d’incontro con artisti dell’Est europeo.[15] Questo dato biografico ha valore storico. La galleria non è soltanto uno spazio espositivo: è una soglia culturale. In una Trieste ancora attraversata dalle conseguenze politiche e simboliche del dopoguerra, la Galleria TK agisce come luogo di scambio fra l’area italiana, slovena, jugoslava e mitteleuropea. Vecchiet vi opera come artista e come mediatore, selezionando, invitando, traducendo contesti, creando rapporti.

Dopo la chiusura della Galleria TK, Vecchiet fonda le edizioni Galerie Imaginaire, pensate per la pubblicazione di quaderni d’arte a programma internazionale.[16] Il riferimento al “museo immaginario” di André Malraux e alla dimensione portatile dell’opera d’arte, pur da verificare nei singoli testi, appare coerente con la sua poetica. Il libro d’artista, per Vecchiet, è spazio ridotto e intensificato: sequenza, oggetto, archivio, luogo di montaggio. Tra le sue edizioni d’arte e libri d’artista vengono ricordati Mediterraneo, Minimalia, le cartelle Quartetto, 5 serigrafie in b/n, Petals, i libri d’artista Suite, Flux, La boîte à outils, Libro giallo e una serie più recente di libri realizzati con materiali diversi.[17]

La produzione di libri d’artista permette di leggere meglio il suo rapporto con la stampa. Il libro conserva la sequenzialità del foglio, la ripetizione, la possibilità di variazione, il rapporto fra mano e occhio. Allo stesso tempo introduce corpo, peso, apertura, chiusura, manipolazione. Nei libri di Vecchiet la pagina diventa superficie mobile, e il volume assume una qualità scultorea. Quando, più tardi, arrivano i Libri di piombo, la forma-libro viene portata verso un limite fisico: il libro resta riconoscibile, ma la sua accessibilità si riduce; il peso e l’opacità sostituiscono la leggibilità ordinaria.[18]

La sua attività didattica accompagna l’intero percorso. Insegna alla Scuola Internazionale di Grafica di Venezia e collabora con scuole e istituzioni in Italia e all’estero. Nel 1999 è invitato a insegnare all’Accademia Superiore d’Arte di Parigi, nel 2003 all’Accademia di Timissoara nell’ambito del programma Fulbright, nel 2009 all’Indiana University negli Stati Uniti.[19] A Trieste è legato alla Scuola dell’Acquaforte “Carlo Sbisà”, che dirige dal 2008. [20] La didattica, in un artista come Vecchiet, possiede una valenza operativa precisa: trasmettere tecniche significa trasmettere una disciplina del vedere, del toccare, del preparare la matrice, del riconoscere il limite materiale. La scuola è una prosecuzione del laboratorio.

Nel 1989 riceve il Premio del Fondo Prešeren per l’opera grafica.[21] Questo colloca Vecchiet nel sistema culturale sloveno, confermando la ricezione della sua ricerca oltre il perimetro triestino. La sua attività prosegue poi con altri premi e riconoscimenti: il concorso internazionale per il mosaico di Piazza Transalpina nel 2004, il premio speciale della giuria all’Ex tempore di Pirano nel 2006, il premio “Omaggio a Spacal” per la pittura nel 2008, il Grand Prix alla Biennale Internazionale di Incisione di Sarcelles nel 2009, il riconoscimento SKGZ a Trieste nel 2012.[22]

Il mosaico di Piazza Transalpina / Trg Evrope, realizzato nel 2004 a Gorizia, rappresenta uno snodo fondamentale. La scheda ERPAC lo identifica come Mosaico della Nuova Europa, ideato e progettato da Vecchiet, eseguito da Friul Mosaic S.r.l. nell’ambito della Scuola Mosaicisti del Friuli, con cronologia 2003-2004. L’opera è collocata nel Piazzale della Transalpina, esattamente sulla linea del confine fra Italia e Slovenia.[23]

