Anfiteatri, teatri e circhi

 

Spettacolo, potere, folla, architettura pubblica e cultura visiva della città romana

 

 

 

 

Anfiteatri, teatri e circhi sono tra le architetture più rappresentative della civiltà romana. Essi organizzano il rapporto tra città e folla, potere e consenso, corpo e visione, rito e intrattenimento. In nessun altro edificio pubblico, con la parziale eccezione delle terme, la società romana appare con tale evidenza fisica: decine di migliaia di persone sedute secondo gerarchie, ingressi regolati, percorsi separati, spettacoli offerti da magistrati, imperatori o notabili, immagini del potere, suoni, colori, animali, attori, aurighi, gladiatori, musicisti, venditori, sacerdoti, giudici di gara, tifosi e funzionari.

Le tre tipologie hanno funzioni diverse. Il teatro deriva dal mondo greco, ma a Roma diventa edificio autonomo, sostenuto da strutture murarie e inserito nella città come monumento di spettacolo, rappresentanza e memoria politica. L’anfiteatro è una creazione italico-romana, costruita attorno a un’arena centrale, destinata a gladiatori, cacce, esecuzioni, combattimenti, esercizi scenici e spettacoli di massa. Il circo, legato a corse di carri, ludi e antichissime ritualità civiche, è il più grande contenitore della folla romana.

Questi edifici non sono semplici luoghi di svago. Sono dispositivi politici. Chi offre giochi, costruisce teatri, restaura anfiteatri o finanzia circhi produce consenso. La folla vi riceve pane visivo, emozione, violenza, competizione, identità di parte, memoria imperiale. L’edificio dello spettacolo è una macchina urbana che trasforma il pubblico in corpo collettivo.

 

I ludi e la città romana

I giochi romani, ludi, appartengono alla vita religiosa e civica prima ancora che all’intrattenimento. Le feste pubbliche prevedevano processioni, sacrifici, competizioni, rappresentazioni teatrali, corse, giochi gladiatori e distribuzioni. Il calendario romano era scandito da occasioni rituali in cui la comunità si radunava attorno a edifici e spazi dello spettacolo.

I ludi scaenici riguardavano rappresentazioni teatrali, mimi, pantomimi, commedie, tragedie, farse, musica e danza. I ludi circenses comprendevano corse di carri, processioni, gare equestri e spettacoli connessi al circo. I munera gladiatori, nati in rapporto ai riti funerari aristocratici, divennero progressivamente spettacoli pubblici, sempre più integrati nella politica della città e dell’impero.

La trasformazione dei giochi in grandi eventi di massa fu graduale. In età repubblicana, il magistrato che organizzava giochi conquistava visibilità e favore popolare. In età imperiale, il principe divenne il grande donatore di spettacoli. La generosità spettacolare era parte della sua legittimità. Offrire giochi significava nutrire l’immaginazione della città.

Gli edifici dello spettacolo resero stabile questa pratica. Un teatro, un anfiteatro, un circo o un odeon fissavano nella pietra la capacità della città di radunare i propri abitanti. Più l’edificio era grande, meglio esprimeva la potenza della comunità e del suo benefattore.

 

Spettacolo e gerarchia sociale

La folla romana era ordinata. Gli edifici dello spettacolo non ospitavano un pubblico indistinto. Le gradinate erano divise secondo rango, sesso, status giuridico, carica, cittadinanza, appartenenza militare e condizioni locali. Senatori, cavalieri, magistrati, sacerdoti, donne, plebe, liberti, schiavi e stranieri avevano posti differenziati.

Le leggi augustee sulla disposizione degli spettatori nei teatri e negli anfiteatri rafforzarono questa gerarchia. Il pubblico vedeva lo spettacolo e vedeva sé stesso organizzato. L’ordine sociale diventava architettura. La cavea, suddivisa in settori, corridoi, scale, vomitoria e recinti, faceva della folla una rappresentazione della città.

