Pomperi, Ercolano e area vesuviana

 

Città, ville, campagne, pittura, vita quotidiana, catastrofe e memoria archeologica del 79 d.C.

 

 

 

 

Pompei, Ercolano e l’area vesuviana costituiscono il più grande archivio archeologico della vita romana ordinaria giunto fino a noi. La loro importanza non deriva soltanto dalla tragedia dell’eruzione del 79 d.C., ma dalla qualità eccezionale della conservazione: case, botteghe, strade, iscrizioni, pitture, mosaici, arredi, alimenti, strumenti di lavoro, giardini, corpi, ville suburbane, residenze marittime, impianti agricoli, luoghi di culto, terme, teatri e necropoli. Nessun altro territorio permette di osservare con pari densità la società romana nel rapporto quotidiano tra abitare, lavorare, pregare, commerciare, mangiare, decorare, seppellire e rappresentarsi.

L’area vesuviana non coincide con Pompei. Comprende una rete di città, ville, villaggi, campagne e residenze distribuite attorno al Vesuvio e lungo il golfo di Napoli: Pompei, Ercolano, Oplontis, Stabiae, Boscoreale, Boscotrecase, Civita Giuliana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Castellammare di Stabia e altri nuclei. Ogni sito conserva una parte diversa del mondo romano. Pompei documenta una città media dell’Italia imperiale, con la sua vita urbana complessa. Ercolano conserva materiali organici, legni, arredi e piani superiori in modo straordinario. Oplontis mostra la villa di lusso e l’azienda produttiva. Stabiae rivela l’otium aristocratico delle ville panoramiche. Boscoreale restituisce il paesaggio agricolo e vitivinicolo dell’ager pompeiano.

Il Vesuvio è il protagonista geologico e storico di questa conservazione. Prima del 79 d.C. appariva come montagna fertile, coperta di vigne, boschi e terreni coltivati. Le popolazioni vesuviane vivevano sotto il vulcano senza percepirlo come minaccia immediata. L’eruzione trasformò quel paesaggio in una massa di pomici, ceneri, flussi piroclastici e depositi vulcanici. La distruzione produsse, per paradosso, una conservazione incomparabile. Pompei fu sepolta soprattutto da pomici e ceneri; Ercolano da flussi e surges piroclastici che carbonizzarono e sigillarono materiali altrimenti perduti. La differenza dei meccanismi di seppellimento spiega la differenza dei siti.

 

La data dell’eruzione e il problema storico

La data tradizionale dell’eruzione è il 24 agosto del 79 d.C., ricavata dalla tradizione manoscritta delle lettere di Plinio il Giovane a Tacito. Da tempo, però, la discussione è aperta. Alcuni dati archeologici e materiali sembrano orientare verso una data autunnale: resti di frutta tipica di stagione avanzata, bracieri, indumenti pesanti, monete e soprattutto l’iscrizione a carboncino della Casa del Giardino, datata al sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, corrispondente al 17 ottobre.

La questione va trattata con cautela. La tradizione del 24 agosto non può essere liquidata con leggerezza; i dati archeologici richiedono analisi puntuale; la scritta a carboncino non riporta l’anno; le varianti manoscritte e le ipotesi moderne hanno prodotto un dibattito complesso. La formulazione più corretta, oggi, riconosce l’eruzione del 79 d.C. e segnala una discussione ancora viva tra data agostana e possibile collocazione autunnale.

Questa incertezza non è secondaria. Una data estiva o autunnale modifica la lettura della vita interrotta: alimenti, attività agricole, lavori edilizi, abiti, riscaldamento, vendemmia, conservazione del mosto e calendario sociale. Il problema cronologico entra quindi nella ricostruzione storica dei siti.

Il dato decisivo resta il carattere improvviso e irreversibile della catastrofe. In poche fasi, la vita ordinaria fu interrotta: strade, case, botteghe, mense, forni, giardini, letti, casse, arredi e strumenti restarono fissati sotto materiali vulcanici. La morte dei luoghi produsse un archivio della vita.

 

Pompei: città media e mondo urbano

Pompei era una città dell’Italia romana, con una lunga storia osca, sannitica, ellenistica, romana e coloniale. Prima della conquista definitiva e della deduzione della colonia sillana, aveva già una forte identità locale. Dopo l’inserimento nel sistema romano, divenne colonia, centro municipale, luogo di mercato, produzione, residenza e rappresentanza. La sua immagine attuale come città “congelata” rischia di nascondere la lunga stratificazione precedente.

La città era organizzata in regiones e insulae moderne, secondo la numerazione degli scavi, ma in antico funzionava attraverso assi viari, porte, quartieri, santuari, case, botteghe, edifici pubblici e spazi di relazione. Le mura, le porte, il Foro, il teatro, l’anfiteatro, le terme, i templi, le necropoli e le domus costruiscono una topografia urbana completa.