La struttura è descritta come mosaico pavimentale circolare, composto da due cerchi concentrici; il circolo esterno è costituito da tozzetti di marmo che dividono la superficie in fasce alternate e parallele alla linea di confine; inserti in acciaio riportano frammenti dei numeri del cippo confinario preesistente; al centro, una piastra d’acciaio conserva indicazioni degli Stati, numeri del cippo ed estremi cronologici della storia del confine.[24] La documentazione regionale ricostruisce anche l’intenzione dell’artista: simboleggiare la rottura del confine facendo “esplodere” il cippo e trasportandone i numeri frammentati sulla superficie musiva.[25]

In questa opera pubblica il pensiero di Vecchiet trova una forma civica. La linea confinaria, che per decenni aveva separato Gorizia e Nova Gorica, diventa superficie attraversabile. I numeri del cippo, dispersi nel mosaico, conservano la memoria della divisione e la riorganizzano in una forma di passaggio. Il pavimento è luogo di fruizione quotidiana: viene calpestato, attraversato, ricordato. La grafica compare come logica del frammento, della serialità, dell’iscrizione. Il mosaico funziona come immagine pubblica e come dispositivo spaziale.

Nel 2014 il Museo Revoltella di Trieste dedica a Vecchiet la mostra antologica Memorabilia, inaugurata il 14 febbraio e visitabile dal 15 febbraio al 30 marzo. La mostra è organizzata dal Comune di Trieste, dalla SKGZ, dal Museo Revoltella e dall’Associazione KONS; Giulia Giorgi cura il percorso e redige i testi, mentre l’allestimento è curato insieme all’artista.[26]

La struttura di Memorabilia si articola per sezioni tematiche, ciascuna concepita come scrigno di suggestioni, pensieri, oggetti e ricordi. Il termine “memorabilia” viene esteso oltre l’oggetto conservato: nel caso dell’artista, comprende impressioni legate a luoghi vissuti o visitati e a opere di altri artisti.[27] La sezione “Similare” racconta episodi chiave della vita dell’autore e della comunità slovena di Trieste, tematizzando l’appartenenza. “Pavimenti” richiama gli istituti d’arte di Trieste, Venezia e Parigi, dove Vecchiet ha insegnato e lavorato; “Coal” rimanda alle suggestioni americane. Un’ampia sezione è dedicata alla stampa: dai caratteri mobili alla sovrapproduzione contemporanea di immagini, fino ai Diari e ai Libri di piombo.[28]

Memorabilia conferma una qualità già presente nella sua ricerca: la memoria è costruzione. Oggetti, materiali, luoghi, scarti, impressioni, esperienze didattiche, appartenenze comunitarie vengono ordinati in un percorso che rende pubblica la memoria visiva ed emotiva dell’artista.[29] I lavori “di sale” introducono una materia legata al territorio, alla conservazione e alla corrosione; le “Piastrelle” conducono verso concetti astratti e simbolici attraverso modulo, superficie, ripetizione. I Diari trattengono la quantità delle immagini contemporanee in forma di archivio; i Libri di piombo rovesciano la funzione ordinaria del libro, trasformandolo in presenza compatta, quasi sigillata.

Nel 2015 la mostra Limina alla Mestna galerija di Pirano sviluppa ulteriormente il tema della soglia. La banca dati Raz_ume registra la mostra dal 6 febbraio al 24 maggio 2015.[30] Il titolo latino richiama soglie e confini, e si collega alla costellazione di temi che percorrono l’opera di Vecchiet: passaggio fra lingue, culture, tecniche, materiali, istituzioni. Nell’area tra Trieste, Gorizia, Nova Gorica, Pirano e Lubiana, la soglia non è solo un’immagine; è una condizione storica, linguistica e biografica.

Nel 2022 la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia ospita il progetto PROUN. Franc Vecchiet. La mostra è quasi interamente incentrata sull’incisione, ma include anche lavori su tela per offrire un’immagine più ampia della sua ricerca. Le tecniche spaziano da procedimenti classici a soluzioni contemporanee, con matrici tradizionali e non convenzionali.[31]

Il nucleo teorico del progetto è il richiamo al Proun di El Lissitzky. Vecchiet collega la propria ricerca all’esperienza delle avanguardie costruttiviste e alla necessità di rinnovare il linguaggio dell’arte. La pagina della Scuola Internazionale di Grafica ricorda come, due anni dopo la mostra berlinese di Lissitzky, Černigoj, rientrato a Trieste, organizzi con i suoi allievi una mostra in cui le opere sono concepite come “stazioni di transito” fra le arti. [32] Da qui nasce una linea che Vecchiet assume nella maturità: l’opera come luogo di passaggio, lo spazio espositivo come mezzo integrale, l’arte come pratica capace di organizzare la vita visiva, la relazione fra oggetti, segni e spettatore.

