Tecniche edilizie romane
Le tecniche edilizie romane costituiscono uno dei fondamenti materiali dell’impero. Strade, ponti, acquedotti, cloache, templi, basiliche, terme, anfiteatri, porti, mura, domus, insulae, ville, santuari terrazzati e palazzi imperiali furono possibili grazie a una cultura costruttiva capace di unire tradizioni italiche, esperienze etrusche, saperi greci, materiali locali, organizzazione del lavoro e soluzioni ingegneristiche di lunga durata. Roma non inventò ogni tecnica che utilizzò. La sua forza fu selezionare, perfezionare, combinare e diffondere procedure costruttive fino a farne un linguaggio comune del Mediterraneo.
L’edilizia romana va letta come sistema. La pietra tagliata, il tufo, il travertino, il calcare, il marmo, il laterizio, la calce, la pozzolana, la sabbia, il legno, il ferro, il piombo, la terracotta, lo stucco, il vetro e i marmi colorati non agiscono separatamente. Entrano in cantieri organizzati da architetti, capomastri, misuratori, schiavi, liberti, artigiani, soldati, impresari, officine e amministrazioni pubbliche. La tecnica è inseparabile dalla logistica.
Il grande tratto romano è la capacità di costruire in modo durevole e ripetibile. Un ponte in Hispania, una villa in Istria, un acquedotto in Gallia, un anfiteatro in Africa, un bagno militare in Britannia, una strada in Siria, una cupola a Roma condividono principi, soluzioni e parole tecniche, pur adattandosi a materiali e paesaggi diversi. L’impero non si vede soltanto nelle statue degli imperatori. Si riconosce nei muri, nelle volte, nei drenaggi, nei bolli laterizi, negli archi di acquedotto e nelle fondazioni che continuano a sostenere città successive.
La Roma delle origini era costruita con materiali deperibili: legno, frasche, argilla, paglia, terra battuta. Le capanne del Palatino, note archeologicamente attraverso buchi di palo, canalette, piani pavimentali e tracce di focolari, appartengono a una cultura edilizia semplice, adatta a comunità pastorali e agricole. La forma della capanna resterà nella memoria religiosa romana, come dimostra la tradizione della casa Romuli.
Tra VII e VI secolo a.C., la città conosce un salto tecnico e politico. La bonifica delle aree paludose, il drenaggio del Foro, la costruzione della Cloaca Massima, la pavimentazione di spazi pubblici, la monumentalizzazione di aree sacre e la sostituzione progressiva delle abitazioni in materiali deperibili con strutture più durevoli segnano il passaggio dalla comunità di villaggi alla città.
La tecnica idraulica ha un ruolo precoce. Canalizzare acque, asciugare fondi vallivi, creare superfici praticabili, mantenere il foro libero dal fango e dalle acque stagnanti significa costruire la città prima ancora di innalzare templi e basiliche. La fondazione materiale di Roma è fatta di drenaggi e riporti di terreno.
Il passaggio alla muratura stabile modifica anche la memoria. Un edificio in pietra o laterizio dura, viene restaurato, accumula iscrizioni, conserva il nome del dedicante. La città politica nasce quando lo spazio costruito può sopravvivere alla generazione che lo ha prodotto.
Prima del marmo e del cementizio, l’edilizia romana usa terra, legno e argilla. Le pareti potevano essere realizzate con argilla cruda, graticci, incannucciati rivestiti, mattoni crudi, pali e tavole. Le coperture impiegavano legname, strami e poi tegole e coppi. Queste tecniche continuarono a essere usate a lungo nelle abitazioni più modeste, nei cantieri provvisori, nelle campagne e negli edifici di servizio.
Il legno era indispensabile anche quando l’edificio finale era in pietra. Serviva per centine, ponteggi, casseforme, travature, solai, tetti, macchine di sollevamento, palificazioni, casse, carri, magazzini e opere temporanee. La perdita quasi totale del legno antico altera la nostra percezione. Molti edifici oggi ridotti a murature erano in origine completati da parti lignee essenziali.
L’argilla cotta trasformò radicalmente la costruzione. Tegole, embrici, mattoni, tubuli, suspensurae, condotti, elementi fittili e laterizi da paramento consentirono coperture regolari, ipocausti, pareti riscaldate, archi, volte leggere e murature standardizzate. La produzione laterizia divenne un settore economico strutturato, con officine, marchi, proprietà imperiali e distribuzioni regionali.
La terracotta conservò inoltre un ruolo decorativo. Antefisse, lastre fittili, acroteri, rivestimenti templari e elementi dipinti appartengono alla tradizione arcaica e italica. Il tempio romano arcaico non era bianco e marmoreo, ma colorato, fittile, ligneo e animato da figure di terracotta.
La Roma repubblicana costruì con pietre locali e regionali. Il tufo, nelle sue diverse qualità, fu uno dei materiali più importanti: facile da cavare e da lavorare, adatto a blocchi, fondazioni, muri, sostruzioni e rivestimenti. Il cappellaccio, il tufo giallo della via Tiberina, il tufo di Grotta Oscura, il tufo lionato e altre varietà documentano la dipendenza della città dal proprio territorio geologico.
Il peperino, più compatto e resistente, fu usato in opere pubbliche, muri, basi, gradinate e parti esposte. Il travertino, cavato soprattutto nell’area di Tivoli, divenne materiale di grande fortuna per ponti, archi, teatri, anfiteatri, cornici, facciate e strutture portanti. Il Colosseo, con la sua facciata in travertino, mostra al massimo grado il valore architettonico di questa pietra.
Nelle province, l’uso dei materiali locali resta fondamentale. Calcare in Istria e Dalmazia, pietre vulcaniche in Campania e Lazio, graniti in Egitto, calcari africani, arenarie siriache, marmi greci e anatolici, pietre alpine e pirenaiche: ogni regione costruisce con ciò che il suolo offre, integrandolo quando necessario con materiali importati.
Questa adattabilità è una delle ragioni della diffusione dell’edilizia romana. Il modello tecnico poteva viaggiare anche quando il materiale cambiava. Un muro in Africa e un muro nel Norico non sono identici, ma rispondono a una grammatica costruttiva condivisa.
