Pax, Concordia, Pietas, Virtus, Liberalitas
Pax, Concordia, Pietas, Virtus e Liberalitas appartengono al lessico più stabile dell’immagine politica romana. Sono qualità morali, divinità, personificazioni, programmi di governo, legende monetali, figure di rilievo e strumenti di legittimazione. Attraverso queste figure, il potere romano si presenta come pace ordinata, accordo civile, devozione religiosa, valore militare e generosità pubblica [1].
La loro forza sta nella capacità di dare corpo a concetti astratti. Pax può reggere ramo d’olivo, caduceo, cornucopia o spighe; Concordia può stringere mani, sedere con patera e cornucopia, indicare armonia fra Senato, popolo, esercito e casa imperiale; Pietas appare velata, presso un altare, con strumenti sacrificali o in rapporto alla famiglia; Virtus si manifesta armata, con elmo, lancia, parazonium, corazza e trofeo; Liberalitas presiede a distribuzioni, donativi, congiaria, sussidi e atti di munificenza [2].
Queste personificazioni accompagnano l’intera storia imperiale. In età augustea definiscono il nuovo ordine dopo le guerre civili; nell’alto impero consolidano la figura del princeps come garante della stabilità; nel III secolo diventano parole di rassicurazione in un mondo attraversato da crisi; in età tetrarchica e costantiniana entrano in un linguaggio più gerarchico, militare e sacralizzato. La moneta, in particolare, rese queste virtù immagini quotidiane, maneggiate da soldati, cittadini, mercanti e provinciali [3].
La cultura romana attribuiva grande valore alle virtù pubbliche. Fides, Pietas, Virtus, Gravitas, Constantia, Clementia, Iustitia, Aequitas, Disciplina, Concordia e Pax appartenevano a un sistema di parole capaci di descrivere il cittadino ideale, il magistrato, il comandante e poi l’imperatore. Queste qualità avevano radici repubblicane e familiari, ma il principato le ricollocò attorno alla figura del sovrano [4].
Augusto trasformò il vocabolario morale in programma politico. Dopo decenni di guerre civili, il nuovo regime aveva bisogno di presentarsi come restaurazione di ordine, culti, famiglie, sicurezza, confini e prosperità. Le virtù divennero immagini della normalità ritrovata. L’imperatore si mostrava come garante di un equilibrio più ampio della propria persona [5].
Il Senato decretò ad Augusto uno scudo aureo, il clupeus virtutis, con le virtù di virtus, clementia, iustitia e pietas. Questo gesto fissava in forma monumentale la base morale del potere augusteo. Il principe riceveva un riconoscimento pubblico espresso attraverso qualità etiche e religiose, trasformate in oggetto visibile [6].
Il linguaggio delle virtù consentì al principato di presentare il comando personale come servizio alla comunità. L’imperatore governa perché possiede e rende attive qualità utili alla città: offre pace, tiene unito il corpo politico, rispetta gli dei, difende l’impero, distribuisce risorse. La virtù diventa istituzione figurata.
Pax è la figura più strettamente legata all’età augustea. Dopo Azio, la pace venne presentata come esito della vittoria e inizio di una nuova epoca. La Pax Augusta comprendeva sicurezza interna, chiusura delle guerre civili, prosperità agricola, continuità dinastica, ordine religioso e stabilità delle province [7].
L’Ara Pacis Augustae è il monumento più celebre di questo programma. Deliberata dal Senato nel 13 a.C. per il ritorno di Augusto dalla Gallia e dalla Spagna, consacrata nel 9 a.C. nel Campo Marzio settentrionale, l’ara univa altare, recinto, processione, famiglia imperiale, figure sacerdotali, fregi vegetali, personificazioni e scene mitiche. Il monumento non celebra una battaglia specifica; celebra l’ordine generato dalla vittoria [8].
La posizione nel Campo Marzio era essenziale. Ara Pacis, Mausoleo di Augusto e Horologium formavano un sistema topografico e simbolico. Il compleanno del principe, l’obelisco egizio, il sole, la pace e la memoria dinastica componevano un paesaggio politico. La pace augustea non era concetto isolato: era costruita nello spazio urbano [9].