Nel progetto veneziano, due armadi storici diventano teche e microspazi espositivi. All’interno sono disposti libri d’artista, oggetti stampati e non stampati, piccole stampe, semilavorati, resti del processo di stampa, objets trouvés.[33] L’armadio diviene una mostra in miniatura, un archivio visibile del processo, una macchina di relazioni fra opera compiuta e residuo. In questo senso PROUN riassume molti dei nodi del percorso di Vecchiet: grafica, libro, oggetto, spazio, memoria del laboratorio, attenzione alla vita quotidiana.

Negli ultimi anni Vecchiet torna anche alla tela. Il testo di Vetrih del 2026 segnala questo ritorno alla superficie pittorica attraverso collage e colore. La tela viene ricoperta come da una “pelle”, generando composizioni strutturate con la leggerezza del gioco, fondate su minute campiture cromatiche inserite in un progetto costruttivo originale e fantastico.[34] Il ritorno alla pittura, è una verifica nuova della sua grammatica: collage come stratificazione, colore come elemento modulare, pelle come superficie attiva, gioco come costruzione seria.

La pubblicazione bilingue di Joško Vetrih, Predstavitve – Presentazioni. Umetniki in razstave na Goriškem po drugi svetovni vojni / Artisti e mostre nel Goriziano del secondo dopoguerra, uscita a Gorica/Gorizia nel febbraio 2026 per il Kulturni dom Gorica, inserisce Vecchiet fra i sessanta artisti che hanno segnato la scena figurativa del Goriziano dopo la Seconda guerra mondiale.[35] La notizia pubblicata da Il Goriziano precisa che il volume è dedicato alle mostre ospitate in quarantacinque anni al Kulturni dom e agli artisti che hanno contribuito a definire lo spazio culturale transfrontaliero delle “due Gorizie”.[36]

Questa collocazione è rilevante. Vecchiet, nato e operante a Trieste, viene riconosciuto anche dentro la geografia goriziana allargata. Il Goriziano, in questo caso, va inteso come spazio culturale e non come semplice delimitazione amministrativa: Gorizia, Nova Gorica, Trieste, il Litorale sloveno, l’area friulana e giuliana. Il volume di Vetrih conferma la sua appartenenza a una rete di artisti che hanno lavorato sulle soglie fra comunità, lingue e istituzioni. La presenza nel libro accanto a figure come Milko Bambič, Lojze Spacal, Avgust Černigoj, Veno Pilon, Klavdij Palčič, Silvester Komel, Jože Cej, Franco Dugo, Laura Grusovin, Klavdij Tutta, Nadja e Silvan Bevčar colloca Vecchiet in una sequenza storica di ampio respiro.[37]

La parte della pubblicazione dedicata a Vecchiet, di cui sono disponibili le pagine fotografiche, aggiunge alla biografia un dato interpretativo preciso. Vetrih insiste sull’estetica aperta, sulla partecipazione dello spettatore, sul gioco come forma di riflessione, sul legno come materia storica e organica, sulla costruzione tridimensionale, sull’uso di materiali moderni e di scarti, sul ritorno alla tela tramite collage.[38] È una fonte utile perché nasce dall’interno del contesto goriziano e bilingue; il suo lessico appare vicino all’artista, attento al processo, meno interessato alla formula curatoriale e più alla dinamica concreta delle opere.

Alla luce di queste fonti, Vecchiet può essere letto come artista della soglia in senso operativo. La soglia geografica emerge nella sua biografia triestino-slovena e nell’opera pubblica di Piazza Transalpina; la soglia tecnica appare nel passaggio dalla xilografia alla costruzione e dal libro all’installazione; la soglia linguistica riguarda le varianti del nome e il contesto bilingue delle sue fonti; la soglia materiale si manifesta nel rapporto fra legno, piombo, sale, carta, tela, plastica, rifiuto industriale; la soglia istituzionale si riconosce nel lavoro alla Galleria TK, nella Galerie Imaginaire, nella didattica, nei rapporti con Venezia, Trieste, Lubiana, Gorizia, Pirano.