L’opus quadratum è una muratura in blocchi squadrati, disposti in filari regolari, spesso senza malta o con giunti accurati. Fu usato in età arcaica, repubblicana e imperiale per mura, templi, podi, sostruzioni, ponti, porte e opere pubbliche. La precisione del taglio e della posa garantiva stabilità.
Le mura cosiddette serviane di Roma, con grandi blocchi di tufo, sono uno degli esempi più noti. Anche molti podi templari, opere difensive e strutture pubbliche della Repubblica impiegano questa tecnica. Il blocco squadrato comunica solidità e arcaica severità.
L’opus quadratum richiedeva cave organizzate, trasporto dei blocchi, strumenti di taglio, leve, rampe, argani, squadre di posa e conoscenze statiche. Il costo era elevato, ma la durata notevole. Per edifici di rappresentanza o parti strutturalmente importanti, la muratura in blocchi restò a lungo prestigiosa.
Con la diffusione dell’opus caementicium, i blocchi squadrati vennero spesso usati come rivestimento, cantonali, parti nobili, zoccoli o elementi portanti specifici. Roma non abbandonò le tecniche precedenti; le combinò secondo necessità.
L’opus incertum è un paramento murario formato da pietre di forma irregolare, disposte sulla faccia esterna di un nucleo cementizio. Si diffonde soprattutto dal II secolo a.C. ed è legato all’espansione dell’opus caementicium. La superficie appare irregolare, ma non casuale: le pietre vengono scelte e posate per creare un rivestimento stabile.
Questa tecnica è fondamentale per santuari, sostruzioni, ville, terrazze, edifici pubblici e privati della tarda Repubblica. Essa consente costruzioni rapide e robuste, adatte a muri di contenimento e grandi masse murarie. La forma del paramento dipende dai materiali disponibili e dalla cura del cantiere.
L’opus incertum segna una fase di sperimentazione. Il vero elemento portante non è più soltanto il blocco lapideo squadrato, ma il nucleo cementizio interno. Il paramento ha funzione di contenimento, rifinitura e protezione. Questa distinzione tra nucleo e rivestimento è una delle chiavi dell’edilizia romana.
Dal punto di vista visivo, l’opus incertum conserva una texture viva, irregolare, quasi geologica. Prima dell’eleganza geometrica dell’opus reticulatum, la muratura romana mostra qui un volto più pratico e sperimentale.
L’opus reticulatum è un paramento formato da piccoli blocchi piramidali, spesso di tufo, inseriti nel nucleo cementizio con la faccia quadrata disposta in diagonale. Il risultato è una trama a rete, regolare, elegante, facilmente riconoscibile. Si diffonde soprattutto tra tarda Repubblica e prima età imperiale.
La regolarità dell’opus reticulatum indica un alto livello di standardizzazione. I blocchetti dovevano essere tagliati con dimensioni compatibili e posati con cura. La superficie diagonale produce un effetto decorativo, anche quando il muro era destinato a essere intonacato. La tecnica unisce economia, rapidità e ordine visivo.
L’opus reticulatum fu molto usato in ville, sostruzioni, muri urbani, edifici pubblici e privati. A Pompei, a Roma, nel Lazio e in Campania è particolarmente diffuso. Talvolta veniva rinforzato da ricorsi di laterizio o blocchetti più regolari agli angoli, perché la trama diagonale poteva essere debole nei punti di maggiore sollecitazione.
Il suo valore storico è notevole. La rete diagonale permette spesso di datare fasi edilizie e riconoscere cantieri. Come sempre, la cronologia va valutata in base al contesto locale, perché le tecniche possono sopravvivere o riapparire in tempi diversi.
L’opus vittatum impiega piccoli blocchi parallelepipedi disposti in filari orizzontali. La superficie risulta regolare, a fasce, spesso con pietre locali o tufelli. Si diffonde soprattutto in età imperiale e tardoantica, con varianti regionali. È una tecnica resistente, ordinata e relativamente economica.
L’opus mixtum combina materiali e tecniche diverse, in particolare laterizi e blocchetti lapidei. I ricorsi di mattoni possono alternarsi a fasce di pietra o delimitare porzioni murarie. Questa soluzione migliora la stabilità, regola il paramento e consente di usare materiali disponibili in modo razionale.
In età tardoantica, le tecniche miste diventano molto comuni. La muratura alterna filari di laterizi, blocchetti, pietre di reimpiego, malta abbondante e materiali locali. Questo non indica automaticamente decadenza. Spesso risponde a cantieri più pragmatici, a riuso di materiali, a nuove economie e a esigenze rapide.
L’osservazione dei paramenti è uno strumento fondamentale per la storia edilizia. Un muro conserva nelle sue tessiture la sequenza dei restauri, degli ampliamenti, delle riparazioni e dei cambiamenti economici. Leggere l’edilizia romana significa leggere superfici murarie con attenzione quasi stratigrafica.
L’opus latericium usa laterizi cotti come paramento di un nucleo cementizio o come elemento costruttivo. In età imperiale, soprattutto a Roma, il laterizio diventa materiale dominante per molte grandi strutture. Mattoni triangolari o rettangolari, tegole tagliate, ricorsi, archi, ghiere, volte e cortine formano una tecnica flessibile e potente.
Il laterizio consente regolarità, rapidità e controllo dimensionale. I mattoni si producono in serie, si trasportano più facilmente di grandi blocchi, si adattano a curve, archi e pareti, resistono bene al fuoco, dialogano con malte e cementizio. Le grandi terme, i mercati, le insulae, le caserme, gli acquedotti e i palazzi imperiali devono molto a questa tecnologia.
I bolli laterizi, impressi prima della cottura, forniscono dati preziosi: officina, proprietario, figlina, console, data, amministrazione imperiale o privata. Essi permettono di datare edifici, seguire produzioni, ricostruire proprietà e comprendere reti economiche. Per questo la prossima scheda sarà dedicata in modo specifico a laterizi, bolli e materiali da costruzione.