Nell’iconografia monetale, Pax regge spesso ramo d’olivo, caduceo, cornucopia, spighe o scettro. Può essere seduta o stante. La cornucopia indica abbondanza; le spighe collegano pace e raccolti; il ramo d’olivo richiama pacificazione; il caduceo suggerisce concordia e scambio. La pace romana è visibile come fertilità, sicurezza e circolazione.
La pace romana nasce sempre da una premessa militare. L’impero presenta la pace come effetto di vittoria, disciplina e comando. La Pax Romana non indica passività politica; indica capacità del potere di contenere conflitti, difendere frontiere, garantire strade, approvvigionamenti, culti e tribunali [10].
L’immagine di Pax, quindi, ha una dimensione agricola e militare insieme. Spighe, frutti e cornucopie parlano di campi coltivati; la presenza dell’imperatore e delle legioni rende possibile quella fertilità. La pace vive nei raccolti perché l’esercito e il principe proteggono l’ordine.
Augusto usò questo linguaggio con grande efficacia. La vittoria su Antonio e Cleopatra venne trasformata in fondazione di un’epoca nuova; il conflitto civile fu riletto come liberazione dello Stato; il ritorno ai culti tradizionali e alla moralità familiare diede alla pace una base religiosa [11].
Anche nei secoli successivi, Pax compare spesso dopo guerre civili, successioni difficili, campagne militari o crisi. La sua immagine rassicura. Ogni emissione monetale con Pax comunica ai sudditi che il potere mantiene il mondo abitabile.
Concordia rappresenta l’accordo fra parti della comunità politica. In età repubblicana era invocata nei momenti di tensione fra patrizi e plebei, Senato e popolo, aristocrazie rivali, fazioni e ordini sociali. La sua sede più nota, il tempio della Concordia nel Foro Romano, ricordava il valore politico dell’armonia civica [12].
In età imperiale, Concordia assume nuovi significati. Può indicare accordo fra imperatore e Senato, armonia nella famiglia imperiale, intesa tra Augusti, stabilità dell’esercito, consenso delle province, unità del corpo politico. Le legende monetali Concordia Augustorum, Concordia Exercituum, Concordia Militum, Concordia Populi Romani mostrano questa duttilità [13].
L’iconografia di Concordia usa spesso la dextrarum iunctio, la stretta di mano. Due figure che si stringono la destra comunicano patto, unione, matrimonio, alleanza, successione o accordo politico. La dea può anche reggere patera, cornucopia, scettro, altare o cornucopie gemelle. Ogni attributo lega l’armonia alla prosperità e al rito.
Concordia è particolarmente importante nei momenti dinastici. Matrimoni imperiali, adozioni, associazioni al potere, collegialità fra imperatori e riconciliazioni politiche potevano essere presentati attraverso questa figura. L’immagine risolve visivamente tensioni potenziali, offrendo al pubblico la forma ideale dell’unità.
La casa imperiale fu uno dei principali luoghi di applicazione della Concordia. Il principato, fondato su una successione personale e dinastica spesso complessa, aveva bisogno di immagini capaci di presentare l’accordo fra coniugi, eredi, co-imperatori e rami familiari. Concordia offriva questa grammatica.
Nella monetazione, imperatrici e principesse sono spesso associate a Concordia, Pudicitia, Pietas, Fecunditas e Vesta. Il loro ruolo pubblico viene espresso attraverso virtù domestiche e dinastiche. La concordia coniugale diventa garanzia della continuità politica. La famiglia del principe assume valore pubblico [14].
Il gesto della stretta di mano può accompagnare matrimoni dinastici e associazioni al potere. Due Augusti che si stringono la mano comunicano collegialità; un imperatore e una figura femminile indicano stabilità familiare; un sovrano e una personificazione possono rappresentare patto con l’esercito o con il popolo.
Il tema cresce in età tardoantica, quando la collegialità imperiale diventa più frequente. La Tetrarchia costruisce un’immagine di concordia fra Augusti e Cesari, fondata su uguaglianza formale, disciplina e subordinazione gerarchica. La Concordia diventa architettura politica della pluralità imperiale.