Il Foro era il centro civico e religioso. Vi si affacciavano il Capitolium, la basilica, il tempio di Apollo, edifici amministrativi, spazi onorari, statue e portici. La piazza era luogo di culto, mercato, politica municipale, memoria pubblica e rappresentanza. Le statue onorarie, oggi in larga parte perdute, dovevano popolare lo spazio con volti di magistrati, imperatori, benefattori e personaggi locali.

Pompei è preziosa perché mostra una città di dimensioni medie, non la capitale imperiale. Qui si vede il funzionamento di una comunità municipale: élites locali, liberti arricchiti, artigiani, commercianti, schiavi, donne, collegia, sacerdoti, magistrati, clientela, botteghe e quartieri. La romanità pompeiana è insieme locale e imperiale.

 

Strade, facciate e iscrizioni

Le strade di Pompei sono tra i documenti più vivi dell’urbanistica romana. Basoli, marciapiedi, attraversamenti rialzati, solchi dei carri, fontane pubbliche, facciate dipinte, insegne, graffiti e iscrizioni elettorali compongono un paesaggio urbano ancora leggibile. La città non era un museo di pareti nude; era piena di scritte, colori, rumori, odori, traffici e annunci.

Le iscrizioni elettorali dipinte sulle facciate sono una fonte straordinaria. Esse mostrano il funzionamento della politica municipale: candidati, sostenitori, gruppi professionali, donne che raccomandano candidati, vicini, associazioni, formule di appoggio. La vita civica romana non era limitata alle grandi cariche di Roma. Anche in una città campana, il voto, la reputazione e la visibilità pubblica avevano peso.

I graffiti offrono un altro livello: conti, nomi, battute, disegni, versi, insulti, dichiarazioni d’amore, presenze occasionali. La parete diventa archivio della voce anonima. Pompei è insostituibile proprio perché conserva scrittura bassa e quotidiana accanto all’arte colta delle domus.

Le facciate dipinte, le insegne di botteghe e i programmi elettorali ricordano che la città antica era comunicazione visiva diffusa. La pittura non stava soltanto nei cubicoli e nei triclini. Abitava anche la strada.

 

Domus pompeiana: spazio, immagine e status

La domus pompeiana è uno dei grandi laboratori per studiare l’abitare romano. Atrio, fauces, tablinum, cubicula, alae, peristilio, triclinia, oeci, cucine, larari, giardini e quartieri di servizio formano un organismo sociale e visivo. La casa non è solo spazio privato. È luogo di rappresentanza, lavoro domestico, culto familiare, ricezione di clienti, banchetti, gestione economica e memoria della famiglia.

La sequenza ingresso-atrio-tablinum-peristilio è spesso costruita come asse visivo. Chi entrava vedeva profondità, pitture, pavimenti, impluvium, arredi, larario, giardino. Il proprietario si mostrava attraverso il controllo dello spazio. Le stanze decorate indicavano funzioni e gerarchie: ambienti di ricevimento, riposo, banchetto, servizio, passaggio.

Le grandi case, come la Casa del Fauno, la Casa dei Vettii, la Casa del Menandro, la Casa dei Dioscuri, la Casa del Poeta Tragico, la Casa degli Amorini Dorati, la Casa del Labirinto e molte altre, non sono soltanto contenitori di pitture celebri. Sono dispositivi sociali. Ogni mosaico, soglia, fontana, giardino e parete dipinta partecipa alla costruzione dello status.

Il rapporto tra domus e bottega è spesso stretto. Molte case includono spazi commerciali sulla strada, affittati o gestiti direttamente. La separazione moderna tra abitare e produrre non vale pienamente per Pompei. La casa romana poteva essere residenza, ufficio, deposito, laboratorio, luogo di vendita e centro familiare.

 

Pittura pompeiana: parete, illusione, mito

Pompei è la principale fonte per la pittura romana parietale. I quattro stili definiti dalla tradizione storiografica — Primo stile a incrostazione, Secondo stile architettonico, Terzo stile ornamentale, Quarto stile composito — sono riconoscibili in molte case e ville dell’area. La classificazione resta utile, purché non venga applicata come schema rigido.

La pittura pompeiana organizza lo spazio. Imita marmi, apre architetture illusorie, incornicia quadri mitologici, crea giardini, dispone candelabri, figure, paesaggi, nature morte, scene erotiche, divinità, maschere, larari, animali e motivi egittizzanti. La parete diventa superficie abitata da immagini.

I miti greci sono onnipresenti: Arianna, Dioniso, Achille, Elena, Paride, Perseo, Andromeda, Medea, Narciso, Ercole, Leda, Europa, Fedra, Ippolito, Dedalo, Pasifae, Penteo. In una casa romana, il mito non era soltanto racconto letterario. Era repertorio di cultura, conversazione, allusione morale, piacere visivo e prestigio.

