Iconoclastia e restaurazione delle immagini     

 

Crisi dell’icona, teologia dell’incarnazione, potere imperiale e Trionfo dell’Ortodossia

 

 

 

 

L’iconoclastia bizantina fu una delle crisi più profonde nella storia dell’immagine cristiana. Tra VIII e IX secolo l’impero d’Oriente attraversò un lungo conflitto sulla legittimità delle immagini sacre, sul loro uso liturgico, sul culto rivolto a Cristo, alla Vergine e ai santi, sul rapporto tra materia e divino, sulla funzione dell’imperatore nella Chiesa. La questione riguardava pitture, mosaici, icone mobili, processioni, reliquie, gesti devozionali, assetti ecclesiastici, autorità monastica e identità dell’impero cristiano.

Il termine iconoclastia significa “distruzione delle immagini”. Nella storia bizantina indica soprattutto la politica religiosa promossa da alcuni imperatori contro il culto delle icone. Le immagini furono rimosse da chiese e spazi pubblici, sostituite in molti casi da croci, ornati vegetali, motivi geometrici e iscrizioni. Il conflitto generò martiri, esili, persecuzioni, trattati teologici, concili contrapposti, restaurazioni e una riformulazione profonda della teoria cristiana dell’immagine.

L’iconoclastia va compresa dentro la storia dell’impero. Il VIII secolo fu segnato da guerre, perdite territoriali, pressioni arabe, instabilità balcanica, crisi fiscali, tensioni fra corte e monasteri, domande sulla protezione divina e sul destino politico della comunità cristiana. L’immagine sacra divenne il luogo in cui confluirono problemi religiosi e politici. Discutere dell’icona significava discutere della fede, della legittimità imperiale, della tradizione, della salvezza e del modo in cui il divino può essere rappresentato.

La vittoria finale degli iconoduli, cioè dei difensori delle immagini, nel 843, celebrata come Trionfo dell’Ortodossia, segnò un momento decisivo. Da allora l’icona divenne uno dei fondamenti visivi della spiritualità bizantina. La restaurazione delle immagini trasformò la crisi in memoria liturgica: ogni anno, nella prima domenica di Quaresima, la Chiesa orientale celebra la vittoria dell’ortodossia attraverso la processione e la venerazione delle icone.

 

Le immagini prima della crisi

Il culto delle immagini era già radicato prima dell’VIII secolo. Icone di Cristo, della Vergine, dei santi e degli angeli erano presenti in chiese, case, monasteri, santuari e città. Alcune erano considerate miracolose, altre protettrici di comunità, eserciti e mura urbane. Davanti alle immagini si accendevano lampade, si offriva incenso, si chiedeva guarigione, si compivano processioni, si baciavano tavole e reliquiari.

La tarda antichità aveva preparato questo sviluppo. Il ritratto romano, le immagini imperiali, i pannelli funerari, i ritratti del Fayyum, le pitture devozionali e la cultura visiva della corte offrirono al cristianesimo un vasto repertorio di forme. Il volto frontale, lo sguardo diretto, il busto, il clipeo, la figura stante e l’iscrizione furono assorbiti nella rappresentazione di Cristo e dei santi.

Le icone antiche conservate al monastero di Santa Caterina al Sinai mostrano una tradizione già matura nel VI e VII secolo. Il Cristo Pantocratore, la Vergine con Bambino, san Pietro e i santi militari conservano modellato tardoantico, profondità dello sguardo, morbidezza dell’incarnato e forte presenza frontale. Queste opere precedono la piena sistemazione teologica dell’icona e dimostrano la vitalità della pratica devozionale.

La venerazione delle immagini cresceva accanto al culto delle reliquie. Le reliquie rendevano presente il corpo del santo; l’icona ne rendeva presente il volto. Oggetti, immagini e resti corporei partecipavano a una stessa cultura della presenza sacra.

 

Le cause della controversia

Le cause dell’iconoclastia sono molteplici. La crisi militare dell’impero e il confronto con l’Islam ebbero un peso evidente. Le sconfitte, la perdita di province e la pressione araba generarono interrogativi sulla benevolenza divina. Alcuni ambienti interpretarono il culto delle immagini come pratica pericolosa, capace di attirare il castigo di Dio sulla comunità cristiana.

