Laterizi, bolli e materiali da costruzione
Il laterizio è una delle materie più eloquenti dell’architettura romana. Sta nei tetti, nei muri, negli ipocausti, nelle volte, negli acquedotti, nelle terme, nelle ville, nei magazzini, nelle caserme, nei porti, nelle strutture produttive. A prima vista può sembrare materiale ordinario, soprattutto quando compare in frammenti di tegole o mattoni. In realtà conserva dati di grande precisione: forme, dimensioni, impasti, cotture, marchi, officine, proprietà, percorsi commerciali, cronologie edilizie, fasi di restauro, riusi medievali e rapporti tra città e territorio [1].
La civiltà romana costruì una parte rilevante della propria durata attraverso elementi prodotti in serie. Tegole piane, coppi, mattoni quadrati, mattoni triangolari, tubuli, suspensurae, condotte, pesi, elementi fittili decorativi e pezzi speciali per archi e volte formarono una grammatica tecnica capace di adattarsi a contesti molto diversi. Roma, Ostia, Aquileia, Pola, Senia, Leptis Magna, Timgad, le ville istriane e i forti britannici appartengono a paesaggi lontani; eppure molte soluzioni costruttive si riconoscono attraverso la medesima logica produttiva.
I bolli laterizi rendono questa materia ancora più preziosa. Il marchio impresso sull’argilla prima della cottura può registrare una figlina, un proprietario, un officinator, una data consolare, un ambito patrimoniale, una produzione militare o imperiale. Il mattone diventa documento. In un edificio spogliato dei marmi, privo della decorazione originaria e ridotto alla sola struttura, il bollo laterizio può offrire una delle chiavi più sicure per ricostruire il cantiere [2].
La base della produzione laterizia è l’argilla. La scelta del deposito determinava qualità dell’impasto, colore, resistenza e comportamento in cottura. Le argille venivano estratte in aree prossime a corsi d’acqua, pianure, zone lagunari o territori ricchi di sedimenti adatti. La vicinanza a legna, acqua, strade o approdi marittimi favoriva l’insediamento delle officine.
La preparazione dell’argilla richiedeva depurazione, impasto, eliminazione di impurità, eventuale aggiunta di inclusi, modellazione entro stampi o a mano, essiccazione e cottura. Le superfici potevano conservare tracce minute: dita, spatole, graffi, segni di controllo, impronte animali, lettere isolate, numeri o marchi. Anche questi indizi partecipano alla lettura del manufatto.
I materiali fittili erano economici, riproducibili e trasportabili. Proprio per questa ragione si diffusero in modo capillare. Cresci Marrone, Rohr Vio e Calvelli ricordano che molti manufatti in terracotta, prodotti nelle figline o figuline, ebbero lunga durata archeologica e possono funzionare come indicatori cronologici e geografici dei contesti di rinvenimento [3].
La produzione fittile comprendeva oggetti edilizi e contenitori, lucerne, anfore, ceramiche comuni, pesi e laterizi. Queste classi dialogavano tra loro. Una stessa area produttiva poteva fornire materiale per coperture, contenitori per il commercio, elementi per il riscaldamento e oggetti d’uso quotidiano. L’argilla cotta fu una delle grandi infrastrutture invisibili dell’economia romana.
Le figline erano luoghi di produzione dell’argilla cotta. Potevano appartenere a privati, famiglie aristocratiche, ville produttive, complessi imperiali, officine municipali o ambiti militari. La parola indica un settore produttivo, un’organizzazione del lavoro e una filiera materiale. Nel laterizio romano la figlina è spesso il punto in cui proprietà fondiaria, artigianato e cantiere si incontrano [4].
Una fornace laterizia prevedeva spazi per impasto, essiccazione, deposito, caricamento, camera di combustione e camera di cottura. Il controllo della temperatura era essenziale. Una cottura regolare dava pezzi sonori, compatti e resistenti; un calore irregolare produceva deformazioni, fratture, colorazioni diseguali e scarti. Gli scarti di fornace sono oggi documenti archeologici preziosi, perché indicano produzioni locali e fasi di attività.
