Abate Giovanni, (Abbati, Abati), dell'

 

(Modena?, fine del XV secolo – Modena, 1559)

 


 

Giovanni dell’Abate, ricordato anche nelle forme Abati, Abbati e dell’Abbate, fu pittore, plasticatore e stuccatore attivo a Modena nella prima metà del Cinquecento. La sua figura resta legata soprattutto alla biografia del figlio Niccolò, uno dei maggiori pittori emiliani del secolo, destinato poi a lavorare a Bologna e in Francia, nell’ambiente di Fontainebleau. Le notizie autonome su Giovanni sono poche, ma sufficienti a collocarlo entro la tradizione modenese della plastica in gesso e in terracotta, fiorita tra Guido Mazzoni, Antonio Begarelli e gli artisti che contribuirono a dare alla città un ruolo importante nella scultura devozionale padana.[1]

La data di nascita non è documentata. La vecchia indicazione “1512” va espunta dalla scheda, poiché appartiene alla cronologia discussa di Niccolò dell’Abate, nato secondo le fonti nel 1509 o nel 1512. Giovanni doveva essere nato con ogni probabilità alla fine del XV secolo, o nei primissimi anni del secolo successivo, se poté essere padre e primo maestro di Niccolò. La morte è posta a Modena nel 1559; alcune tradizioni repertoriali indicano il 1 gennaio, dato da conservare con cautela in assenza di controllo diretto sull’atto o sulla fonte primaria.[2]

Treccani, nella voce dedicata a Niccolò, ricorda Giovanni come primo maestro del figlio. Questa notizia, pur breve, ha un peso storico. La formazione iniziale di Niccolò si svolse quindi in un ambiente familiare dove pittura, modellato e pratica di bottega erano intrecciati. Il successivo passaggio presso Antonio Begarelli completò quella educazione plastica che si avverte, in forme diverse, nella pittura del giovane Niccolò: figure costruite con rilievo corporeo, gesti chiari, attenzione alla disposizione dei corpi nello spazio, interesse per la materia della figura prima ancora che per il solo colore.[3]

La fonte più significativa su Giovanni è il cronista Lancellotti, ripreso da Luigi Lanzi nella Storia pittorica della Italia. Lanzi riferisce che il cronista lodava Giovanni Abati, padre e coetaneo di Niccolò, per le sue immagini sacre in gesso, tenute in grande pregio, e in particolare per i Crocifissi, lavorati con una ricerca anatomica minuziosa, “in ogni vena e in ogni nervo”. Il passo è importante perché sposta l’attenzione dal ruolo genealogico alla concreta attività dell’artista. Giovanni non appare soltanto come padre di Niccolò: viene ricordato come artefice di immagini devozionali apprezzate nella Modena del suo tempo.[4]

Il riferimento ai Crocifissi consente di collegarlo a un gusto devozionale specifico. La scultura in gesso e terracotta del primo Cinquecento modenese cercava spesso una forte presenza fisica del sacro: corpi modellati a grandezza naturale, volti patetici, pieghe rilevate, incarnati policromi, attenzione alla ferita e alla sofferenza. In tale contesto il Crocifisso non era semplice oggetto liturgico; era immagine di meditazione, posta davanti al fedele con evidenza corporea. L’insistenza sulla resa delle vene e dei nervi segnala una cultura visiva sensibile all’anatomia del corpo sofferente, in anni in cui il naturalismo plastico modenese raggiungeva risultati notevoli.

La sua attività pittorica resta molto meno definita. Le fonti lo qualificano anche come pittore, ma il catalogo non conserva opere certe. De Boni, nella Biografia degli artisti, lo ricorda come modenese, vissuto sempre in patria, senza opere importanti note, e gli assegna come merito principale l’aver istruito il figlio Niccolò. La formulazione ottocentesca riflette un giudizio limitativo, ma registra correttamente la scarsità dei dati. Mancando dipinti firmati, documentati o attribuibili con sicurezza, la sua pittura rimane un campo quasi vuoto.[5]

La posizione di Giovanni nella storia della famiglia Abate va quindi misurata con prudenza. Fu capostipite di una dinastia artistica che, attraverso Niccolò, Giulio Camillo, Ercole e Pietro Paolo il Giovane, attraversò Modena, Bologna e Fontainebleau. Il suo nome apre una linea familiare che ebbe esiti europei, ma la sua fisionomia personale resta quella di un maestro locale, radicato nella cultura artigianale e devozionale modenese.

Il rapporto con Antonio Begarelli merita un’attenzione particolare. Lanzi osserva che Giovanni fu superato “di lunga mano” da Begarelli, forse suo allievo. La notizia è da leggere come tradizione critica, non come dato documentario sicuro. Resta però utile per comprendere l’ambiente: a Modena, nella prima metà del Cinquecento, pittori e plasticatori si muovevano in una rete comune di botteghe, committenze religiose, modelli devozionali e pratiche tecniche. Begarelli, celebrato anche da Vasari, impose una qualità altissima alla plastica modenese; Giovanni sembra appartenere alla generazione che precede o accompagna questa affermazione.

