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Arte egizia.

 

Immagine, potere e durata dalla formazione dello Stato faraonico all’Egitto romano

 

 

 

L’arte egizia occupa una posizione singolare nella storia delle immagini. Per oltre tre millenni costruisce un sistema figurativo capace di mantenere riconoscibili i propri principi formali, pur attraversando crisi dinastiche, spostamenti di capitale, contatti con Nubia, Levante, Egeo, Libia, Persia, mondo greco e mondo romano. Ogni fase agisce sul patrimonio ricevuto, accentua certe forme, ne attenua altre, introduce soluzioni tecniche, religiose e politiche. Il risultato è un linguaggio di lunga durata, regolato da canoni, gerarchie, formule iconografiche e materiali scelti con esattezza.

Le immagini egizie appartengono a un campo in cui figura, scrittura, rito, memoria e potere agiscono insieme. Una statua funeraria rende presente il defunto; un rilievo templare rinnova il gesto rituale del sovrano davanti alla divinità; un amuleto protegge il corpo; una pittura tombale assicura nutrimento, lavoro, caccia, musica, navigazione, offerte. L’immagine partecipa alla conservazione dell’ordine, alla continuità del ka, alla stabilità della maat, principio di equilibrio cosmico, politico e religioso.[1]

 

Origini predinastiche e nascita del segno regale

La fase predinastica, soprattutto tra IV e inizi del III millennio a.C., costituisce il laboratorio del linguaggio figurativo faraonico. Nella valle del Nilo compaiono pitture rupestri, ceramiche decorate, figure animali, imbarcazioni, scene di caccia, tavolozze, manici di coltello, oggetti cerimoniali in avorio, pietra e osso. Questi manufatti rivelano un immaginario già organizzato attorno a pochi nuclei: dominio sugli animali, controllo delle acque, processione, conflitto, caccia, figura del capo, potenze ibride.

La Tavolozza di Narmer, databile all’inizio della I dinastia, può essere letta come manifesto della nuova regalità. La composizione dispone il sovrano secondo scala gerarchica; il gesto di colpire il nemico diventa immagine del potere che ordina il mondo. Gli animali dal collo intrecciato, le processioni, i registri sovrapposti e la relazione tra immagine e segno anticipano una grammatica destinata a lunga durata. In questa fase la rappresentazione trasforma gli eventi in schema, li rende ripetibili, li carica di autorità.

Il rapporto fra immagine e geroglifico nasce qui. Molte forme figurative egizie appartengono insieme al dominio della scrittura e a quello della rappresentazione. L’occhio, il falco, il serpente, il disco solare, il trono, il fiore di loto, il papiro, l’avvoltoio, il cartiglio sono segni, figure, attributi, oggetti di potere. La cultura visiva egizia cresce dentro questa continuità fra vedere, nominare e rendere presente.[2]

 

Età thinita e Antico Regno: il canone della permanenza

Con l’età thinita e poi con l’Antico Regno il linguaggio figurativo acquista stabilità monumentale. La formazione dello Stato, l’amministrazione centralizzata, la divinizzazione della regalità e la costruzione dei complessi funerari determinano una nuova scala dell’immagine. Saqqara, Dahshur e Giza sono luoghi di sepoltura regale, paesaggi costruiti, dispositivi di orientamento cosmico, apparati politici in pietra.

La piramide di Djoser a Saqqara, legata a Imhotep e alla III dinastia, inaugura un passaggio decisivo: l’architettura funeraria assume forma monumentale in pietra, traducendo modelli precedenti in un sistema stabile. Le piramidi della IV dinastia, soprattutto quelle di Khufu, Khafra e Menkaura a Giza, sviluppano questa logica fino a una precisione tecnica e simbolica ancora oggi oggetto di ricerche. Le indagini recenti sulla piramide di Khufu, condotte con muografia e altre tecniche non invasive, hanno individuato spazi interni ignoti alla tradizione archeologica ottocentesca e mostrano quanto l’archeologia monumentale dipenda oggi da strumenti fisici, informatici e ingegneristici.[3]

Nella scultura dell’Antico Regno domina una concezione compatta del corpo. Statue sedute, figure stanti, scribi, gruppi familiari e statue regali sono costruiti secondo assi fermi, frontalità, stabilità del blocco. La figura sembra trattenere il tempo. Il corpo ideale del faraone, giovane e intatto, racconta una forma durevole della funzione regale. Anche nei privati, il corpo assume valore di continuità: lo scriba seduto, il funzionario, il proprietario della mastaba ricevono un’immagine capace di sostenere identità, nome, culto funerario.