Le fornaci potevano essere isolate oppure inserite in complessi più ampi. Nel caso di grandi impianti produttivi, la disposizione degli spazi rivela una pianificazione accurata: zone di lavorazione, cortili, magazzini, ambienti di servizio, percorsi per il trasporto, spazi per i materiali crudi e per quelli cotti. L’edificio produttivo è già architettura organizzata.
Loron, nell’agro parentino, offre un caso istriano particolarmente rilevante. Marchiori descrive un grande complesso costiero con destinazione produttiva, organizzato con spazi di servizio, magazzini sul fronte mare e settori destinati alle fornaci. La combinazione di calcare locale e laterizi nei settori delle grandi fornaci rivela una capacità progettuale alta, forse collegata a maestranze esterne all’ambiente istriano [5].
La copertura romana più diffusa impiegava tegulae e imbrices. Le tegole piane formavano la superficie principale del tetto, con bordi rialzati; gli embrici, semicilindrici, coprivano le giunzioni tra una tegola e l’altra. Il sistema garantiva scorrimento dell’acqua, modularità e facilità di sostituzione.
La tegola è spesso il manufatto laterizio più comune negli scavi. Compare intera, frammentaria, riusata, murata, accumulata in crolli, inserita in sepolture, tagliata per pavimenti o rimpiegata in murature. La sua frequenza dipende dalla funzione primaria di copertura e dalla resistenza della terracotta.
Le tegole potevano recare bolli di fabbrica, iscrizioni, segni di controllo o marchi impressi nella scanalatura. A Senia/Segna, Ljubović registra numerosi frammenti di tegole e laterizi con marchi provenienti da fabbriche italiane, istriane e dalmate. Il marchio Pansiana è significativo, poiché le tegole con questo bollo risultano frequenti sulle coste adriatiche, con officine in Istria e presso Aquileia [6].
Il tetto laterizio possiede quindi valore architettonico e documentario. Chi osserva un frammento di tegola guarda insieme la copertura di un edificio, la produzione di una fornace, un possibile commercio marittimo e una cronologia di uso o riuso.
Il mattone romano, nelle sue diverse forme, ebbe un ruolo centrale nell’età imperiale. La cortina laterizia rivestiva nuclei in opus caementicium, completava archi e volte, costruiva muri regolari, delimitava ambienti termali, sosteneva piani e partecipava a strutture complesse. Il mattone era resistente, modulare, facilmente trasportabile e adattabile a superfici curve.
Roma imperiale fu in larga misura città di laterizio rivestito. Molti edifici pubblici apparivano in antico coperti di marmo, stucco o intonaco; la struttura, oggi visibile nelle rovine, era formata da laterizi e cementizio. Le Terme di Caracalla, i Mercati di Traiano, molte insulae ostiensi, caserme, magazzini e acquedotti mostrano questa logica costruttiva [7].
I mattoni potevano essere quadrati, rettangolari, triangolari o tagliati in cantiere. I laterizi triangolari da paramento permettevano di economizzare materiale e garantire una buona presa con il nucleo cementizio. Il paramento ordinato offriva anche una superficie adatta a ricevere rivestimenti.
La muratura laterizia è utile per la cronologia edilizia. Spessore dei mattoni, altezza dei giunti, qualità della malta, andamento dei filari, uso di bessali, bipedali o sesquipedali, presenza di bolli e confronti con cantieri datati permettono di distinguere fasi. La tecnica muraria diventa una forma di archivio.
La produzione laterizia romana non si limitava a tegole e mattoni da muro. Gli impianti termali, le case riscaldate e le ville dotate di bagni richiedevano elementi speciali. I tubuli parietali permettevano la circolazione dell’aria calda nelle pareti; i pilastrini di suspensura sostenevano pavimenti rialzati; mattoni forati o sagomati servivano per condotte e passaggi d’aria.