La perdita delle opere condiziona ogni valutazione. Se i Crocifissi ricordati da Lancellotti fossero identificabili, la scheda potrebbe fondarsi su analisi formali: tipo del corpo, materiale, policromia, rapporto con Mazzoni e Begarelli, destinazione liturgica, eventuale uso di modelli anatomici. Allo stato attuale, la figura rimane affidata a poche testimonianze scritte. La sua importanza deriva dalla funzione di tramite: tra la cultura plastica modenese del tardo Quattrocento e la formazione di Niccolò, tra pratica artigianale e pittura di maniera, tra immagine devozionale e ambizione figurativa della generazione successiva.

Giovanni dell’Abate va dunque presentato come pittore e plasticatore modenese, morto nel 1559, noto soprattutto per immagini sacre in gesso e Crocifissi lodati dalle fonti antiche, padre e primo maestro di Niccolò dell’Abate. Il suo profilo storico è sottile, ma necessario per comprendere la radice artigianale della famiglia e la continuità tra scultura devozionale modenese e pittura emiliana del Cinquecento.

 

Questioni critiche

La morte nel 1559 è attestata dalla tradizione repertoriale. L’indicazione del 1 gennaio richiede controllo sulla fonte primaria o sulla cronaca modenese.

Il catalogo delle opere resta privo di identificazioni sicure. Le immagini sacre in gesso e i Crocifissi ricordati dal Lancellotti non sono oggi collegabili con certezza a opere conservate.

Il rapporto con Antonio Begarelli appartiene alla tradizione critica antica. L’eventuale discepolato di Begarelli presso Giovanni va trattato come ipotesi, utile per il contesto ma non risolutiva sul piano documentario.

La qualifica di pittore è attestata nei repertori, ma la sua fisionomia più riconoscibile, sulla base delle fonti, è quella di plasticatore e autore di immagini devozionali in gesso.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Le forme Abate, Abati, Abbati e dell’Abbate ricorrono nei repertori e nelle fonti antiche. La forma “dell’Abate” è oggi la più funzionale per collegare Giovanni alla famiglia di Niccolò.

[2] La data 1512 è una delle due date proposte per la nascita di Niccolò dell’Abate. Giovanni, padre del pittore, deve essere collocato cronologicamente prima; la nascita alla fine del XV secolo resta la formula più prudente.

[3] Il Dizionario Biografico degli Italiani ricorda Giovanni come padre e primo maestro di Niccolò. Dopo la prima formazione familiare, Niccolò passò presso Antonio Begarelli, figura centrale della plastica modenese del Cinquecento.

[4] Lanzi, riprendendo il cronista Lancellotti, ricorda le immagini sacre in gesso di Giovanni Abati, particolarmente i Crocifissi, apprezzati per la cura anatomica di vene e nervi.

[5] Francesco De Boni registra Giovanni come artista modenese, vissuto in patria, con scarsa documentazione di opere autonome, e ricorda come suo principale titolo di fama l’educazione artistica impartita al figlio Niccolò.

 

 

Bibliografia

Tommasino de’ Bianchi detto de’ Lancellotti, Cronaca modenese, edizioni ottocentesche e moderne, Modena.

Lodovico Vedriani, Raccolta de’ pittori, scultori et architetti modonesi più celebri, Bartolomeo Soliani, Modena, 1662.

Girolamo Tiraboschi, Notizie de’ pittori, scultori, incisori e architetti natii degli Stati del serenissimo signor duca di Modena, Società Tipografica, Modena, 1786.

Luigi Lanzi, Storia pittorica della Italia dal risorgimento delle belle arti fin presso al fine del XVIII secolo, Remondini, Bassano, 1795-1796; edizione Firenze, 1822.

Francesco De Boni, Biografia degli artisti, Co’ tipi del Gondoliere, Venezia, 1840.

Adolfo Venturi, La R. Galleria Estense in Modena, Tipografia di Paolo Toschi e C., Modena, 1882.

Rodolfo Pallucchini, I dipinti della Galleria Estense di Modena, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1945.

Ugo Galetti, Ettore Camesasca, Enciclopedia della pittura italiana, Garzanti, Milano, 1950.

Armando Ottaviano Quintavalle, Abbati, Nicolò, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. I, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1960.

Giorgio Bonsanti, Antonio Begarelli, Artioli, Modena, 1992.

Sylvie Béguin, Francesca Piccinini, a cura di, Nicolò dell’Abate. Storie dipinte nella pittura del Cinquecento tra Modena e Fontainebleau, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2005.

Giorgio Bonsanti, Francesca Piccinini, a cura di, Emozioni in terracotta. Guido Mazzoni, Antonio Begarelli. Sculture del Rinascimento emiliano, Federico Motta, Milano, 2009.