Abate Niccolò, (Abbati, Abati), dell'

 

(Abbati, Abati; Modena, 1509 o 1512 – Fontainebleau?, 1571)

 

 

 

Niccolò dell'Abate. Caccia al cinghiale, olio su tela, cm.151 x 183. Roma, Galleria Spada.



 

Niccolò dell’Abate, ricordato anche nelle forme Abati, Abbati, Abbate e dell’Abbate, nacque a Modena nel 1509 secondo Forciroli, nel 1512 secondo Lancellotti. La seconda data resta problematica, poiché il cronista modenese, al 25 marzo 1552, lo diceva ancora non quarantenne. La morte avvenne in Francia nel 1571, forse a Fontainebleau. La grafia “Nicolò” ricorre spesso nella tradizione italiana, mentre nei cataloghi moderni si trova di frequente anche “Niccolò”; per uniformità bibliografica conviene mantenere la forma Niccolò dell’Abate, segnalando le varianti storiche del cognome.[1]

Era figlio di Giovanni dell’Abate, pittore, plasticatore e stuccatore modenese, ricordato dalle fonti per immagini sacre in gesso e Crocifissi di accurata resa anatomica. Dal padre ricevette la prima formazione. Passò poi presso Antonio Begarelli, figura centrale della plastica modenese del Cinquecento. La notizia di un discepolato presso Correggio appartiene alla tradizione antica; la critica preferisce parlare di suggestioni correggesche, assorbite attraverso il clima emiliano e la circolazione delle opere, insieme a influssi ferraresi, dosseschi, parmigianineschi e raffaelleschi.[2]

 

 

Niccolò dell'Abate. Gelosia di Saul, Affresco. Bologna, Palazzo Barbazzi.

 

 

La sua prima attività documentata risale al 1537, quando lavorò con Alberto Fontana alla decorazione delle Beccherie di Modena. Alcuni frammenti staccati, oggi alla Galleria Estense, conservano scene di concerto, figure cortesi e allegorie. Il Concerto di una dama e di due cavalieri mostra già un tratto fondamentale dell’artista: la scena profana viene costruita con eleganza narrativa, colore raffinato, gusto musicale e attenzione agli abiti, agli strumenti, agli atteggiamenti sociali. La pittura di Niccolò nasce dentro un ambiente municipale e cortese, dove la decorazione murale diventa racconto della vita civile e del piacere colto.[3]

Tra il 1540 e il 1543 lavorò alla Rocca dei Boiardo a Scandiano. Il ciclo più importante, dedicato all’Eneide, decorava il camerino omonimo; numerosi frammenti staccati sono conservati alla Galleria Estense. Episodi come Enea scende all’Averno seguito da Acate o il Duello tra Enea e Mesenzio mostrano la sua capacità di tradurre il poema virgiliano in sequenze fluide, animate da paesaggi, architetture, gesti militari e figure distribuite con ritmo scenico. Il racconto non procede per accenti drammatici isolati: si distende in una narrazione continua, con piccoli gruppi, spostamenti laterali, fondali aperti e una luce che rende leggibile l’azione.[4]

 

 

Niccolò dell'Abate. Ercole uccide i figli di Borea, Zete e Calais, affresco. Bologna, biblioteca dell'Università.

 


 

Il legame con la cultura dei Boiardo ebbe conseguenze decisive. Scandiano offriva un ambiente sensibile alla poesia cavalleresca e alla memoria dell’Orlando innamorato. Niccolò vi trovò un terreno adatto al proprio temperamento: mito antico, poema moderno, festa cortese, paesaggio e architettura dipinta. La sua pittura profana non si limita a illustrare testi; costruisce ambienti visivi nei quali la letteratura diventa esperienza di palazzo. Il paesaggio non è sfondo inerte. Accoglie l’azione, la dilata, la fa respirare.