L’ipocausto rende evidente la qualità sistemica del laterizio. Il calore prodotto nel praefurnium passava sotto il pavimento e saliva lungo le pareti attraverso elementi fittili. Ogni pezzo aveva una funzione precisa all’interno di una macchina termica. La produzione seriale garantiva sostituzione, manutenzione e compatibilità.
Le ville istriane e adriatiche documentano questa diffusione. Marchiori ricorda, per il complesso di Porto Cervera, ambienti riscaldati a ipocausto e trasformazioni funzionali legate a produzioni diverse. Questo dato indica la presenza di soluzioni tecniche raffinate in contesti produttivi e residenziali lungo la costa istriana [8].
Gli elementi speciali sono essenziali perché collegano edilizia e vita quotidiana. Il laterizio produce tetto, muro, calore, acqua, drenaggio, bagno, comfort. La materia fittile entra nella gestione del corpo e dello spazio.
Il bollo laterizio è un marchio impresso sull’argilla fresca prima della cottura. Può avere forma rettangolare, quadrata, circolare, semicircolare, lunata o disposta su più linee. Le lettere sono in rilievo o incavate, secondo la tecnica dello stampo. La posizione varia: tegole, mattoni, bipedali, tubuli, elementi speciali.
Il contenuto del bollo può registrare il nome del proprietario, della figlina, dell’officinator, di un servo o liberto incaricato della produzione, di un console, di una proprietà imperiale, di una legione o di un’amministrazione. La formula è spesso abbreviata, con sigle che richiedono confronto epigrafico [9].
I bolli hanno valore cronologico. In alcuni casi, la presenza dei consoli permette una datazione annuale della produzione. Nei cantieri romani di età imperiale, soprattutto a Roma e Ostia, le serie bollate consentono di ricostruire fasi edilizie con una precisione rara per l’archeologia antica.
Il bollo va letto con metodo. Esso data la produzione del pezzo, mentre la posa può essere successiva. Depositi, scorte, trasporti e riusi introducono scarti temporali. La data consolare del mattone diventa decisiva quando il contesto stratigrafico conferma una messa in opera coerente.
I bolli laterizi aprono uno spiraglio sulla società della produzione. Vi compaiono nomi di grandi proprietari, membri dell’aristocrazia senatoria, donne di alto rango, liberti, schiavi, amministratori, officinatores e figline. La costruzione romana, spesso celebrata attraverso l’imperatore o il magistrato, rivela qui la propria filiera economica.
A Roma e nel territorio suburbano, molte figline appartenevano a grandi proprietà fondiarie. L’argilla, la legna, l’acqua e la vicinanza alla città rendevano alcuni fondi particolarmente adatti alla produzione. Il mattone diventava reddito, investimento e strumento per partecipare alla crescita edilizia della capitale.
La presenza di donne nei bolli laterizi è un dato importante. Alcune proprietarie o titolari di patrimoni compaiono attraverso i marchi, mostrando forme di partecipazione economica femminile a filiere produttive di grande rilievo. Il laterizio conserva una storia sociale che le narrazioni politiche registrano raramente.
L’officinator gestiva spesso la produzione concreta. Il proprietario poteva controllare il fondo o la figlina, mentre l’officinator organizzava l’attività. Schiavi e liberti erano parte essenziale del lavoro. Il bollo fissa talvolta il nome di chi stava vicino alla materia, alla fornace e al cantiere.
Con l’espansione dei cantieri imperiali, la produzione laterizia entrò sempre più nella sfera dell’amministrazione pubblica e del patrimonio del principe. Terme, caserme, magazzini, palazzi, acquedotti, porti e strutture pubbliche richiedevano quantità enormi di mattoni, tegole e pezzi speciali. La continuità dell’approvvigionamento era condizione della monumentalità.