Il rilievo e la pittura tombale articolano un mondo più mobile: offerte, macellazione, caccia nelle paludi, navigazione, artigiani, scribi, animali, campi, raccolti. La vita quotidiana entra nella tomba come riserva operativa per l’aldilà. Ogni scena partecipa a una logica di conservazione: ciò che è raffigurato può continuare ad agire.

 

Primo Periodo Intermedio e Medio Regno: crisi, provincia, volto del sovrano

Dopo l’Antico Regno, la frammentazione politica del Primo Periodo Intermedio modifica i centri di produzione. Le province acquistano visibilità; le tombe dei nomarchi e dei funzionari locali mostrano varianti regionali, maggiore libertà narrativa, soluzioni meno omogenee. La crisi statale apre spazi a linguaggi periferici, pur entro un repertorio comune.

Il Medio Regno, tra XI e XII dinastia, rappresenta una delle fasi più alte e complesse dell’arte egizia. Il potere si ricompone, i modelli dell’Antico Regno vengono ripresi con nuova consapevolezza, le immagini regali assumono una tensione diversa. Nei ritratti di Sesostri III e Amenemhat III il volto del re appare scavato, contratto, carico di esperienza politica. Occhi pesanti, zigomi marcati, bocca serrata, orecchie grandi, fronte corrugata: la regalità si manifesta attraverso un’immagine di vigilanza e responsabilità. L’ideale giovane dell’Antico Regno lascia spazio a una sovranità più severa, segnata da coscienza del governo, controllo del territorio, tensione etica.[4]

Il Medio Regno innova anche negli oggetti. Steli, gioielli, pettorali, modelli lignei, sarcofagi, rilievi e architetture funerarie rivelano un’articolazione sociale più ampia. Le tombe di Beni Hasan, Meir e altre necropoli provinciali conservano scene di lotta, artigianato, vita agricola, processioni di stranieri, animali, attività quotidiane. Nei corredi funerari si sviluppa una cultura materiale raffinata, dove pittura, legno, gioielleria e iscrizione agiscono insieme.

I rapporti esterni assumono peso crescente. Gioielli, motivi a spirale, ceramiche e oggetti di pregio documentano contatti con Creta, Byblos, Nubia, Levante. L’Egitto assorbe forme e tecniche, le seleziona, le riconduce alla propria grammatica. La civiltà faraonica costruisce la propria identità anche attraverso scambi, doni diplomatici, materiali importati e artigiani specializzati.

 

Secondo Periodo Intermedio, Hyksos e nuove tecnologie del potere

Il Secondo Periodo Intermedio, con la presenza hyksos nel Delta e il rafforzamento dei principi tebani nel sud, introduce trasformazioni tecniche e politiche. Cavalli, carri, nuove armi, contatti asiatici, reti commerciali e conflitti modificano la struttura militare e l’immaginario del potere. La successiva cacciata degli Hyksos prepara la nascita del Nuovo Regno.

Le scoperte recenti ad Abydos stanno rendendo più leggibile questa fase. La tomba reale individuata nel 2025 nell’area della cosiddetta dinastia di Abydos, datata a circa 3600 anni fa, conferma la presenza di poteri locali in un paesaggio politico più frammentato rispetto alla grande narrazione dinastica tradizionale.[5] Il dato interessa anche la storia dell’arte: tombe, camere funerarie, iscrizioni danneggiate, architetture in mattoni crudi, necropoli regali minori restituiscono un Egitto composto da centri plurali, dove la forma del potere passa attraverso materiali meno monumentali e conservazioni più fragili.

 

 

Nuovo Regno: impero, tempio, bottega, rilievo

Con la XVIII dinastia l’Egitto assume dimensione imperiale. Tebe diventa centro religioso e politico; Amon acquista ruolo nazionale; la Nubia e il Levante entrano nell’orizzonte militare, economico e iconografico. I templi di Karnak e Luxor, Deir el-Bahari, la Valle dei Re e le tombe dei funzionari tebani formano un sistema visivo vastissimo.

Il tempio del Nuovo Regno è edificio di culto, ma anche archivio di immagini del potere. Il sovrano offre alla divinità, riceve vita, abbatte nemici, celebra giubilei, conduce processioni, presenta bottini, accoglie tributi stranieri. I rilievi templari traducono l’impero in ordine visivo. Popoli asiatici, Nubiani, Libici, animali esotici, metalli, vasi, tessuti e prigionieri diventano segni della capacità faraonica di contenere il mondo.

