Voci iconografiche

 

Le Province personificate Africa, Dacia, Aegyptus, Hispania, Britannia, Asia, Armenia, Iudaea, Germania.

 

Cerimonia, bottino, immagini militari, nemico vinto, memoria pubblica e costruzione visiva del successo romano

 

 

Vittoria, trionfo e trofeo formano uno dei nuclei più persistenti dell’immaginario romano. La guerra, per Roma, acquista piena esistenza pubblica quando entra nella città, viene ordinata in corteo, riceve un riconoscimento religioso, lascia bottino, iscrizioni, templi, archi, colonne, monete, rilievi e statue. Il successo militare non rimane confinato al campo di battaglia. Viene tradotto in rito, immagine e monumento [1].

La Vittoria è figura divina, qualità politica e promessa di durata. Il trionfo è cerimonia civica e religiosa, concessa a un comandante vittorioso e poi sempre più concentrata nella persona dell’imperatore. Il trofeo è il segno materiale della sconfitta del nemico: armi, corazze, elmi, scudi, rostri, insegne, prigionieri e spolia trasformati in immagine. Insieme, questi tre elementi costruiscono una grammatica riconoscibile della potenza romana.

Nell’arte romana la vittoria assume molte forme: una dea alata che incorona il sovrano; un trofeo tra prigionieri; un barbaro seduto ai piedi di armi deposte; una provincia dolente; un imperatore su quadriga; un rilievo con bottino sacro; una moneta con legenda Victoria Augusta; una colonna che avvolge una guerra in un fregio continuo. Il linguaggio è stabile e insieme adattabile. Ogni epoca vi inserisce il proprio modo di intendere il potere.

 

La Vittoria come dea e come immagine politica

Victoria deriva dalla Nike greca, ma a Roma assume una funzione pienamente civica e imperiale. È dea alata, portatrice di corona, palma, scudo iscritto, trofeo, globo, caduceo o quadriga. Il suo gesto più frequente è l’incoronazione: la divinità riconosce il vincitore e rende legittimo il suo successo. Il comandante riceve il segno della vittoria da una figura superiore, capace di collegare guerra, rito e destino [2].

La Vittoria compare in contesti molto diversi. È presente sulle monete repubblicane e imperiali, sui rilievi degli archi, nelle decorazioni di templi, altari, corazze, gemme, argenti e monumenti funerari. Può scrivere su uno scudo, reggere una palma, innalzare un trofeo, guidare una quadriga, accompagnare un imperatore o volare sopra una scena di sacrificio.

In età augustea la Vittoria assume un valore decisivo. Dopo Azio, il nuovo ordine politico usa il linguaggio della vittoria per trasformare la fine delle guerre civili in fondazione della pace. L’altare della Vittoria nella Curia, collegato al programma augusteo, divenne nei secoli successivi un oggetto carico di memoria politica e religiosa [3].

La lunga controversia tardoantica sull’altare della Vittoria dimostra la forza simbolica della figura. Per i senatori pagani, essa rappresentava continuità della tradizione romana; per gli imperatori cristiani e per Ambrogio, apparteneva a un sistema cultuale ormai superato. La stessa immagine raccoglieva secoli di identità civica.

 

Il trionfo romano

Il trionfo era il massimo onore militare riconosciuto a un comandante romano. La cerimonia aveva carattere religioso, politico e spettacolare. Il vincitore entrava nella città con un corteo solenne, accompagnato da magistrati, senatori, soldati, prigionieri, bottino, immagini dei luoghi conquistati, cartelli, animali e musiche. Il percorso culminava al tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, dove si compivano sacrifici [4].

Nella tradizione repubblicana il trionfo veniva concesso dal Senato secondo condizioni precise, legate alla vittoria militare e all’autorità del generale. La cerimonia dava al vincitore un prestigio enorme, rafforzava la sua carriera e trasmetteva gloria alla sua famiglia. I figli che partecipavano al corteo apprendevano pubblicamente la memoria della gens e il vocabolario della grandezza romana [5].

Il trionfatore procedeva su quadriga, vestito con la toga picta, la corona d’alloro sul capo e lo scettro nella mano. Le fonti ricordano lo schiavo che, tenendo la corona, pronunciava la formula “Memento te hominem esse”. Il vincitore assumeva per un giorno una condizione eccezionale, vicina alla sfera di Giove, e il rito provvedeva a ricondurre quella grandezza dentro l’ordine umano [6].