Le proprietà imperiali potevano garantire standard, quantità e controllo. Il bollo laterizio diventa in questi casi documento del rapporto tra Stato, patrimonio del principe e costruzione pubblica. La produzione di materiali assume valore amministrativo.
Gli edifici militari e di frontiera aggiungono un ulteriore livello. Le legioni producevano o marcavano laterizi per forti, bagni, mura, caserme e infrastrutture. I bolli legionari, diffusi nelle province danubiane, renane, britanniche e orientali, documentano l’esercito come grande costruttore [10].
Il mattone bollato, quindi, segue due grandi vie: economia privata e produzione pubblica. Nella pratica, le due sfere possono intrecciarsi. Il cantiere romano vive di forniture, appalti, patrimoni e amministrazioni diverse.
Laterizi e anfore condividono materia, tecniche di cottura, officine, marchi e reti commerciali. L’anfora trasporta vino, olio, garum, salse, frutta, prodotti agricoli; la tegola copre edifici; il mattone costruisce muri; il bollo registra proprietà e fabbrica. La stessa cultura produttiva modella oggetti diversi.
Monte Testaccio, formato dall’accumulo di anfore soprattutto olearie, mostra la scala dei consumi romani. Le anfore erano contenitori di trasporto, strumenti fiscali e documenti grazie a bolli, tituli picti e graffiti. Il laterizio edilizio appartiene a una famiglia materiale più ampia, quella dell’argilla cotta come infrastruttura economica.
Nell’Istria romana, la produzione di anfore olearie e laterizi si lega a proprietà costiere, ville e opifici. Loron è un caso decisivo: il complesso produttivo, noto per la manifattura anforaria, si inserisce in una economia dell’olio e del commercio adriatico. Marchiori segnala più di duemila frammenti bollati per la ceramica da trasporto nel sito, dato che indica intensità produttiva e controllo marchiato della filiera [11].
Questa relazione tra anfore e materiali edilizi amplia il significato del laterizio. L’argilla cotta copre case e trasporta merci; costruisce muri e registra commerci; alimenta cantieri e mercati.
Senia, l’odierna Segna/Senj, offre un caso significativo per lo studio dei laterizi lungo la costa liburnica. Ljubović documenta frammenti di tegole con marchi, tra cui Pansiana, De saltu Sexti Metilli Maximi, Solon, Q. Caecili e altri. Le provenienze richiamano Istria, area aquileiese, Veglia, Albona e centri italiani come Ravenna, Rimini, Pesaro e Napoli [12].
Il dato è rilevante per il quadro adriatico. Senia era un porto di transito, collegato alle strade verso l’interno e alla rete costiera. La presenza di laterizi marchiati indica circolazione di materiali, relazioni commerciali e recuperi edilizi in epoche successive. Le tegole diventano traccia del ruolo portuale della città.
Il marchio Pansiana è particolarmente importante. Ljubović segnala la frequenza di mattoni e tegole Pansiana sulle coste dell’Adriatico e collega le fabbriche all’Istria e alle vicinanze di Aquileia. La presenza a Senia rafforza l’idea di una rete laterizia altoadriatica e nordadriatica molto attiva [13].
I frammenti recuperati nel medioevo come materiale edilizio aggiungono un secondo capitolo. I monumenti romani demoliti o spogliati fornirono tegole e mattoni per nuove costruzioni. Il laterizio antico continuò a vivere in murature successive.
Loron e Fasana sono due nomi centrali per la produzione fittile istriana. Fasana è nota come grande figlina collegata ai Laecanii; Loron, nell’agro parentino, mostra un grande complesso costiero con forte vocazione produttiva. L’Istria romana appare così come regione agricola, manifatturiera e marittima insieme.