 

La formula “artista di confine”, applicata a Vecchiet, è un modo di costruire opere che organizzano passaggi. Il mosaico della Transalpina organizza il passaggio civico; il libro d’artista organizza il passaggio fra foglio e oggetto; la xilografia organizza il passaggio fra matrice e stampa; il legno organizza il passaggio fra materia e immagine; il gioco organizza il passaggio fra spettatore e opera.

La sua ricerca richiede uno spettatore disponibile a sostare. Molte opere hanno una superficie immediata, talvolta ludica, quasi accessibile al primo sguardo; la loro struttura, però, si chiarisce attraverso la conoscenza dei materiali, dei procedimenti e delle genealogie. Černigoj, Spacal, il Proun di Lissitzky, la xilografia europea, il libro d’artista, la memoria tipografica, la cultura slovena di Trieste, il confine goriziano: ogni elemento apre una chiave di lettura. L’opera si mantiene aperta proprio perché non rinuncia alla precisione del fare.

In questo equilibrio risiede la sua specificità. Vecchiet non separa tecnica e pensiero. La tecnica è pensiero incarnato nella materia: la sgorbia, la matrice, la battuta, il colore, il frammento, il collage, il residuo, l’armadio, il mosaico. Il pensiero entra nei procedimenti, nelle scelte dei materiali, nei ritmi di costruzione. Per questo la sua biografia va letta come storia di una pratica che, a partire dalla grafica, ha costruito un modello di relazione fra opera, spazio, memoria e comunità.

Vecchiet appartiene dunque a una linea dell’arte contemporanea triestina e slovena che ha saputo tenere insieme avanguardia storica, cultura materiale, didattica, editoria, istituzioni e arte pubblica. In questa linea la grafica diventa una forma di pensiero del mondo: sistema di impronte, variazioni, soglie, superfici e responsabilità del gesto.

 

 

Giorgio Catania

2026

 

 

Note

[1] Per le varianti onomastiche si vedano le schede della Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet; Museo Revoltella, Memorabilia, l’antologica di Franco Vecchiet; Moderna galerija, Raz_ume, Vecchiet, Franko/Franc.

[2] Sulla definizione generale del percorso, si veda Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet, Venezia, 2022; Notturni 21, Franco Vecchiet; Raccolta delle Stampe “Adalberto Sartori”, Vecchiet Franco.

[3] Per formazione e rapporti con Černigoj, Goetz e Hayter: HIT Nova Gorica, Franko Vecchiet; Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet; Museo Revoltella, Memorabilia, l’antologica di Franco Vecchiet.

[4] Joško Vetrih, Predstavitve – Presentazioni. Umetniki in razstave na Goriškem po drugi svetovni vojni / Artisti e mostre nel Goriziano del secondo dopoguerra, Kulturni dom Gorica, Gorica/Gorizia, febbraio 2026, pp. 345 e seguenti.

[5] Ivi, p. 345.

[6] Ivi, pp. 345-346.

[7] Ivi, p. 346.

[8] Ivi, p. 346.

[9] Ivi, pp. 345-347. Opere riprodotte nelle pagine fotografiche: Namizna igra / Gioco da tavolo, Come gli uccelli / Kakor ptice, Perfect double face, Break, Giochi sul lago / Igre na jezeru, À la carte.

[10] Ivi, p. 345.

[11] Ivi, p. 346.

[12] Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet, Venezia, 2022.

[13] Raccolta delle Stampe “Adalberto Sartori”, Vecchiet Franco, scheda d’autore.

[14] ERPAC – Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Vecchiet Franco, XX, scheda S_125422, Battuta di danza, 1987, xilografia, Collezione del Comune di Muggia.

[15] Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet; Museo Revoltella, Memorabilia, l’antologica di Franco Vecchiet.

[16] Ivi.

[17] Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet.

[18] Museo Revoltella, Memorabilia, l’antologica di Franco Vecchiet.

[19] Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet; Notturni 21, Franco Vecchiet.