Lo studio contemporaneo dell’arte egizia ha aggiunto un dato decisivo: l’immagine monumentale va letta come prodotto di cantiere. Le ricerche sui rilievi della cappella di Hatshepsut a Deir el-Bahari hanno ricostruito sequenze operative, preparazione delle superfici, divisione del lavoro, interventi di apprendisti e maestri, correzioni finali. La nozione di chaîne opératoire consente di vedere dietro la superficie finita il lavoro fisico degli artisti, la disciplina del laboratorio, l’organizzazione gerarchica della mano.[6]

Hatshepsut, Thutmose III, Amenhotep III preparano il terreno a una stagione di lusso, monumentalità e raffinatezza. L’arte di Amenhotep III, in particolare, porta la regalità solare a un livello altissimo: colossi, templi, sculture di corte, figure femminili, oggetti preziosi e immagini divine stabiliscono un clima di splendore controllato. Il corpo regale, gli attributi e la luce costruiscono una presenza quasi cosmica.

 

Amarna: corpo, sole, famiglia reale

La fase amarniana, sotto Akhenaton, rappresenta una delle cesure più dense della storia egizia. La nuova città di Akhetaton, il culto dell’Aton, il ruolo visivo del disco solare, la centralità della famiglia regale e la riorganizzazione delle immagini producono un linguaggio riconoscibile. Corpi allungati, ventri prominenti, crani estesi, labbra carnose, mani sottili, gesti quotidiani, scene familiari, raggi solari terminanti in mani: l’immagine regale assume una vulnerabilità fisica e affettiva insolita nella tradizione ufficiale.

Il naturalismo amarniano va compreso come scelta di corte, codificata e ideologica. Il corpo di Akhenaton diventa corpo teologico, luogo visibile della relazione fra sovrano e Aton. Nefertiti, le principesse e le figure della famiglia reale partecipano a questa drammaturgia solare. Le scene di intimità domestica, i baci alle figlie, le mani che indicano uccelli, i raggi che offrono ankh al naso dei sovrani traducono una nuova forma di prossimità sacra.

Lo studio dello scultore Thutmose ad Amarna, con teste, calchi, modelli, ritratti incompiuti, ha modificato la comprensione del processo artistico egizio. Qui la scultura appare come laboratorio di tipi, prove, studi fisiognomici, formule di bottega. Il celebre busto di Nefertiti, oggi a Berlino, appartiene a questo universo di sperimentazione controllata: finitura altissima, idealità regale, costruzione cromatica del volto, potere iconico moderno.

Dopo Amarna, la restaurazione religiosa sotto Tutankhamon e i successori riporta in primo piano Amon, Tebe e le forme tradizionali. Tuttavia alcuni tratti amarniani sopravvivono: delicatezza delle membra, eleganza lineare, attenzione al gesto, morbidezza del modellato.

 

 

Tutankhamon e il problema del tesoro

La tomba di Tutankhamon, scoperta da Howard Carter nel 1922, conserva un complesso funerario quasi intatto, divenuto icona globale dell’Egitto antico. Il suo valore storico-artistico supera la fama della maschera aurea. Letti rituali, carri, cofani, gioielli, statue guardiane, vasi canopi, troni, sandali, armi, tessuti e oggetti personali mostrano il livello tecnico delle officine regali alla fine della XVIII dinastia.

Il corredo di Tutankhamon è anche una testimonianza politica. In esso convivono eredità amarniane e restaurazione tradizionale. La giovane regalità viene ricostruita attraverso l’oro, il blu, le paste vitree, il legno dorato, l’intarsio, il vetro, la pietra dura, l’iconografia funeraria. L’oggetto prezioso lavora come macchina di trasformazione: il corpo fragile del re viene consegnato a una forma splendida, protetta, durevole.

La musealizzazione contemporanea del tesoro, con il trasferimento al Grand Egyptian Museum, modifica ancora una volta la storia dell’oggetto. La tomba, nata per restare chiusa, è oggi al centro di un grande racconto nazionale, turistico, scientifico e diplomatico. Il museo moderno diventa nuovo contesto rituale: ordina, illumina, conserva, interpreta, attrae masse di visitatori, produce identità culturale.

