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Arte egizia. Parte X 

 

 

 

 

Terzo Periodo Intermedio e Bassa Epoca: poteri libici, rinascenza kushita, arcaismo saitico e memoria dell’Antico Regno

 

 

 

l passaggio dal Nuovo Regno al Terzo Periodo Intermedio modifica la natura dell’immagine egizia. La grande regalità ramesside aveva occupato templi, facciate, colossi, stele, tombe e narrazioni di vittoria con una potenza quasi totalizzante. Dopo la XX dinastia, il paese entra in una lunga fase di pluralità politica. Tanis, Bubastis, Sais, Tebe, Eracleopoli, Ermopoli, Napata e poi Meroe diventano poli di un Egitto meno centralizzato, più regionale, attraversato da famiglie libiche, sacerdoti tebani, sovrani kushiti, élites locali, mercenari greci e carii, potenze assire e persiane.

La categoria di “decadenza” impoverisce questo periodo. La produzione monumentale diminuisce in alcune fasi, ma l’arte egizia acquista nuove forme di densità: sarcofagi dipinti, steli lignee, bronzetti votivi, statue templari private, riuso di modelli antichi, grandi tombe tebane arcaizzanti, scultura kushita, committenza delle Divine Adoratrici di Amon, oggetti preziosi di Tanis, bronzi sacri, culti animali, templi della XXVI e XXX dinastia, rapporti con la Grecia attraverso Naukratis.

Il Metropolitan Museum sintetizza bene il Terzo Periodo Intermedio come fase in cui la località diventa fattore stilistico decisivo: i siti del Delta e Menfi avevano accesso a modelli dell’Antico Regno, mentre Tebe continuava a confrontarsi con la memoria del Medio e Nuovo Regno. Lo stesso testo segnala, per l’VIII secolo a.C., una tendenza crescente a guardare a monumenti molto più antichi come modelli formali.

1. XXI dinastia: Tanis, Tebe e la regalità divisa

Con la XXI dinastia l’Egitto si organizza attorno a due grandi poli. A Tanis, nel Delta, risiede la linea regale; a Tebe i sommi sacerdoti di Amon esercitano un potere vastissimo sull’Alto Egitto. Questa articolazione non genera un vuoto culturale. Produce una geografia del potere più complessa: il faraone conserva titoli, cartigli, tombe, rituali; il clero tebano amministra templi, ricchezze, necropoli, archivi, riti.

La necropoli reale di Tanis, scoperta da Pierre Montet nel 1939-1940, è un nodo decisivo per comprendere il periodo. Maschere auree, sarcofagi in argento, pettorali, vasi preziosi e gioielli mostrano una regalità deltaica di altissimo livello tecnico. L’Enciclopedia ricorda proprio i corredi di Tanis fra le testimonianze maggiori delle arti minori nella fase di transizione dal Nuovo Regno alla Bassa Epoca.

Tanis va letta anche attraverso il riuso. Blocchi, statue, obelischi e materiali provenienti da Pi-Ramesse e da altri centri ramessidi furono trasferiti e reinscritti. Il Delta diventa così un archivio ricomposto. Il passato ramesside resta attivo, spostato, rimontato, assunto entro una nuova capitale.

A Tebe, intanto, la produzione funeraria cambia forma. I grandi ipogei decorati della Valle dei Re appartengono alla memoria del Nuovo Regno; la nuova cultura dell’aldilà si concentra spesso sul corpo, sul sarcofago, sul papiro funerario, sulla stele lignea. Il Met osserva che, nel Terzo Periodo Intermedio, le immagini rituali associate all’aldilà si concentrano soprattutto in sarcofagi dipinti, papiri e steli lignee, mentre le tombe private elaborate ricompaiono pienamente soprattutto con la XXV dinastia.

2. Sarcofagi, steli lignee e papiri: il corpo come centro dell’immagine

Nel Terzo Periodo Intermedio l’arte funeraria si ritira spesso dalla parete monumentale e si addensa intorno al corpo. Sarcofagi antropoidi, cartonnages, maschere, papiri del Libro dei Morti, steli lignee dipinte e piccoli amuleti costituiscono il nuovo campo privilegiato dell’immagine. Il defunto viene avvolto da una superficie figurata e testuale; il corpo diventa supporto di protezione.