Questo sistema valeva anche in provincia. Le élites locali occupavano posti privilegiati, spesso segnalati da iscrizioni sui sedili. I collegia, i magistrati municipali, i sacerdoti del culto imperiale e i benefattori potevano essere riconosciuti nella disposizione dello spazio. Il luogo dello spettacolo diventava mappa sociale.

La visibilità era reciproca. Il pubblico guardava l’arena o la scena; il potere guardava il pubblico; il pubblico guardava il potere. In questa reciprocità si costruiva una parte essenziale della politica romana.

 

Il teatro romano: origine e adattamento

Il teatro romano deriva dal teatro greco, ma se ne distingue per soluzioni architettoniche e funzioni urbane. Il teatro greco nasce spesso appoggiato a un pendio naturale, con orchestra ampia e rapporto forte con il santuario. Il teatro romano sviluppa progressivamente una struttura autonoma, sostenuta da arcate, corridoi, volte e murature, capace di essere costruita anche in pianura e inserita nel tessuto urbano.

La cavea romana è organizzata in settori, con accessi laterali e interni. L’orchestra, ridotta rispetto al modello greco, diventa spesso spazio riservato a personaggi di rango. La scena assume grande importanza: il pulpitum accoglie l’azione; la scaenae frons, riccamente decorata con colonne, nicchie, statue e marmi, diventa fondale monumentale. Il teatro romano è un edificio chiuso e controllato, in cui cavea e scena si saldano.

Per lungo tempo Roma evitò teatri stabili in muratura. La diffidenza verso strutture permanenti dedicate allo spettacolo rifletteva preoccupazioni morali e politiche. I teatri temporanei in legno, talvolta molto ricchi, venivano montati e smontati per i giochi. La svolta avvenne con il Teatro di Pompeo, inaugurato nel 55 a.C., primo grande teatro stabile in pietra della città.

Il teatro romano divenne poi edificio normale nelle città dell’impero. Possederne uno significava partecipare alla cultura urbana romana. Anche centri minori costruirono teatri proporzionati alla propria scala, spesso adattati a pendii, fori, santuari o quartieri pubblici.

 

Il Teatro di Pompeo

Il Teatro di Pompeo fu uno dei grandi gesti architettonici della tarda Repubblica. Costruito nel Campo Marzio e inaugurato nel 55 a.C., univa teatro, portici, giardini, spazi di riunione e tempio di Venere Vincitrice sulla sommità della cavea. La presenza del tempio permetteva di presentare la cavea come scalinata monumentale di un santuario, superando resistenze morali verso il teatro stabile.

Pompeo usò l’edificio come strumento di autorappresentazione. Il teatro celebrava vittorie, ricchezza, cultura ellenistica e potere personale. La sua collocazione nel Campo Marzio, area di grande trasformazione monumentale, contribuì a spostare il baricentro della Roma tardo-repubblicana verso nuovi spazi pubblici.

Il complesso includeva la Curia di Pompeo, dove Cesare venne assassinato nel 44 a.C. Questo dato aggiunge al monumento un peso politico enorme. Il teatro non fu soltanto luogo di spettacolo; divenne parte della memoria della crisi repubblicana.

La forma del Teatro di Pompeo influenzò gli edifici successivi. Portici annessi, giardini, templi e spazi civili mostrano come il teatro potesse diventare complesso urbano, non semplice cavea.

 

Teatro di Marcello e teatro di Balbo

Il Teatro di Marcello, promosso da Cesare e completato da Augusto, è il principale teatro romano conservato a Roma. Dedicato alla memoria di Marco Claudio Marcello, nipote e genero di Augusto morto prematuramente, l’edificio unisce funzione spettacolare e memoria dinastica. La sua posizione presso il Circo Flaminio e il Tevere lo inseriva in un’area densa di portici, templi e monumenti.