Pietas è una delle virtù romane più profonde. Indica devozione verso gli dei, rispetto per genitori e antenati, fedeltà alla famiglia, cura dei riti, lealtà verso la patria e senso del dovere. È qualità religiosa, familiare e civica insieme. La sua figura iconografica condensa l’atto rituale e il vincolo morale [15].
L’archetipo letterario di Pietas è Enea. Virgilio lo definisce pius Aeneas, uomo che porta il padre Anchise sulle spalle, tiene per mano il figlio Ascanio, salva i Penati e fonda la genealogia romana. L’immagine di Enea fuggitivo da Troia diventa modello di devozione familiare, religiosa e politica [16].
Nelle monete e nei rilievi, Pietas appare spesso velata, presso un altare, con patera, incenso, strumenti di sacrificio, tempietto, bambino, cicogna o figure familiari. Il capo velato richiama il gesto del sacrificante romano. La virtù si manifesta come rispetto corretto del rito.
Augusto fece della Pietas una base del proprio programma. Il restauro dei templi, la riorganizzazione dei collegi sacerdotali, la celebrazione dei Ludi Saeculares, il recupero di antichi culti e la costruzione di una genealogia da Enea e Venere diedero alla sua autorità un fondamento religioso [17].
L’imperatore romano appare spesso come sacrificante. Nei rilievi, su altari, archi e monete, compie libagioni, versa vino o incenso, si presenta velato, assiste al sacrificio, presiede al culto, invoca gli dei per la salvezza dello Stato. In questo ruolo, egli incarna Pietas.
La Pietas imperiale non appartiene solo alla sfera privata. Il principe devoto garantisce il rapporto corretto fra comunità e divinità. Il suo gesto rituale protegge esercito, Senato, popolo, province e famiglia. Il culto pubblico diventa parte della sua funzione di governo [18].
Le imperatrici e le donne della casa imperiale ricevettero spesso tipi monetali con Pietas. In questi casi, la virtù poteva indicare devozione familiare, maternità, fedeltà dinastica, culto domestico, rapporto con divinità protettrici o memoria di un defunto. Il linguaggio resta pubblico anche quando richiama la famiglia.
In età cristiana, Pietas cambia campo semantico e continua a indicare devozione, clemenza, carità e rapporto con Dio. L’imperatore cristiano resta pius, ma il riferimento principale diventa il Dio cristiano. La continuità della parola attraversa una trasformazione religiosa radicale.
Virtus nasce dal campo semantico di vir, uomo adulto, e indica valore, coraggio, capacità militare, energia morale, fermezza, eccellenza civica. In età repubblicana è qualità del cittadino-soldato e del magistrato capace di servire la comunità. In età imperiale diventa una delle virtù principali del princeps [19].
L’iconografia di Virtus è armata. Può avere elmo, lancia, scudo, corazza, parazonium, trofeo, piede su elmo o globo. Talvolta assume forma maschile; spesso compare come figura femminile armata, secondo la logica antica delle personificazioni. Il paradosso visivo è produttivo: una virtù etimologicamente legata al maschile prende corpo in una figura allegorica femminile.
Virtus accompagna l’imperatore militare. Il sovrano con corazza, lancia, cavallo, trofeo, prigionieri o esercito si presenta come depositario di forza e comando. In periodi di guerra o usurpazione, la monetazione moltiplica legende come Virtus Augusti, Virtus Exercitus, Virtus Militum.
La Virtus imperiale ha una funzione di legittimazione. Il principe governa perché difende i confini, guida le campagne, mantiene disciplina e vince i nemici. Anche imperatori poco presenti sul campo possono usare il linguaggio della Virtus per appropriarsi dei successi militari dei generali.
Nel rilievo storico romano, Virtus non appare sempre come personificazione autonoma. Spesso è implicita nei gesti dell’imperatore e dell’esercito: adlocutio, battaglia, sacrificio, assedio, partenza, ritorno, clemenza verso i vinti, distribuzione di premi. Il valore militare si costruisce attraverso una sequenza di atti [20].
La Colonna Traiana mostra una Virtus organizzativa. Traiano guida, sacrifica, ascolta, riceve ambasciatori, osserva costruzioni, ordina attraversamenti, coordina l’esercito. La sua virtù sta nella disciplina e nella capacità di trasformare il territorio nemico attraverso lavoro e comando [21].