Il sarcofago dipinto assume una funzione quasi architettonica. La cassa accoglie divinità, formule, ali protettive, scarabei, Nut, Osiride, Iside, Nefti, falchi, serpenti, geni, scene di adorazione. La tomba può essere meno ampia; l’involucro funerario diventa più eloquente. La superficie esterna lavora come tempio portatile del defunto.

Questa concentrazione ha anche motivi pratici e sociali. La frammentazione politica e la riduzione di grandi programmi tombali privati rendono più importanti oggetti trasportabili, acquistabili, adattabili a diversi livelli di committenza. L’immagine funeraria diventa più modulare, più seriale, più dipendente da officine specializzate.

La qualità di molti sarcofagi tebani della XXI dinastia resta alta. Colori densi, iscrizioni minute, figure protettive, organizzazione della superficie e ricchezza simbolica mostrano una cultura visiva ancora pienamente vitale. La perdita della grande parete monumentale non impoverisce automaticamente il sistema; lo sposta su altri supporti.

3. Poteri libici: XXII-XXIV dinastia, Bubastis, famiglie militari

Le dinastie libiche introducono un nuovo equilibrio. Gruppi di origine libica, già presenti in Egitto come militari e insediamenti da generazioni, acquisiscono ruoli dinastici. Sheshonq I, fondatore della XXII dinastia, regna da Bubastis e interviene anche in Palestina. L’Enciclopedia registra la centralità di Bubastis, la costruzione di Sheshonq I a Karnak e il portale di Osorkon II con scena giubilare.

L’arte libica egiziana utilizza strumenti tradizionali: cartigli, rilievi templari, scene di offerta, giubilei, formule regali. La novità sta nella distribuzione del potere. Molte famiglie principesche controllano città, templi e uffici sacerdotali; i titoli militari e genealogici acquistano peso. L’immagine del potere si frammenta e si localizza.

La produzione monumentale resta selettiva. Karnak conserva interventi importanti; Bubastis e Tanis documentano una regalità deltaica; Thebes continua a essere dominata dal clero di Amon e dal crescente ruolo delle donne regali consacrate al dio. La forma artistica si adatta a una società in cui il faraone convive con principi, sacerdoti, governatori, famiglie libiche e istituzioni templari autonome.

In questa fase cresce l’importanza delle piccole statue divine e votive in bronzo. Il Met collega la proliferazione di piccola statuaria regale, non regale e divina, soprattutto metallica, alla nuova importanza dei templi locali come sedi di aspirazione politica, identità sociale e produzione artistica.

4. Le Divine Adoratrici di Amon: potere femminile e Tebe sacra

Tra Terzo Periodo Intermedio e Bassa Epoca, Tebe sviluppa una delle istituzioni più significative della storia religiosa egizia: la Divina Adoratrice o Sposa del dio Amon. Principesse libiche, kushite e saite vengono adottate nella linea tebana e assumono una funzione politica di primo piano. L’adozione garantisce continuità, controlla Tebe, lega la città al potere dinastico esterno, mantiene l’autorità amoniana.

Il Met sottolinea che i Kushiti rafforzarono il ruolo della God’s Wife of Amun, già valorizzato dai predecessori, rendendola una sorta di surrogato del faraone nella Tebaide. Questo dato cambia la lettura dell’arte tebana. Statue, cappelle, rilievi, iscrizioni e tombe non appartengono soltanto alla storia religiosa; partecipano a una politica del corpo femminile consacrato.

Le Divine Adoratrici costruiscono una continuità dinastica senza maternità biologica diretta. Il potere passa attraverso adozione, nome, culto, patrimonio templare, iconografia. L’immagine femminile diventa struttura amministrativa. In una fase di frammentazione maschile della regalità, la linea sacra femminile offre a Tebe una forma controllata di stabilità.