La facciata esterna, con arcate sovrapposte e ordini architettonici, anticipa soluzioni che avranno grande fortuna nell’edilizia dello spettacolo, fino al Colosseo. Il teatro esprime una architettura strutturale e decorativa insieme: archi e volte sorreggono la cavea; gli ordini danno misura e prestigio alla superficie esterna.

Il Teatro di Balbo, costruito nel 13 a.C. da Lucio Cornelio Balbo con il bottino delle guerre africane, era il terzo grande teatro stabile di Roma. Più piccolo, ma ricco, comprendeva una crypta o portico retrostante. L’area della Crypta Balbi conserva oggi una delle più importanti stratificazioni archeologiche di Roma, dall’antico all’alto medioevo.

Questi teatri mostrano come Augusto e il suo ambiente usarono l’edilizia spettacolare per ordinare la città e legare monumenti, famiglie, memoria e consenso. Il teatro diventa parte della politica dinastica.

 

La scaenae frons e il teatro come immagine

La scaenae frons è il grande fondale architettonico del teatro romano. Colonne, nicchie, edicole, statue, porte, marmi colorati, rilievi e ordini sovrapposti costruivano una facciata interna di forte impatto. Essa rappresentava spesso un palazzo ideale, adatto a commedie, tragedie, pantomime e cerimonie.

Il pubblico vedeva una architettura dentro l’architettura. La scena non era sfondo neutro: era immagine di città, palazzo, ordine, ricchezza. Nei teatri provinciali, la scaenae frons poteva ospitare statue imperiali, divinità, benefattori, personificazioni e membri dell’élite locale. Il teatro diventava galleria onoraria.

Il teatro di Orange, in Gallia Narbonense, conserva una delle facciate sceniche più straordinarie del mondo romano. La parete di scena, lunga e alta, mostra quanto il teatro romano fosse edificio chiuso, acustico e monumentale. La cavea e la scena formavano un interno urbano a cielo aperto.

Questa concezione distingue il teatro romano da una semplice gradinata. Il vero protagonista architettonico è il rapporto tra pubblico e fondale. La città romana si rappresenta davanti alla folla attraverso una scena di pietra.

 

Attori, mimo, pantomimo

Gli spettacoli teatrali romani comprendevano generi diversi. Le commedie di Plauto e Terenzio appartengono alla fase repubblicana e rielaborano modelli greci. In età imperiale ebbero grande successo il mimo e il pantomimo, forme più flessibili, musicali, danzate, spesso legate a gestualità, maschere, corpo e spettacolo visivo.

L’attore occupava una posizione ambigua. Poteva essere ammirato, ricco e famoso, ma socialmente segnato da infamia. La cultura romana apprezzava lo spettacolo e al tempo stesso guardava con sospetto chi ne faceva professione. Questa ambivalenza accompagna molte forme del teatro romano.

Il pantomimo, con un danzatore capace di interpretare più ruoli attraverso gesto, musica e maschera, divenne uno dei generi più amati. Richiedeva un pubblico capace di riconoscere miti, emozioni, personaggi e movimenti. Il teatro romano imperiale era meno centrato sul testo letterario di quanto la tradizione scolastica lasci immaginare.

Il teatro era quindi luogo di parola e di corpo, di letteratura e di spettacolo, di cultura greca e di consumo popolare. La sua architettura rispondeva a questa complessità.

 

Odeon e teatri minori

Accanto ai grandi teatri esistevano odea, teatri coperti o di dimensioni minori, destinati a musica, declamazioni, poesia, riunioni e spettacoli più raccolti. L’odeon di Pompei, quello di Atene ricostruito da Erode Attico, gli edifici di città greco-romane d’Oriente e molti esempi provinciali mostrano una tipologia complementare al grande teatro.

L’odeon richiedeva qualità acustiche e protezione. La copertura, quando presente, modificava il rapporto con il suono e con la luce. L’atmosfera era più controllata rispetto al grande teatro all’aperto. Gli spettacoli musicali e retorici trovavano qui una sede adatta.