Negli stessi anni o poco dopo sono documentate o ricordate altre imprese emiliane: lavori a Busseto, Soragna, Sassuolo e forse Reggio Emilia. A Soragna, nella Rocca Meli Lupi, il ciclo con le Storie di Ercole appartiene a una fase vicina a Scandiano. A Sassuolo, secondo la tradizione, eseguì cicli con storie romane e ariostesche, poi perduti. Questi cantieri confermano la sua specializzazione nella decorazione profana di palazzi e rocche, con soggetti tratti dall’epica, dalla mitologia, dalla storia antica e dalla poesia cavalleresca.[5]

Nel 1546 concluse il fregio della Sala della Comunità di Modena. L’anno successivo dipinse il Martirio dei santi Pietro e Paolo, già nella chiesa modenese di San Pietro e oggi nella Gemäldegalerie di Dresda. Quest’opera segna la sua competenza anche nel campo religioso. La pala mantiene una costruzione ampia, con figure articolate, gesti solenni, una teatralità ordinata. La pittura sacra di Niccolò resta meno centrale rispetto ai suoi cicli profani, ma ne rivela la capacità di adattare la propria maniera a committenze ecclesiastiche.

Tra 1547 e 1551 l’artista lavorò a Bologna. La città gli offrì un sistema di committenze aristocratiche adatto al fregio dipinto e alla decorazione di palazzo. Nella Palazzina della Viola e in Palazzo Leoni, poi Collegio di Spagna, eseguì un’Adorazione dei pastori e altri affreschi, oggi conservati solo in scarsi resti. Nel palazzo Torfanini, poi Zucchini Solimei, dipinse le Storie di Sesto Tarquinio e Lucrezia e scene dall’Orlando Furioso. Parte di quel ciclo, scoperto nel 1924 e staccato nel 1967, è oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna.[6]

La decorazione di Palazzo Torfanini mostra la sua piena maturità bolognese. Ariosto entra nello spazio domestico attraverso immagini di cavalieri, castelli, giardini, dame, sortilegi e incontri amorosi. L’episodio narrativo è trattato come scena di corte: il gesto è elegante, la figura allungata, il colore sottile, lo spazio aperto verso architetture e paesaggi. La maniera emiliana viene resa più mobile, più mondana, meno legata alla gravità devozionale. È qui che Niccolò diventa uno dei maggiori interpreti italiani della pittura letteraria di palazzo.

Il ciclo di Palazzo Poggi, oggi sede dell’Università di Bologna, costituisce il vertice della fase bolognese. Nelle sale affrescate compaiono concerti, giochi, conviti, paesaggi, storie classiche e imprese di Ercole. La Sala dei Concerti e delle Fatiche di Ercole e la Sala dei Paesaggi raccolgono molti dei generi prediletti dall’artista: figure aristocratiche, paesaggio abitato, mito antico, svago cortese. Gli affreschi mostrano una qualità nuova del fregio: una fascia narrativa continua, capace di organizzare il tempo del racconto lungo le pareti, come una sequenza musicale.[7]

La Gelosia di Saul di Palazzo Barbazzi, ricordata nella tradizione attributiva moderna, appartiene a un terreno più delicato. Le schede del Catalogo Generale registrano la decorazione del palazzo come attribuita a Niccolò, mentre altre fonti la riferiscono alla scuola. Per tale ciclo conviene usare una formula cauta: ambiente di Niccolò, o attribuzione a Niccolò e bottega, secondo le specifiche opere. L’ampia fortuna del suo stile a Bologna, unita alla pratica di cantiere, rende necessaria una distinzione fra mano diretta, collaboratori e seguaci.[8]

Nel 1551-1552 Niccolò si trasferì in Francia. Il 25 marzo 1552 il cronista Lancellotti riferiva che il pittore desiderava avere con sé moglie e figli, segno che l’insediamento presso la corte era ormai avviato. Il Louvre lo registra attivo a Fontainebleau e Parigi dal 1551-1552, in collaborazione con Francesco Primaticcio. La National Gallery di Londra lo considera uno dei fondatori italiani della cosiddetta Scuola di Fontainebleau, accanto a Rosso Fiorentino e Primaticcio, con un ruolo essenziale nella trasmissione del linguaggio rinascimentale italiano alla corte francese.[9]

A Fontainebleau lavorò soprattutto sotto la direzione di Primaticcio. Molte decorazioni sono perdute o trasformate, e la ricostruzione dell’attività francese procede attraverso documenti, disegni, copie, stampe e confronti stilistici. Niccolò eseguì affreschi, apparati, decorazioni di palazzo e paesaggi autonomi. In Francia la sua pittura muta scala e funzione: il racconto cortese emiliano entra nella macchina cerimoniale dei Valois, fra mitologia, allegoria, trionfi, genealogie dinastiche e architetture dipinte.