L’opus latericium mostra una Roma meno marmorea di quanto spesso si immagini. Molti edifici rivestiti di marmi, stucchi o intonaci sono, nella struttura, masse di laterizio e cementizio. La pelle nobile copre una tecnica industriale.
L’opus caementicium, il calcestruzzo romano, è una delle grandi rivoluzioni costruttive dell’antichità. È formato da malta di calce, sabbia o pozzolana, acqua e frammenti lapidei o laterizi, i caementa. Versato o disposto entro paramenti, casseforme o strutture di contenimento, crea masse solide capaci di sostenere muri, volte, cupole, sostruzioni, fondazioni e ambienti monumentali.
La pozzolana, sabbia vulcanica dell’area campana e laziale, conferisce alla malta proprietà idrauliche: la miscela può indurire anche in presenza d’acqua. Questa qualità rese possibili porti, moli, fondazioni in ambiente umido, cisterne, acquedotti, terme e strutture marittime. Il calcestruzzo romano non è uniforme; cambia secondo aggregati, malte, disponibilità locali e funzione dell’edificio.
Il cementizio permise forme prima difficili da ottenere su grande scala: volte a botte, volte a crociera, cupole, esedre, ambienti absidati, sostruzioni terrazzate, muri curvi, spazi interni vasti. La tecnica liberò l’architettura romana dalla sola logica trilitica di colonne e architravi.
Il vero volto dell’architettura romana imperiale nasce qui. Templi marmorei e colonnati continuano a usare il lessico greco; terme, basiliche, mercati, palazzi e cupole mostrano invece la specificità costruttiva di Roma. Il cementizio è il materiale dell’espansione spaziale.
La calce si ottiene dalla cottura di pietre calcaree, trasformate in calce viva e poi spente con acqua. Mescolata con sabbia, pozzolana, cocciopesto o altri aggregati, produce malte diverse per uso e resistenza. La qualità della calce e la preparazione della miscela sono decisive per la durata della costruzione.
La pozzolana fu uno dei segreti tecnici dell’edilizia romana centro-italica. La sua reazione con la calce produce composti resistenti all’acqua. Vitruvio descrive le qualità delle polveri puteolane e la loro utilità nelle opere marittime. Porti e moli di età romana dipendono in larga misura da questa conoscenza.
Il cocciopesto, ottenuto da frammenti laterizi macinati, veniva usato per pavimenti impermeabili, cisterne, vasche, rivestimenti idraulici e malte resistenti all’umidità. La presenza di laterizio frantumato migliora la tenuta all’acqua e crea superfici compatte. Molti ambienti termali e idraulici ne dipendono.
Le malte romane non furono ricette fisse. Ogni cantiere adattava materiali e proporzioni. Lo studio archeometrico delle malte permette oggi di ricostruire tecnologie, provenienze, fasi edilizie e competenze locali. La calce, spesso invisibile al visitatore, è una delle materie più importanti della durata romana.
Ogni edificio romano comincia dal terreno. Fondazioni, drenaggi, platee, palificate, riempimenti, muri di contenimento e livellamenti sono essenziali. Roma stessa, costruita su colli, valli, pendii, zone paludose e depositi alluvionali, richiese continui interventi di stabilizzazione.
Le fondazioni variavano secondo il suolo. Su terreni solidi si potevano impostare muri direttamente su tagli regolari; in zone umide si usavano palificazioni, platee, drenaggi e getti cementizi; sui pendii servivano sostruzioni. La scelta tecnica derivava dall’osservazione del luogo e dall’esperienza del cantiere.
I santuari terrazzati dell’Italia centrale dimostrano la capacità romana di costruire artificialmente piattaforme monumentali. Praeneste, Tivoli e Terracina trasformano pendii in architetture ordinate attraverso muri di sostegno, volte, criptoportici e terrazze. Prima del tempio, viene costruito il terreno su cui il tempio può apparire.
Le infrastrutture richiedevano fondazioni ancora più complesse. Ponti, acquedotti, porti e mura dovevano resistere ad acqua, peso, vento, spinta laterale, traffico e tempo. La solidità romana nasce spesso da ciò che resta invisibile sotto il livello del suolo.
L’arco è una delle forme tecniche fondamentali della costruzione romana. La sua efficacia deriva dalla capacità di scaricare il peso lateralmente verso piloni o muri. Cunei lapidei, laterizi o blocchi cementizi formano una curva compressa, chiusa dalla chiave. L’arco permette di aprire passaggi, sostenere acquedotti, costruire ponti, organizzare facciate, creare sostruzioni e reggere volte.
Gli Etruschi e altri popoli italici conoscevano l’arco; Roma ne fece un principio costruttivo sistematico. Il ponte, la porta urbica, l’acquedotto, l’anfiteatro, la basilica e il mercato romano dipendono dall’arco ripetuto. La tecnica diventa ritmo architettonico.
L’arco romano non è soltanto struttura. Diventa anche forma simbolica: arco onorario, trionfale, porta monumentale, incorniciatura del potere. La tecnologia produce un linguaggio politico. Un elemento nato per sostenere diventa segno di vittoria, passaggio e memoria.
Il dominio dell’arco permise all’architettura romana di superare il limite della trabeazione. Spazi più ampi, aperture più grandi, strutture su più livelli e facciate articolate divennero possibili. L’arco è una delle radici della monumentalità imperiale.
La volta nasce dall’estensione dell’arco nello spazio. La volta a botte copre ambienti rettangolari o corridoi; la volta a crociera nasce dall’intersezione di due volte a botte; la volta anulare segue percorsi curvi; la volta rampante accompagna scale o passaggi inclinati; le esedre e le absidi sviluppano forme semicilindriche o semicupolari.
Le volte romane, soprattutto in cementizio, consentirono ambienti vasti e continui. Terme, basiliche, criptoportici, magazzini, anfiteatri, cisterne e palazzi ne fecero largo uso. La volta modifica la percezione interna: il soffitto non è più una travatura piana, ma una superficie curva, capace di concentrare luce, suono e monumentalità.
La costruzione delle volte richiedeva centine lignee, casseforme, getti successivi, controllo dei pesi e conoscenza delle spinte. Una volta non è soltanto una forma; è una soluzione statica. I muri laterali devono resistere alla spinta orizzontale. Contrafforti, spessori murari, ambienti laterali e catene strutturali rispondono a questa necessità.