Loron occupava quasi un ettaro, con spazi dedicati alla produzione ceramica, ambienti di servizio, magazzini e una parte residenziale limitata. La presenza di grandi fornaci in batteria per la produzione di anfore e l’integrazione tecnica tra calcare locale e laterizi mostrano un cantiere specializzato [14].
Il rapporto con il mare è decisivo. La collocazione costiera permetteva trasporto di anfore, laterizi, olio e merci. Il quarto lato del complesso, destinato a magazzini e depositi, suggerisce predisposizione a operazioni emporiali. Produzione e spedizione si organizzavano nello stesso paesaggio.
L’Istria produttiva consente di collegare materiali da costruzione, agricoltura, ville, olio, anfore, bolli e traffici adriatici. Per una storia dell’arte e dell’archeologia regionale, questi dati sono essenziali: i monumenti visibili nascono dentro reti di produzione e commercio.
I laterizi furono usati anche nelle infrastrutture. Acquedotti, cisterne, cloache, ponti, porti, terme, magazzini e strade potevano impiegare tegole, mattoni, frammenti fittili, cocciopesto e tubuli. La terracotta cotta offriva resistenza, modularità e capacità di lavorare bene con malte idrauliche.
Il cocciopesto, ottenuto da laterizi frantumati mescolati con calce, era indispensabile per superfici impermeabili: cisterne, vasche, pavimenti, bagni, canalette, rivestimenti di ambienti umidi. L’argilla cotta, ridotta in frammenti, continuava a svolgere una funzione tecnica anche dopo la rottura.
Negli acquedotti e nelle terme, i materiali fittili contribuivano al controllo dell’acqua e del calore. Nelle fognature e nei drenaggi, frammenti laterizi potevano essere impiegati come materiale di riempimento, pendenza, rivestimento o consolidamento.
Il laterizio partecipa quindi a una ingegneria quotidiana. La sua presenza minuta sostiene le grandi narrazioni dell’acqua romana, della pulizia urbana e del comfort termale.
Nelle domus, nelle insulae, nelle ville e negli edifici rurali, il laterizio compare in forme diverse. Coperture, pavimenti, tubuli, muri, archi, soglie, impianti termali privati, pozzi, canalette e ambienti di servizio usano elementi fittili. L’abitazione romana è un sistema materiale più ricco di quanto suggeriscano le sole planimetrie.
A Ostia, l’edilizia abitativa di età imperiale mostra la potenza del laterizio nelle insulae. Caseggiati a più piani, botteghe, scale, magazzini e cortili si sviluppano con cortine laterizie regolari. La città portuale rivela una architettura del mattone funzionale e urbana.
Nelle ville, il laterizio entra in rapporto con lusso e produzione. La parte residenziale può avere pavimenti decorati e rivestimenti; le aree produttive usano fornaci, magazzini, torchi, impianti di trasformazione, tetti e strutture di servizio. Il laterizio unisce rappresentanza e lavoro.
Il materiale più comune diventa così una chiave per leggere la società. Dove il marmo segnala prestigio, il laterizio spesso rivela funzione, manutenzione, produzione e vita quotidiana.
La produzione laterizia romana mostra diversi livelli di standardizzazione. Formati come bessali, sesquipedali e bipedali sono attestati in molti contesti; le dimensioni variano secondo area, periodo, officina e destinazione. La standardizzazione facilitava posa, calcolo delle quantità, trasporto e cantiere.
Il mattone quadrato poteva essere tagliato in triangoli per i paramenti. I mattoni più grandi erano utili per suspensurae, pavimenti, archi, volte o parti strutturali. I pezzi speciali rispondevano a esigenze di impianto. La modularità non implica uniformità assoluta; indica una cultura di misure condivise.
Lo spessore dei mattoni e l’altezza dei giunti possono aiutare la datazione relativa. A Roma, in certe fasi imperiali, i paramenti laterizi raggiungono una regolarità notevole; in fasi tardoantiche aumentano spesso i riusi e le alternanze di materiali. Questi dati vanno valutati entro ogni contesto.