La Colonna di Marco Aurelio mostra una Virtus più tesa. Il sovrano affronta guerre difficili, prodigi, villaggi incendiati, corpi barbarici travolti, scene di forte drammaticità. Il valore si esprime come resistenza, durezza e protezione dell’impero sotto pressione.
Nei sarcofagi di battaglia del III secolo, Virtus entra nella sfera funeraria. Il defunto, presentato come comandante vittorioso, domina il caos dei barbari. La virtù militare diventa qualità privata e aristocratica, trasferita dal monumento pubblico alla tomba.
Liberalitas indica generosità pubblica, munificenza, capacità di distribuire risorse, denaro, grano, donativi, giochi, alimenti, benefici. È virtù fondamentale dell’imperatore perché rende tangibile il legame fra potere e sudditi. Il principe generoso dà, sostiene, nutre, premia, risarcisce, finanzia [22].
Nell’iconografia, Liberalitas può reggere tessera, abaco, cornucopia o tavoletta. Le scene di distribuzione mostrano spesso l’imperatore seduto sulla sella curule o su alto seggio, con funzionari, cittadini, bambini, figure femminili o personificazioni. Il dono imperiale viene presentato come atto ordinato e istituzionale.
Le legende monetali Liberalitas Augusti, spesso numerate, indicano specifiche distribuzioni. La moneta registra il gesto e lo diffonde. Chi riceve o usa quella moneta incontra l’immagine di un potere che si definisce attraverso l’erogazione.
La Liberalitas comprende congiaria alla plebe urbana, donativa ai soldati, aiuti dopo incendi o catastrofi, giochi, distribuzioni alimentari, remissioni fiscali e programmi assistenziali. La generosità imperiale ha sempre anche valore politico: crea fedeltà, consenso, memoria e dipendenza.
Gli alimenta di età nerviana e traianea offrono uno dei casi più importanti di munificenza imperiale organizzata. Il programma prevedeva prestiti a proprietari italici e uso degli interessi per finanziare sussidi destinati a fanciulli e fanciulle dei municipi. Le fonti epigrafiche, monetali e figurative permettono di ricostruire la complessità dell’intervento [23].
Cresci Marrone, Rohr Vio e Calvelli descrivono gli alimenta come uno dei più ambiziosi interventi pubblici dell’età antica, con finalità agricole, assistenziali, amministrative e militari. La propaganda imperiale sottolineava il carattere filantropico del programma e il sostegno alla natalità italica [24].
I Plutei di Traiano visualizzano questo messaggio. In uno dei rilievi, l’imperatore è raffigurato seduto sulla sella curule; davanti a lui si presenta una donna con un bambino per mano e un altro in braccio, generalmente interpretata come Italia riconoscente per gli alimenta. La scena unisce Liberalitas, Italia, infanzia, cura pubblica e autorità del principe [25].
La Liberalitas traianea assume qui una forma alta. Il dono imperiale non è gesto episodico; diventa politica economica, assistenza, propaganda e immagine. Il principe nutre il futuro dell’Italia e presenta la propria generosità come investimento nella continuità dello Stato.
La Liberalitas agiva su diversi livelli. Verso la plebe urbana, il congiarium rafforzava il rapporto diretto tra imperatore e popolazione di Roma. Verso l’esercito, il donativum premiava fedeltà e sosteneva la successione. Verso le città, la munificenza finanziava edifici, restauri, giochi, approvvigionamenti, soccorsi.
Il dono imperiale aveva forma visibile. Distribuzioni pubbliche, iscrizioni, monete, rilievi, statue e celebrazioni trasformavano l’atto economico in immagine morale. Il sovrano non appariva soltanto come possessore di ricchezza; appariva come fonte regolata di benefici [26].
La Liberalitas richiedeva equilibrio. Un imperatore avaro poteva essere percepito come distante; un imperatore prodigo poteva compromettere il fisco. Il linguaggio figurativo presentava sempre la generosità come misura giusta, inserita nell’ordine della dignità imperiale.
Nella tarda antichità, la munificenza assume forme nuove. Distribuzioni, cerimonie di corte, elargizioni ai soldati e doni rituali restano centrali. Il cristianesimo aggiungerà un vocabolario di carità, elemosina e cura dei poveri, destinato a dialogare con la tradizione romana della Liberalitas.