In molte città, teatro e odeon convivevano. Questo indica una vita culturale articolata: spettacoli popolari, gare musicali, assemblee, recitazioni, riunioni civiche. L’edificio piccolo non è meno significativo del monumento grande; rivela forme diverse di fruizione.

Il sistema degli spettacoli romani era quindi graduato. Non tutto avveniva nel Colosseo o nel Circo Massimo. Esistevano spazi intermedi, adatti a pubblici, generi e funzioni diverse.

 

L’anfiteatro: origine italica e forma dell’arena

L’anfiteatro è una delle invenzioni più caratteristiche del mondo romano. Il nome indica un “doppio teatro”, ma la funzione è diversa da quella teatrale. L’edificio si organizza attorno a un’arena ellittica o ovale, circondata da gradinate continue. Il pubblico guarda verso il centro da ogni lato. Lo spazio scenico non è una facciata, ma un campo di azione.

L’origine dell’anfiteatro è legata all’Italia centro-meridionale e campana. Gli spettacoli gladiatori, nati in ambito funerario aristocratico, trovarono nel foro e in spazi provvisori le prime sedi. La stabilizzazione in edifici specifici avvenne progressivamente. L’anfiteatro di Pompei, databile attorno al 70 a.C., è uno dei più antichi conservati in muratura.

La forma dell’anfiteatro risponde alla natura del combattimento. Gli spettatori devono vedere un’azione che può muoversi in ogni direzione. L’arena centrale, coperta di sabbia, assorbe il sangue e consente rapida pulizia. Il podio separa il pubblico dalla violenza; le gradinate organizzano la folla; gli accessi permettono entrata e uscita di uomini, animali, macchine e cadaveri.

L’anfiteatro è edificio della visione totale. Ogni punto guarda verso il centro; ogni gesto del gladiatore o della belva è esposto a migliaia di occhi.

 

Gladiatori e munera

I giochi gladiatori, munera, nacquero come offerte funebri. Combattimenti tra uomini armati accompagnavano la memoria di defunti aristocratici. In età repubblicana, questi spettacoli acquisirono sempre maggiore visibilità politica. Offrire gladiatori significava mostrare ricchezza, coraggio, generosità e capacità di mobilitare emozione popolare.

In età imperiale, i munera divennero parte del sistema spettacolare pubblico. I gladiatori erano addestrati in scuole, ludi, organizzati per categorie, armature e stili di combattimento: murmillo, retiarius, secutor, thraex, hoplomachus, provocator e altri. Il pubblico riconosceva tipi, armi, tecniche e gerarchie.

La violenza dell’arena seguiva regole. Il combattimento era spettacolo disciplinato, con editori, arbitri, segnali, musica, pause, decisioni sul destino del vinto e partecipazione della folla. La morte era possibile e desiderata come culmine emotivo, ma non ogni combattimento terminava necessariamente con l’uccisione. I gladiatori erano investimenti costosi.

Il gladiatore occupava una posizione ambigua. Era socialmente infame, spesso schiavo, condannato o volontario di basso rango, ma poteva diventare celebre, ammirato, erotizzato, ricordato da graffiti e immagini. L’arena trasformava l’infamia in fama temporanea.

 

Venationes, animali e dominio del mondo

Le venationes, cacce con animali, erano tra gli spettacoli più impressionanti dell’anfiteatro. Le belve provenivano da Africa, Asia, Europa e regioni lontane dell’impero: leoni, leopardi, orsi, tori, cinghiali, elefanti, struzzi, pantere, cervi, antilopi, ippopotami e altri animali. La varietà del mondo conquistato entrava nell’arena.

Questi spettacoli erano costosi e logisticamente complessi. Richiedevano cattura, trasporto, custodia, addestramento, scenografie, cacciatori specializzati e macchine. Le venationes erano quindi dimostrazione di potere imperiale. L’imperatore poteva mostrare la propria capacità di far arrivare a Roma animali da ogni regione.