La misura è una forma di controllo. Produrre in serie consente di costruire in grande scala. Il mattone romano è una unità minima dentro una architettura massima.
I laterizi romani ebbero lunga vita. Tegole, mattoni e frammenti furono recuperati da edifici demoliti e riusati in murature medievali, tombe, pavimenti, coperture, riempimenti, fondazioni e canalette. La resistenza del materiale favorì questa seconda vita.
Il riuso complica la lettura cronologica, poiché un pezzo prodotto in un secolo può essere messo in opera molto più tardi. Per questa ragione il contesto stratigrafico è decisivo. Un bollo indica una produzione; la muratura indica una fase di impiego.
A Senia, Ljubović segnala l’uso di abbondanti resti di tegole come materiale di recupero durante intense costruzioni medievali, quando monumenti romani furono demoliti o spogliati. Il dato è importante perché collega archeologia romana e storia urbana successiva [15].
Il laterizio riusato conserva memoria anche quando perde la propria funzione originaria. Una tegola romana murata in un edificio medievale continua a parlare del cantiere antico, del recupero e della trasformazione della città.
Lo studio dei bolli laterizi appartiene all’epigrafia dell’instrumentum domesticum, cioè degli oggetti d’uso e produzione. Ogni bollo va registrato con provenienza, contesto, dimensioni, forma, testo, posizione, tipo di oggetto, impasto, eventuale riuso e confronti. La lettura abbreviata richiede repertori e comparazione.
Il Corpus Inscriptionum Latinarum, soprattutto CIL XV per Roma, resta fondamentale per i bolli urbani e per molte serie laterizie. A questo si aggiungono repertori regionali, cataloghi di scavo, banche dati, studi prosopografici e analisi archeometriche. Il bollo è piccolo, ma la sua interpretazione richiede strumenti ampi.
I nomi sui bolli possono collegarsi a famiglie senatorie, liberti, schiavi imperiali, produttori locali e proprietà note da altre fonti. Quando si incrociano bolli, testi letterari, iscrizioni monumentali, topografia e dati archeologici, emerge una geografia economica della costruzione.
L’epigrafia laterizia è quindi una disciplina di dettaglio. Il frammento minuto può modificare la data di un edificio, riconoscere una proprietà, documentare una rotta commerciale o correggere una ipotesi topografica.
Le analisi scientifiche hanno arricchito lo studio dei laterizi. Petrografia, mineralogia, analisi chimiche, diffrattometria, microscopia, studio delle inclusioni, prove di cottura e confronti con argille locali permettono di riconoscere provenienze, tecniche produttive e temperature.
Questi metodi sono particolarmente utili quando il bollo manca o quando la lettura epigrafica è incerta. L’impasto può rivelare un’origine locale o importata; le inclusioni minerali possono collegare il pezzo a un bacino argilloso; la qualità della cottura può indicare standard produttivi.
L’archeometria aiuta anche a distinguere produzioni simili. In aree di forte circolazione, come l’Adriatico, la sola forma del manufatto può risultare insufficiente. Il confronto tra impasto, marchio e contesto offre un quadro più stabile.
La materia parla attraverso strumenti diversi: occhio dell’archeologo, lettura epigrafica, analisi di laboratorio, studio topografico. Il laterizio è una fonte multidisciplinare.
Il laterizio fa parte di un sistema più ampio di materiali edilizi. Pietre locali, tufo, travertino, calcare, marmo, sabbia, pozzolana, calce, legno, ferro, piombo, bronzo, vetro, intonaco e stucco partecipano alla costruzione romana. Ogni materiale ha funzione, costo, provenienza e destino.
La calce e la malta legano il laterizio al cementizio. Senza una buona malta, la cortina perde coesione. La pozzolana e il cocciopesto migliorano la resistenza in ambienti umidi. La terracotta frammentata, già oggetto finito, diventa componente di nuove malte.