La moneta è il principale laboratorio visivo di Pax, Concordia, Pietas, Virtus e Liberalitas. Il rovescio monetale offre spazio a figura, legenda e attributo. Il messaggio deve essere breve, chiaro, riconoscibile. Per questo le virtù imperiali si prestano perfettamente alla monetazione [27].
Le legende guidano la lettura: Pax Augusta, Concordia Augustorum, Pietas Augusti, Virtus Augusti, Liberalitas Augusti. Il genitivo del principe lega la virtù alla persona e all’ufficio. La qualità diventa possesso attivo del sovrano, promessa fatta al pubblico e segno di legittimità.
Le emissioni variano secondo circostanze. Dopo guerre civili compare Pax; durante successioni difficili appare Concordia; in contesti religiosi o dinastici Pietas; durante campagne militari Virtus; in occasione di distribuzioni Liberalitas. La moneta risponde al momento politico.
La ripetizione delle immagini crea abitudine. Il suddito romano impara a riconoscere virtù e attributi. La moneta educa lo sguardo, standardizza il linguaggio e porta l’ideologia imperiale nella circolazione economica.
Le virtù imperiali vivono anche nei rilievi. L’Ara Pacis mostra pace, pietas, processione, famiglia, sacrificio, vegetazione feconda e memoria mitica. I Plutei di Traiano presentano atti di governo, alimenta, cancellazione di debiti o misure pubbliche. Gli archi imperiali includono sacrifici, adlocutiones, distribuzioni, scene di clemenza e vittoria.
Il gesto è spesso più importante della personificazione. L’imperatore velato che sacrifica incarna Pietas; l’imperatore che parla ai soldati manifesta Virtus e Disciplina; il sovrano che distribuisce sussidi rende visibile Liberalitas; due figure che si stringono la mano comunicano Concordia; il ritorno della fertilità e della vegetazione esprime Pax.
La scultura romana non separa concetto e azione. La virtù prende forma in un gesto pubblico. Il principe è virtuoso perché compie atti riconoscibili: sacrifica, distribuisce, protegge, vince, pacifica, fonda, restaura.
Gli altari e i rilievi danno alle virtù una dimensione cerimoniale. La moneta le rende portatili; il monumento le radica nello spazio urbano. Le due forme agiscono insieme.
Le donne della casa imperiale svolsero un ruolo centrale nella diffusione delle virtù. Sulle monete, imperatrici e principesse compaiono associate a Pietas, Concordia, Pudicitia, Fecunditas, Vesta, Juno, Venus, Aeternitas, Salus e altre figure. Il loro corpo pubblico rappresenta continuità dinastica, moralità familiare, fecondità e stabilità [28].
Pietas, nel caso femminile, può indicare devozione verso divinità, marito, figli, famiglia imperiale e memoria dei defunti. Concordia può indicare armonia coniugale e dinastica. Liberalitas, in alcuni contesti, resta più strettamente legata all’azione del principe, ma le imperatrici possono partecipare al linguaggio della beneficenza, della maternità pubblica e della cura.
Le emissioni di Faustina Maggiore, Faustina Minore, Lucilla, Giulia Domna, Salonina e molte altre mostrano la forza di questo repertorio. Le virtù femminili non appartengono solo alla morale domestica. Esse svolgono funzione politica, perché la casa imperiale è percepita come garanzia di continuità.
La donna imperiale personifica spesso una virtù che il sovrano integra nel proprio programma. La dinastia parla attraverso corpi maschili e femminili, ciascuno associato a qualità pubbliche specifiche.
L’età degli Antonini fu particolarmente adatta al linguaggio delle virtù. Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero usarono immagini di pace, concordia, pietas, liberalitas e virtus per costruire un modello di principato stabile, adottivo, militare e amministrativo.
Traiano fu celebrato come optimus princeps. Le guerre daciche, il Foro, la Colonna, gli alimenta, le strade, gli acquedotti e la politica verso l’Italia costruirono una immagine di virtus militare e liberalitas pubblica. Momigliano sottolinea l’energia amministrativa e la pace feconda che seguì alle sue imprese [29].