Le grandi terme imperiali mostrano il massimo sviluppo delle volte romane. I frigidaria coperti da volte a crociera, sostenute da muri e colonne, creano spazi interni di vastità nuova. La tecnica edilizia diventa esperienza spaziale.
La cupola è la forma più audace dell’architettura romana. Essa copre uno spazio centrale attraverso una superficie curva che distribuisce i carichi lungo tutto il perimetro. In cementizio, la cupola permette dimensioni e continuità impossibili con la sola pietra tagliata.
Il Pantheon è il capolavoro assoluto. La cupola emisferica, con oculo centrale, cassettoni e spessori decrescenti, poggia su un tamburo massiccio articolato da nicchie e scarichi. Gli aggregati del cementizio cambiano progressivamente: più pesanti in basso, più leggeri verso l’alto. La struttura non è solo immagine cosmica; è calcolo materiale.
Le cupole furono usate anche in terme, ninfei, sale ottagonali, mausolei, padiglioni e ambienti palaziali. La Domus Aurea, la villa Adriana, le terme e alcuni edifici tardoantichi mostrano sperimentazioni su spazi centrali, semicupole, cupole ribassate e coperture complesse.
La cupola romana avrà una lunga eredità. Architettura paleocristiana, bizantina, islamica, rinascimentale e moderna guarderanno alla capacità romana di coprire lo spazio centrale. Il Pantheon resta il modello più alto di questa continuità.
La muratura romana distingue spesso tra struttura e rivestimento. Il nucleo può essere in cementizio; la cortina esterna in laterizio, reticolato, pietra o blocchetti; la superficie finale in intonaco, stucco, lastre marmoree, pittura o mosaico. L’aspetto visibile può quindi nascondere una tecnica diversa.
Questa distinzione è decisiva per interpretare gli edifici. Un muro oggi in laterizio poteva essere rivestito di marmo; una parete oggi ruvida poteva essere intonacata e dipinta; una struttura in cementizio poteva apparire come architettura lapidea nobile. La rovina moderna espone spesso ciò che l’antico spettatore non vedeva.
I rivestimenti marmorei, fissati con grappe, perni, malte e sistemi metallici, trasformavano ambienti pubblici e privati. Marmi colorati, porfidi, graniti, cipollini, giallo antico, pavonazzetto, africano, portasanta e altre pietre creavano superfici policrome. La struttura portante diventava supporto di una pelle imperiale.
Anche l’intonaco era fondamentale. Pitture parietali, stucchi, modanature, imitazioni marmoree, cornici e decorazioni geometriche completavano l’edificio. Una casa o una terma romana non era una successione di muri nudi, ma un sistema di superfici lavorate.
I pavimenti romani utilizzano molte tecniche: terra battuta, cocciopesto, opus signinum, mosaico, opus sectile, lastre marmoree, basoli, laterizi, spicatum e pavimenti cementizi decorati. La scelta dipendeva da funzione, costo, umidità, rango e ambiente.
L’opus signinum, composto da malta con frammenti laterizi, era resistente e impermeabile. Poteva essere decorato con tessere bianche o motivi geometrici. Fu usato in case, cisterne, vasche, ambienti di servizio e spazi umidi. La sua praticità ne spiega la lunga durata.
Il mosaico, in bianco e nero o policromo, divenne uno dei pavimenti più diffusi e prestigiosi. Nelle terme, nelle case, nelle ville, negli edifici pubblici e nelle basiliche tardoantiche, il mosaico unisce resistenza e immagine. Animali, divinità marine, motivi geometrici, scene mitologiche e iscrizioni entrano nella vita del pavimento.
L’opus sectile, formato da lastre di marmo tagliate in forme geometriche o figurative, appartiene a una fascia più lussuosa. Grandi sale imperiali, domus aristocratiche, basiliche e terme usavano marmi colorati per creare tappeti lapidei. Il pavimento diventa ostentazione di geografia imperiale: pietre provenienti da tutto il Mediterraneo sotto i piedi del visitatore.
Le coperture romane combinano travature lignee, tegole, coppi, volte e cupole. Nelle case, nei templi arcaici, nei portici e in molti edifici pubblici, il tetto ligneo rivestito da tegole restò comune. La perdita del legno rende spesso difficile ricostruire alzati e coperture originarie.
Le tegole piane, tegulae, e i coppi semicilindrici, imbrices, formavano una copertura efficace e standardizzata. La produzione laterizia permetteva pezzi seriali, marchiati, trasportabili e sostituibili. Gli elementi fittili decorativi completavano gronde, margini e linee di colmo.
Le grandi aule voltate ridussero la dipendenza dal legno in alcuni edifici monumentali. Terme, basiliche, cisterne e magazzini potevano essere coperti da sistemi murari ignifughi e durevoli. Tuttavia il legno continuò a essere necessario per porte, impalcature, finiture, solai secondari e coperture leggere.
Il tetto è una delle parti più perdute dell’architettura romana. Molti templi e basiliche che oggi appaiono come ordini di colonne o muri aperti erano in antico definiti da masse lignee e fittili. La ricostruzione delle coperture è indispensabile per restituire il volume reale degli edifici.
Scale e rampe sono elementi cruciali dell’edilizia romana. Esse collegano livelli, superano pendii, distribuiscono folle e organizzano percorsi cerimoniali. Teatri, anfiteatri, terme, palazzi, santuari e insulae dipendono da sistemi di circolazione accurati.
Il criptoportico, corridoio coperto spesso seminterrato o voltato, ha molte funzioni: sostruzione, passaggio, deposito, ambiente fresco, collegamento tra parti di una villa o di un santuario, sostegno di terrazze. Nei santuari e nelle ville, il criptoportico permette di costruire su pendii e creare superfici regolari superiori.
Le rampe monumentali, come nei santuari terrazzati o in alcuni complessi palaziali, non sono semplici dispositivi pratici. Guidano il corpo nello spazio, rallentano il percorso, creano aspettativa, organizzano la vista. L’architettura romana sa trasformare il movimento in cerimonia.