 

 

Età ramesside, Bassa Epoca e arcaismo

L’età ramesside porta la monumentalità a una scala grandiosa. Abu Simbel, Ramesseum, Medinet Habu e i rilievi militari di Ramses II e Ramses III rafforzano l’immagine del faraone come vincitore, costruttore, garante dell’ordine. Il rilievo templare diventa teatro politico. Battaglie, assedi, processioni, liste di popoli, offerte e colossi costruiscono una regalità amplificata.

Nelle fasi successive, con Terzo Periodo Intermedio e Bassa Epoca, l’arte egizia sviluppa forme di arcaismo colto. Modelli dell’Antico e Medio Regno vengono ripresi con precisione, talvolta con raffinatezza estrema. L’arcaismo egizio è strategia di legittimazione. In un contesto di poteri libici, nubiani, saiti, persiani e poi greco-macedoni, il ritorno a forme antiche riafferma continuità, autorità, appartenenza alla tradizione faraonica.

La XXVI dinastia saitica offre sculture di alta qualità, con superfici levigate, volti composti, iscrizioni accurate, attenzione filologica ai modelli antichi. Il passato diventa archivio attivo: la forma antica viene studiata, selezionata, riattivata.

 

 

Egitto tolemaico, romano e ritratti del Fayyum

Con i Tolomei e poi con Roma l’Egitto diventa spazio di stratificazione. I templi di Edfu, Dendera, Kom Ombo e Philae conservano formule faraoniche entro un mondo politico ellenistico e romano. I sovrani greci assumono iconografie egizie, offrono alle divinità secondo schemi tradizionali, si inseriscono in una grammatica visiva più antica del loro dominio. La cultura figurativa egizia mostra qui una straordinaria capacità di assorbimento.

I ritratti del Fayyum e più in generale i ritratti funerari romano-egiziani aprono un capitolo diverso. Dipinti su tavola, spesso a encausto o tempera, applicati alle mummie, mostrano volti individualizzati, sguardi frontali, acconciature e abiti di età romana, insieme a una funzione funeraria egizia. Il corpo mummificato mantiene il legame con la tradizione faraonica; il volto dipinto dialoga con la ritrattistica greco-romana. L’identità appare composita: egizia nel rito, mediterranea nell’immagine, locale nei materiali, imperiale negli abiti e nelle mode.

Le analisi tecniche più recenti sui ritratti di mummia hanno rivelato l’uso di pigmenti, stratificazioni e procedure complesse. L’identificazione del blu egizio mediante luminescenza indotta dalla luce visibile ha mostrato la persistenza e l’adattamento di materiali antichi in contesti romano-egiziani.[7] In questi studi l’arte egizia entra nel laboratorio contemporaneo: imaging multispettrale, fluorescenza, analisi dei leganti, mappature dei pigmenti, indagini non invasive.

 

 

Influenze, scambi, ricezioni

L’arte egizia non nasce in isolamento. Fin dalla fase predinastica, il Nilo è in rapporto con deserto orientale, Nubia, Sinai, Levante, Mediterraneo. Nell’Antico Regno materiali e manodopera specializzata circolano; nel Medio Regno doni, gioielli e oggetti attestano contatti con Byblos, Creta, Kerma; nel Nuovo Regno tributi e bottini portano nel repertorio figurativo animali, vasi, tessuti, metalli, stranieri, carri, armi. L’Egitto guarda all’esterno attraverso una forte capacità di selezione formale. Il motivo straniero entra nell’immagine come segno dell’ordine faraonico.

Anche la ricezione dell’Egitto ha una storia lunga. Roma importa obelischi e culti isiaci; il Rinascimento e il Barocco reinterpretano geroglifici, sfingi, piramidi e figure isiache; l’età napoleonica, con la Description de l’Égypte, produce una nuova Egittomania fondata su rilievo scientifico, appropriazione imperiale e gusto decorativo. Nell’Ottocento musei, scavi, collezionismo e mercato antiquario trasformano l’Egitto in immaginario europeo. Nel Novecento l’Art Déco usa profili egittizzanti, geometrie, lotus, scarabei, oro e nero; il cinema amplifica mummie, tombe, maledizioni, corpi regali. Oggi il Grand Egyptian Museum restituisce all’Egitto una centralità museale globale, dentro un discorso che unisce patrimonio, turismo, diplomazia culturale e sovranità simbolica.