Il trionfo produceva memoria attraverso il movimento. La folla vedeva passare prigionieri, armi, ricchezze, quadri, modelli di città, oggetti sacri, animali e soldati. Per un giorno la guerra lontana diventava visibile nelle strade di Roma. L’arte monumentale raccolse questa energia processionale e la fissò in forme durevoli.

 

Il percorso trionfale

Il percorso trionfale aveva una geografia carica di senso. Il corteo muoveva dalla zona del Campo Marzio o dalla porta triumphalis, attraversava luoghi legati alla memoria civica, passava per il Velabro, il Circo Massimo, la Via Sacra, il Foro, quindi saliva verso il Campidoglio. Le fonti e le ricostruzioni moderne mostrano un itinerario che attraversava il cuore rituale e politico della città [7].

Il Campidoglio era il punto di arrivo. Il sacrificio a Giove Ottimo Massimo conferiva compimento religioso al successo. La vittoria apparteneva al comandante e all’esercito, ma veniva restituita alla divinità tutelare della città. Il trionfo romano conserva sempre questa struttura: gloria umana, riconoscimento civico, consacrazione divina.

Il passaggio attraverso la città trasformava il popolo in spettatore attivo. La folla acclamava, osservava, giudicava, ricordava. Il trionfo era una lezione pubblica di storia romana. Polibio comprese bene il valore pedagogico di queste cerimonie, accostandole ai funerali aristocratici come momenti in cui i giovani apprendevano virtù, esempi e paradigmi della comunità [8].

Il percorso fu poi rievocato dall’architettura. L’Arco di Tito, l’Arco di Settimio Severo, l’Arco di Costantino e la sequenza dei monumenti lungo la Via Sacra rendono stabile una topografia del successo. Anche dopo la fine della cerimonia, la città continua a essere attraversata dalla memoria dei trionfi.

 

Manubiae e bottino

Le manubiae, ricchezze ricavate dalla guerra, avevano un ruolo essenziale. Il bottino poteva comprendere denaro, metalli preziosi, statue, armi, insegne, schiavi, animali, oggetti sacri, dipinti, vasi, tessuti, libri, opere d’arte e materiali da costruzione. Il generale vittorioso proponeva l’uso di queste risorse, spesso in rapporto al Senato e alla comunità [9].

Il bottino generava monumenti. Templi votivi, portici, basiliche, archi, colonne, statue, giochi pubblici e distribuzioni potevano essere finanziati con le ricchezze della guerra. L’edificio nato ex manubiis trasformava il nemico sconfitto in pietra romana. La conquista lasciava un segno visibile nel tessuto urbano.

La colonna rostrata di Gaio Duilio, elevata dopo la vittoria navale di Milazzo del 260 a.C., è uno degli esempi più antichi e significativi. Decorata con rostri sottratti alle navi cartaginesi e accompagnata da un’iscrizione elogiativa, rendeva la vittoria navale presenza permanente nel Foro [10].

Le guerre ellenistiche portarono a Roma un’enorme quantità di opere greche. Siracusa, la Macedonia, Corinto, l’Asia e molte altre aree fornirono statue, dipinti, bronzi, oggetti preziosi e modelli artistici. Il bottino modificò il gusto romano e alimentò una nuova cultura della collezione, della decorazione e del prestigio.

 

Il trofeo

Il trofeo, tropaeum, nasce come segno della vittoria posto sul campo di battaglia. Armi del nemico venivano raccolte e disposte attorno a un supporto: elmi, corazze, scudi, lance, spade, insegne. Il nemico armato veniva così trasformato in immagine del proprio disarmo. Roma adottò e sviluppò questa forma, inserendola in rilievi, monete, archi, statue, colonne e monumenti territoriali [11].

Il trofeo è una figura sintetica. Non racconta l’intera battaglia; ne mostra l’esito. Accanto al trofeo possono apparire prigionieri, province sedute, barbari legati, Vittorie alate, divinità o imperatori. Il messaggio è immediato: l’energia militare del nemico è stata raccolta, ordinata e collocata sotto il segno del vincitore.

I Tropaea Augusti di La Turbie, eretti per celebrare la sottomissione dei popoli alpini, mostrano il trofeo come monumento territoriale. Collocato sopra il paesaggio, il monumento trasformava la conquista delle Alpi in segno visibile a grande distanza. La vittoria era iscritta nel territorio, non soltanto nella capitale [12].

Un altro caso importante è il Tropaeum Traiani di Adamclisi, in Mesia Inferiore, collegato alle guerre daciche e alla memoria dei soldati caduti. La forma monumentale, i rilievi con scene militari e l’iscrizione collocano la vittoria dentro il paesaggio danubiano. Il trofeo si fa monumento di frontiera.