Il significato simbolico è chiaro. La natura selvaggia, l’esotico e il pericolo vengono portati al centro della città e dominati davanti al pubblico. L’arena diventa immagine dell’impero come controllo del mondo. La caccia spettacolare non è semplice intrattenimento; è geografia del potere.

I mosaici africani e tardoantichi conservano molti riflessi di questa cultura venatoria. Le immagini di caccia, cattura e trasporto di animali, come nella Villa del Casale, dialogano con il mondo dell’anfiteatro e con la ricchezza delle élites provinciali.

 

Esecuzioni e spettacolo della pena

L’anfiteatro poteva ospitare anche esecuzioni pubbliche. Condannati, schiavi ribelli, criminali e prigionieri potevano essere uccisi da belve, bruciati, crocifissi, messi in scena in supplizi mitologici o costretti a combattimenti senza speranza. La giustizia penale diventava spettacolo.

Questa dimensione è essenziale per comprendere la durezza della cultura romana. L’arena non era soltanto luogo di abilità gladiatoria. Era spazio in cui lo Stato mostrava la propria capacità di punire. Il pubblico assisteva al destino di chi era escluso dall’ordine civico.

Le esecuzioni sceniche potevano trasformare miti in realtà sanguinose: Dirce, Orfeo, Prometeo, Ercole e altri soggetti potevano essere rievocati attraverso corpi veri. La cultura letteraria e mitologica veniva piegata a spettacolo di pena. Questo aspetto mostra il lato crudele della teatralità romana.

Il cristianesimo antico ricorderà l’arena come luogo di martirio. Questa memoria, pur costruita attraverso testi con finalità religiose, indica il peso simbolico dell’anfiteatro come spazio della morte pubblica.

 

Il Colosseo

L’Anfiteatro Flavio, poi detto Colosseo, è il più grande e celebre anfiteatro romano. Vespasiano lo avviò nell’area occupata in precedenza dal lago della Domus Aurea neroniana; Tito lo inaugurò nell’80 d.C.; Domiziano completò gli ipogei e altre strutture. La scelta del luogo fu politica: restituire al popolo uno spazio che Nerone aveva incorporato nella propria residenza.

Il Colosseo unisce ingegneria, propaganda e spettacolo. La facciata con arcate sovrapposte e ordini architettonici, il sistema di scale e corridoi, i vomitoria, la cavea gerarchizzata, l’arena, gli ipogei, gli ascensori, le botole, i montacarichi, il velarium e i servizi per la folla compongono una macchina complessa. L’edificio era esso stesso spettacolo prima dello spettacolo.

Gli ipogei permettevano apparizioni improvvise di animali, scenografie e combattenti. L’arena diventava superficie mutevole. Il pubblico vedeva emergere dal suolo elementi che producevano sorpresa e meraviglia. La tecnica serviva all’emozione.

Il Colosseo celebra anche la dinastia flavia. Dopo la crisi del 68-69, Vespasiano e Tito costruirono consenso attraverso un monumento popolare, finanziato anche con il bottino della guerra giudaica. L’arena centrale di Roma nacque da una politica di restituzione, vittoria e controllo della folla.

 

Anfiteatri in Italia e nelle province

L’anfiteatro si diffuse in Italia e nelle province, con forme e scale diverse. Pompei, Capua, Verona, Pola, Nîmes, Arles, Mérida, El Jem, Italica, Tarragona, Londinium, Caerleon e molti altri centri mostrarono l’adattamento della tipologia a contesti locali. Possedere un anfiteatro significava partecipare alla cultura romana dello spettacolo e della violenza regolata.

L’anfiteatro di Verona conserva ancora una straordinaria monumentalità urbana. Quello di Pola, in Istria, testimonia l’inserimento dell’Adriatico settentrionale nella grande architettura dello spettacolo. El Jem, in Africa, mostra la ricchezza delle città africane e la capacità provinciale di costruire edifici colossali. L’anfiteatro di Caerleon, presso una fortezza legionaria, indica il rapporto tra esercito e spettacolo.