La pittura pompeiana è essenziale anche per ricostruire la pittura greca perduta. Molte composizioni derivano da modelli ellenistici, cartoni di bottega o tradizioni figurative più antiche. Pompei conserva copie, variazioni, adattamenti e frammenti di un patrimonio pittorico mediterraneo altrimenti scomparso.

 

Mosaici, pavimenti e soglie

I mosaici pompeiani svolgono funzioni decorative, simboliche e sociali. Possono essere geometrici, figurati, apotropaici, mitologici, teatrali, nilotici, animali, marini, comici o semplicemente funzionali. Il pavimento non è neutro: accoglie il corpo del visitatore, guida il percorso, segna soglie e dichiara gusto.

Il celebre mosaico di Alessandro dalla Casa del Fauno, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è uno dei documenti più importanti della ricezione romana della grande pittura ellenistica. Raffigurante la battaglia tra Alessandro e Dario, probabilmente derivato da un modello pittorico greco, mostra come una casa privata potesse ospitare un’immagine di grande ambizione storica e culturale.

Il mosaico Cave canem della Casa del Poeta Tragico è un altro esempio di forte impatto. Collocato all’ingresso, agisce come avvertimento, immagine domestica e segno di proprietà. La soglia diventa luogo di comunicazione diretta. Il visitatore viene interpellato prima ancora di entrare nella casa.

I pavimenti più semplici, con tessere bianche, nere, cocciopesto, inserti di marmo o motivi geometrici, sono altrettanto importanti. Essi mostrano livelli economici diversi e scelte funzionali. L’arte pompeiana non è fatta solo di capolavori; è anche una cultura materiale diffusa.

 

Terme, teatri, anfiteatro

Pompei possedeva un ricco sistema di edifici pubblici per il corpo, lo spettacolo e la socialità. Le Terme Stabiane, le Terme del Foro, le Terme Centrali e altri impianti documentano il ruolo del bagno nella vita urbana. Apodyterium, frigidarium, tepidarium, calidarium, palestre, stucchi e pitture mostrano una civiltà dell’acqua e del corpo.

Il teatro grande e l’odeion testimoniano la cultura dello spettacolo, della musica, della parola pubblica e del teatro. Collocati in rapporto con il Foro triangolare e con il santuario dorico, mostrano la lunga storia urbana di Pompei. Lo spettacolo apparteneva a una tradizione greco-romana condivisa, adattata alla città campana.

L’anfiteatro, tra i più antichi conservati in muratura, è fondamentale per la storia dei giochi gladiatori. La rissa tra Pompeiani e Nocerini nel 59 d.C., ricordata da Tacito, dimostra quanto gli spettacoli potessero attivare identità locali e tensioni politiche. L’edificio non era solo luogo di divertimento. Era teatro della competizione sociale.

La grande palestra, presso l’anfiteatro, aggiunge un ulteriore elemento: educazione fisica, incontri, giovani, esercizi e socialità collettiva. Pompei offre così l’intero repertorio della città romana: foro, terme, teatro, odeion, anfiteatro, palestra.

 

Religioni: templi, larari, culti orientali

La religione pompeiana è plurale. Nel Foro e nelle aree sacre compaiono Apollo, Giove, Venere, Fortuna Augusta, Vespasiano divinizzato, Lari pubblici e altre presenze. In ambito domestico, i larari mostrano Lari, Genio del paterfamilias, serpenti, offerte e divinità protettrici. Nei quartieri e negli spazi commerciali, la religione si adatta alle esigenze del lavoro e della famiglia.

Il tempio di Iside è uno dei monumenti religiosi più importanti. Ricostruito dopo il terremoto del 62 d.C., mostra la diffusione dei culti egizi nell’Italia romana. Iside offriva protezione, salvezza, rapporto con il mare, ritualità quotidiana e fascino orientale. La sua presenza a Pompei indica una città aperta a forme religiose mediterranee.

Il culto di Venere, protettrice della colonia, ha valore politico e identitario. Pompei, come colonia romana, costruisce la propria immagine anche attraverso la dea legata alla genealogia giulia e alla protezione civica. La religione locale dialoga con la grande politica imperiale.

I larari domestici mostrano la religione nella sua forma più quotidiana. Piccoli altari dipinti o in muratura, serpenti protettori, figure dei Lari, Genio e offerte inseriscono il sacro nella casa, nella bottega e nella cucina. La città romana non separa nettamente pubblico e privato nella pratica religiosa.

 

Botteghe, taverne, officine, panifici

Pompei è straordinaria per lo studio del lavoro. Botteghe, cauponae, thermopolia, panifici, fulloniche, officine, lavanderie, tintorie, stalle, magazzini e laboratori restituiscono una città produttiva. Le macine, i forni, i banconi, le anfore infisse, le vasche, gli strumenti e le iscrizioni permettono di seguire attività economiche concrete.

I panifici mostrano il ciclo del pane: macine in pietra lavica, spazi per impasto, forni, ambienti di vendita, talvolta stalle per animali da trazione. Il pane carbonizzato trovato in varie aree dell’area vesuviana è un documento diretto dell’alimentazione e della produzione.

