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Abate Ercole, (Abbati, Abati), dell'
(Abbati, Abati; Modena o Francia, 1563/1573 circa – Modena, 20 gennaio 1613)
Ercole
dell’Abate,
ricordato
anche
nelle
forme
Abbati,
Abati,
Abbate
e
dell’Abbate,
appartiene
all’ultima
fase
della
dinastia
artistica
modenese
resa
celebre
da
Niccolò
dell’Abate.
Era
figlio
di
Giulio
Camillo
e
nipote
di
Niccolò.
La
sua
biografia
si
colloca
fra
la
memoria
francese
della
famiglia,
legata
a
Fontainebleau,
e
il
rientro
nell’ambiente
estense
di
Modena,
dove
svolse
la
parte
più
documentata
della
propria
attività.[1]
Il
luogo
e
l’anno
di
nascita
restano
incerti.
Treccani
indica
il
1573
e
segnala
il
dubbio
fra
Modena
e
la
Francia;
Pallucchini
propendeva
per
Modena,
mentre
Bénézit
e
altri
repertori
hanno
sostenuto
una
nascita
francese,
coerente
con
la
presenza
del
padre
nell’orbita
di
Fontainebleau.
Altre
schede
catalografiche
moderne
registrano
una
nascita
intorno
al
1563.
La
formula
più
prudente
è
quindi
“Modena
o
Francia,
1563/1573
circa”,
mantenendo
la
morte
a
Modena
il
20
gennaio
1613.[2]
La
formazione
dell’artista
va
collegata
alla
linea
familiare.
Niccolò
aveva
portato
in
Francia
un
linguaggio
emiliano
fondato
su
paesaggio,
racconto
mitologico,
figura
elegante
e
decorazione
di
corte.
Giulio
Camillo,
attivo
a
Fontainebleau,
collaborò
con
il
padre
e
nel
1571
ebbe
la
carica
di
sovrintendente
alle
pitture
del
castello.
Morì
prima
dell’agosto
1582.
Ercole
crebbe
quindi
entro
una
tradizione
già
fortemente
segnata
dal
rapporto
fra
Modena
e
Francia,
anche
se
la
sua
carriera
conosciuta
si
svolse
quasi
interamente
nella
città
estense.[3]
Nel
1592
Ercole
risulta
certamente
a
Modena,
anno
in
cui
nacque
il
figlio
Pietro
Paolo.
Da
quel
momento
le
notizie
diventano
più
consistenti.
La
corte
estense
gli
affidò
lavori
diversi:
disegni
di
conii,
ritratti,
scene
e
fondali
per
favole
pastorali.
Nel
1598
eseguì
disegni
per
monete,
tra
cui
il
ritratto
del
duca
Cesare
d’Este
destinato
allo
zecchino
d’oro
battuto
in
quell’anno;
tra
1600
e
1601
lavorò
a
dipinti
di
scene
e
fondali
per
spettacoli
pastorali;
nel
1601
realizzò
ritratti
dei
principini
Ippolito
e
Niccolò
d’Este.[4]
Queste
commissioni
mostrano
un
artista
inserito
nei
meccanismi
della
corte.
Ercole
forniva
immagini
per
la
moneta,
per
il
ritratto
dinastico,
per
la
decorazione
effimera
e
teatrale.
Dopo
la
devoluzione
di
Ferrara
alla
Santa
Sede
nel
1598
e
il
trasferimento
della
capitale
ducale
a
Modena,
la
corte
estense
aveva
bisogno
di
ricostruire
una
propria
immagine
pubblica.
Pittori,
scenografi,
decoratori,
medaglisti
e
artigiani
delle
feste
furono
chiamati
a
lavorare
alla
nuova
rappresentazione
del
potere
ducale.
Ercole
occupò
una
posizione
utile
in
questo
sistema,
anche
se
la
sua
statura
artistica
rimase
inferiore
a
quella
del
nonno.
Le
fonti
antiche
gli
attribuiscono
una
reputazione
discreta.
Lanzi
lo
considerava
il
miglior
pittore
della
famiglia
dopo
Niccolò.
La
critica
moderna
ha
ridimensionato
quel
giudizio,
riconoscendogli
una
qualità
discontinua
e
una
dipendenza
evidente
da
modelli
tardomanieristi
locali.