5. XXV dinastia: Kush, Napata e la rinascenza tebana

La XXV dinastia, detta kushita o nubiana, introduce una delle fasi più fertili della Bassa Epoca. Piye, Shabaka, Shabataka, Taharqa e Tanwetamani governano Egitto e Kush dentro una configurazione che gli studi recenti definiscono spesso “doppio regno”. La UCLA Encyclopedia of Egyptology sottolinea che i sovrani kushiti furono sepolti fuori dai confini egiziani, governarono insieme Egitto e patria kushita, usarono lingua e scrittura egiziana come principale mezzo documentario conservato e mostrarono una devozione peculiare per le tradizioni religiose, artistiche e letterarie egizie.

La categoria di “rinascenza kushita” va intesa in senso rigoroso. I sovrani di Napata si presentano come restauratori dell’Egitto autentico. La loro arte guarda ai modelli dell’Antico Regno, del Medio Regno e del Nuovo Regno, ma li rilegge con un accento proprio: corpi compatti, muscolature marcate, volti energici, doppio ureo, copricapi kushiti, forte devozione amoniana, recupero di temi arcaici.

L’Enciclopedia riconosceva già la qualità di questa fase, specialmente per i rilievi di Taharqa a Kawa e per le grandi figure stanti di granito a Gebel Barkal, indicando una tendenza arcaizzante viva già in età kushita. La ricerca recente ha rafforzato questa lettura, liberandola dall’idea di semplice imitazione egiziana. I Kushiti non copiano passivamente l’Egitto; scelgono l’Egitto antico come lingua di legittimità imperiale africana.

6. Taharqa: doppio ureo, Kawa, Karnak, memoria antica

Taharqa è il sovrano più rappresentativo della XXV dinastia. Le sue opere in Egitto e in Nubia mostrano la piena maturità della rinascenza kushita. Il British Museum descrive la sfinge di Taharqa come opera con corpo convenzionale, testa caratteristica della XXV dinastia, doppio ureo sulla fronte e solchi pronunciati ai lati del naso; la scheda segnala anche il riferimento della criniera a modelli medio-regi, in particolare alle sfingi di Amenemhat III da Tanis.

Kawa, in Nubia, diventa uno dei centri principali della sua committenza. L’Ashmolean Museum ricorda che il santuario di Taharqa, oggi a Oxford, fu costruito intorno al 680 a.C. come parte del complesso templare di Kawa e che i suoi rilievi in arenaria erano originariamente dipinti. Il dato è importante perché mostra l’intreccio tra Egitto e Nubia: architettura egiziana, culto di Amon-Ra, sovrano kushita, sito nubiano, ricezione museale britannica.

La sfinge di Taharqa che calpesta il nemico libico e la scena della famiglia del vinto riprendono modelli dell’Antico Regno, soprattutto il tempio di Sahura ad Abusir. Jochem Kahl, nella voce UEE su Archaism, usa proprio i rilievi di Kawa come caso esemplare di arcaismo: il re kushita come sfinge che travolge il nemico, con una scena già attestata nei complessi di Sahura, Niuserra, Pepi I e Pepi II.

Qui la memoria dell’Antico Regno diventa arma politica. Taharqa si presenta come sovrano capace di riattivare la forma più antica della regalità egizia. L’arcaismo lavora come autorità.

7. Assiri, sacco di Tebe e fine della dominazione kushita

La potenza assira interrompe l’espansione kushita. Il Met ricorda che, dopo circa cinquant’anni di relativa sicurezza, il controllo nubiano fu spezzato dall’invasione assira intorno al 671 a.C.; nel 663 a.C. il sacco di Tebe pose fine al dominio kushita sull’Egitto e Tanwetamani si ritirò a Napata.

Il trauma politico ha conseguenze visive. La memoria kushita resta nei monumenti, ma viene poi colpita dalla damnatio saitica, soprattutto sotto Psammetico II. Nomi e immagini dei sovrani kushiti vengono cancellati in molte sedi egizie. L’arte della Bassa Epoca conserva così una stratigrafia di appropriazione e rimozione: i Kushiti avevano assunto l’antico Egitto come modello; i Saiti assumono a loro volta l’eredità egizia e riducono la visibilità kushita.