 

Rostra e vittoria navale

La vittoria navale diede origine a forme specifiche di commemorazione. I rostri delle navi nemiche, cioè gli speroni metallici posti a prua, potevano essere asportati e inseriti in monumenti pubblici. La colonna rostrata di Gaio Duilio è il caso canonico; i Rostra del Foro, ornati con speroni navali, divennero uno dei luoghi politici più celebri di Roma [13].

La corona navale o rostrata, ricordata tra le ricompense militari, appartiene allo stesso linguaggio. Il motivo del rostro indica azione sul mare, presa della nave nemica, dominio navale. Roma, nata come potenza terrestre, elaborò attraverso questi segni la memoria delle proprie vittorie marittime.

La prima guerra punica trasformò il rapporto romano con il mare. La costruzione di flotte, l’uso del corvo, la vittoria di Milazzo e la lunga lotta contro Cartagine crearono una nuova iconografia del successo. I rostri resero questa nuova dimensione visibile nel Foro.

Il rostro è trofeo particolare: parte reale della nave sconfitta, arma e insieme frammento di macchina militare. Inserito nella colonna o nella tribuna, diventa linguaggio politico della parola pubblica. Il luogo da cui si parla al popolo porta sul proprio corpo i segni delle vittorie navali.

 

Corone, dona militaria e ricompense

Il sistema romano della vittoria comprendeva premi individuali e collettivi. Corone, phalerae, armille, torques, hastae purae, medaglie, collane, donativi e terre riconoscevano valore, disciplina e fedeltà. La vittoria pubblica era accompagnata da una distribuzione di onori ai soldati e agli ufficiali [14].

Le corone avevano significati precisi. La corona civica, in quercia, premiava chi aveva salvato un cittadino romano; la corona murale chi era salito per primo sulle mura nemiche; la corona navale o rostrata chi aveva compiuto impresa sul mare; la corona ossidionale, o graminea, aveva valore eccezionale e veniva intrecciata con erbe del luogo liberato dall’assedio.

Questi premi partecipano alla cultura visiva della vittoria. Spesso compaiono su monumenti, rilievi, corazze, iscrizioni funerarie di soldati e immagini ufficiali. Il corpo del militare decorato diventa archivio delle proprie imprese.

La ricompensa materiale rafforzava il legame tra comandante ed esercito. Donativi, terre e premi militari accompagnarono figure come Mario, Silla, Pompeo, Cesare e Ottaviano. La vittoria produceva fedeltà politica e trasformava l’esercito in soggetto decisivo della vita romana.

 

Templi votivi e vittoria

La vittoria militare era spesso legata al voto. Il comandante prometteva un tempio o una dedica a una divinità durante una crisi o prima di una battaglia; dopo il successo, il voto veniva sciolto con la costruzione dell’edificio. Roma fu segnata da templi nati dalla guerra: Bellona, Marte, Giove, Giunone, Fortuna, Vittoria, Apollo, Venere, Salus e molte altre divinità entrarono così nella topografia del successo [15].

Il tempio votivo trasformava la vittoria in presenza cultuale. La città riceveva un edificio che ricordava una battaglia, un generale, una promessa e una divinità. La memoria militare diventava culto pubblico. Il monumento prolungava il rapporto tra evento e protezione divina.

Il Campo Marzio, il Circo Flaminio, il Foro e molte aree urbane ospitarono edifici legati a vittorie. I generali repubblicani usarono questi templi per costruire memoria personale e familiare. In età imperiale, il principe assorbì gran parte di questa capacità commemorativa.

La vittoria romana vive quindi in un paesaggio sacro. Gli archi e le colonne raccontano la guerra; i templi votivi custodiscono il rapporto con gli dei. La città diventa archivio religioso della conquista.

 

Emilio Paolo, Pompeo, Cesare

Alcuni trionfi repubblicani divennero proverbiali. Il trionfo di Lucio Emilio Paolo su Perseo di Macedonia, nel 167 a.C., fu ricordato per magnificenza, durata e ricchezza del bottino. Il re vinto, la corte macedone, l’oro, le opere d’arte e la memoria della monarchia ellenistica portarono a Roma un’immagine spettacolare dell’Oriente conquistato [16].

Pompeo celebrò trionfi che presentarono la sua carriera come dominio su tre continenti. La sua autorappresentazione usò il linguaggio della geografia, della monarchia ellenistica e della grandezza sovraregionale. Il teatro di Pompeo, i portici, le statue e il programma monumentale del Campo Marzio diedero forma architettonica a questa ambizione.