Pallucchini
parlava
di
un
ripetitore
modesto
di
forme
tradizionali,
con
riflessi
di
Bartolomeo
Schedoni.
Il
giudizio
va
mantenuto
con
equilibrio:
Ercole
non
fu
un
rinnovatore,
ma
fu
pittore
attivo
in
un
momento
delicato
della
cultura
figurativa
modenese,
quando
la
maniera
cinquecentesca
si
stava
irrigidendo
in
formule
devozionali
e
cortigiane.[5]
Il
nucleo
più
noto
della
sua
attività
pubblica
è
la
decorazione
del
soffitto
della
Sala
del
Vecchio
Consiglio
nel
Palazzo
Comunale
di
Modena,
eseguita
in
collaborazione
con
Bartolomeo
Schedoni
e
datata
comunemente
al
1608.
Il
programma
unisce
emblemi
ducali
e
comunali
a
soggetti
eroici
e
civici:
al
centro
compaiono
le
insegne
estensi
e
modenesi;
nei
riquadri
laterali
sono
ricordati
Coriolano,
Menecèo
tebano
che
si
precipita
dalle
mura
di
Tebe,
Ercole
Gallico
e
le
Sette
Armonie
greche.
Il
ciclo
appartiene
alla
retorica
municipale
e
ducale
della
città,
dove
mito,
exempla
antichi
e
segni
araldici
costruiscono
un’immagine
ordinata
del
governo.[6]
Il
rapporto
con
Schedoni
merita
attenzione.
Schedoni,
nato
nel
1578
e
morto
nel
1615,
fu
una
delle
personalità
più
vive
della
pittura
modenese
e
parmense
del
primo
Seicento.
Accanto
a
lui
Ercole
appare
più
legato
a
schemi
tardo-cinquecenteschi.
La
collaborazione
nella
Sala
del
Vecchio
Consiglio
consente
però
di
collocarlo
dentro
un
cantiere
di
rilievo,
in
un
edificio
civico
carico
di
memoria
politica.
Le
parti
attribuite
a
Ercole
mostrano
una
pittura
narrativa
e
decorativa,
più
solida
nella
costruzione
scenica
che
nella
finezza
psicologica
delle
figure.
Tra
le
opere
religiose
la
più
significativa
è
l’Annunciazione
della
chiesa
di
San
Pietro
a
Modena,
commissionata
nel
1603
dall’abate
Zaccaria
Taraschi
per
conto
di
Annibale
Carandini,
patrono
della
cappella.
La
scrittura
privata
del
7
novembre
prevedeva
la
consegna
entro
Natale
e
fissava
il
compenso,
le
dimensioni
e
l’uso
di
colori
fini
a
olio.
Il
dipinto
occupa
ancora
la
prima
cappella
sinistra
della
chiesa
abbaziale.
La
composizione
presenta
la
Vergine
inginocchiata,
l’angelo
in
atto
di
annuncio,
una
quinta
architettonica
e
una
gloria
celeste;
l’assetto
scenico
risente
del
gusto
per
l’architettura
dipinta
e
per
l’apertura
prospettica,
con
un
controllo
devozionale
ormai
vicino
al
primo
Seicento.[7]
Nella
stessa
chiesa
di
San
Pietro
viene
ricordata
anche
una
pala
con
San
Benedetto
che
risuscita
un
fanciullo,
attribuita
a
Ercole.
La
presenza
di
più
opere
nella
basilica
abbaziale
conferma
il
rapporto
dell’artista
con
la
committenza
ecclesiastica
modenese.
La
sua
pittura
sacra
risponde
a
esigenze
di
chiarezza
narrativa
e
decoro
liturgico:
figure
riconoscibili,
impianto
ordinato,
colore
levigato,
gesti
leggibili.
In
questo
ambito
la
sua
produzione
appare
coerente
con
il
contesto
post-tridentino,
anche
se
priva
dell’intensità
inventiva
dei
maggiori
pittori
emiliani
del
tempo.[8]
La
Galleria
Estense
conserva
o
registra
varie
opere
assegnategli.
Treccani
ricorda
l’Annunciazione
con
l’Eterno
benedicente
e,
con
cautela,
lo
Sposalizio
della
Vergine
e
la
Presentazione
della
Vergine
al
Tempio,
quest’ultima
già
attribuita
al
figlio
Pietro
Paolo.