Scale e corridoi rivelano spesso la vera intelligenza del progetto. Un edificio monumentale deve funzionare: accogliere, distribuire, evacuare, separare percorsi pubblici e di servizio. La bellezza della facciata dipende da una logistica interna accurata.
I ponti romani uniscono arco, fondazione, idraulica, strada e amministrazione. Costruire un ponte significa dominare un fiume, stabilire una continuità viaria, facilitare esercito, commercio e comunicazioni. Molti ponti furono parte di vie consolari o provinciali e conservarono per secoli la loro funzione.
La tecnica variava secondo larghezza del fiume, velocità della corrente, profondità, natura del letto e disponibilità di materiali. Pile con rostri frangicorrente, archi in pietra, fondazioni in alveo, cassoni, deviazioni temporanee e cantieri stagionali richiedevano alta competenza. Un ponte mal fondato poteva essere distrutto da una piena.
Il ponte romano ha anche valore simbolico. Permette il passaggio dell’impero. Unisce rive, province, eserciti, mercati. L’iscrizione del costruttore, l’arco d’ingresso o la qualità della pietra trasformano l’infrastruttura in monumento. Il ponte di Alcántara, il ponte di Mérida, il ponte Fabricio, il ponte Elio e molti esempi provinciali mostrano questa fusione tra tecnica e memoria.
Il ponte dimostra una delle qualità più concrete di Roma: costruire permanenze dove la natura oppone discontinuità.
Gli acquedotti sono tra le opere più celebri dell’ingegneria romana. Captavano acque da sorgenti lontane e le conducevano verso città, terme, fontane, latrine, case, caserme e impianti produttivi. Il percorso doveva mantenere una pendenza controllata, superare valli, attraversare colline, proteggere la qualità dell’acqua e distribuire la portata.
L’immagine più nota è quella delle arcate, ma gran parte degli acquedotti correva sottoterra o a livello del suolo. Le arcate intervenivano dove era necessario attraversare depressioni e mantenere la quota. Il Pont du Gard, in Gallia, mostra in forma spettacolare questa necessità tecnica trasformata in monumentalità.
A Roma, la rete degli acquedotti fu una delle basi della vita urbana. Frontino, curator aquarum, descrive condotte, portate, manutenzione, abusi e amministrazione. L’acqua era una materia politica. Controllarne l’arrivo significava governare la città.
Gli acquedotti richiedevano manutenzione costante: pulizia delle concrezioni calcaree, riparazione delle perdite, controllo degli allacci illegali, cura dei canali, protezione delle sorgenti. La tecnica romana non finiva con la costruzione. Proseguiva nell’amministrazione.
La Cloaca Massima è uno dei simboli della Roma arcaica e repubblicana. Il suo ruolo fu drenare le acque della valle del Foro e renderla praticabile. La città nacque anche attraverso il controllo delle acque sporche, delle piene e del terreno instabile.
Le cloache romane erano sistemi complessi di canali, condotti, cunicoli, sbocchi, tombini e strutture di manutenzione. Servivano a smaltire acque piovane, reflui di fontane, terme, latrine e case. La copertura e la canalizzazione delle acque permisero densità urbana e igiene relativa.
Il drenaggio era essenziale anche nei cantieri. Fondazioni, anfiteatri, teatri, strade, ville e porti richiedevano allontanamento dell’acqua. Un edificio romano solido è spesso preceduto da un lavoro invisibile di canalizzazione.
La monumentalità romana non va separata da questa ingegneria sotterranea. Una basilica o un foro funzionano perché sotto esistono drenaggi, fondazioni, fogne e livelli artificiali. La città antica è costruita anche sotto la superficie visibile.
La strada romana è una tecnica edilizia e amministrativa insieme. Tracciato, rilievo del terreno, massicciata, drenaggi laterali, pavimentazione, ponti, miliari, stazioni di posta, mansiones, mutationes e manutenzione formano un sistema. La via non è una semplice linea: è infrastruttura dell’impero.
Le grandi vie consolari, come Appia, Flaminia, Aurelia, Emilia, Postumia, Annia, Popillia e molte altre, collegavano Roma, Italia e province. In ambito adriatico e istriano, le vie verso Aquileia, Tergeste, Pola, Parentium e la Dalmazia mostrano il ruolo militare, commerciale e amministrativo della viabilità.
La costruzione della strada richiedeva preparazione del fondo, strati di pietre, ghiaia, sabbia, basoli o superfici compattate, secondo contesto. La forma canonica descritta manualisticamente non va applicata rigidamente a ogni via. Le soluzioni variavano secondo terreno, importanza della strada e risorse disponibili.
La strada romana è architettura orizzontale. Attraverso di essa viaggiano eserciti, merci, funzionari, lettere, culti, stili artistici, pietre, laterizi, monete e persone. L’edilizia dell’impero si diffonde lungo le sue vie.
I porti romani richiedevano competenze idrauliche e marittime complesse. Moli, banchine, magazzini, fari, bacini, canali, dragaggi, frangiflutti e fondazioni in acqua costituivano sistemi difficili da costruire e mantenere. La pozzolana idraulica rese possibili getti e strutture resistenti in ambiente marino.
Pozzuoli, Ostia, Portus, Centumcellae, Ancona, Leptis Magna, Cesarea Marittima e molti altri scali mostrano vari modelli di portualità. Alcuni sfruttavano baie naturali; altri crearono bacini artificiali; altri ampliarono porti esistenti. Le opere marittime dipendevano da venti, correnti, insabbiamento e traffici.
Il porto di Claudio e poi quello di Traiano presso la foce del Tevere sono esempi centrali. L’esagono traianeo, i canali, i magazzini e i collegamenti con Ostia e Roma dimostrano il livello di pianificazione necessario per alimentare la capitale. Il porto è l’infrastruttura nascosta del pane, dell’olio, del marmo e delle merci.
La costruzione marittima unisce tecnica e potere. Controllare il porto significa controllare approvvigionamenti, tasse, flotte, commercio e sicurezza. L’ingegneria portuale è una forma di governo.