 

 

Stato attuale della ricerca

Lo studio dell’arte egizia ha ampliato il proprio campo. La vecchia sequenza dinastica resta utile, ma oggi viene attraversata da domande più precise: come lavoravano le botteghe; come si organizzavano i cantieri; quali materiali circolavano; quale ruolo avevano donne regali e funzionari; come agivano gli artigiani; come si trasmettevano modelli; come mutavano le immagini nei centri provinciali; come le indagini scientifiche modificano attribuzioni e cronologie.

Alcuni ritrovamenti recenti hanno riaperto questioni decisive. Le nuove ricerche sulla tomba di Meret-Neith ad Abydos, con grandi quantità di giare da vino sigillate e materiali funerari della I dinastia, rafforzano l’attenzione verso il ruolo delle donne nella formazione dello Stato egizio e verso il rapporto tra potere, amministrazione e rituale nella fase protodinastica.[8] La scoperta della tomba di Thutmose II, annunciata nel 2025, offre un nuovo punto di accesso alla XVIII dinastia e alla topografia funeraria del Nuovo Regno.[9] Le indagini su Abydos nel Secondo Periodo Intermedio restituiscono un paesaggio regale meno lineare, composto da centri e dinastie locali.[10]

La ricerca tecnica ha cambiato la lettura delle opere. Radiografie, riflettografie, XRF, Raman, VIL, muografia, fotogrammetria, scansioni 3D e analisi dei residui organici permettono di studiare immagini, tombe, pigmenti, metalli, mummie, architetture e oggetti senza ridurli a superfici da contemplare. L’opera egizia appare oggi come insieme di materia, gesto, rito, amministrazione, tecnologia e memoria.

La sua forza continua a risiedere in questa densità.

 

 

A.R.

 

 

Continua: Arte egizia. Parte I - Dalle immagini predinastiche alla nascita della regalità faraonica.

 

 

Note

[1] John Baines, “On the Status and Purposes of Ancient Egyptian Art”, Cambridge Archaeological Journal, 4, 1, Cambridge, 1994, pp. 67-94.

[2] Diana Craig Patch, Dawn of Egyptian Art, The Metropolitan Museum of Art / Yale University Press, New York-New Haven, 2011.

[3] Sébastien Procureur et al., “Precise characterization of a corridor-shaped structure in Khufu’s Pyramid by observation of cosmic-ray muons”, Nature Communications, 14, London, 2023.

[4] Adela Oppenheim, Dorothea Arnold, Dieter Arnold, Kei Yamamoto, a cura di, Ancient Egypt Transformed: The Middle Kingdom, The Metropolitan Museum of Art / Yale University Press, New York-New Haven, 2015.

[5] Penn Museum, “Penn Museum and Egyptian Archaeologists Unearth a 3,600-Year-Old Tomb from the Lost Abydos Dynasty”, Philadelphia, 2025.

[6] Agnieszka Stupko-Lubczynska, “Masters and apprentices at the Chapel of Hatshepsut: towards an archaeology of ancient Egyptian reliefs”, Antiquity, Cambridge, 2022.

[7] Marie Svoboda, Caroline Cartwright, a cura di, Mummy Portraits of Roman Egypt: Emerging Research from the APPEAR Project, J. Paul Getty Museum, Los Angeles, 2020; si veda anche la sezione Getty sull’identificazione del blu egizio nei ritratti di mummia.

[8] Christiana Köhler, progetto di scavo e riesame della tomba di Meret-Neith, Università di Vienna, Abydos, campagne recenti.

[9] New Kingdom Research Foundation / University of Cambridge, comunicazione sulla tomba di Thutmose II, 2025.

[10] Josef Wegner e Penn Museum, scavi ad Abydos, comunicazione 2025 sulla tomba reale della dinastia di Abydos.

 

 

 

Bibliografia ragionata

 

Sébastien Procureur et al., “Precise characterization of a corridor-shaped structure in Khufu’s Pyramid by observation of cosmic-ray muons”, Nature Communications, London, 2023.
Riferimento per indagini non invasive sulla piramide di Khufu e applicazione della muografia all’archeologia monumentale.

 

Agnieszka Stupko-Lubczynska, “Masters and apprentices at the Chapel of Hatshepsut: towards an archaeology of ancient Egyptian reliefs”, Antiquity, Cambridge, 2022.
Studio sulla produzione dei rilievi, utile per spostare l’analisi dalla superficie finita al processo di lavoro.

 

Marie Svoboda, Caroline Cartwright, a cura di, Mummy Portraits of Roman Egypt: Emerging Research from the APPEAR Project, J. Paul Getty Museum, Los Angeles, 2020.
Riferimento per ritratti del Fayyum, analisi tecnica, pigmenti, supporti, imaging, conservazione.

