Abate, Giulio Camillo dell’

 

(Abbati, Abati; in Francia Jules Camille Labbé; Modena, documentato dal 1552 circa – Francia?, prima del 1582)

 

 

 

Giulio Camillo dell’Abate, ricordato anche nelle forme Abbati, Abati, Abbate e, in Francia, Jules Camille Labbé, fu pittore modenese attivo nella seconda metà del Cinquecento. Era figlio di Niccolò dell’Abate, tra i protagonisti della stagione italiana di Fontainebleau, e seguì il padre in Francia dopo il trasferimento della famiglia, avvenuto tra il 1552 e il 1554. Il Louvre lo registra come nato a Modena, allievo di Niccolò, documentato dal 1552 circa al 1580-1582 e attivo a Fontainebleau tra 1568 e 1571.[1]

La tradizione lo indica spesso come il maggiore dei figli di Niccolò. Altri repertori, tra cui Galetti e Camesasca, lo collocano in una diversa posizione genealogica. La sequenza dei figli resta quindi incerta; per la ricostruzione storico-artistica pesa soprattutto il suo ruolo nella fase francese della famiglia. I documenti lo mostrano inserito stabilmente nell’ambiente di Avon e Fontainebleau: i registri parrocchiali lo citano tra 1554 e 1560, poi nel 1562, 1569 e 1571; compare inoltre come padrino nel 1568, 1570, 1572 e 1574.[2]

La sua formazione avvenne entro la bottega paterna. Niccolò aveva elaborato tra Modena, Bologna e la Francia un linguaggio fondato su paesaggio, racconto mitologico, architettura dipinta e figure eleganti, con memorie emiliane, raffaellesche e parmigianinesche. Giulio Camillo ereditò questo vocabolario in un ambiente ormai francese, dove la pittura di corte chiedeva decorazioni murali, grottesche, apparati effimeri, disegni per ingressi solenni, sale cerimoniali e immagini destinate alla celebrazione dinastica.

Nel 1570 è ricordato per pitture a grottesche a Fontainebleau. L’anno seguente partecipò con Niccolò ai lavori per l’Entrata di Carlo IX e di Elisabetta d’Austria a Parigi. La documentazione del Louvre collega ai progetti decorativi comandati a Niccolò e al figlio alcuni disegni per carri trionfali e apparati cerimoniali. Questi materiali appartengono alla cultura visiva della festa rinascimentale francese: strutture provvisorie, architetture dipinte, emblemi dinastici, iscrizioni, allegorie, carri e porte celebrative.[3]

Il Project for La Porte aux Peintres del Nationalmuseum di Stoccolma chiarisce bene questa competenza. Il foglio, datato intorno al 1570, mostra un’elevazione con relativa pianta, tracciata a matita, inchiostro bruno e acquerello violaceo. Non si tratta di un semplice esercizio decorativo. La porta è pensata come organismo scenico, con struttura architettonica, ritmo delle aperture, ornati e proporzioni. L’artista lavora sul confine tra pittura, architettura effimera e cerimoniale urbano.

Nel 1571, anno della morte del padre, Giulio Camillo ricevette il titolo di surintendant des peintres del castello di Fontainebleau. Lo stesso anno lavorò anche alla decorazione della sala dell’Hôtel de Ville per il banchetto offerto alla regina. La nomina segna il punto più alto della sua carriera documentata: l’artista subentrò alla generazione di Niccolò nel sistema amministrativo e decorativo del castello, con una responsabilità che riguardava l’organizzazione delle pitture e il servizio figurativo della corte.[4]

Le fonti ricordano anche un pagamento per un viaggio in Italia concesso dal re, affinché Giulio Camillo potesse ritrarre o rilevare le opere del padre defunto. Il dato è rilevante perché mostra il valore attribuito alla memoria grafica di Niccolò. La corte francese aveva interesse a conservare, tradurre o recuperare immagini legate al pittore modenese. Giulio Camillo diventava così erede operativo della bottega paterna, depositario di modelli, disegni e pratiche decorative.

La questione delle sedici grandi pitture storiche citate dalla tradizione va collocata nel quadro degli ultimi lavori di Niccolò. Alcune fonti ricordano infatti una serie di grandi composizioni eseguite nel 1571 con l’aiuto del figlio. La loro ricostruzione resta difficile, perché molte decorazioni francesi del secondo Cinquecento sono perdute, trasformate o conosciute attraverso copie, disegni e documenti indiretti. Per Giulio Camillo è prudente parlare di collaborazione e partecipazione al cantiere paterno, evitando di trasformare ogni notizia in attribuzione autonoma.

Il catalogo dell’artista è instabile. INHA/AGORHA registra l’orientamento critico che tende a identificarlo con il cosiddetto Maître de Dijon, autore collegato ai Massacres du Triumvirat, oggi al MUDO-Musée de l’Oise di Beauvais. Nello stesso gruppo attributivo entrano il Paysage aux batteurs de blé di Fontainebleau, Le Vannage du grain del Louvre e La rencontre de Charles Quint et du bey de Tunis del Courtauld Institute di Londra. Queste proposte derivano soprattutto dagli studi di Sylvie Béguin e dalla riflessione moderna sulla pittura prodotta in Francia nel secondo Cinquecento.[5]

Il Paysage aux batteurs de blé e Le Vannage du grain sono particolarmente significativi. Le due opere, pur senza formare veri pendants, appartengono a una stessa mano secondo INHA/AGORHA; furono a lungo avvicinate a Niccolò dell’Abate, poi attribuite da Béguin al figlio Giulio Camillo. Presentano un naturalismo più semplice rispetto ai grandi paesaggi del padre, con maggiore attenzione ai gesti del lavoro rurale, alla disposizione delle figure in uno spazio aperto, alla quiete operosa della campagna. La questione resta aperta, ma il gruppo permette di riconoscere una possibile linea più sobria, meno brillante, nell’eredità francese di Niccolò.[6]