La tradizione biblica forniva argomenti severi contro gli idoli. I testi dell’Esodo e del Deuteronomio vietavano la fabbricazione di immagini idolatriche. Gli iconoclasti lessero quei passi come ammonimento contro la venerazione delle icone. La croce, segno della vittoria di Cristo, poteva apparire come simbolo più puro e accettabile per lo spazio ecclesiale.

La politica imperiale ebbe un ruolo centrale. Gli imperatori iconoclasti cercarono di guidare la Chiesa, controllare i monasteri, affermare l’autorità della corte e ricondurre la religione pubblica entro una disciplina più uniforme. Il conflitto sulle immagini offriva un terreno su cui il potere imperiale poteva intervenire con editti, concili, deposizioni e persecuzioni.

Anche la diffusione di pratiche devozionali intense contribuì alla crisi. Il bacio dell’icona, il contatto fisico, la ricerca di guarigioni, l’attribuzione di miracoli e la fama di immagini acheropite suscitarono sospetti in ambienti preoccupati per la purezza del culto. L’icona era diventata troppo importante per restare semplice oggetto artistico; proprio questa forza ne fece il centro del conflitto.

 

Leone III e l’avvio dell’iconoclastia

L’avvio della prima fase iconoclasta è tradizionalmente legato all’imperatore Leone III Isaurico, salito al trono nel 717. Il suo regno coincise con una fase difficile e decisiva: l’assedio arabo di Costantinopoli del 717-718, la necessità di rafforzare l’esercito e le province, la pressione sui confini orientali, le tensioni religiose interne.

La tradizione iconodula collega a Leone III la rimozione dell’immagine di Cristo dalla Chalke, la porta monumentale del palazzo imperiale di Costantinopoli. L’episodio ha assunto un valore simbolico enorme: il volto di Cristo, collocato all’ingresso del potere imperiale, sarebbe stato sostituito da una croce. Gli studiosi moderni leggono questa memoria con cautela, poiché le fonti superstiti sono in larga parte ostili agli iconoclasti e costruite dopo la vittoria delle immagini.

Sotto Leone III si avviò comunque una politica favorevole alla riduzione del culto iconico. L’imperatore agì come riformatore religioso, convinto di difendere la purezza della fede e la protezione divina sull’impero. Il conflitto coinvolse rapidamente il patriarcato, il papato, i monaci e le province.

La resistenza iconodula trovò voci importanti in Oriente e in Occidente. Giovanni Damasceno, monaco in territorio sotto dominio islamico, elaborò una difesa delle immagini fondata sull’incarnazione. Roma reagì con fermezza alle pressioni imperiali, aggravando la distanza religiosa e politica fra papato e Costantinopoli.

 

Costantino V e il concilio di Hieria

La politica iconoclasta raggiunse una forma più sistematica sotto Costantino V, imperatore dal 741 al 775. Sovrano energico, vincitore militare, riformatore dell’esercito e amministratore rigoroso, Costantino V fu anche il principale teorico imperiale dell’iconoclastia. Il suo regno diede alla controversia una struttura dottrinale e conciliare.

Nel 754 si tenne il concilio di Hieria, convocato dall’imperatore e privo della partecipazione dei patriarchi orientali e del papa. Il concilio condannò la produzione e la venerazione delle immagini sacre, sostenendo che la raffigurazione di Cristo separasse in modo improprio la sua umanità dalla divinità o confondesse le due nature. La croce venne indicata come segno legittimo e privilegiato della fede cristiana.

Il concilio di Hieria fu presentato dagli iconoclasti come assemblea ecumenica. Gli iconoduli lo respinsero e lo considerarono privo di autorità. Il contrasto teologico si fece più duro: la questione dell’immagine di Cristo venne collegata alla cristologia, cioè al modo di comprendere l’unione fra natura divina e natura umana nella persona del Verbo incarnato.

Costantino V colpì in modo particolare i monasteri. Molti monaci erano fra i principali difensori delle icone, custodi di immagini venerate, produttori di testi iconoduli e figure dotate di forte autorità popolare. La repressione monastica ebbe quindi una dimensione religiosa, economica e politica. L’imperatore cercò di disciplinare una forza sociale capace di sfuggire al controllo della corte.