Cesare portò il trionfo a una scala straordinaria. I suoi trionfi del 46 a.C. celebrarono Gallia, Egitto, Ponto e Africa. Il corteo presentava bottini, prigionieri, tavole dipinte, immagini di luoghi conquistati e simboli di una carriera senza precedenti. La presenza di Vercingetorige e di Arsinoe mostrava la dimensione teatrale e politica del rito [17].

In queste cerimonie la Repubblica appare ormai attraversata da poteri personali enormi. Il trionfo, nato come onore civico regolato dalla comunità, diventa strumento di costruzione monarchica. Cesare e poi Augusto raccoglieranno questa eredità.

 

Augusto: vittoria e pace

Augusto trasformò il linguaggio della vittoria. Dopo Azio, la vittoria militare venne presentata come fondazione della pace, restaurazione dell’ordine e salvezza dello Stato. Il tempio di Apollo Palatino, l’Ara Pacis, il Foro di Augusto, il tempio di Marte Ultore, l’obelisco egizio, le monete e le iscrizioni compongono un sistema visuale coerente [18].

La vittoria su Antonio e Cleopatra fu trattata con attenzione. Il conflitto civile venne riletto come guerra contro una regina orientale e contro una minaccia esterna. L’Egitto conquistato entrò nella proprietà del principe e nella memoria visiva della città attraverso obelischi, immagini nilotiche, marmi e riferimenti ad Apollo.

L’Arco di Augusto per la restituzione delle insegne partiche, celebrata nel 20 a.C., mostra un altro aspetto. La vittoria diplomatica venne presentata con dignità pari a un successo militare. La restituzione degli stendardi perduti da Crasso divenne segno della superiorità romana e della sapienza del princeps [19].

Augusto unì Vittoria e Pax. Il successo militare trovava il proprio compimento nella stabilità. Questa sintesi condizionò tutta l’ideologia imperiale successiva: l’imperatore vince per dare ordine, pace, fecondità e sicurezza.

 

I Flavi e il trionfo giudaico

La dinastia flavia costruì una parte fondamentale della propria legittimità sulla vittoria giudaica. Vespasiano e Tito, dopo la conquista di Gerusalemme, celebrarono nel 71 d.C. un trionfo memorabile. Il bottino del tempio, la menorah, le trombe d’argento, la tavola dei pani e altri oggetti sacri entrarono nel corteo e poi nell’immaginario romano [20].

L’Arco di Tito conserva questa memoria in forma monumentale. Nel pannello interno meridionale, il corteo trasporta il bottino del tempio di Gerusalemme; nel pannello opposto Tito avanza sulla quadriga, accompagnato da figure divine e dalla Vittoria. Nella volta, l’apoteosi mostra Tito portato verso il cielo da un’aquila. Il monumento lega trionfo, bottino sacro e divinizzazione [21].

La serie monetale Iudaea Capta diffuse la vittoria in tutto l’impero. Una figura femminile seduta sotto la palma, il prigioniero, l’imperatore o le armi deposte trasformarono la provincia vinta in immagine quotidiana. La moneta rese portatile il trionfo.

La vittoria giudaica ebbe quindi molte vite: cerimonia, arco, moneta, bottino, memoria dinastica, apoteosi. Per i Flavi, il trionfo fu fondazione politica dopo la guerra civile del 68-69.

 

Traiano, Dacia e trofeo imperiale

Le guerre daciche di Traiano portarono a una delle più grandi elaborazioni figurative della vittoria romana. Dopo la prima campagna del 101-102, l’imperatore celebrò il trionfo; dopo la seconda, conclusa nel 106, la testa di Decebalo fu portata a Roma ed esibita come trofeo. La Dacia venne trasformata in provincia, con ricche miniere aurifere e forte valore strategico [22].

Il Foro di Traiano, finanziato con bottino di guerra, il fregio della Colonna Traiana, l’Arco di Traiano ad Ancona, il ponte sul Danubio e le emissioni monetali costruirono una memoria articolata della conquista. L’impresa militare diventò programma urbano, infrastrutturale e figurativo.

La Colonna Traiana presenta una vittoria fondata su organizzazione, costruzione e disciplina. I soldati tagliano alberi, edificano forti, attraversano fiumi, costruiscono ponti, compiono sacrifici, assediano città, ricevono ambascerie. Il trionfo della Dacia appare come conquista tecnica del territorio [23].