Il rapporto Egitto-Kush continua oltre la fine della XXV dinastia. Napata e poi Meroe sviluppano una cultura propria, ancora legata a forme egizie ma progressivamente più autonoma. L’Enciclopedia, nel volume dedicato ai centri nubiani, descrive la dinastia di Napata e l’età meroitica come eredi del lungo intreccio fra dominazione faraonica, religione di Amon, arte egizia e sviluppi locali.

8. Sais e XXVI dinastia: stabilità, mercenari, Mediterraneo

Con Psammetico I e la XXVI dinastia, l’Egitto ritrova un’unità politica sotto capitale saitica. L’Enciclopedia ricorda il ruolo di Sais, l’aiuto di mercenari greci e carii e la ricostituzione di un senso di stabilità nazionale dopo le crisi del secolo precedente.

La cultura saitica ha due volti. Il primo è interno: recupero dell’antico, attenzione ai modelli menfiti e tebani, scultura in pietre dure, grande qualità tecnica, riorganizzazione templare, committenza privata. Il secondo è mediterraneo: apertura commerciale, presenza greca, empori, mercenari, ceramiche importate, Naukratis, contatti con il mondo ionico, cario, cipriota e levantino.

Il British Museum presenta Naukratis come progetto di ricerca dedicato alla città greco-egizia del Delta, con catalogo online di materiali scavati fra XIX e XX secolo, oggi dispersi in musei di tutto il mondo, e analisi dei rapporti greco-egiziani. Naukratis diventa il luogo simbolico di questa fase: non più semplice presenza straniera subordinata all’immagine di tributo, ma comunità commerciale strutturata, con santuari, ceramiche, dediche, scambi e produzione culturale.

L’arte egizia della XXVI dinastia convive quindi con oggetti greci, iscrizioni, mercanti, mercenari e nuove forme di circolazione. La tradizione faraonica si irrigidisce soltanto se la si guarda dalla superficie dei modelli. Vista dalla materia storica, essa si apre a una rete mediterranea intensa.

9. Arcaismo saitico: il passato come linguaggio dell’élite

L’arcaismo saitico è uno dei grandi fenomeni della Bassa Epoca. Kahl definisce l’arcaismo come pratica presente in arte, architettura, nomi, titoli, letteratura e scrittura; esso riguarda ambito reale e non reale, soprattutto élites sacerdotali e funzionariali.

Nel periodo saitico, guardare all’Antico Regno, al Medio Regno e al Nuovo Regno significa costruire prestigio. I funzionari riprendono titoli antichi; le tombe monumentali tebane citano programmi e stili remoti; la scultura adotta parrucche, pose, abiti e formule desunte da secoli precedenti. Questa memoria selettiva produce un linguaggio colto. L’élite dimostra competenza antiquaria, controllo della tradizione, vicinanza ai modelli fondativi.

Il rilievo del palazzo di Apries a Menfi, oggi al Met, è un documento esemplare. La scheda del museo segnala che i blocchi appartenevano a una porta monumentale decorata con almeno sette scene modellate su antiche rappresentazioni di rituali regali; la scena del Festival dell’Ippopotamo Bianco include funzionari con titoli e costumi dell’Antico Regno.

L’arcaismo, in questo caso, non è recupero generico del passato. È ricostruzione rituale. Il sovrano saitico si colloca dentro una scena che parla il linguaggio dei primi regni. La corte menfita dell’Antico Regno viene evocata come fonte di legittimità.

10. Tebe nella Bassa Epoca: Mentuemhat, South Asasif, tombe-palazzo

La Tebe della XXV e XXVI dinastia vive una nuova stagione di grandi tombe private. South Asasif, El-Assasif e le aree vicine restituiscono sepolcri monumentali di funzionari kushiti e saiti: Karabasken, Karakhamun, Irtieru, Pabasa, Ankh-Hor, Petamenophis, Mentuemhat. Queste tombe rielaborano modelli del Nuovo Regno e del Medio Regno con apparati testuali, sale ipostile, cortili, piloni, corridoi, cappelle, rilievi, pitture e programmi funerari vastissimi.

Il South Asasif Conservation Project, fondato nel 2006 e diretto da Elena Pischikova sotto l’egida del Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità, lavora alla pulitura, restauro e ricostruzione delle tombe di Karabasken, Karakhamun e Irtieru, databili fra XXV e XXVI dinastia. ARCE segnala inoltre un progetto di conservazione e ricostruzione nella tomba di Karabasken, legato alla “ricostruzione” di una persona perduta attraverso i suoi monumenti.