Il
Catalogo
Generale
dei
Beni
Culturali
registra
l’Annunciazione
e
Padre
eterno
benedicente,
datata
fra
1580
e
1599,
e
la
Presentazione
della
Vergine
al
Tempio,
proveniente
dal
nucleo
decorativo
legato
all’appartamento
privato
del
duca
Cesare
d’Este
nel
castello
di
Modena.
In
questo
gruppo
il
problema
attributivo
resta
rilevante,
perché
alcune
opere
oscillano
fra
Ercole
e
Pietro
Paolo
il
Giovane.[9]
La
Presentazione
della
Vergine
al
Tempio
permette
di
osservare
un
aspetto
caratteristico
della
sua
maniera.
Le
figure
sono
disposte
entro
un’architettura
teatrale,
con
scale,
colonne,
quinte
e
personaggi
laterali.
L’episodio
sacro
assume
un
tono
cerimoniale.
La
spazialità
tende
al
palcoscenico,
secondo
un
gusto
che
si
accorda
con
l’attività
di
Ercole
per
scene
e
fondali
pastorali.
L’artista
lavora
per
piani,
costruendo
un
interno
ampio,
abitato
da
gesti
composti
e
da
figure
disposte
secondo
una
regia
più
decorativa
che
drammatica.
La
fortuna
critica
dell’artista
fu
condizionata
da
due
elementi:
la
fama
del
nonno
Niccolò
e
il
giudizio
morale
tramandato
dalle
fonti.
Orlandi
lo
descrisse
come
uomo
dominato
da
vizi
e
morto
in
miseria;
Treccani
riprende
questa
tradizione,
segnalando
anche
l’esito
poco
felice
del
restauro
della
Madonna
di
San
Sebastiano
del
Correggio,
affidatogli
per
la
reputazione
di
cui
godeva
al
suo
tempo
e
giudicato
negativamente
dal
cronista
Giovanni
Battista
Spaccini.
Queste
notizie
vanno
lette
come
testimonianze
della
storiografia
antica,
spesso
incline
a
legare
qualità
artistica
e
condotta
personale.[10]
Il
confronto
con
il
figlio
Pietro
Paolo
il
Giovane
rende
più
complessa
la
ricostruzione
del
catalogo.
Pietro
Paolo
nacque
a
Modena
nel
1592,
fu
avviato
alla
pittura
dal
padre
e
morì
nel
1630.
Alcune
opere
passate
sotto
il
suo
nome
sono
state
ricondotte
a
Ercole,
mentre
altre
restano
discusse.
La
continuità
familiare
produce
qui
un
problema
ricorrente
nelle
botteghe
dinastiche:
modelli
comuni,
soggetti
simili,
committenze
locali,
qualità
diseguale
e
documentazione
incompleta
favoriscono
scambi
attributivi.
Ercole
dell’Abate
va
quindi
collocato
come
figura
minore
ma
utile
della
pittura
modenese
tra
la
fine
del
Cinquecento
e
l’inizio
del
Seicento.
La
sua
opera
tiene
insieme
eredità
familiare,
committenza
estense,
decorazione
civica,
pittura
sacra
e
scenografia
di
corte.
Il
suo
linguaggio
conserva
formule
della
tarda
Maniera
e
registra,
in
modo
parziale,
il
passaggio
verso
una
pittura
più
disciplinata
e
devozionale.
La
sua
importanza
non
dipende
da
una
grande
invenzione
formale,
ma
dalla
posizione
occupata
nella
Modena
di
Cesare
d’Este,
in
anni
di
riassetto
politico
e
figurativo
della
città.
La
cronologia
di
nascita
resta
incerta.
Treccani
indica
1573,
mentre
vari
cataloghi
moderni
registrano
1563
circa.
La
nascita
in
Francia
è
stata
proposta
per
coerenza
con
la
presenza
del
padre
nell’ambiente
di
Fontainebleau;
la
nascita
a
Modena
resta
sostenuta
da
Pallucchini
e
da
parte
della
tradizione
italiana.
Il
rapporto
con
Giulio
Camillo
richiede
precisione.