Gli anfiteatri provinciali non sono copie passive del Colosseo. Ogni edificio risponde a risorse, materiali, topografia, pubblico, rango della città e tradizioni locali. Alcuni sfruttano pendii; altri sono interamente costruiti con volte; altri hanno dimensioni modeste; altri assumono monumentalità imperiale.

La diffusione degli anfiteatri è una delle prove più forti della romanizzazione culturale. Dove arriva l’arena, arriva una forma specifica di pubblico, tempo libero, violenza e rappresentazione del potere.

 

Il circo romano

Il circo è l’edificio delle corse. La sua forma allungata, con due lati lunghi, una testata curva, una testata con carceres di partenza e una spina centrale, risponde alle esigenze della gara dei carri. Le quadrighe e le bighe correvano attorno alla spina, compiendo giri segnati da contatori, metae, obelischi, statue, altari e decorazioni.

Il Circo Massimo è il prototipo e il più grande edificio di spettacolo romano. Situato nella valle tra Palatino e Aventino, legato a tradizioni arcaiche e ai giochi più antichi della città, divenne nel tempo un impianto monumentale capace di accogliere una folla immensa. Era il luogo in cui Roma si radunava come corpo urbano.

La corsa dei carri generava una passione fortissima. Le fazioni — Rossi, Bianchi, Verdi, Azzurri — dividevano il pubblico e alimentavano tifo, scommesse, identità di parte, rivalità e miti degli aurighi. L’auriga vittorioso poteva diventare celebrità enorme, ricco e amato. Il cavallo stesso poteva ricevere fama.

Il circo aveva una dimensione rituale e politica. La pompa circensis, processione inaugurale, portava immagini divine, magistrati, sacerdoti, musicisti, carri e simboli nel percorso verso il luogo dei giochi. La gara era spettacolo, ma affondava in un contesto sacro e civico.

 

Il Circo Massimo

Il Circo Massimo fu il più grande spazio spettacolare di Roma. La valle Murcia, tra Palatino e Aventino, era legata a miti e feste arcaiche, tra cui Consualia e racconti sul ratto delle Sabine. In età monarchica e repubblicana ospitò gradinate provvisorie e strutture crescenti; in età imperiale raggiunse dimensioni colossali.

La posizione del circo è fondamentale. Da un lato il Palatino, sede delle residenze imperiali; dall’altro l’Aventino; al centro una valle capace di accogliere la folla. L’imperatore poteva assistere dai palazzi o da logge collegate al complesso. Il pubblico vedeva la corsa e vedeva il potere sul colle.

La spina del Circo Massimo era ricca di monumenti: obelischi, statue, altari, metae, contatori dei giri, immagini sacre. Augusto vi collocò l’obelisco egizio di Ramses II, poi trasferito in età moderna a Piazza del Popolo; Costanzo II aggiunse un altro obelisco, oggi in Piazza San Giovanni in Laterano. Il circo diventava anche galleria del dominio su Egitto e Oriente.

Il Circo Massimo sopravvisse a lungo come spazio aperto e memoria urbana. Le sue strutture furono spogliate, interrate e trasformate, ma la forma della valle conserva ancora oggi l’impronta dell’edificio. È uno dei casi in cui la topografia mantiene la memoria anche dopo la perdita delle architetture.

 

Carceres, spina, metae

La struttura del circo rispondeva alla logica della corsa. I carceres, stalli di partenza disposti a ventaglio, garantivano partenze il più possibile equilibrate. Il segnale liberava i carri nello stesso momento. La curva iniziale era uno dei punti più pericolosi.

La spina divideva il percorso. Lungo la spina si collocavano monumenti, statue, obelischi, altari, vasche, edicole e dispositivi per contare i giri, come delfini o uova. Le due metae, ai lati della spina, erano i punti di svolta. Qui si concentrava il rischio: un urto, una ruota spezzata, un cavallo caduto potevano causare il naufragium, incidente spettacolare e spesso mortale.