La cultura di Fontainebleau accentuò il suo interesse per il paesaggio. Opere come la Morte di Euridice della National Gallery di Londra mostrano una narrazione immersa in uno spazio naturale più ampio della vicenda stessa. Le figure, minute e disperse, non dominano l’ambiente; ne fanno parte. Il bosco, le acque, le rovine, le architetture lontane e i cieli chiari diventano il vero luogo della poesia pittorica. Questa qualità spiega la fortuna di Niccolò nella pittura francese successiva: il mito si trasforma in paesaggio narrativo.

Il Paesaggio con la caccia al cinghiale e l’albero della cuccagna della Galleria Spada appartiene a questo versante. La tela presenta una scena di caccia entro uno spazio esteso, dove gruppi di cavalieri, cani, figure in movimento e presenze festive sono distribuiti con leggerezza. L’albero della cuccagna introduce un elemento popolare e ludico, accanto alla caccia aristocratica. L’effetto complessivo è quello di un mondo sospeso tra festa e poema, con una natura costruita come teatro visivo. La Galleria Borghese conserva un Paesaggio con figure di dame e cavalieri accostato dalla critica alla tela Spada, a conferma di un nucleo paesistico di grande fortuna.[10]

Il disegno ebbe per Niccolò una funzione centrale. Il Louvre conserva numerosi fogli attribuiti all’artista o alla sua cerchia, con soggetti biblici, mitologici, allegorici e progetti decorativi. Alcune attribuzioni antiche oscillavano tra Primaticcio e Niccolò, segno della stretta vicinanza operativa tra i due artisti nella Francia di corte. Disegni come Giove e Danae, Giuditta con la testa di Oloferne o progetti per decorazioni celebrative mostrano una grafia sciolta, capace di adattare modelli italiani a programmi francesi.[11]

La sua bottega familiare ebbe continuità in Francia. I figli Giulio Camillo, Cristoforo e Giovanni, ricordati anche con la forma francese Labbé, operarono nell’ambiente di Fontainebleau e Parigi. Giulio Camillo fu il più documentato: collaborò con il padre agli apparati per l’Entrata di Carlo IX e di Elisabetta d’Austria nel 1571 e, dopo la morte di Niccolò, ricevette la carica di sovrintendente delle pitture del castello. La famiglia dell’Abate divenne così una presenza italiana stabilizzata nella Francia dei Valois.[12]

La fortuna critica di Niccolò ha seguito due linee. La prima lo ha letto come pittore emiliano, legato a Correggio, Parmigianino, Dosso Dossi, Garofalo e alla cultura padana del fregio profano. La seconda lo ha collocato nella storia europea della Scuola di Fontainebleau. Oggi le due letture vanno mantenute insieme. Senza Modena, Scandiano e Bologna non si comprende la sua capacità narrativa; senza Fontainebleau non si comprende la diffusione internazionale della sua maniera.

La sua pittura si distingue per alcuni caratteri stabili: gusto per il racconto letterario, eleganza delle figure, paesaggi ariosi, attenzione alla vita cortese, costruzione musicale dei fregi, uso narrativo dell’architettura. I personaggi raramente occupano lo spazio con peso monumentale. Si muovono, conversano, suonano, cacciano, cavalcano, assistono a feste o a episodi mitologici. L’azione si distribuisce in più centri. Lo sguardo attraversa la parete o la tela come se seguisse un poema figurato.

Niccolò dell’Abate fu quindi uno dei pittori più importanti del Manierismo emiliano e uno dei mediatori decisivi tra Italia e Francia nel pieno Cinquecento. La sua opera unisce la tradizione padana del colore e del racconto profano, la cultura letteraria delle corti emiliane, la decorazione monumentale bolognese e il sistema cerimoniale di Fontainebleau. La perdita di molte pitture murali rende ancora frammentaria la sua fisionomia, ma i cicli superstiti e i disegni conservati bastano a collocarlo tra gli artisti italiani più mobili, colti e influenti della metà del secolo.


 

Questioni critiche

La data di nascita resta oscillante tra 1509 e 1512. Le fonti modenesi non sono concordi; nei cataloghi moderni ricorre spesso la formula “1509 circa”.