Le fulloniche, come la Fullonica di Stephanus, mostrano il trattamento dei tessuti. Vasche, canali, spazi di calpestio e strutture di lavaggio documentano un lavoro specializzato, spesso svolto in ambienti umidi e intensi sul piano fisico. La città elegante delle pitture poggia anche su attività dure e maleodoranti.

I thermopolia, con banconi e contenitori, sono diventati simboli moderni della vita pompeiana. Vanno letti come parte di una cultura alimentare urbana, fatta di consumo fuori casa, vendita di cibi e bevande, passaggio di lavoratori, viaggiatori e abitanti. La strada romana era piena di luoghi dove mangiare, bere e incontrarsi.

 

Giardini, orti e paesaggio domestico

Gli scavi vesuviani hanno restituito anche giardini, orti, peristili, vigneti e spazi vegetali. L’archeologia dei giardini, sviluppata soprattutto attraverso analisi di cavità radicali, semi, pollini e sistemazioni del terreno, ha permesso di ricostruire piante, aiuole, filari, pergole e colture. Pompei non era soltanto pietra e pittura; era anche vegetazione.

Nelle domus, il giardino era parte della rappresentanza. Fontane, statue, pitture di giardino, pergolati e aiuole creavano uno spazio di frescura, piacere e prestigio. Il peristilio univa architettura e natura ordinata. Le pitture di giardino ampliavano visivamente lo spazio, trasformando pareti in paesaggi.

Negli orti e nelle aree produttive, la vegetazione aveva funzione economica. Viti, alberi da frutto, ortaggi, piante aromatiche e colture minori componevano un paesaggio utile. Pompei permette di studiare insieme il giardino ornamentale e l’orto produttivo.

Il rapporto con il Vesuvio era centrale. I terreni vulcanici erano fertili; la vite aveva grande importanza; il paesaggio agricolo intorno alla città era densamente sfruttato. La catastrofe colpì un territorio ricco, non una periferia marginale.

 

Ercolano: conservazione organica e città sigillata

Ercolano offre un’immagine diversa da Pompei. Città più piccola, affacciata anticamente più vicino al mare, fu investita da flussi piroclastici che sigillarono gli edifici sotto una massa compatta. Questo processo ha conservato legni, piani superiori, porte, scale, tramezzi, mobili, scaffali, alimenti, tessuti, cordami, barche e altri materiali organici. Per la vita quotidiana romana, Ercolano è insostituibile.

Le case di Ercolano mostrano una qualità abitativa elevata: Casa del Bicentenario, Casa del Tramezzo di Legno, Casa dei Cervi, Casa del Rilievo di Telefo, Casa Sannitica, Casa dell’Atrio a Mosaico e altre. Pavimenti, pitture, giardini, arredi lignei, balconi e piani alti permettono di ricostruire l’abitare in modo molto più concreto rispetto a molti altri siti.

La conservazione del legno è uno dei dati più importanti. Porte, infissi, letti, armadi, tavoli, scale e pareti divisorie rendono visibile la parte fragile dell’architettura antica, quasi sempre perduta altrove. La casa romana non era fatta solo di muratura e marmo. Era piena di strutture lignee, tessuti, arredi mobili, contenitori e oggetti quotidiani.

Ercolano conserva anche la tragedia umana in modo specifico. I resti dei fuggiaschi presso l’antica spiaggia, nelle arcate foranee, hanno modificato la percezione del sito. A lungo si pensò che la maggioranza degli abitanti fosse riuscita a fuggire; le scoperte moderne hanno restituito il dramma di chi cercò riparo verso il mare.

 

Villa dei Papiri

La Villa dei Papiri di Ercolano è una delle più importanti residenze aristocratiche del mondo romano. Scavata in gran parte attraverso cunicoli nel Settecento, ha restituito una straordinaria collezione di sculture in bronzo e marmo e l’unica biblioteca antica conservata in forma consistente, con centinaia di papiri carbonizzati.

La villa era probabilmente collocata in posizione panoramica sul mare. Portici, peristili, giardini, sculture, pavimenti e ambienti di rappresentanza costruivano un luogo di otium aristocratico. La collezione di statue mostrava un gusto ellenistico raffinato, con filosofi, atleti, sovrani, figure mitologiche e animali.

I papiri, molti dei quali legati all’ambiente epicureo e a Filodemo di Gadara, fanno della villa un documento unico della cultura libraria romana. La biblioteca antica, di norma perduta, qui è stata sigillata dal vulcano. Lo studio dei rotoli carbonizzati, oggi affidato anche a tecniche digitali di lettura, continua a modificare la conoscenza dei testi antichi.

La Villa dei Papiri mostra il vertice della residenza vesuviana: lusso, mare, filosofia, biblioteca, scultura greca, paesaggio e autorappresentazione aristocratica. Essa completa Pompei ed Ercolano con la dimensione del grande collezionismo privato.