Il legno resta essenziale per tetti, solai, ponteggi, centine, casseforme e macchine. La sua perdita archeologica induce spesso a sopravvalutare pietra e laterizio nella percezione dell’edificio antico. Molti muri di mattoni sostenevano tetti lignei, travature, porte e impalcati scomparsi.
Il ferro e il piombo completano la costruzione con grappe, chiodi, perni, tubature e fissaggi. Il laterizio dialoga con questi materiali in modo continuo. L’edificio romano è un organismo composto.
I materiali da costruzione permettono di ricostruire paesaggi economici. Una tegola bollata indica una figlina; una figlina implica argilla, legna, acqua, manodopera e mercato; il mercato implica città, ville, strade, porti e committenze. Un frammento apre una rete.
L’Istria romana mostra bene questa logica. Produzione di olio, anfore, laterizi, ville costiere, porti e proprietà aristocratiche creano un paesaggio integrato. Loron e Fasana non sono soltanto siti produttivi; sono nodi di una economia che collega campagna, mare e città [16].
Senia documenta un’altra forma di rete: porto liburnico, traffico adriatico, arrivo di materiali italiani, istriani e locali, riuso medievale. Le tegole bollate restituiscono la circolazione lungo una costa attraversata da merci, strade e officine.
In questo senso, i materiali da costruzione superano la dimensione tecnica. Sono documenti storici della mobilità romana.
Lo studio dei laterizi, dei bolli e dei materiali da costruzione presenta alcune questioni aperte.
La prima riguarda la distinzione tra produzione e posa. Il bollo registra il momento produttivo; il contesto archeologico definisce l’impiego. La corretta interpretazione nasce dall’incontro tra i due dati.
La seconda riguarda la proprietà delle figline. I nomi impressi nei bolli possono indicare proprietari, officinatores, gestori, servi o liberti. La ricostruzione economica richiede prosopografia e confronto con altri documenti.
La terza riguarda la circolazione. Un laterizio poteva viaggiare via mare, fiume o strada; poteva essere stoccato, venduto, donato, prelevato da demolizioni, riusato. La presenza di un marchio in un sito indica una possibilità di collegamento, da valutare con quantità e contesto.
La quarta riguarda la cronologia regionale. Formati, bolli e tecniche variano secondo area. Roma, Ostia, Aquileia, Istria, Africa e Britannia seguono ritmi diversi. Una cronologia valida per l’Urbe va confrontata con i dati locali.
La quinta riguarda la visibilità sociale del lavoro. Il laterizio conserva pochi nomi rispetto alla massa di persone coinvolte: cavatori d’argilla, fornaciai, trasportatori, muratori, addetti alla cottura, schiavi e liberti. La storia materiale consente di recuperare almeno una parte di questa presenza anonima.
Laterizi, bolli e materiali da costruzione aprono una via concreta alla storia dell’arte romana. Essi mostrano l’edificio dal lato del cantiere, della produzione e della materia. La tegola, il mattone, il tubulo, la malta e il bollo parlano di economia, tecnica, proprietà, datazione e circolazione.
Il laterizio fu uno dei grandi strumenti della costruzione imperiale. Permise coperture regolari, cortine murarie, ipocausti, volte, terme, insulae, magazzini, caserme e infrastrutture. Il suo valore sta nella ripetizione controllata: milioni di pezzi prodotti, cotti, trasportati e posati secondo una grammatica condivisa.
I bolli trasformano questa materia seriale in documento storico. Un nome impresso nell’argilla può illuminare una figlina, una proprietà, un cantiere, una rotta adriatica, una produzione istriana, una fase urbana di Roma o di Ostia. La piccola iscrizione sul mattone diventa strumento di precisione.