Adriano privilegiò disciplina, controllo delle frontiere, viaggi, restauri, rapporto con le città e cultura ellenica. Le sue monete provinciali e i tipi con Pax, Concordia, Aequitas, Liberalitas e altre virtù costruiscono un impero amministrato attraverso presenza e cura.
Antonino Pio rappresentò un modello di pietas dinastica e stabilità. Il suo stesso cognomen, Pius, divenne programma. Marco Aurelio, infine, unì immagine filosofica, virtus militare e pietas imperiale in un periodo segnato dalle guerre danubiane e da forte pressione sulle frontiere.
Nel III secolo il linguaggio delle virtù si intensifica. L’impero attraversa guerre civili, pressioni sui confini, crisi monetarie, epidemie, usurpazioni, separazioni regionali e militarizzazione del potere. Le monete moltiplicano parole rassicuranti: Pax, Concordia, Fides, Virtus, Aequitas, Providentia, Felicitas, Salus, Liberalitas [30].
La ripetizione delle virtù risponde a bisogni concreti. Un imperatore appena acclamato dalle truppe ha bisogno di Concordia militum e Fides exercitus; un sovrano impegnato sul confine presenta Virtus Augusti; dopo una distribuzione o promessa ai soldati appare Liberalitas; dopo guerre interne compare Pax.
Il divario tra messaggio e realtà storica può essere ampio. Proprio per questo le virtù diventano più frequenti. L’immagine non descrive soltanto uno stato di fatto; propone un ordine desiderato, una promessa, una qualità che il sovrano rivendica.
I ritratti militari del III secolo, con volti tesi, barbe corte, sguardi intensi e corazze, dialogano con le legende monetali della virtus. Il corpo dell’imperatore e il rovescio della moneta lavorano insieme per costruire autorità in un’epoca instabile.
La Tetrarchia riorganizzò il linguaggio delle virtù intorno a concordia, virtus, pietas e disciplina collegiale. Quattro sovrani, due Augusti e due Cesari, dovevano apparire uniti, uguali nel compito, gerarchici nella funzione e consacrati alla salvezza dello Stato. La concordia Augustorum divenne principio visuale e politico [31].
I gruppi dei Tetrarchi, con figure abbracciate, corpi simili, volti schematici e abiti militari, traducono in pietra la concordia del collegio imperiale. L’immagine riduce l’individualità e accentua l’unità. La virtù politica è qui coesione del comando.
Costantino eredita questo linguaggio e lo trasforma. L’Arco di Costantino mantiene Vittorie, sacrifici, liberalitas, adlocutio, spolia e personificazioni tradizionali. L’iscrizione introduce la vittoria ottenuta per ispirazione della divinità, mentre il sovrano assume progressivamente un profilo cristiano [32].
Nel IV secolo, Pax, Pietas, Virtus e Liberalitas continuano a circolare. Cambia il riferimento religioso. La pietas dell’imperatore cristiano si orienta verso il Dio unico; la liberalitas incontra il vocabolario della carità; la concordia si estende anche alla pace ecclesiale; la virtus resta necessaria alla difesa dell’impero.
Il cristianesimo imperiale assorbì e trasformò molte virtù romane. Pietas divenne devozione cristiana, fedele cura verso Dio, Chiesa, poveri e comunità. Pax entrò nel linguaggio della pace cristiana e della concordia ecclesiale. Liberalitas trovò nuovi rapporti con elemosina, carità e beneficenza episcopale. Virtus mantenne significati di forza morale e potenza divina.
La continuità delle parole non implica immobilità dei significati. Una moneta costantiniana, un panegirico, un’iscrizione cristiana o un mosaico tardoantico possono usare termini familiari dentro un orizzonte teologico diverso. L’antico lessico romano diventa materiale per una nuova cultura politica.
Gli imperatori cristiani restano rappresentati come vittoriosi, pii, generosi e garanti della pace. Il loro potere continua a richiedere virtù pubbliche visibili. La croce, il labaro e il chrismon si aggiungono al repertorio della vittoria e della legittimità.
Le virtù romane attraversano così il passaggio tra mondo pagano e cristiano. Cambiano culti, immagini e destinatari, mentre rimane l’esigenza di presentare il potere come fondato su qualità morali e benefici pubblici.