Il Tropaeum Traiani di Adamclisi, collegato allo stesso orizzonte danubiano, dà alla vittoria una forma territoriale e funeraria. Monumento, iscrizione, rilievi e memoria dei caduti collegano la gloria dell’imperatore al sacrificio dell’esercito.

 

Marco Aurelio e la vittoria difficile

La Colonna di Marco Aurelio, dedicata alle guerre marcomanniche e sarmatiche, presenta una vittoria diversa da quella traianea. L’impero affronta popolazioni germaniche e sarmatiche lungo il Danubio in un clima di forte pressione militare, epidemia e instabilità. La vittoria appare necessaria, severa, talvolta aspra [24].

Il rilievo mostra battaglie, villaggi incendiati, prigionieri, decapitazioni, sottomissioni, prodigi atmosferici, discorsi e sacrifici. Il linguaggio figurativo è più drammatico, con figure più grandi, ombre profonde, gesti più energici. La Vittoria romana mantiene il proprio valore, ma la minaccia del confine entra con maggiore intensità nell’immagine.

Il cosiddetto miracolo della pioggia è uno degli episodi più celebri. La salvezza dell’esercito romano attraverso l’intervento soprannaturale trasforma la vittoria in evento protetto da forze divine. La guerra non appare soltanto risultato di disciplina; include segno celeste, paura, resistenza e soccorso.

Questa fase prepara una nuova sensibilità. Nel III secolo, i sarcofagi di battaglia e le immagini imperiali accentueranno sempre più il conflitto frontale con il barbaro. La vittoria resterà centrale, ma il suo linguaggio diventerà più teso.

 

Il trionfo sulla moneta

La moneta fu uno dei principali veicoli dell’immaginario della vittoria. Attraverso aurei, denari, sesterzi, assi e antoniniani, immagini e legende militari circolavano fra soldati, cittadini, mercanti e provinciali. La Vittoria alata, il trofeo, il prigioniero, l’imperatore a cavallo, la quadriga, la provincia vinta e le formule Victoria, Victoria Augusti, Victoria Germanica, Dacica, Parthica, Iudaea Capta rendevano il successo riconoscibile [25].

La moneta ha forza particolare perché unisce immagine e testo. Una piccola figura seduta sotto una palma, accompagnata dalla legenda Iudaea Capta, comunica una conquista in modo immediato. Un trofeo fra prigionieri sintetizza una campagna. Una Vittoria che scrive su uno scudo trasforma il successo in iscrizione.

Le monete celebrano anche vittorie attese, auspicate o programmatiche. L’immagine monetale può precedere, accompagnare o seguire un evento. Essa costruisce consenso e fiducia, soprattutto nei momenti di guerra civile o crisi di successione.

Il trionfo monetale porta la città vittoriosa nelle mani di chi scambia denaro. La propaganda non resta sui monumenti; entra nella vita economica quotidiana.

 

Archi, colonne e rilievi

L’arco è il monumento più immediatamente associato al trionfo. Il passaggio arcuato richiama la processione, incornicia la via, espone iscrizioni, rilievi, Vittorie, prigionieri e trofei. L’Arco di Tito, quello di Settimio Severo e quello di Costantino mostrano tre momenti fondamentali della trasformazione del linguaggio trionfale [26].

La colonna istoriata sviluppa una forma diversa di memoria. La Colonna Traiana e quella di Marco Aurelio raccontano la guerra in sequenza spiraliforme. Il trionfo, qui, diventa narrazione continua. Il visitatore non vede un singolo passaggio; incontra l’intero processo della campagna militare.

Il rilievo storico romano integra trionfo, sacrificio, adlocutio, battaglia, sottomissione e donativo. Il sovrano appare come comandante, sacerdote, giudice e benefattore. L’immagine della vittoria include così più ruoli del potere.

Nel monumento romano, la vittoria militare raramente resta pura scena di combattimento. Viene inserita in un sistema di riti, città, dèi, popolo, esercito, province e memoria dinastica.

 

Prigionieri, province e barbari

Il trionfo romano aveva bisogno del nemico visibile. Prigionieri, re vinti, capi militari, famiglie, ostaggi e popoli sottomessi comparivano nel corteo. Nell’arte, questa presenza assume forma di barbari legati, province sedute, figure femminili dolenti, guerrieri inginocchiati, re orientali e Daci monumentali.