L’edilizia romana va quindi letta anche attraverso i materiali umili. Marmo e bronzo costruiscono la parte più visibile del prestigio; argilla, calce, legno, pietra locale e laterizi sostengono la durata reale della città. In questa materia cotta, spesso frammentaria, si conserva una delle memorie più affidabili dell’impero.
A.R.
[1] Jean-Pierre Adam, Roman Building: Materials and Techniques, Routledge, London-New York, 1994; ed. ingl. 1999, resta uno dei manuali fondamentali per materiali, tecniche murarie e sistemi costruttivi romani.
[2] Herbert Bloch, I bolli laterizi e la storia edilizia romana, contributi raccolti e studi sui bolli urbani; riferimento essenziale per metodo e cronologia dei bolli di Roma.
[3] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014, capitoli su economia, produzioni artigianali, figline, terracotte, lucerne, terra sigillata e anfore.
[4] Emilio Rodríguez-Almeida, studi sui bolli laterizi romani, sulle figline e sull’instrumentum domesticum.
[5] Antonio Marchiori, Infrastrutture territoriali e strutture insediative dell’Istria romana: la divisione centuriale di Pola e Parenzo in rapporto ai grandi complessi costieri istriani, tesi di dottorato, Università degli Studi di Padova, 2010, pp. 90-95 circa, per Loron, Fasana, complessi produttivi e integrazione tra calcare locale e laterizi.
[6] Enver Ljubović, “Iscrizioni romane di Segna e dintorni”, Atti, vol. XXVIII, 1998, pp. 419-421, per tegole, embrici, marchi Pansiana e altri bolli laterizi di Senia.
[7] Lynne C. Lancaster, Concrete Vaulted Construction in Imperial Rome: Innovations in Context, Cambridge University Press, Cambridge, 2005, per cementizio, volte e rapporto con cortine laterizie.
[8] Antonio Marchiori, Infrastrutture territoriali e strutture insediative dell’Istria romana, cit., p. 95, per Porto Cervera, fornace per laterizi, impianti produttivi e ambienti a ipocausto.
[9] CIL XV, Inscriptiones urbis Romae Latinae. Instrumentum domesticum, parte relativa ai bolli laterizi urbani.
[10] Valerie A. Maxfield, David P.S. Peacock, a cura di, Survey and Excavation. Mons Claudianus 1987-1993, IFAO, Cairo, 1997-2006, utile per organizzazione di cave, materiali e logistica in contesti imperiali; per i laterizi militari, cfr. repertori epigrafici regionali e studi sui bolli legionari.
[11] Antonio Marchiori, Infrastrutture territoriali e strutture insediative dell’Istria romana, cit., pp. 94-95, per Loron, produzione anforaria e frammenti bollati.
[12] Enver Ljubović, “Iscrizioni romane di Segna e dintorni”, cit., pp. 419-421, per marchi De saltu Sexti Metilli Maximi, Solon, Q. Caecili, Merotis e altri laterizi.
[13] Enver Ljubović, “Iscrizioni romane di Segna e dintorni”, cit., p. 420, per il bollo Pansiana e la diffusione sulle coste dell’Adriatico.
[14] Francis Tassaux, Robert Matijašić, Vladimir Kovačić, a cura di, Loron (Croatie). Un grand centre de production d’amphores à huile istriennes (Ier-IVe s. p.C.), Ausonius, Bordeaux, 2001.
[15] Enver Ljubović, “Iscrizioni romane di Segna e dintorni”, cit., p. 419, per il riuso di tegole in costruzioni medievali a Segna.
[16] Guido Rosada, Francis Tassaux, Robert Matijašić e collaboratori, studi su Loron, Fasana, ville marittime istriane e produzione anforaria.
Jean-Pierre Adam, Roman Building: Materials and Techniques, Routledge, London-New York, 1994; ed. ingl. 1999.
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Guido Rosada, Francis Tassaux, Robert Matijašić, Vladimir Kovačić e collaboratori, studi su Loron, Fasana e produzione anforaria istriana.
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