 

Argomenti iconoclasti

Gli iconoclasti difendevano una visione del culto centrata sulla trascendenza divina e sulla croce. A loro giudizio, la rappresentazione figurativa poteva favorire confusione fra immagine e prototipo. Il rischio principale era l’idolatria: attribuire alla materia dipinta un onore spettante solo a Dio.

La raffigurazione di Cristo sollevava problemi particolarmente gravi. Se l’immagine rappresentava soltanto la sua umanità, sembrava separare l’uomo Gesù dal Verbo divino. Se pretendeva di raffigurare la persona intera del Cristo, sembrava voler circoscrivere l’invisibile nella materia. La controversia iconoclasta divenne quindi anche dibattito sul mistero dell’incarnazione.

Gli iconoclasti valorizzavano la croce come segno autentico della vittoria di Cristo. La croce poteva occupare absidi, porte, pareti e monete. La sua forza derivava dal legame diretto con la Passione e dalla sua natura simbolica, lontana dalla raffigurazione corporea. L’arte iconoclasta promosse quindi un regime visivo fondato su croci, ornati, iscrizioni, motivi vegetali e immagini imperiali.

La loro posizione si presentava come riforma della fede e del culto. Essi vedevano nella lotta contro le icone un ritorno alla purezza cristiana, una difesa della trascendenza e una risposta alle crisi dell’impero. Questa visione spiega la forza politica del movimento e la sua durata.

 

Argomenti iconoduli

I difensori delle immagini svilupparono una teologia fondata sull’incarnazione. Il Verbo di Dio ha assunto carne, volto, corpo e storia. Cristo è stato visto, toccato, ascoltato. La sua immagine è possibile perché la sua umanità è reale. Raffigurare Cristo significa confessare la verità dell’incarnazione.

Giovanni Damasceno formulò una difesa destinata a grande fortuna. La materia partecipa alla salvezza perché Dio ha assunto materia. Il legno della croce, l’acqua del battesimo, il pane e il vino eucaristici, l’olio dell’unzione e le reliquie mostrano che il cristianesimo vive attraverso segni materiali. L’icona appartiene a questa economia sacramentale e memoriale.

La distinzione fra adorazione e venerazione fu essenziale. L’adorazione, in senso pieno, spetta a Dio. L’onore rivolto all’immagine è venerazione relativa, indirizzata al prototipo. Chi bacia l’icona onora Cristo, la Vergine o il santo raffigurato. La tavola dipinta agisce come passaggio, memoria e presenza mediata.

Teodoro Studita, nel IX secolo, approfondì ulteriormente la difesa dell’immagine. L’icona di Cristo rappresenta la sua persona incarnata, con tratti individuali e storici. Il volto dipinto conferma che il Verbo è entrato nella storia concreta. L’immagine diventa quindi testimonianza cristologica e strumento di comunione.

 

Il secondo concilio di Nicea

La prima restaurazione ufficiale delle immagini avvenne nel 787 con il secondo concilio di Nicea, convocato sotto l’imperatrice Irene e il giovane Costantino VI. Il concilio annullò le decisioni di Hieria, riaffermò la legittimità delle immagini sacre e definì la distinzione tra venerazione e adorazione.

Nicea II riconobbe la presenza delle immagini di Cristo, della Vergine, degli angeli e dei santi nelle chiese, nelle case e lungo le vie. Stabilì che l’onore reso all’immagine passa al prototipo. L’immagine riceve lampade, incenso e gesti di venerazione in quanto rimando alla persona rappresentata.

La decisione conciliare diede fondamento ecclesiale alla pratica iconica. La tradizione delle immagini venne collegata alla predicazione apostolica, alla memoria della Chiesa e alla realtà dell’incarnazione. Il concilio trasformò una prassi diffusa in dottrina solennemente riconosciuta.

Questa restaurazione ebbe anche valore politico. Irene cercò di pacificare l’impero e di riaprire il rapporto con Roma. La vittoria iconodula del 787, però, rimase fragile. Nei decenni successivi, nuove crisi militari e nuove esigenze di legittimazione imperiale riaprirono la controversia.

 

La seconda iconoclastia

La seconda fase iconoclasta ebbe inizio nell’815 sotto Leone V l’Armeno. Il contesto era nuovamente segnato da difficoltà militari, soprattutto dopo le pressioni bulgare e le sconfitte dell’impero. La memoria dei sovrani iconoclasti vittoriosi, in particolare Costantino V, tornò a esercitare fascino politico.