Le mura romane cambiano secondo epoche e funzioni. Le mura repubblicane in grandi blocchi di tufo, le cinte coloniali, le mura municipali, le fortificazioni militari, i castra legionari, il Vallo di Adriano, le mura aureliane e le fortificazioni tardoantiche rispondono a bisogni diversi.
Le mura serviane di Roma appartengono alla memoria della città repubblicana; le mura aureliane, costruite dal 271 d.C., riflettono invece la nuova insicurezza del III secolo. La capitale, per lungo tempo aperta nella sua espansione, torna a proteggersi con una cinta imponente. La tecnica edilizia registra il mutamento storico.
I castra militari usano fossati, terrapieni, palizzate, mura, torri, porte, strade interne, principia, praetorium, horrea, valetudinarium, officine e bagni. La costruzione militare romana è altamente standardizzata, ma adattata al terreno. Il campo temporaneo e la fortezza permanente sono strumenti di occupazione del territorio.
Le fortificazioni tardoantiche impiegano spesso materiali di reimpiego, blocchi prelevati da edifici, iscrizioni rovesciate, statue frammentarie e laterizi. Il muro diventa archivio involontario di monumenti smontati. La difesa della città consuma la città precedente.
La domus romana combina tecniche diverse: muri in pietra o laterizio, pavimenti in cocciopesto, mosaico o marmo, intonaci dipinti, tetti lignei, impluvium, colonne, cortili, giardini, cisterne e ambienti di servizio. La qualità edilizia varia enormemente secondo ricchezza e periodo. Pompei, Ercolano, Ostia e Roma mostrano soluzioni diverse.
Le insulae, caseggiati a più piani, richiesero tecniche adatte alla densità urbana: laterizio, cementizio, solai lignei, scale, botteghe al piano terra, appartamenti, cortili, latrine comuni e sistemi di drenaggio. Ostia conserva esempi straordinari di edilizia abitativa imperiale, con caseggiati in laterizio e strutture funzionali.
Il rischio di incendio e crollo era costante. L’uso del legno nei solai, la densità abitativa, la qualità variabile dei materiali e la speculazione edilizia resero necessarie norme, vigiles, limiti di altezza e controlli. La tecnica edilizia urbana è anche storia sociale del rischio.
La casa romana non è solo pianta ad atrio studiata nei manuali. È un insieme di soluzioni abitative, dal tugurio al palazzo, dalla bottega con mezzanino alla villa suburbana, dall’appartamento ostiense alla domus aristocratica. Ogni livello sociale produce una diversa tecnica del vivere.
La villa romana unisce residenza, agricoltura, produzione, otium e rappresentanza. Le tecniche edilizie variano secondo funzione: pars urbana decorata con mosaici e marmi; pars rustica con magazzini, torchi, stalle, ambienti di lavoro; impianti produttivi per vino, olio, garum, laterizi o altre attività; cisterne, portici, terrazzamenti e approdi.
Le ville marittime della Campania, del Lazio, dell’Istria e dell’Adriatico sfruttano pendii, scogliere, calette e visuali. Sostruzioni, criptoportici, peschiere, ninfei, cisterne, terme private e terrazze mostrano un’architettura capace di costruire il paesaggio come scena di otium.
Nell’Istria romana, complessi produttivi come Loron documentano la relazione tra villa, produzione anforaria, laterizi, olio e commercio adriatico. La tecnica edilizia non serve solo alla residenza aristocratica; organizza filiere economiche. Fornaci, magazzini e banchine sono parte del paesaggio romano tanto quanto mosaici e colonne.
La villa è quindi una macchina territoriale. Costruisce campagna, lavoro, profitto e immagine sociale. La tecnica vi assume una dimensione economica evidente.
Le terme sono un laboratorio privilegiato delle tecniche romane. Ipocausti, tubuli parietali, suspensurae, praefurnia, vasche impermeabilizzate, volte, cisterne, acquedotti, scarichi, pavimenti in cocciopesto, marmi resistenti all’acqua e mosaici compongono un sistema tecnico complesso.
Il controllo del calore richiedeva progettazione. Gli ambienti caldi dovevano essere vicini ai forni; quelli freddi disposti in modo da garantire percorso e funzionalità; le pareti dovevano trattenere e distribuire aria calda; le vasche dovevano essere impermeabili; l’acqua doveva entrare e uscire senza danneggiare la struttura.
Le grandi terme imperiali sono esempi estremi. Terme di Traiano, Caracalla e Diocleziano uniscono volte gigantesche, sotterranei di servizio, cisterne, sistemi di riscaldamento e decorazioni lussuose. La bellezza visibile dipende da una infrastruttura nascosta di fuoco e acqua.
Le terme mostrano bene la mentalità romana: il piacere pubblico è possibile solo attraverso tecnica, lavoro e manutenzione. L’edificio del benessere è anche edificio dell’organizzazione.
Gli edifici dello spettacolo richiesero tecniche specifiche di circolazione. Cavee, vomitoria, scale, ambulacri, corridoi anulari, facciate ad arcate, volte radiali e sistemi di accesso permisero di accogliere e distribuire grandi masse di spettatori.
Il Colosseo è il massimo esempio. Travertino, tufo, laterizio, cementizio, ferro, archi, volte e corridoi formano una macchina complessa. La facciata ordina gli ingressi; gli ambulacri distribuiscono il pubblico; gli ipogei gestiscono spettacoli, animali e macchine sceniche. La tecnica sostiene la politica della folla.
I teatri usano sostruzioni, cavee appoggiate o costruite, scene monumentali e sistemi acustici. I circhi richiedono grandi movimenti di terra, gradinate, carceres, spina, drenaggi e spazi enormi. Ogni forma di spettacolo produce una tecnica specifica.
L’architettura romana dello spettacolo dimostra una capacità particolare: costruire non soltanto muri, ma comportamenti collettivi. Il pubblico entra, si siede, guarda, esce secondo un ordine imposto dalla struttura.
Il cantiere romano era un organismo complesso. Architetti, ingegneri, agrimensori, capomastri, scalpellini, muratori, carpentieri, fabbri, fornaciai, stuccatori, pittori, mosaicisti, cavatori, trasportatori, schiavi, soldati e amministratori partecipavano alla costruzione. La scala dell’edificio determinava la complessità dell’organizzazione.