Lo studio di Pax, Concordia, Pietas, Virtus e Liberalitas presenta alcune questioni aperte.
La prima riguarda il rapporto fra culto e allegoria. Alcune virtù ebbero templi, altari, sacerdoti e riti; altre agirono soprattutto come personificazioni monetali e concetti politici. La distinzione va verificata caso per caso.
La seconda riguarda il rapporto fra immagine e realtà politica. La presenza di Pax su una moneta può seguire una guerra; Concordia può comparire in momenti di tensione; Liberalitas può celebrare un dono necessario a consolidare fedeltà. L’immagine è parte dell’azione politica.
La terza riguarda la lettura degli attributi. Patera, cornucopia, ramo, caduceo, parazonium, tessera, altare, scettro e globo cambiano significato secondo contesto. La legenda monetale aiuta, ma il programma figurativo richiede sempre confronto.
La quarta riguarda il ruolo delle donne imperiali. Imperatrici e principesse non sono semplici comparse dinastiche: attraverso Pietas, Concordia, Fecunditas, Pudicitia e Vesta costruiscono una parte essenziale della moralità pubblica del principato.
La quinta riguarda la lunga durata cristiana. Le virtù romane sopravvivono dentro un nuovo linguaggio religioso, modificando destinatari, fondamenti teologici e pratiche sociali. La continuità formale va letta insieme alla trasformazione dei significati.
Pax, Concordia, Pietas, Virtus e Liberalitas formano una grammatica morale del potere romano. Attraverso queste figure, l’imperatore appare come garante della pace, custode dell’accordo politico, sacerdote devoto, comandante valoroso e benefattore pubblico. Le virtù rendono il principato visibile e giudicabile.
L’età augustea diede a questo linguaggio una forma monumentale altissima con l’Ara Pacis, il clupeus virtutis, il restauro dei culti e la costruzione di una pace legata alla famiglia del principe. L’alto impero ampliò il sistema attraverso monete, rilievi, archi, altari, distribuzioni e programmi dinastici. Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio usarono le virtù per definire diversi modelli di sovranità.
La moneta fu il veicolo più capillare. Ogni rovescio con Pax, Concordia, Pietas, Virtus o Liberalitas trasformava una qualità politica in immagine quotidiana. Il cittadino incontrava il programma dell’imperatore nel gesto di pagare, ricevere, scambiare.
La forza di queste figure dipende dalla loro semplicità apparente. Un ramo d’olivo, una mano stretta, un capo velato, una lancia, una tessera di distribuzione contengono una intera teoria del potere. Roma affidò a questi segni una delle sue più durature rappresentazioni: il governo come virtù resa visibile.
A.R.
[1] J. Rufus Fears, “The Cult of Virtues and Roman Imperial Ideology”, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, II, 17.2, de Gruyter, Berlin-New York, 1981, pp. 827-948.
[2] Tonio Hölscher, The Language of Images in Roman Art, Cambridge University Press, Cambridge, 2004, per la semantica delle immagini romane e la riconoscibilità degli attributi.
[3] Carlos F. Noreña, Imperial Ideals in the Roman West: Representation, Circulation, Power, Cambridge University Press, Cambridge, 2011, per virtù imperiali, monetazione e comunicazione politica nel mondo romano.
[4] Andrew Wallace-Hadrill, “Image and Authority in the Coinage of Augustus”, Journal of Roman Studies, 76, 1986, pp. 66-87, per rapporto tra moneta, autorità e immagine augustea.
[5] Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Einaudi, Torino, 1989, per costruzione visiva del principato, pace, famiglia e riforma morale.
[6] Res Gestae Divi Augusti, 34, per il clupeus virtutis con virtus, clementia, iustitia e pietas; cfr. Zanker, Augusto e il potere delle immagini, cit.
[7] Karl Galinsky, Augustan Culture: An Interpretive Introduction, Princeton University Press, Princeton, 1996, per cultura augustea, pace, religione, letteratura e immagini.
[8] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014, cap. 13, fonte sull’Ara Pacis, sulla deliberazione del 13 a.C., sulla consacrazione del 9 a.C. e sul rapporto con Campo Marzio, Mausoleo e Horologium.