Leone V promosse la rimozione delle immagini e il ritorno a un orientamento iconoclasta più controllato rispetto alla fase precedente. La controversia si riaccese nelle chiese, nei monasteri e negli ambienti teologici. Il patriarca Niceforo fu deposto; Teodoro Studita divenne una delle voci più forti della resistenza iconodula.

La seconda iconoclastia ebbe caratteri diversi dalla prima. Il dibattito teologico era ormai più maturo, grazie alle definizioni di Nicea II. Gli iconoduli disponevano di un apparato argomentativo solido. Anche la repressione assunse forme variabili secondo i regni di Leone V, Michele II e Teofilo.

L’imperatore Teofilo, morto nell’842, fu l’ultimo sovrano iconoclasta. La sua immagine nella memoria bizantina rimase complessa: persecutore degli iconoduli, ma anche sovrano colto, costruttore, raffinato e legato a una vivace cultura di corte. Con la sua morte si aprì la strada alla restaurazione definitiva.

 

Il Trionfo dell’Ortodossia

Nel 843, sotto la reggenza dell’imperatrice Teodora e con il patriarca Metodio, le immagini furono restaurate solennemente. L’evento venne celebrato come Trionfo dell’Ortodossia. La prima domenica di Quaresima divenne la festa annuale della vittoria delle icone e della fede retta.

La restaurazione del 843 chiuse la controversia sul piano ufficiale. Le immagini tornarono nelle chiese, nelle processioni, nella vita liturgica e nella devozione pubblica. La Chiesa bizantina trasformò la memoria della crisi in rituale: l’icona divenne segno visibile della fedeltà all’incarnazione e all’ortodossia.

Il Trionfo dell’Ortodossia ebbe un valore che superava la questione artistica. Esso sancì un equilibrio fra immagine, dottrina, impero e Chiesa. L’icona non era più solo pratica devozionale; diventava emblema dell’identità bizantina.

La memoria liturgica della restaurazione diede alle icone una forza nuova. Portare immagini in processione significava dichiarare pubblicamente la vittoria della fede. La tavola dipinta diveniva testimonianza, quasi professione visibile del credo.

 

Le immagini dopo l’843

Dopo la restaurazione, l’arte bizantina entrò in una fase di riorganizzazione. I programmi musivi e pittorici delle chiese si disposero secondo gerarchie più stabili. Cristo Pantocratore dominò la cupola; la Vergine trovò posto nell’abside; le feste cristologiche occuparono volte e pareti; santi, vescovi, martiri e monaci accompagnarono lo spazio dei fedeli.

La Vergine con il Bambino nell’abside di Santa Sofia, realizzata nel IX secolo, assunse valore emblematico. Collocata nel cuore della Grande Chiesa, dichiarava la restaurazione della figura sacra e della memoria iconodula. L’immagine della Theotokos, madre del Verbo incarnato, era particolarmente adatta a proclamare la legittimità dell’icona.

Il mosaico e la pittura monumentale divennero strumenti di una teologia ordinata nello spazio. La chiesa bizantina medioevale venne concepita come cosmo cristiano: in alto Cristo, nel santuario la Vergine e il mistero eucaristico, sulle pareti la storia della salvezza, nelle zone inferiori i santi vicini ai fedeli.

L’icona mobile acquistò ulteriore prestigio. Tavole, trittici, reliquiari, smalti e miniature circolarono in tutto il mondo bizantino e oltre. L’immagine sacra, uscita dalla crisi, divenne una delle forme più riconoscibili della civiltà orientale cristiana.

 

Arte iconoclasta e regime aniconico

La stagione iconoclasta produsse un diverso regime visivo. Croci monumentali, iscrizioni, decorazioni vegetali, motivi geometrici, ornati e simboli imperiali occuparono spazi già destinati a figure sacre. L’abside della chiesa di Sant’Irene a Costantinopoli, con la grande croce su fondo dorato, offre un esempio significativo di immagine aniconica carica di potenza liturgica.

La croce iconoclasta era immagine forte, concentrata, autorevole. Richiamava la Passione e la vittoria di Cristo, evitando la rappresentazione del corpo. In molti contesti essa sostituì Cristo, la Vergine e i santi, diventando centro visivo dello spazio sacro.