I grandi cantieri imperiali richiedevano rifornimenti continui: pietra, mattoni, calce, sabbia, pozzolana, legno, metalli, acqua, strumenti, corde, animali da tiro, cibo per gli operai. Un edificio come le Terme di Caracalla o il Foro di Traiano è impensabile senza amministrazione centralizzata.
Il lavoro poteva essere svolto da imprese private, squadre servili, maestranze libere, collegia, militari o personale imperiale. Le legioni costruivano strade, ponti, forti, acquedotti e strutture di frontiera. Il soldato romano era spesso anche costruttore.
Il cantiere lascia tracce: marchi sui blocchi, bolli laterizi, fori di sollevamento, incassi per grappe, linee di posa, errori, riprese murarie, cambiamenti di progetto. L’archeologia dell’edilizia legge questi segni come documenti del lavoro.
La costruzione romana dipendeva dalle cave. Tufo, travertino, marmo, calcare, granito, porfido e basalto venivano estratti, sbozzati, marchiati, trasportati e rifiniti. Alcuni materiali viaggiavano per pochi chilometri; altri attraversavano il Mediterraneo. Il marmo di Carrara, il granito egiziano, il porfido, il giallo antico della Numidia, il pavonazzetto frigio e molte altre pietre costruiscono una geografia dell’impero.
Il trasporto era parte decisiva del costo. Blocchi pesanti richiedevano slitte, carri, animali, strade, fiumi, navi, porti, argani e rampe. Spesso conveniva avvicinare il più possibile la lavorazione preliminare alla cava, riducendo il peso da trasportare. La rifinitura finale avveniva in cantiere.
Le macchine di sollevamento impiegavano carrucole, argani, gru, ruote calcatorie, leve e sistemi di corde. I fori per tenaglie o perni sui blocchi conservano tracce di queste operazioni. La precisione del montaggio dei rocchi della Colonna Traiana o dei grandi architravi templari mostra la perizia raggiunta.
Ogni grande monumento romano è anche una storia di spostamenti. Prima di diventare tempio, colonna o basilica, la pietra fu cava, blocco, carico, viaggio, deposito, elemento di cantiere.
La costruzione romana dipendeva da misura e tracciamento. Agrimensori e tecnici usavano strumenti come groma, chorobates, libra, corde, paline, squadre e livelli. Strade, centuriazioni, acquedotti, accampamenti e città richiedevano capacità di misurare distanze, angoli, quote e pendenze.
La groma era fondamentale per tracciare allineamenti e angoli retti. Il chorobates serviva per controllare pendenze, soprattutto negli acquedotti. Le corde e i picchetti definivano cantieri, fondazioni, griglie urbane e limiti agrari. La tecnica edilizia romana è inseparabile dalla geometria pratica.
Le città di fondazione, come Timgad, mostrano l’applicazione urbana di questa cultura della misura: cardo, decumano, isolati regolari, foro, porte, strade. Anche gli accampamenti legionari riflettono una razionalità planimetrica, pur adattata al terreno.
Il progetto romano era spesso meno “disegnato” nel senso moderno e più affidato a moduli, esperienze, modelli, proporzioni, tracciamenti e cantiere. La capacità di replicare forme complesse derivava da una tradizione tecnica condivisa.
L’architettura romana spesso separa struttura e decorazione, ma le due parti dialogano. Un muro in cementizio può essere rivestito di marmo; una volta strutturale può essere coperta da cassettoni; un paramento laterizio può essere nascosto da intonaco; una facciata ad arcate può ricevere ordini applicati. La tecnica crea il volume, la decorazione ne costruisce il prestigio.
Il Colosseo è un esempio chiaro: la struttura è una macchina di archi, volte, travertino, cementizio e percorsi; la facciata ordina questa macchina attraverso una successione di ordini architettonici. La decorazione non è aggiunta casuale. Traduce la funzione in linguaggio urbano.
Le terme imperiali mostrano ancora meglio questa distinzione. Il nucleo è laterizio e cementizio; l’esperienza antica era marmo, mosaico, acqua, statua, luce. La rovina moderna espone l’ossatura. In antico, l’utente vedeva la pelle.
Questa separazione rende possibile una architettura flessibile. Roma può costruire rapidamente grandi masse e rivestirle con materiali preziosi. La monumentalità nasce dall’incontro tra efficienza strutturale e superficie rappresentativa.
Il reimpiego, o spolio, appartiene alla lunga storia dell’edilizia romana e post-romana. Blocchi, colonne, capitelli, iscrizioni, statue, marmi, laterizi e travertini furono smontati, rilavorati e inseriti in nuovi edifici. Il fenomeno cresce in età tardoantica e medievale, ma esiste anche prima.
Il reimpiego può avere ragioni pratiche: disponibilità di materiale, risparmio, rapidità, difficoltà di approvvigionamento. Può avere anche valore simbolico: appropriarsi della memoria di un edificio precedente, trasferire prestigio, cristianizzare un monumento, collegare un nuovo potere al passato romano.
Le mura tardoantiche, le basiliche cristiane, le chiese medievali e i palazzi rinascimentali di Roma sono pieni di materiali antichi riutilizzati. La città continua a costruire sé stessa con i propri resti. Questo processo ha distrutto molti contesti, ma ha salvato molte pietre.
Lo spolio obbliga a leggere gli edifici come palinsesti. Una colonna in una chiesa può provenire da un tempio; un’iscrizione rovesciata in una muratura può essere frammento di un monumento pubblico; un capitello riutilizzato può conservare una storia diversa da quella dell’edificio attuale.
La diffusione delle tecniche romane nelle province non produsse uniformità assoluta. Ogni territorio adattò modelli e materiali. In Gallia, Hispania, Africa, Britannia, Germania, Balcani, Grecia, Asia Minore, Siria, Egitto e Adriatico, le soluzioni cambiano secondo clima, pietre locali, tradizioni costruttive e disponibilità di maestranze.