La figura del prigioniero rende concreto il dominio. Il nemico non è un nome geografico; ha volto, abito, postura, armi, dolore, dignità o paura. La varietà degli attributi permette di distinguere Daci, Parti, Germani, Giudei, Armeni, Sarmati, Africani e altri popoli.

Le province personificate svolgono una funzione analoga. Iudaea Capta, Dacia Capta, Armenia, Aegyptus, Africa, Hispania o Britannia trasformano territori in corpi. La vittoria diventa geografia umana.

Il trionfo costruisce quindi l’identità romana attraverso il vinto. Il centro imperiale si definisce guardando e ordinando le figure della periferia sottomessa.

 

Vittoria e apoteosi

La vittoria poteva aprire la via alla divinizzazione. Tito, Traiano, Antonino Pio, Marco Aurelio e altri imperatori furono ricordati attraverso immagini che collegano successo terreno, memoria pubblica e ascesa divina. L’apoteosi traduce la grandezza del sovrano in movimento verso il cielo.

L’Arco di Tito offre un caso esemplare. La volta del fornice raffigura l’imperatore trasportato dall’aquila. Il rilievo del trionfo giudaico e l’apoteosi appartengono allo stesso programma: il principe vincitore diventa divus [27].

La base della Colonna di Antonino Pio, con l’apoteosi di Antonino e Faustina, sviluppa un linguaggio diverso ma coerente. La vittoria militare è qui meno centrale rispetto alla continuità dinastica e alla pietas funeraria; il movimento ascensionale conserva il rapporto fra onore terreno e sfera divina.

L’imperatore vittorioso viene innalzato in monumenti, statue, colonne, archi e monete. La vittoria sul nemico e la vittoria sulla morte si toccano spesso nell’arte imperiale.

 

Costantino e la vittoria trasformata

La vittoria di Costantino su Massenzio presso Ponte Milvio nel 312 d.C. apre una fase nuova. L’Arco di Costantino, dedicato nel 315, celebra il successo attraverso una forma tradizionale: tre fornici, rilievi, Vittorie, prigionieri, iscrizione, spolia da monumenti di Traiano, Adriano e Marco Aurelio. Il linguaggio romano del trionfo resta operativo [28].

L’iscrizione dell’arco attribuisce la vittoria all’ispirazione della divinità. La formula, volutamente ampia, appartiene a un momento di passaggio religioso. Costantino impiega ancora un repertorio monumentale romano e pagano, mentre la sua politica apre spazio crescente al cristianesimo.

Gli spolia dell’arco collegano Costantino ai buoni imperatori del passato. La vittoria su Massenzio, avversario interno, viene inserita in una genealogia di legittimità. Il monumento trasforma una guerra civile in fondazione di ordine.

La vittoria costantiniana diventerà nei testi cristiani e nella memoria successiva un punto di svolta. Il segno celeste, il labaro, il monogramma e la protezione divina ridefiniranno il vocabolario della vittoria imperiale. Il trionfo romano inizia a parlare una lingua religiosa nuova.

 

Tarda antichità e vittoria cristiana

Nella tarda antichità, il linguaggio della vittoria continua a vivere, ma si carica di significati cristiani. La croce, il chrismon, il labaro, gli angeli, i martiri, Cristo vincitore, l’imperatore protetto da Dio e la vittoria della vera fede riorganizzano il repertorio precedente.

Teodosio, dopo la vittoria su Eugenio al Frigido nel 394, venne interpretato dalla tradizione cristiana come sovrano che sancisce il successo definitivo del cristianesimo niceno sull’ultima reazione pagana aristocratica. La vittoria militare diventa vittoria religiosa e politica [29].

La figura alata della Vittoria sopravvive a lungo, talvolta assorbita nel repertorio angelico o in figure di trionfo spirituale. Il lessico romano della corona, della palma, del corteo e del vincitore passa in ambito cristiano, dove martiri e santi ricevono premi celesti.

Il trionfo cambia orizzonte. Dalla città pagana e dal Campidoglio si passa a un sistema in cui la vittoria suprema può essere quella della fede, della croce, del martire e dell’impero cristiano. Le forme romane continuano a fornire struttura visiva.

 

Fortuna moderna del trionfo

Il trionfo romano ebbe lunghissima fortuna. Rinascimento, Barocco, Neoclassicismo, imperi moderni e stati nazionali ripresero archi, cortei, trofei, Vittorie alate, quadrighe, corone d’alloro, prigionieri e allegorie. Il potere europeo tornò a Roma ogni volta che volle dare forma monumentale al successo.