Mentuemhat, governatore di Tebe e figura centrale fra dominio kushita e fase saitica, incarna questa cultura. La sua tomba, TT34, e la sua statuaria mostrano una straordinaria capacità di combinare modelli dell’Antico, Medio e Nuovo Regno. L’Enciclopedia, nel volume X, rileva proprio che gli scultori al servizio di Mentuemhat si ispirarono a periodi diversi, combinando dettagli della XVIII dinastia e modi legati al tempio di Mentuhotep dell’XI dinastia; il testo riconosce in questa capacità combinatoria un elemento della “rinascenza” del periodo.

Questa Tebe tarda è una città di memoria stratificata. Ogni nuova tomba dialoga con i monumenti circostanti: Deir el-Bahari, Mentuhotep II, Hatshepsut, tombe ramessidi, tradizioni osiriache, culti amoniani, archivi funerari. Il passato non è sfondo. È materiale di progetto.

11. Scultura tarda: pietra dura, statua-cubo, naofori

La scultura della Bassa Epoca raggiunge livelli tecnici altissimi. Greywacke, basalto, granito e pietre dure vengono levigati con precisione quasi metallica. Statue-cubo, naofori, figure inginocchiate, teste di funzionari, sacerdoti e dignitari costruiscono un’immagine dell’élite raccolta, compatta, inscritta nel culto templare.

La statua-cubo, già nota da secoli, trova nuova forza. Il corpo è raccolto, avvolto, trasformato in blocco; la superficie accoglie iscrizioni, formule, nomi, genealogie, titoli. La figura umana diventa supporto testuale. Il devoto porta un naos, una divinità, un emblema, una stele; il corpo agisce come tramite fra persona, tempio e dio.

Il Met, nella voce sulla Bassa Epoca, segnala la diversità delle pratiche religiose documentate da iscrizioni e materiali: costruzione templare, donazioni, piccola statuaria divina, mummie animali, corn mummies, feste pubbliche, oracoli, lettere agli dèi. La scultura privata va letta dentro questa rete. Il dignitario non afferma soltanto status; partecipa alla manutenzione del culto.

La compattezza di queste statue non è freddezza. È concentrazione rituale. Il volto, spesso impassibile, trattiene esperienza sociale, funzione sacerdotale, memoria familiare e competenza antiquaria. La pietra liscia diventa luogo di autocontrollo.

12. Bronzi sacri, culti animali, offerta diffusa

Nel Terzo Periodo Intermedio e nella Bassa Epoca si moltiplicano piccoli bronzi di divinità e animali sacri: Osiride, Iside, Horus, Bastet, Neith, Amon, Ptah, Imhotep, Apis, gatti, ibis, falchi, serpenti, sciacalli. La produzione votiva cresce insieme alla centralità dei templi locali, dei pellegrinaggi, degli oracoli e dei culti animali.

Questi bronzi hanno spesso dimensioni ridotte, ma appartengono a una vasta economia del sacro. Il devoto, il sacerdote, il funzionario o il pellegrino possono offrire un’immagine divina in metallo. La statua piccola partecipa alla presenza del dio e alla relazione con il tempio. L’arte religiosa si democratizza in alcuni canali di accesso, pur restando controllata da istituzioni e costi.

La Bassa Epoca, così letta, appare come fase di intensa religiosità materiale. Il grande tempio continua a essere centro, ma l’immagine sacra circola anche attraverso bronzi, amuleti, ex voto, mummie animali, piccole stele e oggetti di devozione. Il sacro entra in formati più diffusi.

13. Persiani e XXX dinastia: tra dominio straniero e ultimo classicismo faraonico

La conquista persiana del 525 a.C. apre una nuova fase. Cambise, Dario e i sovrani achemenidi governano l’Egitto come parte di un impero più ampio. Il Met osserva che il periodo persiano resta difficile da valutare per la scarsità di monumenti e statue e per la difficoltà di identificare tratti specifici della cultura materiale; alcuni gruppi documentari, come i papiri della comunità ebraica di Elefantina e gli archivi templari dell’oasi di Kharga, mostrano però continuità religiose e sociali.