L’Africa romana sviluppò grandi anfiteatri, terme, fori e città monumentali con calcari locali e ricchi apparati musivi. La Siria romana combinò pietra locale, vie colonnate, templi semitici e forme greco-romane. L’Istria e la Dalmazia usarono calcari di alta qualità, laterizi, anfore, strutture produttive e porti. La Britannia adattò bagni, forti e ville a un clima più freddo.
Le legioni ebbero un ruolo importante nella trasmissione delle tecniche. Costruivano forti, ponti, strade, acquedotti, terme e magazzini. Attraverso l’esercito, l’edilizia romana raggiunse frontiere dove la città tradizionale era meno presente.
Il carattere imperiale dell’edilizia romana sta quindi nella combinazione fra modello comune e adattamento locale. La tecnica è romana perché riconoscibile; è provinciale perché situata.
L’area altoadriatica offre un campo prezioso per osservare tecniche edilizie, materiali e circolazioni. Aquileia, Tergeste, Parentium, Pola, Nesactium, Senia, le ville costiere istriane, i porti e le strade mostrano un paesaggio costruito in rapporto a mare, pietra, produzione agricola e traffici.
Il calcare istriano e le pietre locali furono materiali di grande qualità. Mura, templi, archi, teatri, anfiteatri, ville e strutture portuali li utilizzarono in forme diverse. L’anfiteatro di Pola, le architetture di Tergeste e i complessi istriani mostrano l’integrazione tra tecnica romana e risorsa geologica locale.
I complessi produttivi come Loron documentano la relazione tra edilizia, fornaci, laterizi, anfore e produzione dell’olio. In questo contesto, la tecnica non è solo monumentale. È economica. La costruzione organizza lavoro, trasformazione agricola e commercio marittimo.
Senia, sulla costa liburnica, conserva attraverso iscrizioni e materiali un quadro di circolazioni adriatiche: tegole, embrici, marchi laterizi, rapporti con Istria, area aquileiese e officine italiane. Anche un centro portuale di scala non metropolitana partecipa alla rete tecnica dell’impero.
Lo studio moderno delle tecniche edilizie romane usa archeologia stratigrafica, analisi dei paramenti, rilievo architettonico, archeometria, petrografia, analisi delle malte, scansioni laser, fotogrammetria, studio dei bolli, indagini geologiche e ricostruzioni strutturali. Il muro antico è diventato un documento complesso.
L’analisi delle malte permette di distinguere fasi costruttive, riconoscere pozzolane, sabbie, aggregati e tecniche locali. La petrografia identifica cave e provenienze. I bolli laterizi datano cantieri e rivelano proprietà. Le scansioni digitali consentono di leggere deformazioni, tagli, restauri e parti non accessibili.
La diagnostica ha modificato la storia dell’architettura romana. Molte cronologie basate solo sullo stile sono state corrette dallo studio dei materiali. La tecnica, un tempo considerata aspetto secondario, è oggi fonte primaria.
Questo approccio è particolarmente importante per edifici molto restaurati o frammentari. Dove la decorazione è perduta, il cantiere resta nel muro. La materia conserva informazioni che il testo e l’immagine non tramandano.
Lo studio delle tecniche edilizie romane presenta molte questioni aperte.
La prima riguarda il rapporto tra invenzione e trasmissione. Molte soluzioni hanno precedenti etruschi, greci, ellenistici o orientali. Il contributo specifico romano consiste spesso nella scala, nella sistematizzazione e nella diffusione, più che nell’invenzione assoluta.
La seconda riguarda la cronologia delle tecniche murarie. Opus incertum, reticulatum, latericium, vittatum e mixtum aiutano a datare gli edifici, ma non possono essere usati in modo meccanico. Ogni regione ha tempi propri; tecniche diverse possono coesistere nello stesso cantiere.
La terza riguarda il lavoro. Le fonti parlano poco degli operai, degli schiavi, dei fornaciai, dei cavatori, dei carpentieri e dei tecnici che costruirono l’impero. I monumenti celebrano imperatori e benefattori; la materia conserva le tracce anonime di chi tagliò, sollevò, impastò, posò, levigò e riparò.
La quarta riguarda la sostenibilità. Acqua, legna, cave, calce, laterizi e trasporti ebbero costi ambientali. Le grandi terme consumavano combustibile; le fornaci richiedevano argilla e legna; le cave modificavano paesaggi; i cantieri imperiali mobilitavano risorse enormi. La grandezza romana ha una base materiale pesante.
La quinta riguarda il restauro moderno. Molti edifici romani sono stati consolidati, reintegrati, liberati da aggiunte, ricostruiti o musealizzati. Distinguere originale, restauro antico, restauro moderno e ricostruzione è indispensabile. Anche la tecnica visibile oggi può essere il risultato di interventi recenti.
Le tecniche edilizie romane sono la struttura profonda dell’impero. Attraverso pietra, calce, pozzolana, laterizio, legno, marmo, archi, volte, cupole, fondazioni, drenaggi, strade, ponti, acquedotti, terme e porti, Roma trasformò il territorio in una rete costruita. La sua potenza non fu soltanto militare o amministrativa. Fu anche tecnica.
Dalla capanna palatina alle mura in blocchi, dall’opus incertum al reticolato, dal cementizio alle cupole, dai laterizi bollati ai marmi colorati, l’edilizia romana mostra una progressiva capacità di organizzare materia e lavoro. Il muro romano non è mai semplice muro. È deposito di geologia, economia, politica, maestranze, trasporti e memoria.
L’opus caementicium fu la svolta più decisiva. Permise di costruire spazi interni vasti, volte, cupole, sostruzioni, terme, basiliche e porti. L’arco, la volta e la cupola diedero alla città romana una profondità spaziale nuova. Il marmo e la decorazione rivestirono questa potenza tecnica con una pelle di prestigio.
Le province adattarono il sistema ai propri materiali e alle proprie tradizioni. Proprio questa capacità di adattamento rese romana l’edilizia dell’impero: non una forma unica imposta ovunque, ma una grammatica tecnica capace di parlare molte lingue locali. Le rovine che ancora oggi attraversiamo sono il risultato di questa intelligenza materiale.
A.R.
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