 

Oplontis: Villa A e Villa B

Oplontis, nell’area di Torre Annunziata, documenta due realtà diverse. La Villa A, detta Villa di Poppea, è una grande residenza di lusso, probabilmente legata al patrimonio imperiale o comunque a una élite altissima. La Villa B, detta di Lucius Crassius Tertius, ha carattere produttivo e commerciale, con attività connesse a vino, olio e stoccaggio.

La Villa di Poppea è uno dei capolavori dell’architettura residenziale romana. Pitture di altissima qualità, giardini, fontane, piscina, terme private, sale di rappresentanza e ambienti aperti verso il paesaggio mostrano una cultura dell’otium raffinata. La villa era in restauro al momento dell’eruzione, dato che permette di leggere cantieri, fasi costruttive e organizzazione della manutenzione.

Le pitture di Oplontis sono fondamentali per la storia del Secondo stile e della decorazione di lusso. Architetture illusionistiche, colonne, portici, oggetti preziosi, maschere, figure, giardini e prospettive creano ambienti di grande complessità. La parete costruisce una residenza mentale ancora più ampia della struttura reale.

La Villa B mostra l’altra faccia di Oplontis: produzione, magazzini, contenitori, traffici, corpi sorpresi dall’eruzione, beni conservati. Residenza e azienda, otium e produzione, lusso e lavoro convivono nello stesso paesaggio vesuviano. Oplontis è preziosa proprio per questa doppia natura.

 

Stabiae: ville panoramiche e otium

Stabiae, presso l’odierna Castellammare di Stabia, conserva grandi ville residenziali poste sul pianoro di Varano, in posizione panoramica sul golfo. Villa San Marco e Villa Arianna sono i complessi principali visitabili, anche se solo una parte delle antiche ville è stata scavata e resa accessibile. La loro scala e qualità mostrano una cultura dell’otium aristocratico sviluppata in modo pieno.

Villa San Marco, di dimensioni molto vaste, presenta atrio, peristili, ambienti termali, giardini, portici e sale affrescate. La villa è progettata in rapporto al paesaggio: affacci, luce, giardino e mare sono parte dell’esperienza residenziale. L’architettura non si limita a chiudere stanze; organizza la vista.

Villa Arianna prende nome dall’affresco con Arianna abbandonata, e conserva pitture di grande qualità, ambienti articolati, atrio, peristilio e settori di diversa funzione. Le pitture staccate in età borbonica e oggi disperse o conservate in musei ricordano anche la storia degli scavi settecenteschi, quando l’interesse per la decorazione prevaleva spesso sulla conservazione del contesto.

Stabiae è essenziale perché amplia la lettura dell’area vesuviana. Pompei mostra la città; Ercolano una città più piccola e meglio sigillata nei materiali organici; Stabiae mostra la residenza panoramica di lusso, costruita per il piacere della vista, del corpo e della rappresentanza aristocratica.

 

Boscoreale, Villa Regina e l’ager pompeiano

Boscoreale documenta il territorio agricolo vesuviano. Villa Regina, rustica e produttiva, conserva ambienti disposti attorno a un cortile e una cella vinaria con dolia. Il sito permette di leggere la produzione del vino, il rapporto con i campi e la struttura dell’azienda rurale. Qui la villa non è principalmente palcoscenico aristocratico; è macchina agricola.

L’Antiquarium di Boscoreale, dedicato all’ambiente e al territorio, aiuta a comprendere la vita nell’ager pompeiano: colture, alimentazione, strumenti, materiali, prodotti della campagna, rapporto tra insediamenti e suolo vulcanico. La campagna vesuviana era parte essenziale dell’economia di Pompei e delle ville.

Boscoreale è noto anche per ritrovamenti di grande lusso, come il tesoro di argenterie oggi conservato al Louvre e in altri musei. Questo dato mostra la compresenza, nel territorio, di aziende produttive e proprietà di alto livello. La campagna romana poteva essere luogo di lavoro e deposito di ricchezza.

Civita Giuliana, con le scoperte recenti, tra cui il carro cerimoniale e ambienti servili, ha riaperto l’attenzione sulla vita della villa suburbana e sui ceti dipendenti. L’area vesuviana continua a produrre dati nuovi, spesso capaci di correggere immagini troppo eleganti della società romana.

 

Corpi, calchi e vittime

Uno degli aspetti più forti della memoria pompeiana è la presenza dei corpi. I calchi ottenuti colando gesso nelle cavità lasciate dalla decomposizione dei corpi nella cenere hanno trasformato le vittime in immagini tridimensionali. Il metodo, introdotto nell’Ottocento da Giuseppe Fiorelli, ha segnato profondamente la percezione moderna di Pompei.

I calchi mostrano posizioni, gesti, abiti, talvolta oggetti portati con sé. Hanno enorme potenza emotiva, ma richiedono rispetto e prudenza. Non sono “statue” antiche; sono prodotti moderni ottenuti da vuoti archeologici. Conservano l’impronta della morte e insieme la storia del metodo archeologico.