Un secondo nodo attributivo riguarda il Maître de Flore. Il Louvre ricorda che questo pittore e disegnatore attivo a Fontainebleau è stato talvolta identificato con Ruggiero de’ Ruggieri o con Giulio Camillo dell’Abate. L’identità del maestro rimane incerta; la vicinanza stilistica a Primaticcio e a Niccolò ha favorito ipotesi diverse. Per Giulio Camillo tale confronto resta utile come indicatore di ambiente: la sua attività si svolse entro una cultura manierista italianizzante, dove nomi, mani e gruppi di bottega si intrecciano spesso in modo difficilmente separabile.[7]

La personalità di Giulio Camillo emerge quindi da tre nuclei: la documentazione biografica ad Avon e Fontainebleau; la collaborazione con Niccolò negli apparati del 1571; il gruppo di opere e disegni attribuiti o avvicinati alla sua mano. La sua importanza non dipende da un catalogo ampio e sicuro. Dipende dalla posizione occupata nel passaggio tra la prima generazione italiana di Fontainebleau e la continuità francese della bottega dell’Abate.

Dopo il 1574 le notizie si diradano. La morte va posta prima del 1582. Alcune formule repertoriali indicano il 1580-1582; altre si limitano al termine ante quem. La località della morte non è accertata. La linea familiare proseguì attraverso Ercole dell’Abate, figlio di Giulio Camillo, poi attivo a Modena, dove la tradizione degli Abate rientrò nell’ambiente estense tra fine Cinquecento e primo Seicento.

Giulio Camillo va dunque presentato come pittore modenese stabilito in Francia, figlio e collaboratore di Niccolò dell’Abate, documentato nell’area di Fontainebleau dal 1550 inoltrato, attivo nei cantieri e negli apparati della corte dei Valois, nominato nel 1571 sovrintendente delle pitture del castello. La sua scheda richiede una cautela costante: i documenti sono solidi per la presenza e per la carica; le opere pittoriche appartengono spesso a un campo attributivo mobile, condiviso con la cerchia paterna, l’ambiente di Primaticcio, Antoine Caron e i maestri anonimi di Fontainebleau.

 

Questioni critiche

La genealogia non è del tutto stabilizzata. Giulio Camillo è figlio di Niccolò; la sua posizione come primogenito deriva da una parte della tradizione, mentre altri repertori propongono un diverso ordine tra i figli.

La cronologia deve distinguere presenza familiare e attività documentata. Il trasferimento in Francia avvenne tra 1552 e 1554; i registri di Avon lo citano più volte tra 1554 e 1574; il Louvre lo considera attivo a Fontainebleau tra 1568 e 1571.

La carica di surintendant des peintres è documentata nel 1571, dopo la morte di Niccolò. Le formule che spostano la nomina verso il 1582 derivano da tradizioni repertoriali da correggere.

Il catalogo pittorico resta problematico. Le attribuzioni al Maître de Dijon, al Maître de Flore o alla cerchia di Niccolò vanno indicate con prudenza, distinguendo documenti, attribuzioni moderne e ipotesi critiche.

Le sedici grandi pitture storiche ricordate dalla tradizione appartengono agli ultimi lavori di Niccolò con intervento del figlio. La perdita o la trasformazione delle decorazioni francesi limita la possibilità di riconoscere la quota precisa di Giulio Camillo.

 

A.R.

 

 

Note

[1] Il Louvre, Département des Arts graphiques, registra Giulio Camillo dell’Abate come pittore nato a Modena, allievo del padre Niccolò, stabilito in Francia tra 1552 e 1554, attivo a Fontainebleau tra 1568 e 1571, documentato dal 1552 circa al 1580-1582.

[2] INHA/AGORHA ricorda Giulio Camillo come uno dei figli di Niccolò giunto in Francia con il padre nel 1552; i registri parrocchiali di Avon lo menzionano tra 1554 e 1560, poi nel 1562, 1569 e 1571, e come padrino nel 1568, 1570, 1572 e 1574.

[3] Il Louvre collega ai progetti decorativi comandati a Niccolò dell’Abate e a Giulio Camillo per l’Entrata di Carlo IX e della regina, nel marzo 1571, un disegno con Projet de char de Triomphe de Charles IX.

[4] INHA/AGORHA registra Giulio Camillo nel 1570 per grottesche a Fontainebleau e nel 1571 come Surintendant des peintres, con pagamento per il servizio del re e per un viaggio in Italia destinato a ritrarre le opere del padre defunto.

[5] INHA/AGORHA segnala l’orientamento che identifica Giulio Camillo con il Maître de Dijon e ricorda fra le opere attribuite Les Massacres du Triumvirat, Le paysage aux batteurs de blé, Le Vannage du grain e La rencontre de Charles Quint et du bey de Tunis.

[6] La scheda INHA/AGORHA del Paysage aux batteurs de blé ricorda che il dipinto e Le Vannage du grain furono attribuiti da Sylvie Béguin a Giulio Camillo dell’Abate, dopo precedenti avvicinamenti alla cerchia di Niccolò.

[7] La scheda del Louvre sul Maître de Flore ricorda che l’artista è stato talvolta identificato con Ruggiero de’ Ruggieri o con Giulio Camillo dell’Abate, mantenendo tuttavia l’identità del maestro in area incerta.

 

 

Bibliografia

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