[9] Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, UTET, Torino, ed. 2011, per Ara Pacis, rinnovamento augusteo di Roma, pace, disciplina morale e riorganizzazione dei culti.
[10] Clifford Ando, Imperial Ideology and Provincial Loyalty in the Roman Empire, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 2000, per ideologia imperiale, consenso e comunicazione fra centro e province.
[11] Orazio, Carmen Saeculare; Virgilio, Eneide; per il contesto augusteo, cfr. Galinsky, Augustan Culture, cit.
[12] Filippo Coarelli, Il Foro Romano, 2 voll., Quasar, Roma, 1983-1985, per il tempio della Concordia e la topografia politica del Foro.
[13] RIC, The Roman Imperial Coinage, voll. I-X, per legende e tipi monetali con Concordia Augustorum, Concordia Militum, Concordia Exercituum.
[14] Barbara Levick, Faustina I and II: Imperial Women of the Golden Age, Oxford University Press, Oxford, 2014, per donne imperiali, virtù dinastiche e monetazione.
[15] John Scheid, An Introduction to Roman Religion, Indiana University Press, Bloomington, 2003, per religione romana, rito, sacrificio e pietas.
[16] Virgilio, Eneide, libri II e III, per pius Aeneas, Anchise, Ascanio e Penati; cfr. Zanker, Augusto e il potere delle immagini, cit.
[17] Mary Beard, John North, Simon Price, Religions of Rome, 2 voll., Cambridge University Press, Cambridge, 1998, per religione pubblica, culti, ritualità e trasformazioni augustee.
[18] Ittai Gradel, Emperor Worship and Roman Religion, Oxford University Press, Oxford, 2002, per culto imperiale, rapporto tra imperatore, rito e religione romana.
[19] Myles McDonnell, Roman Manliness: Virtus and the Roman Republic, Cambridge University Press, Cambridge, 2006, per virtus, mascolinità civica e valore militare in età repubblicana.
[20] Mario Torelli, Typology and Structure of Roman Historical Reliefs, University of Michigan Press, Ann Arbor, 1982, per rilievo storico, gesti pubblici e programmi imperiali.
[21] Salvatore Settis, a cura di, La Colonna Traiana, Einaudi, Torino, 1988; Filippo Coarelli, La Colonna Traiana, Colombo, Roma, 1999.
[22] Fergus Millar, The Emperor in the Roman World, Duckworth, London, 1977, per rapporto fra imperatore, sudditi, beneficenza, petizioni e decisioni pubbliche.
[23] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, cit., cap. 16, per alimenta, programma traianeo, prestiti fondiari, sussidi, tavole di Veleia e Liguri Bebiani.
[24] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, cit., per finalità agricole, assistenziali, amministrative e militari degli alimenta.
[25] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, cit., fonte sui Plutei di Traiano e sulla figura femminile interpretabile come Italia riconoscente per gli alimenta.
[26] Paul Veyne, Le pain et le cirque. Sociologie historique d’un pluralisme politique, Seuil, Paris, 1976, per evergetismo, dono pubblico, munificenza e consenso.
[27] Harold Mattingly, Coins of the Roman Empire in the British Museum, British Museum, London, voll. I-VI; RIC, The Roman Imperial Coinage, voll. I-X.
[28] Diana E.E. Kleiner, Susan B. Matheson, a cura di, I Claudia II: Women in Roman Art and Society, University of Texas Press, Austin, 2000, per donne imperiali, immagine pubblica e virtù femminili.
[29] Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, cit., per Traiano optimus princeps, opere pubbliche, pace feconda e politica amministrativa.
[30] Olivier Hekster, Rome and Its Empire, AD 193-284, Edinburgh University Press, Edinburgh, 2008, per crisi del III secolo, monetazione, imperatori militari e linguaggio della legittimità.
[31] Roger Rees, Diocletian and the Tetrarchy, Edinburgh University Press, Edinburgh, 2004, per concordia tetrarchica, collegialità e comunicazione politica.
[32] Elizabeth Marlowe, Shaky Ground: Context, Connoisseurship and the History of Roman Art, Bloomsbury, London-New York, 2013, per Arco di Costantino, spolia e programma ideologico.
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