Gli ingressi solenni di principi, papi e sovrani furono spesso accompagnati da archi effimeri, iscrizioni, allegorie, carri, trofei e apparati urbani. La città moderna si trasformava per qualche giorno in teatro trionfale. Pittori, incisori, architetti e poeti rielaboravano il modello antico.

L’Arco di Trionfo di Parigi, gli archi napoleonici, le colonne celebrative, le Vittorie alate dei monumenti nazionali e le quadrighe sui portali pubblici mostrano la durata della grammatica romana. L’antico trionfo diventò linguaggio della nazione e dello Stato moderno.

Questa fortuna condiziona anche il modo in cui guardiamo Roma. Molte immagini moderne di vittoria derivano dal repertorio romano e poi retroagiscono sulla nostra percezione dell’antico. Per studiare i monumenti romani occorre riconoscere questa stratificazione.

 

Questioni aperte

Lo studio di Vittoria, trionfo e trofeo presenta alcune questioni aperte.

La prima riguarda le origini del trionfo. Le fonti antiche collocano la cerimonia in una tradizione arcaica, con possibili elementi etruschi, latini e romani. La ricostruzione storica richiede cautela, perché molte testimonianze sono tarde e retrospettive.

La seconda riguarda il rapporto tra rito reale e immagine ufficiale. Il corteo trionfale fu evento vivo, sonoro, mobile, affollato; il rilievo e la moneta ne selezionano pochi elementi, adatti alla memoria politica.

La terza riguarda la funzione del bottino. Le manubiae permettono di collegare guerra, economia, edilizia e consenso. Ogni monumento finanziato con bottino va letto come trasformazione materiale della conquista.

La quarta riguarda la rappresentazione del nemico. Prigionieri, province e barbari non sono semplici figure decorative. Essi costruiscono la percezione romana dell’alterità e rendono visibile la gerarchia imperiale.

La quinta riguarda la trasformazione cristiana della vittoria. Dal IV secolo, croce, labaro, angeli e martiri assorbono parte del vocabolario romano. La continuità formale convive con un mutamento profondo del significato.

 

Sintesi

Vittoria, trionfo e trofeo costituiscono una delle strutture portanti dell’arte romana. La Vittoria dà forma divina al successo; il trionfo porta la guerra dentro la città; il trofeo raccoglie le armi del nemico e le trasforma in segno stabile. L’immagine romana del potere nasce in larga parte da questa sequenza.

La Repubblica usò il trionfo per celebrare generali e famiglie aristocratiche; il principato concentrò la vittoria nella figura dell’imperatore. Da Augusto ai Flavi, da Traiano a Marco Aurelio, da Settimio Severo a Costantino, ogni sovrano cercò di presentare il proprio successo come salvezza, ordine, protezione divina e beneficio pubblico.

La vittoria romana è sempre più ampia della battaglia. Comprende bottino, strade, porti, province, templi, archi, colonne, monete, sacrifici, prigionieri, donativi e memorie familiari. Il successo militare costruisce città, alimenta immagini e finanzia monumenti.

La lunga fortuna del modello conferma la sua forza. Il trionfo romano ha continuato a vivere in archi moderni, cortei sovrani, allegorie nazionali, colonne celebrative e immagini cristiane della vittoria. L’antica Roma lasciò all’Occidente una delle forme più durevoli del potere: il successo trasformato in rito, pietra e immagine.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Mary Beard, The Roman Triumph, Harvard University Press, Cambridge Mass.-London, 2007, studio fondamentale sulla cerimonia trionfale, sulle fonti e sulle interpretazioni moderne del rito.

[2] Tonio Hölscher, The Language of Images in Roman Art, Cambridge University Press, Cambridge, 2004, per il sistema semantico delle immagini romane e per le figure di Vittoria, trofeo, imperatore e nemico.

[3] Paul Zanker, Augusto e il potere delle immagini, Einaudi, Torino, 1989, per Vittoria, pace, programma augusteo, Azio e costruzione visiva del nuovo ordine.

[4] Ernesto Bignami, Manuale di storia romana, Edizioni Bignami, Milano, 1968, appendice sull’esercito romano e sul trionfo, con descrizione del percorso, della quadriga, della toga picta, della corona e del sacrificio a Giove Capitolino.

[5] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014, cap. 6, per trionfo, valore propagandistico, manubiae, colonna rostrata e funzione pedagogica della memoria aristocratica.

[6] H.S. Versnel, Triumphus. An Inquiry into the Origin, Development and Meaning of the Roman Triumph, Brill, Leiden, 1970, per rito, abbigliamento, dimensione religiosa e interpretazioni storiche del trionfo.