Giulio
Camillo
fu
figlio
di
Niccolò,
collaborò
con
lui
in
Francia
e
nel
1571
ebbe
la
carica
di
sovrintendente
alle
pitture
del
castello
di
Fontainebleau.
La
morte
è
anteriore
all’agosto
1582.
Il
catalogo
di
Ercole
presenta
oscillazioni
attributive.
Le
opere
della
Galleria
Estense
e
quelle
ricordate
nelle
chiese
modenesi
vanno
controllate
caso
per
caso,
soprattutto
quando
entrano
in
gioco
attribuzioni
al
figlio
Pietro
Paolo
il
Giovane.
La
decorazione
della
Sala
del
Vecchio
Consiglio
resta
il
nucleo
pubblico
più
rilevante.
Il
lavoro
con
Bartolomeo
Schedoni,
datato
al
1608,
colloca
Ercole
in
un
cantiere
civico
di
forte
valore
simbolico.
A.R.
[1]
La
famiglia
è
ricordata
con
diverse
forme:
Abate,
Abbati,
Abati,
Abbate,
dell’Abate
e
dell’Abbate.
Ercole
appartiene
alla
linea
discendente
da
Niccolò
attraverso
Giulio
Camillo.
[2]
Augusta
Ghidiglia
Quintavalle,
nella
voce
del
Dizionario
Biografico
degli
Italiani,
indica
la
nascita
nel
1573
e
segnala
il
dubbio
sul
luogo.
L’Istituto
Centrale
per
la
Grafica
e
il
Catalogo
Generale
dei
Beni
Culturali
registrano
invece
la
nascita
intorno
al
1563.
La
morte
a
Modena
il
20
gennaio
1613
è
dato
generalmente
accolto.
[3]
Giulio
Camillo
dell’Abate,
figlio
di
Niccolò,
fu
attivo
a
Fontainebleau
e
nel
1571
risulta
sovrintendente
alle
pitture
del
castello.
La
morte
è
anteriore
all’agosto
1582.
Il
dato
corregge
la
tradizione
che
talvolta
sposta
troppo
avanti
la
carica
o
la
cronologia
francese.
[4]
Treccani
ricorda
l’attività
di
Ercole
per
la
corte
estense
fino
al
1601:
disegni
di
conii
nel
1598,
fondali
e
scene
per
favole
pastorali
tra
1600
e
1601,
ritratti
dei
principini
Ippolito
e
Niccolò
d’Este
nel
1601.
[5]
Lanzi
lo
considerò
il
più
notevole
della
famiglia
dopo
Niccolò.
Pallucchini
ne
ridimensionò
il
profilo,
riconoscendovi
un
pittore
modesto,
legato
a
forme
tradizionali
e
sensibile
a
riflessi
schedoniani.
[6]
La
decorazione
del
soffitto
della
Sala
del
Vecchio
Consiglio
del
Palazzo
Comunale
di
Modena
è
ricordata
da
Treccani
e
dalle
guide
storico-artistiche
della
città.
Il
programma
comprende
soggetti
antichi
ed
emblemi
civici
e
ducali;
tra
i
riquadri
sono
citati
Coriolano,
Menecèo
tebano,
Ercole
Gallico
e
le
Sette
Armonie
greche.
[7]
La
pala
dell’Annunciazione
in
San
Pietro
a
Modena
fu
commissionata
nel
1603
dall’abate
Zaccaria
Taraschi
per
Annibale
Carandini.
La
scrittura
privata
del
7
novembre
1603
prevedeva
la
consegna
entro
Natale
e
fissava
caratteri
tecnici,
formato
e
compenso.
[8]
La
chiesa
abbaziale
di
San
Pietro
conserva
anche
una
pala
attribuita
a
Ercole
con
San
Benedetto
che
risuscita
un
fanciullo.
La
presenza
dell’artista
nella
basilica
conferma
il
suo
rapporto
con
la
committenza
ecclesiastica
modenese.
[9]
Il
Catalogo
Generale
dei
Beni
Culturali
registra
opere
di
Ercole
nella
Galleria
Estense,
tra
cui
l’Annunciazione
e
Padre
eterno
benedicente
e
la
Presentazione
della
Vergine
al
Tempio.
Quest’ultima
fu
in
passato
attribuita
anche
al
figlio
Pietro
Paolo.