Anche il potere imperiale conservò una propria cultura figurativa. Monete, sigilli, cerimoniale e decorazioni di corte continuarono a rappresentare autorità, vittoria, dinastia e legittimità. L’iconoclastia colpì soprattutto l’immagine sacra figurativa; il linguaggio del potere mantenne strumenti visivi propri.

Questa fase invita a leggere l’iconoclastia come trasformazione del visibile. La distruzione di molte immagini fu reale, ma il periodo elaborò anche una propria estetica: croce, parola, ornamento, simbolo, autorità imperiale, ordine liturgico. La crisi ridisegnò lo spazio sacro e rese più consapevole la funzione dell’immagine.

 

Monaci, martiri e memoria iconodula

I monaci ebbero un ruolo centrale nella difesa delle immagini. Molti monasteri custodivano icone venerate, producevano testi teologici, accoglievano pellegrini, mantenevano reti di comunicazione e possedevano notevole influenza sociale. La lotta iconoclasta toccò quindi il rapporto fra impero e monachesimo.

Stefano il Giovane, Teodoro Studita e altri difensori delle icone entrarono nella memoria iconodula come confessori e martiri. Le loro vite raccontano persecuzioni, esili, torture, resistenza, fedeltà all’immagine di Cristo. Queste narrazioni contribuirono a costruire una memoria eroica della crisi.

Il monastero di Studios a Costantinopoli divenne uno dei principali centri della resistenza nella seconda iconoclastia. Teodoro Studita vi elaborò una teologia dell’icona rigorosa, collegando immagine, incarnazione, persona di Cristo e disciplina ecclesiale. La sua influenza fu enorme nella successiva cultura bizantina.

La vittoria iconodula trasformò questi monaci in modelli. Le loro immagini, i loro testi e le loro feste liturgiche entrarono nel patrimonio della Chiesa. La difesa dell’icona divenne anche memoria del coraggio monastico.

 

Roma, Occidente e mondo mediterraneo

La controversia iconoclasta coinvolse anche Roma e l’Occidente. I papi difesero la venerazione delle immagini e reagirono alle pressioni imperiali. Il conflitto aggravò le tensioni fra papato e impero d’Oriente, già segnate da questioni giurisdizionali, fiscali e politiche.

Roma possedeva una propria tradizione di immagini sacre, con icone mariane, processioni e culti urbani. L’immagine della Vergine, spesso considerata antica o miracolosa, svolgeva un ruolo protettivo nella città. Questa cultura iconica romana offrì una forte resistenza alle politiche provenienti da Costantinopoli.

Nel mondo franco, il dibattito assunse una forma particolare. I Libri Carolini, redatti alla corte di Carlo Magno, criticarono sia la distruzione sia la venerazione intensa delle immagini, proponendo una posizione diversa da quella bizantina. L’Occidente latino elaborò così una propria teoria dell’immagine, legata alla memoria, all’ornamento e all’istruzione dei fedeli.

La crisi iconoclasta ebbe quindi effetti mediterranei. Rafforzò la distanza fra Oriente e Occidente, stimolò riflessioni teologiche, modificò rapporti politici e contribuì alla definizione di tradizioni figurative differenti.

 

Fonti e problemi di interpretazione

La ricostruzione dell’iconoclastia presenta difficoltà notevoli. Molte fonti superstiti provengono da ambienti iconoduli, redatte o rielaborate dopo la vittoria delle immagini. La voce degli iconoclasti è giunta in forma frammentaria, spesso attraverso citazioni degli avversari. Questo squilibrio documentario richiede cautela.

Gli studiosi moderni hanno progressivamente ridimensionato alcune immagini semplificate della crisi. L’iconoclastia fu insieme teologia, politica, disciplina ecclesiastica, memoria militare, controllo monastico, ridefinizione del culto e lotta per l’autorità. Ogni spiegazione unica risulta insufficiente davanti alla complessità del fenomeno.

Anche la distruzione delle opere va valutata con prudenza. Molte immagini andarono perdute, altre furono coperte, trasformate, sostituite, restaurate o reinterpretate. La scarsità di testimonianze materiali rende difficile distinguere le conseguenze dirette dell’iconoclastia da perdite dovute a guerre, incendi, terremoti, restauri e trasformazioni successive.