L’architettura del circo costruiva suspense. La lunghezza del percorso, la ripetizione dei giri, le svolte, i sorpassi, la folla schierata per fazioni, i colori dei carri e la velocità producevano un’emozione diversa da quella dell’anfiteatro. Nel circo domina la durata ritmica della gara.

La spina, con i suoi monumenti, trasformava la corsa in percorso sacro e politico. Gli aurighi non giravano attorno a un semplice divisorio. Giravano attorno alla memoria visiva della città e dell’impero.

 

Fazioni e tifo

Le fazioni del circo furono una delle grandi passioni del mondo romano. Rossi, Bianchi, Verdi e Azzurri avevano sostenitori, scuderie, cavalli, aurighi, organizzazioni, patroni e rivalità. Il tifo poteva diventare identità collettiva. In età tardoantica e bizantina, soprattutto a Costantinopoli, le fazioni assunsero anche peso sociale e politico.

A Roma, il pubblico seguiva gli aurighi con entusiasmo. Alcuni accumularono ricchezze straordinarie e fama enorme. Le iscrizioni e i monumenti funerari degli aurighi mostrano carriere, vittorie, scuderie, cavalli celebri e orgoglio professionale. Il mondo del circo aveva una propria memoria.

Le scommesse, le rivalità e le emozioni della corsa coinvolgevano gruppi sociali diversi. Il circo era forse il luogo di spettacolo più popolare, perché il suo pubblico poteva essere vastissimo e la gara facilmente comprensibile: velocità, rischio, colore, vittoria.

La fazione produceva appartenenza. In una città complessa come Roma, tifare per un colore significava partecipare a una comunità emotiva trasversale. Il circo trasformava il pubblico in parte.

 

 

Circhi provinciali

Il circo si diffuse meno dell’anfiteatro, perché richiedeva spazi enormi e costi elevati. Molte città non potevano permettersi un impianto completo. Dove esisteva, il circo indicava grande rango urbano o forte presenza imperiale. Mérida, Tarragona, Cartagine, Antiochia, Costantinopoli, Milano, Aquileia forse in forme discusse, Sirmio, Salonicco e altre città possedevano spazi per corse o ippodromi.

In Oriente, l’ippodromo ebbe enorme importanza. Costantinopoli fece dell’ippodromo il cuore politico della città, accanto al palazzo imperiale e a Santa Sofia. Qui la tradizione romana del circo si trasformò in uno dei principali strumenti della politica bizantina. L’imperatore si mostrava alla folla; le fazioni rispondevano; la città parlava attraverso il tifo.

I circhi provinciali adattavano la forma a paesaggi e dimensioni diverse. Alcuni sono noti da resti limitati, altri da fotografie aeree, rilievi, iscrizioni o fonti. La loro identificazione richiede cautela, perché strutture allungate possono essere interpretate in modi diversi.

Il circo provinciale segnala comunque una cosa precisa: la passione per le corse fu uno degli elementi più duraturi della cultura romana, sopravvissuto ben oltre la fine dell’anfiteatro gladiatorio.

 

Naumachie e spettacoli d’acqua

Le naumachie, combattimenti navali simulati, appartengono alla dimensione più grandiosa e rara dello spettacolo romano. Cesare, Augusto, Claudio, Nerone, Tito e Domiziano sono collegati dalle fonti a spettacoli d’acqua, organizzati in bacini artificiali, laghi, strutture temporanee o forse, in casi particolari, edifici adattati.

La naumachia richiedeva uno sforzo enorme: bacini, acqua, navi, combattenti, scenografie, pubblico, sicurezza. Era spettacolo di eccezione, adatto a celebrazioni imperiali e a dimostrazioni di potere. Simulare una guerra navale nel cuore di Roma significava dominare anche l’elemento acqua.

L’idea che il Colosseo abbia ospitato vere naumachie complesse dopo la costruzione degli ipogei è problematica. Le fonti sugli spettacoli inaugurali di Tito sono discusse; le trasformazioni successive dell’arena rendono difficile immaginare grandi battaglie navali stabili. La prudenza è necessaria.