[10]
La
notizia
sul
restauro
della
Madonna
di
San
Sebastiano
del
Correggio,
affidato
a
Ercole
e
giudicato
male
dal
cronista
Giovanni
Battista
Spaccini,
è
ricordata
da
Treccani.
La
tradizione
sulla
condotta
disordinata
dell’artista
deriva
soprattutto
da
Orlandi
e
dalla
storiografia
antica.
Lodovico
Vedriani,
Raccolta
de’
pittori,
scultori
et
architetti
modonesi
più
celebri,
Bartolomeo
Soliani,
Modena,
1662.
Pellegrino
Antonio
Orlandi,
Abecedario
pittorico,
Giuseppe
Bouchard,
Firenze,
1788.
Girolamo
Tiraboschi,
Notizie
de’
pittori,
scultori,
incisori
e
architetti
natii
degli
Stati
del
serenissimo
signor
duca
di
Modena,
Società
Tipografica,
Modena,
1786.
Luigi
Lanzi,
Storia
pittorica
della
Italia
dal
risorgimento
delle
belle
arti
fin
presso
al
fine
del
XVIII
secolo,
Remondini,
Bassano,
1795-1796;
edizione
Firenze,
1822.
Cesare
Galvani,
Carlo
Malmusi,
Mario
Valdrighi,
Le
opere
di
Guido
Mazzoni
e
di
Antonio
Begarelli
celebri
plastici
modenesi
e
le
pitture
eseguite
nelle
sale
del
palazzo
dell’Illustrissima
Comunità
di
Modena
da
Niccolò
Abati,
Bartolomeo
Schedoni
ed
Ercole
Abati,
Vincenzi,
Modena,
1823.
Mario
Valdrighi,
Della
vita
e
delle
opere
di
Ercole
Abati
pittore
modenese.
Cenni,
Vincenzi,
Modena,
1826.
Adolfo
Venturi,
La
R.
Galleria
Estense
in
Modena,
Tipografia
di
Paolo
Toschi
e
C.,
Modena,
1882.
Vittorio
Moschini,
Schedoni,
in
L’Arte,
XXX,
Roma,
1927.
Rodolfo
Pallucchini,
I
dipinti
della
Galleria
Estense
di
Modena,
Istituto
Poligrafico
dello
Stato,
Roma,
1945.
Renzo
Pedrazzi,
Le
sale
antiche
del
Palazzo
Comunale
di
Modena,
Modena,
1953.
Ugo
Galetti,
Ettore
Camesasca,
Enciclopedia
della
pittura
italiana,
Garzanti,
Milano,
1950.
Augusta
Ghidiglia
Quintavalle,
Abbati,
Ercole,
in
Dizionario
Biografico
degli
Italiani,
vol.
I,
Istituto
della
Enciclopedia
Italiana,
Roma,
1960.
Sylvie
Béguin,
a
cura
di,
Mostra
di
Nicolò
dell’Abate.
Catalogo
critico,
Edizioni
Alfa,
Bologna,
1969.
Jadranka
Bentini,
a
cura
di,
Sovrane
passioni.
Le
raccolte
d’arte
della
Ducale
Galleria
Estense,
Motta,
Milano,
1998.
Daniele
Benati,
Lucia
Peruzzi,
a
cura
di,
Musei
Civici
di
Modena.
I
dipinti
antichi,
Modena,
2005.
Sylvie
Béguin,
Francesca
Piccinini,
a
cura
di,
Nicolò
dell’Abate.
Storie
dipinte
nella
pittura
del
Cinquecento
tra
Modena
e
Fontainebleau,
Silvana
Editoriale,
Cinisello
Balsamo,
2005.
Luca
Silingardi,
La
cappella
Carandini
nella
chiesa
di
San
Pietro
a
Modena.
Dipinti
di
Ercole
dell’Abate
ed
Ercole
Setti,
in
studi
modenesi
di
storia
dell’arte,
2009
circa.
Catalogo
Generale
dei
Beni
Culturali,
schede
relative
a
Ercole
dell’Abate,
Galleria
Estense
e
Modena,
Istituto
Centrale
per
il
Catalogo
e
la
Documentazione,
Roma.
Istituto
Centrale
per
la
Grafica,
schede
dei
disegni
attribuiti
a
Ercole
dell’Abate,
Roma.
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