Il valore storico della crisi resta enorme. Essa obbligò Bisanzio a definire con precisione il rapporto fra immagine e fede. Dopo l’iconoclastia, l’icona entrò nella coscienza bizantina con una forza dottrinale, liturgica e identitaria accresciuta.

 

Conseguenze artistiche

Le conseguenze artistiche della controversia furono profonde. La perdita di molte immagini anteriori all’VIII secolo rende oggi preziosissime le icone del Sinai e pochi altri nuclei superstiti. La storia dell’arte bizantina antica è segnata da questa frattura materiale.

Dopo l’843, la produzione figurativa assunse maggiore stabilità. I tipi iconografici vennero codificati; i cicli liturgici si organizzarono in modo più coerente; la posizione delle immagini nelle chiese rispose a una gerarchia teologica più leggibile. La memoria della crisi rese ogni immagine sacra anche una dichiarazione di fede.

Il mosaico post-iconoclasta sviluppò una grande forza monumentale. Santa Sofia, Hosios Loukas, Dafni, Nea Moni, San Marco a Venezia e molti complessi successivi mostrano l’affermazione di una cultura figurativa ordinata, luminosa, profondamente liturgica. La cupola, l’abside e il templon divennero luoghi privilegiati dell’immagine restaurata.

L’icona mobile acquistò una autorità nuova. Il suo volto, il suo nome, il suo rapporto con il prototipo, la sua partecipazione alla preghiera e alle processioni divennero elementi centrali della spiritualità orientale. La pittura bizantina successiva nasce dentro questa coscienza.

 

Teologia del visibile

La restaurazione delle immagini afferma una teologia del visibile. Dio invisibile si è reso visibile in Cristo. La materia creata può diventare segno della salvezza. Il volto dipinto può rimandare al volto incarnato. L’immagine può sostenere la memoria, la preghiera e la comunione con i santi.

Questa teologia distingue l’immagine cristiana dall’idolo. L’idolo trattiene il culto su se stesso; l’icona apre il culto verso il prototipo. Il legno, il colore e l’oro sono materia ordinata a una relazione. Il fedele onora la figura rappresentata attraverso la sua immagine.

La riflessione iconodula conferisce alla pittura una dignità altissima. Il pittore di icone non produce soltanto oggetti belli. Collabora alla memoria visibile della fede. La sua opera richiede rispetto dei tipi, conoscenza della tradizione, disciplina formale e consapevolezza liturgica.

Da questa visione deriva una delle caratteristiche più persistenti dell’arte bizantina: la fedeltà ai modelli. La ripetizione iconografica esprime continuità, autorevolezza e comunione. La novità si misura dentro la tradizione, attraverso qualità del volto, intensità dello sguardo, luce, proporzione, finezza cromatica e adattamento al contesto.

 

Sintesi

L’iconoclastia bizantina fu una crisi religiosa, politica e artistica di lunga durata. Essa nacque in un impero sotto pressione, attraversato da guerre, tensioni ecclesiastiche, domande sulla protezione divina e conflitti fra corte, patriarcato e monasteri. Le immagini sacre divennero il punto di concentrazione di queste tensioni.

La prima fase, legata a Leone III e Costantino V, elaborò una politica imperiale ostile al culto iconico e trovò nel concilio di Hieria del 754 la propria formulazione. Il secondo concilio di Nicea del 787 restaurò la venerazione delle immagini, fondandola sull’incarnazione e sul rapporto fra immagine e prototipo. La seconda iconoclastia, iniziata nell’815, riaprì il conflitto fino alla restaurazione definitiva dell’843.

Il Trionfo dell’Ortodossia trasformò la vittoria delle immagini in memoria liturgica. Da quel momento, l’icona divenne segno visibile dell’identità bizantina. Il mosaico, la pittura murale, la tavola dipinta, il templon e la processione furono riorganizzati entro una teologia del volto e della presenza.

L’arte bizantina uscì dalla crisi con una coscienza più forte della propria funzione. L’immagine sacra non fu più soltanto eredità devozionale; divenne confessione della fede nell’incarnazione. Per questo l’iconoclastia resta uno dei capitoli decisivi della storia dell’arte cristiana: attraverso la distruzione, il dibattito e la restaurazione, Bisanzio definì il senso stesso dell’immagine sacra.

 

 

A.R.

 

 

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