[7] Ida Östenberg, Staging the World: Spoils, Captives, and Representations in the Roman Triumphal Procession, Oxford University Press, Oxford, 2009, per oggetti, prigionieri, rappresentazioni e organizzazione visiva del corteo.

[8] Polibio, Storie, VI, per memoria aristocratica, funerali, educazione civica e valori della classe dirigente romana; cfr. Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cit., fonte sulla colonna rostrata di Duilio.

[9] Livio, Ab urbe condita, passim, per trionfi repubblicani, voti, bottino, templi e onori militari.

[10] CIL I² 25 = ILLRP 319, iscrizione della colonna rostrata di Gaio Duilio; cfr. Cresci Marrone, Rohr Vio, Calvelli, Roma antica, cit., pp. relative alla fonte sulla vittoria navale di Milazzo.

[11] Mario Torelli, Typology and Structure of Roman Historical Reliefs, University of Michigan Press, Ann Arbor, 1982, per trofei, rilievo storico e struttura delle immagini pubbliche romane.

[12] Filippo Coarelli, Roma, Laterza, Roma-Bari, edizioni successive; per i Tropaea Augusti, cfr. studi archeologici su La Turbie e la conquista augustea delle Alpi.

[13] Filippo Coarelli, Il Foro Romano, 2 voll., Quasar, Roma, 1983-1985, per Rostra, memoria politica e spazi del Foro.

[14] Valerie A. Maxfield, The Military Decorations of the Roman Army, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 1981, per dona militaria, corone, decorazioni e premi militari.

[15] Eric M. Orlin, Temples, Religion, and Politics in the Roman Republic, Brill, Leiden, 1997, per templi votivi, religione pubblica e competizione politica repubblicana.

[16] Plutarco, Vita di Emilio Paolo, per il trionfo su Perseo e la memoria della vittoria macedonica; cfr. anche Livio, libri XLV e frammenti.

[17] Plutarco, Vita di Cesare; Svetonio, Divus Iulius; Appiano, Guerre civili, per i trionfi cesariani, Vercingetorige, Arsinoe e il teatro politico del corteo.

[18] Diane Favro, The Urban Image of Augustan Rome, Cambridge University Press, Cambridge, 1996, per la trasformazione urbana augustea e la monumentalizzazione della vittoria.

[19] Res Gestae Divi Augusti, 29, per la restituzione delle insegne partiche; cfr. Zanker, Augusto e il potere delle immagini, cit.

[20] Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VII, per il trionfo flavio, il bottino del tempio e la memoria della conquista di Gerusalemme.

[21] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, cit., cap. 16, fonte sull’iscrizione dell’Arco di Tito e sul rilievo della processione trionfale.

[22] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, cit., cap. 16, per guerre daciche, arco di Ancona, ponte sul Danubio, morte di Decebalo e testa esibita come trofeo.

[23] Salvatore Settis, a cura di, La Colonna Traiana, Einaudi, Torino, 1988; Filippo Coarelli, La Colonna Traiana, Colombo, Roma, 1999.

[24] Martin Beckmann, The Column of Marcus Aurelius: The Genesis and Meaning of a Roman Imperial Monument, University of North Carolina Press, Chapel Hill, 2011.

[25] RIC, The Roman Imperial Coinage, per emissioni con Vittoria, trofei, province vinte, titoli militari e serie Iudaea Capta, Dacia Capta, Victoria Augusti.

[26] Richard Brilliant, The Arch of Septimius Severus in the Roman Forum, American Academy in Rome, Roma, 1967; Elizabeth Marlowe, Shaky Ground: Context, Connoisseurship and the History of Roman Art, Bloomsbury, London-New York, 2013, per Arco di Costantino.

[27] Diana E.E. Kleiner, Roman Sculpture, Yale University Press, New Haven-London, 1992, per arco di Tito, rilievo storico, apoteosi e programmi imperiali.

[28] Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, UTET, Torino, ed. 2011, per Costantino, Ponte Milvio, segno sugli scudi, labaro e dibattito sulla conversione; cfr. anche Eusebio, Vita Constantini e Lattanzio, De mortibus persecutorum.

[29] Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, cit., per Teodosio, vittoria su Eugenio presso il Frigido e interpretazione del trionfo cristiano; cfr. Ambrogio, Epistulae, per il conflitto sull’altare della Vittoria.

 

 

Bibliografia essenziale

 

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Arnaldo Momigliano, Manuale di storia romana, UTET, Torino, ed. 2011.