A Ercolano, i resti dei fuggiaschi presso l’antica spiaggia e le arcate foranee raccontano una scena diversa. Qui non sono calchi, ma scheletri e materiali associati, in un contesto di fuga verso il mare. La morte assume una dimensione collettiva, legata alla ricerca di riparo e all’impossibilità di sfuggire ai flussi piroclastici.

Lo studio dei resti umani, attraverso antropologia fisica, paleopatologia, analisi isotopiche, DNA e indagini tafonomiche, ha reso più scientifica la lettura della catastrofe. Dietro l’immagine romantica degli “ultimi momenti” esistono dati biologici, sociali e ambientali da analizzare con rigore.

 

Oggetti quotidiani e cultura materiale

L’area vesuviana conserva oggetti di ogni tipo: lucerne, pentole, anfore, strumenti, chiavi, serrature, bilance, pesi, gioielli, specchi, aghi, dadi, amuleti, utensili agricoli, strumenti chirurgici, tavolette cerate, vasellame, vetri, cesti, corde, cibo, pane, frutta, semi. Questa massa di materiali permette di ricostruire la vita romana in modo molto concreto.

Gli oggetti mostrano differenze sociali. Argenti di lusso, vetri raffinati, bronzi decorati e pitture pregiate appartengono a case di rango; utensili semplici, ceramiche comuni e strumenti di lavoro documentano attività ordinarie. La società romana appare stratificata, con livelli di consumo molto diversi.

La conservazione degli alimenti è particolarmente importante. Pane carbonizzato, fichi, noci, olive, legumi, cereali, pesci, garum, vino, frutta e semi permettono di studiare dieta, stagionalità, economia agricola e pratiche alimentari. Il cibo, raramente conservato altrove, qui diventa documento archeologico.

La cultura materiale vesuviana ha anche valore metodologico. Essa costringe la storia dell’arte a uscire dal capolavoro isolato. Una lucerna, un banco di vendita, un forno, una porta lignea, un cestino, una pressa o una tavoletta cerata possono spiegare la civiltà romana quanto una grande pittura mitologica.

 

Storia degli scavi: dall’età borbonica all’archeologia moderna

La riscoperta dell’area vesuviana iniziò nel XVIII secolo, in età borbonica. Ercolano fu intercettata nel 1709 e scavata sistematicamente dal 1738; Pompei dal 1748; Stabiae fu esplorata con scavi per cunicoli e recupero di pitture. La prima fase aveva un forte orientamento collezionistico: statue, pitture, bronzi, oggetti preziosi venivano estratti e portati nelle raccolte reali.

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli conserva ancora oggi gran parte dei materiali vesuviani più celebri. La separazione tra oggetti e contesti è frutto di quella storia. Molte pitture furono staccate; molte ville scavate e rinterrate; molti dati stratigrafici andarono perduti. La storia degli scavi è parte integrante della storia dei siti.

Con Giuseppe Fiorelli, nell’Ottocento, l’archeologia pompeiana cambiò metodo: divisione della città in regiones e insulae, scavo più sistematico, attenzione ai calchi, organizzazione del sito, pubblicazione e controllo. Nel Novecento, Amedeo Maiuri ampliò enormemente la conoscenza, con scavi, restauri e interpretazioni che hanno segnato ancora oggi la percezione di Pompei.

L’archeologia contemporanea lavora su conservazione, restauro, stratigrafia, archeobotanica, archeometria, diagnostica, digitalizzazione, sicurezza idrogeologica, fruizione sostenibile e revisione degli scavi storici. L’area vesuviana non è un archivio chiuso. È un laboratorio in continua trasformazione.

 

Conservazione e fragilità

Pompei, Ercolano e i siti vesuviani sono fragili. La conservazione è minacciata da piogge, umidità, vegetazione, erosione, pressione turistica, inquinamento, instabilità delle strutture, restauri antichi, materiali moderni e dimensioni enormi dei siti. Conservare Pompei significa governare una città intera senza tetti, esposta al clima e a milioni di visitatori.

Il Grande Progetto Pompei e gli interventi successivi hanno migliorato molto la situazione, ma il problema resta strutturale. Ogni parete dipinta, ogni mosaico, ogni copertura, ogni muro in opera incerta o laterizia richiede manutenzione. Lo scavo produce conoscenza, ma anche responsabilità. Portare alla luce significa esporre.

Ercolano ha problemi diversi. La massa vulcanica che ha conservato materiali organici crea condizioni particolari; la città moderna sovrastante limita gli scavi; la conservazione dei legni carbonizzati, degli intonaci e degli edifici a più piani richiede strategie specifiche. Herculaneum Conservation Project ha rappresentato un modello importante di gestione integrata.

La conservazione contemporanea deve evitare la logica della scoperta continua a scapito della cura. Nell’area vesuviana, il vero compito scientifico è tenere insieme scavo, manutenzione, studio, restauro, accessibilità e protezione.