[20] Notturni 21, Franco Vecchiet; Università Popolare di Trieste, comunicazioni sulla Scuola Libera dell’Acquaforte “Mirella Schott e Carlo Sbisà”; Il Ponte rosso, 65 anni di grafica d’arte.

[21] Galerija Prešernovih nagrajencev Kranj, Prešeren Fund Awards – Franko Vecchiet, 1989.

[22] Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet.

[23] ERPAC – Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Decorazione musiva, Vecchiet Franco, Friul Mosaic S.r.l., scheda OAC_80, Mosaico della Nuova Europa, Piazzale della Transalpina, Gorizia.

[24] Ivi.

[25] Ivi.

[26] Museo Revoltella, Memorabilia, l’antologica di Franco Vecchiet, Trieste, 2014.

[27] Ivi.

[28] Ivi.

[29] Ivi.

[30] Moderna galerija, Raz_ume, Franko Vecchiet. Limina, Mestna galerija Piran, 2015.

[31] Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet, Venezia, 2022.

[32] Ivi.

[33] Ivi.

[34] Joško Vetrih, Predstavitve – Presentazioni, cit., pp. 346-347.

[35] Joško Vetrih, Predstavitve – Presentazioni. Umetniki in razstave na Goriškem po drugi svetovni vojni / Artisti e mostre nel Goriziano del secondo dopoguerra, Kulturni dom Gorica, Gorica/Gorizia, febbraio 2026. Nel riquadro CIP del volume compare anche l’indicazione catalografica: Gorica = Gorizia : Kulturni dom, 2025.

[36] Il Goriziano, “Gorizia, ‘Predstavitve – Presentazioni’ di Joško Vetrih omaggia le mostre d’arte ospitate in 45 anni al Kulturni dom”, 10 marzo 2026.

[37] Ivi.

[38] Joško Vetrih, Predstavitve – Presentazioni, cit., pp. 345-347.

 

 

Bibliografia essenziale

Andrej Furlan, Giulia Giorgi, Rado Jagodic, Franko Vecchiet. Memorabilia (italiano/sloveno), ZTT-EST, Trieste, 2014.

Joško Vetrih, Predstavitve – Presentazioni. Umetniki in razstave na Goriškem po drugi svetovni vojni / Artisti e mostre nel Goriziano del secondo dopoguerra, Kulturni dom Gorica, Gorica/Gorizia, febbraio 2026.

Scuola Mosaicisti del Friuli, Mosaici in Friuli Venezia Giulia. Guida catalogo alle opere musive, Scuola Mosaicisti del Friuli, Spilimbergo, 2011.

L. Turel, “Un triestino firmerà il mosaico della Transalpina”, Il Piccolo, Trieste, 14 gennaio 2004.

L. Turel, “Vecchiet: il cippo? La soluzione è spostarlo”, Il Piccolo, Trieste, 26 febbraio 2004.

L. Turel, “Transalpina, ecco il mosaico”, Il Piccolo, Trieste, 14 aprile 2004.

Il catalogo della grafica. Centro internazionale della grafica – Venezia, Edizioni Ebe, Roma, 1974.

Grafica contemporanea: omaggio ad Aldo Manuzio, catalogo della mostra, Comune di Bassiano, Bassiano, 1979.

 

Sitografia

Comune di Trieste – Museo Revoltella, Memorabilia, l’antologica di Franco Vecchiet, Trieste, 2014,

Scuola Internazionale di Grafica di Venezia, PROUN. Franc Vecchiet, Venezia, 2022,

ERPAC – Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Patrimonio culturale, Decorazione musiva, Vecchiet Franco, Friul Mosaic S.r.l., scheda OAC_80,

ERPAC – Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Patrimonio culturale, Vecchiet Franco, XX, scheda S_125422.

Galerija Prešernovih nagrajencev Kranj, Prešeren Fund Awards – Franko Vecchiet,

Moderna galerija, Raz_ume, Vecchiet, Franko/Franc e Franko Vecchiet. Limina, Ljubljana.

Raccolta delle Stampe “Adalberto Sartori”, Vecchiet Franco, Mantova,

Notturni 21, Franco Vecchiet,

Il Goriziano, “Gorizia, ‘Predstavitve – Presentazioni’ di Joško Vetrih omaggia le mostre d’arte ospitate in 45 anni al Kulturni dom”