La formazione presso Correggio appartiene alla tradizione repertoriale. La presenza di suggestioni correggesche nella pittura di Niccolò è plausibile; il discepolato diretto richiede cautela.

Le sedi di attività vanno distinte dai luoghi di conservazione o di fortuna attributiva. Modena, Scandiano, Bologna e Fontainebleau sono nuclei certi; Busseto, Soragna e Sassuolo rientrano nella geografia emiliana della sua attività; Trento, Pesaro, Chantilly e Parigi vanno trattati con maggiore prudenza, caso per caso, secondo documenti e opere.

La decorazione di Palazzo Barbazzi presenta problemi attributivi. Alcune fonti parlano di Niccolò, altre di scuola o ambito. Nella scheda è preferibile citare il ciclo come attribuito o collegato alla sua bottega.

La fase francese è documentata, ma molte opere sono perdute. La ricostruzione dipende da disegni, copie, fonti contabili, stampe e confronti con Primaticcio e con la seconda generazione di Fontainebleau.

La forma del nome varia. “Niccolò dell’Abate” è oggi la forma più usata nella bibliografia italiana recente; “Nicolò dell’Abate” resta frequente in cataloghi, repertori e didascalie museali.


A.R.

 

Note

[1] Il Dizionario Biografico degli Italiani registra la doppia data 1509 o 1512, ricavata da fonti modenesi diverse. Il Louvre indica l’artista come nato a Modena verso 1509/1512 e morto a Fontainebleau nel 1571.

[2] Giovanni dell’Abate fu il primo maestro di Niccolò. La formazione presso Antonio Begarelli è attestata dalla tradizione critica e accolta dai repertori moderni. Il rapporto con Correggio va inteso come influenza culturale emiliana più che come fatto documentario sicuro.

[3] Le schede del Catalogo Generale dei Beni Culturali relative ai frammenti delle Beccherie ricordano la collaborazione con Alberto Fontana nel 1537 e la successiva rimozione degli affreschi, oggi conservati alla Galleria Estense.

[4] Le schede della Fondazione Zeri relative agli affreschi dell’Eneide indicano la provenienza dal camerino della Rocca di Scandiano e la datazione 1540-1543 circa.

[5] La geografia emiliana della prima maturità comprende Scandiano, Soragna, Busseto e Sassuolo, con cicli in parte conservati, staccati o perduti. Per alcuni nuclei la ricostruzione dipende da fonti antiche e studi novecenteschi.

[6] Il Dizionario Biografico degli Italiani colloca l’attività bolognese tra 1547 e 1551 e ricorda Palazzina della Viola, Palazzo Leoni, Palazzo Torfanini/Zucchini-Solimei e Palazzo Poggi.

[7] La Fondazione Zeri registra singole schede relative agli affreschi di Palazzo Poggi, compresi il ciclo della Sala dei Concerti e delle Fatiche di Ercole e la Sala dei Paesaggi.

[8] Il Catalogo Generale dei Beni Culturali registra per Palazzo Barbazzi un’attribuzione a Niccolò dell’Abate per la decorazione; altre fonti locali parlano di scuola. La distinzione resta necessaria.

[9] Il Louvre indica Niccolò attivo a Fontainebleau e Parigi dal 1551-1552, in collaborazione con Primaticcio. La National Gallery di Londra lo presenta come uno dei fondatori italiani della Scuola di Fontainebleau.

[10] La Galleria Spada registra il Paesaggio con la caccia al cinghiale e l’albero della cuccagna con misure cm 151 × 183. La Galleria Borghese ricorda il confronto critico fra il proprio Paesaggio con figure di dame e cavalieri e la tela Spada.

[11] Il Département des Arts graphiques del Louvre conserva numerosi disegni attribuiti a Niccolò o alla sua cerchia; alcune antiche attribuzioni a Primaticcio mostrano la vicinanza tra i due artisti nel contesto di Fontainebleau.

[12] Giulio Camillo dell’Abate, figlio di Niccolò, è documentato a Fontainebleau e nel 1571 ricevette la carica di sovrintendente delle pitture del castello. Cristoforo e Giovanni sono ricordati nelle fonti francesi con la forma Labbé.

 


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