 

Pompei nella cultura moderna

Pompei ha avuto un impatto enorme sull’immaginario europeo. Dal Settecento in poi, pitture, arredi, erotica antica, case, calchi, iscrizioni e oggetti quotidiani hanno modificato la percezione dell’antico. Il neoclassicismo, il gusto pompeiano, le decorazioni d’interni, la letteratura romantica, il romanzo storico, la pittura ottocentesca, il cinema e la cultura popolare hanno costruito molte Pompei diverse.

La Pompei moderna è spesso città della catastrofe, dell’istante, degli “ultimi giorni”. Questa immagine ha grande forza, ma può ridurre la complessità storica. Pompei fu prima di tutto una città vissuta per secoli. La sua importanza non sta soltanto nella morte improvvisa, ma nella vita che quella morte ha conservato.

Ercolano ebbe una fortuna diversa. Per la ricchezza dei reperti e la scoperta borbonica fu fondamentale per la nascita dell’archeologia moderna, ma rimase a lungo meno accessibile e meno spettacolare per il grande pubblico. Oggi la sua importanza scientifica è sempre più riconosciuta, soprattutto per i materiali organici e la Villa dei Papiri.

L’area vesuviana ha cambiato il modo stesso di studiare l’antico. Ha reso possibile una storia dell’arte domestica, del quotidiano, del lavoro, dell’alimentazione, della scrittura popolare, della sessualità, del giardino, dell’arredo e della conservazione dei corpi. Ha dato all’antico una densità umana che i monumenti ufficiali di Roma non possono offrire da soli.

 

Questioni aperte

Molte questioni restano aperte. La prima riguarda la data dell’eruzione. La tradizione pliniana e i dati archeologici continuano a essere discussi. Una soluzione condivisa richiede confronto tra filologia, stratigrafia, archeobotanica, numismatica, iscrizioni, vulcanologia e storia del clima.

La seconda riguarda le fasi urbane precedenti al 79 d.C. Pompei non è soltanto città romana del I secolo. Le fasi osche, sannitiche, ellenistiche, coloniali e augustee devono essere integrate nella lettura. Molte case e monumenti sono palinsesti, con strutture più antiche inglobate in forme nuove.

La terza riguarda la distribuzione sociale. Le case celebri appartengono spesso a élites; botteghe, appartamenti, quartieri servili, ambienti di lavoro e spazi marginali richiedono maggiore attenzione. La Pompei aristocratica delle pitture deve essere bilanciata dalla Pompei dei lavoratori, degli schiavi, dei liberti, delle donne, dei bambini, degli artigiani.

La quarta riguarda il rapporto tra Pompei e territorio. Boscoreale, Oplontis, Stabiae, Civita Giuliana, Boscotrecase e le ville suburbane dimostrano che la città era inserita in un paesaggio produttivo e residenziale. Separare Pompei dalla campagna vesuviana significa perdere una parte decisiva della sua economia.

La quinta riguarda la musealizzazione. Molti oggetti si trovano a Napoli o in altri musei; molti affreschi sono stati staccati; molte ville furono scavate in epoca borbonica e poi rinterrate. Ricostruire il contesto originario resta una sfida essenziale.

 

Sintesi

Pompei, Ercolano e l’area vesuviana sono un archivio della vita romana nella sua totalità. Pompei conserva la città: strade, foro, case, botteghe, terme, anfiteatro, pitture, mosaici, iscrizioni e calchi. Ercolano conserva la materia fragile: legni, arredi, piani superiori, alimenti, tessuti e una tragedia umana diversa. Oplontis mostra la villa di lusso e l’azienda produttiva. Stabiae rivela il paesaggio dell’otium aristocratico. Boscoreale e Civita Giuliana riportano al centro la campagna, il vino, la villa rustica, il lavoro servile e la produzione.

La catastrofe del 79 d.C. ha reso visibile ciò che di solito l’archeologia perde: l’ordinario. Una porta, un pane, una scritta elettorale, un banco di vendita, una scala lignea, un larario, un giardino, un corpo in fuga, un carro, una cassa, una macina, una pittura ancora fresca, un cantiere interrotto. L’area vesuviana ci permette di studiare l’arte romana dentro la vita e non soltanto dentro il monumento.

La sua grandezza sta nella compresenza di livelli diversi: arte altissima e oggetto comune, mito greco e graffito osceno, villa imperiale e cella vinaria, teatro e panificio, giardino dipinto e orto reale, biblioteca filosofica e officina. In questa densità, Pompei ed Ercolano smettono di essere soltanto città sepolte. Diventano uno dei modi più concreti per capire Roma.

 

A.R.

 

Note

[1] Mary Beard, Pompeii: The Life of a Roman Town, Profile Books, London, 2008.

[2] Paul Zanker, Pompeii: Public and Private Life, Harvard University Press, Cambridge Mass., 1998.