La XXVIII-XXX dinastia restituisce una nuova energia nazionale. Nectanebo I e Nectanebo II finanziano templi, cappelle, naoi, rilievi, statue, interventi architettonici in molte sedi egizie. La XXX dinastia è spesso considerata l’ultimo grande momento faraonico prima della conquista macedone. La qualità della lavorazione della pietra e della scultura resta altissima.

L’architettura templare di fine periodo faraonico prepara il mondo tolemaico. I grandi templi greco-romani di Edfu, Dendera, Philae e Kom Ombo erediteranno una tradizione sviluppata proprio in queste fasi tarde: pareti coperte di testi, teologie locali, processioni, cripte, naoi, rilievi rituali, calendari cultuali, complessità sacerdotale.

14. Valore storico-artistico della Bassa Epoca

La Bassa Epoca non rappresenta una coda esausta dell’arte egizia. È una civiltà della memoria attiva. I suoi artisti e committenti conoscono il passato, lo selezionano, lo citano, lo rifondono. Un rilievo può guardare all’Antico Regno; una tomba tebana può riprendere modelli medio-regi e ramessidi; una statua può usare una parrucca arcaica; un titolo dimenticato può riapparire in un’iscrizione; un sovrano kushita può presentarsi come restauratore dell’Egitto antico; un re saitico può costruire la propria autorità attraverso Menfi, Sais, Amon e il Mediterraneo.

L’arcaismo è il concetto decisivo. Esso rende il passato uno strumento di presente. La forma antica legittima, distingue, educa, consola, controlla. Le élites della Bassa Epoca possiedono un rapporto quasi filologico con la tradizione. Guardano ai monumenti antichi come a repertori disponibili, li copiano, li combinano, li reinterpretano.

In questo senso la Bassa Epoca parla anche alla storia moderna dell’arte. Mostra una civiltà che diventa antiquaria di sé stessa. Prima ancora del museo moderno, l’Egitto tardo costruisce un proprio museo interiore: Antico Regno, Medio Regno, Nuovo Regno, Tebe, Menfi, Abydos, Amon, Osiride, Sais, Napata. Tutto rientra in una grammatica di memoria.

15. Stato attuale della ricerca

La ricerca recente ha spostato l’attenzione su quattro linee.

La prima riguarda la frammentazione politica come produttore di stili locali. Il Terzo Periodo Intermedio viene studiato attraverso differenze tra Tanis, Bubastis, Menfi, Tebe, regioni del Delta, bronzi, sarcofagi, papiri e steli lignee. Il Met sottolinea proprio il peso del luogo e della disponibilità di modelli monumentali nella costruzione dello stile.

La seconda riguarda Kush. Gli studi della UCLA Encyclopedia of Egyptology e del British Museum restituiscono la XXV dinastia come potere doppio, egizio e kushita, con tratti iconografici propri: doppio ureo, solchi facciali, memoria medio-regia, radicamento amoniano, sepolture in Nubia, governo transregionale.

La terza riguarda l’arcaismo. La voce UEE di Kahl dimostra che il fenomeno supera l’arte e investe nomi, titoli, scrittura, letteratura, architettura e identità sociale.

La quarta riguarda gli scavi e i restauri delle tombe tebane del I millennio a.C. South Asasif e progetti collegati stanno restituendo una Tebe tarda molto più complessa, con tombe monumentali, testi, rilievi, programmi rituali e figure di funzionari che agiscono tra Kushiti e Saiti.

La formula più adatta per questa parte dell’arte egizia è dunque: memoria come creazione. L’Egitto del I millennio a.C. produce arte guardando all’Egitto più antico. Il passato diventa materia viva, selezionata da sovrani, sacerdoti, funzionari, scultori e scribi per costruire identità in un mondo ormai aperto a Nubia, Assiria, Persia e Mediterraneo greco.

 

 

Continua con Egitto Parte XI — Persia, XXX dinastia e mondo tolemaico: ultimi faraoni, templi tardi, Alessandro, Alessandria e ibridazione greco-egizia.

 

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