 

Barry J. Kemp, Ancient Egypt: Anatomy of a Civilization, Routledge, London-New York, edizione aggiornata 2018.
Base per leggere l’Egitto come civiltà materiale, amministrativa, urbana e sociale.

 

Adela Oppenheim, Dorothea Arnold, Dieter Arnold, Kei Yamamoto, a cura di, Ancient Egypt Transformed: The Middle Kingdom, The Metropolitan Museum of Art / Yale University Press, New York-New Haven, 2015.
Volume di riferimento per Medio Regno, scultura, rilievo, gioielli, steli, sarcofagi, innovazioni formali.

 

Christina Riggs, Ancient Egyptian Art and Architecture: A Very Short Introduction, Oxford University Press, Oxford, 2014.
Sintesi adatta a controllare taglio divulgativo e problemi metodologici.

 

Christina Riggs, Unwrapping Ancient Egypt, Bloomsbury, London-New York, 2014.
Studio utile per ricezione moderna, corpo mummificato, sguardo occidentale, cultura espositiva.

 

Barry J. Kemp, The City of Akhenaten and Nefertiti: Amarna and Its People, Thames & Hudson, London, 2012.
Riferimento per Amarna come città, corte, comunità, progetto religioso e spazio urbano.

 

Arielle P. Kozloff, Amenhotep III: Egypt’s Radiant Pharaoh, Cambridge University Press, Cambridge, 2012.
Studio su Amenhotep III, corte, monumentalità, regalità solare e cultura del tardo XVIII secolo.

 

Diana Craig Patch, Dawn of Egyptian Art, The Metropolitan Museum of Art / Yale University Press, New York-New Haven, 2011.
Catalogo per Predinastico e Protodinastico, con attenzione a forme e iconografie fondative.

 

Gay Robins, The Art of Ancient Egypt, Harvard University Press, Cambridge, Mass., 1997; edizione rivista 2008.
Manuale storico-artistico ampio, per canone, genere, società, tecniche e funzioni dell’immagine.

 

Kathlyn M. Cooney, The Cost of Death: The Social and Economic Value of Ancient Egyptian Funerary Art in the Ramesside Period, Nederlands Instituut voor het Nabije Oosten, Leiden, 2007.
Per economia funeraria, valore sociale degli oggetti, produzione e consumo nel periodo ramesside.

 

Salima Ikram, Death and Burial in Ancient Egypt, Longman, London-New York, 2003.
Introduzione a morte, mummificazione, corredi, tombe, rituali funerari.

 

Richard H. Wilkinson, The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt, Thames & Hudson, London, 2003.
Repertorio per divinità, attributi, iconografia religiosa, culti locali e nazionali.

 

Jan Assmann, The Search for God in Ancient Egypt, Cornell University Press, Ithaca-London, 2001.
Studio per religione egizia, teologia, cosmologia e rapporto fra immagine e presenza divina.

 

Richard H. Wilkinson, The Complete Temples of Ancient Egypt, Thames & Hudson, London, 2000.
Per templi, architettura sacra, programmi rituali e geografia monumentale.

 

Rita E. Freed, Yvonne J. Markowitz, Sue H. D’Auria, a cura di, Pharaohs of the Sun: Akhenaten, Nefertiti, Tutankhamen, Museum of Fine Arts / Bulfinch Press, Boston-New York, 1999.
Catalogo per Amarna, culto dell’Aton, scultura di corte e transizione verso Tutankhamon.

 

John Baines, “On the Status and Purposes of Ancient Egyptian Art”, Cambridge Archaeological Journal, Cambridge, 1994.
Saggio metodologico per comprendere lo statuto dell’immagine egizia fuori dalle categorie moderne dell’opera autonoma.

 

Dieter Arnold, Building in Egypt: Pharaonic Stone Masonry, Oxford University Press, New York-Oxford, 1991.
Opera su tecnica costruttiva, lavorazione della pietra, cantieri e architettura monumentale.

 

Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, Thames & Hudson, London, 1990.
Sul corredo, la tomba, la scoperta e l’apparato funerario del giovane faraone.

 

Erik Hornung, Conceptions of God in Ancient Egypt: The One and the Many, Cornell University Press, Ithaca-London, 1982.
Classico per comprendere pluralità divina, forme del sacro e logica delle immagini teologiche.