[3] John R. Clarke, The Houses of Roman Italy, 100 B.C.-A.D. 250: Ritual, Space, and Decoration, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 1991.

[4] John R. Clarke, Art in the Lives of Ordinary Romans: Visual Representation and Non-Elite Viewers in Italy, 100 B.C.-A.D. 315, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 2003.

[5] Andrew Wallace-Hadrill, Houses and Society in Pompeii and Herculaneum, Princeton University Press, Princeton, 1994.

[6] Roger Ling, Roman Painting, Cambridge University Press, Cambridge, 1991.

[7] August Mau, Geschichte der decorativen Wandmalerei in Pompeji, Reimer, Berlin, 1882.

[8] Umberto Pappalardo, La pittura romana, Electa, Milano, 2004.

[9] Irene Bragantini, Valeria Sampaolo, a cura di, La pittura pompeiana, Electa, Napoli-Milano, 2009.

[10] Wilhelmina F. Jashemski, The Gardens of Pompeii, Herculaneum and the Villas Destroyed by Vesuvius, Caratzas, New Rochelle, 1979-1993.

[11] Alison E. Cooley, M.G.L. Cooley, Pompeii and Herculaneum: A Sourcebook, Routledge, London-New York, 2004; edizioni successive.

[12] Pedar Foss, studi sulla data dell’eruzione e sul dibattito filologico-archeologico.

[13] Haraldur Sigurdsson, Carey, Cornell, Pescatore, “The eruption of Vesuvius in A.D. 79”, studi vulcanologici fondamentali sull’eruzione vesuviana.

[14] Cioni, Marianelli, Sbrana, studi stratigrafici sull’eruzione del 79 d.C. e sui depositi vesuviani.

[15] Giuseppe Fiorelli, Descrizione di Pompei, Napoli, 1875, per il metodo dei calchi e l’organizzazione moderna della città in regiones e insulae.

[16] Amedeo Maiuri, Pompei ed Ercolano fra case e abitanti, Roma, 1958; e numerosi studi sugli scavi vesuviani.

[17] Mario Grimaldi, studi su Oplontis, Villa di Poppea e pittura vesuviana.

[18] Massimo Osanna, Pompei. Il tempo ritrovato, Rizzoli, Milano, 2019.

[19] Francesco Sirano, studi e materiali del Parco archeologico di Ercolano su conservazione, fuggiaschi e materiali organici.

[20] Parco Archeologico di Pompei, schede istituzionali su Pompei, Boscoreale, Oplontis, Stabiae, Villa Regina, Villa di Poppea e Villa dei Misteri.

[21] Parco Archeologico di Ercolano, schede istituzionali sull’eruzione, i reperti organici, la Villa dei Papiri, i fuggiaschi e la storia degli scavi.

[22] UNESCO, Archaeological Areas of Pompei, Herculaneum and Torre Annunziata, iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale, 1997.

 

Bibliografia essenziale

 

Massimo Osanna, Pompei. Il tempo ritrovato, Rizzoli, Milano, 2019.

Irene Bragantini, Valeria Sampaolo, a cura di, La pittura pompeiana, Electa, Napoli-Milano, 2009.

Mary Beard, Pompeii: The Life of a Roman Town, Profile Books, London, 2008.

John R. Clarke, Art in the Lives of Ordinary Romans: Visual Representation and Non-Elite Viewers in Italy, 100 B.C.-A.D. 315, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 2003.

Alison E. Cooley, M.G.L. Cooley, Pompeii and Herculaneum: A Sourcebook, Routledge, London-New York, 2004; edizioni successive.

Umberto Pappalardo, La pittura romana, Electa, Milano, 2004.

Paul Zanker, Pompeii: Public and Private Life, Harvard University Press, Cambridge Mass., 1998.

Andrew Wallace-Hadrill, Houses and Society in Pompeii and Herculaneum, Princeton University Press, Princeton, 1994.

Roger Ling, Roman Painting, Cambridge University Press, Cambridge, 1991.

Wilhelmina F. Jashemski, The Gardens of Pompeii, Herculaneum and the Villas Destroyed by Vesuvius, Caratzas, New Rochelle, 1979-1993.

John R. Clarke, The Houses of Roman Italy, 100 B.C.-A.D. 250: Ritual, Space, and Decoration, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 1991.

Amedeo Maiuri, Pompei ed Ercolano fra case e abitanti, Roma, 1958.

Giuseppe Fiorelli, Descrizione di Pompei, Napoli, 1875.

August Mau, Geschichte der decorativen Wandmalerei in Pompeji, Reimer, Berlin, 1882.

Parco Archeologico di Pompei, schede e materiali istituzionali.

Parco Archeologico di Ercolano, schede e materiali istituzionali.

UNESCO, Archaeological Areas of Pompei, Herculaneum and Torre Annunziata.

Plinio il Giovane, Epistulae, VI, 16 e VI, 20.