Gli spettacoli d’acqua mostrano però un aspetto decisivo della cultura romana: il desiderio di creare mondi artificiali. Arena, teatro, circo e naumachia sono macchine per rendere visibile il controllo su guerra, natura, mare, animali e mito.

 

Architettura della folla: ingressi, vomitoria, percorsi

Gli edifici dello spettacolo sono capolavori di gestione della folla. Scale, corridoi, vomitoria, anelli di distribuzione, ingressi numerati, settori e passaggi permettevano di riempire e svuotare cavee enormi. La tecnica costruttiva romana, con archi, volte e calcestruzzo, rese possibile questa organizzazione.

Il Colosseo è il caso più noto. Gli spettatori entravano attraverso arcate numerate, raggiungevano corridoi anulari, salivano scale e uscivano nei settori assegnati. L’edificio funzionava come una macchina di circolazione verticale e orizzontale. La folla era fluida perché l’architettura la governava.

Nei teatri, le parodoi o aditi laterali, gli ambulacri e i vomitoria distribuivano gli spettatori nella cavea. Nei circhi, la scala era ancora più ampia: bisognava gestire centinaia di migliaia di persone, carri, cavalli, processioni, ingressi cerimoniali e uscite. L’architettura dello spettacolo è quindi anche ingegneria sociale.

Questa capacità organizzativa è una delle grandi invenzioni romane. La città poteva radunarsi senza dissolversi nel caos. Lo spettacolo di massa presupponeva ordine materiale.

 

Velarium, ombra, comfort

Il comfort del pubblico era parte del progetto. Il velarium, grande sistema di tende, proteggeva dal sole alcuni edifici, in particolare il Colosseo e forse altri anfiteatri e teatri. La gestione richiedeva pali, corde, ancoraggi, squadre specializzate e conoscenze tecniche, spesso affidate a marinai.

L’ombra era un bene prezioso. Gli spettacoli potevano durare ore o giorni. Il pubblico aveva bisogno di sedili, accessi, acqua, punti di distribuzione, latrine, corridoi, protezione e visibilità. L’edificio spettacolare era anche infrastruttura del corpo.

La qualità dei posti variava secondo rango. I settori inferiori erano più comodi, vicini all’azione e riservati ai ceti alti. I posti superiori, spesso in legno o più lontani, ospitavano la massa popolare, donne e gruppi inferiori secondo norme variabili. La comodità confermava la gerarchia.

Anche in questo, lo spettacolo romano era politico. Il piacere era distribuito secondo ordine sociale.

 

Spettacolo e imperatore

L’imperatore era il grande regista dello spettacolo. Attraverso giochi, cacce, corse, gladiatori, distribuzioni, edifici e restauri, egli si mostrava generoso e potente. La folla poteva acclamarlo, chiedere favori, manifestare consenso o malcontento. Il luogo dello spettacolo era uno dei pochi spazi in cui il popolo urbano aveva presenza collettiva davanti al principe.

Il rapporto era delicato. Un imperatore amato offriva giochi splendidi; un imperatore avaro o distante poteva essere criticato. Nerone, Caligola, Tito, Domiziano, Traiano, Commodo e altri sovrani sono ricordati anche per il rapporto con gli spettacoli. Commodo arrivò a esibirsi come gladiatore, superando un limite simbolico che molti Romani giudicarono scandaloso.

Il princeps sedeva in posizione visibile. La sua presenza regolava l’evento. Nell’anfiteatro decideva talvolta il destino del vinto; nel circo assisteva alle corse; nei teatri partecipava a cerimonie. La sua immagine pubblica si costruiva anche attraverso il modo di stare davanti alla folla.

Gli edifici dello spettacolo sono quindi parte della storia del potere imperiale. Essi rendono fisico il rapporto tra sovrano e città.

 

Spettacolo, violenza e morale

La cultura romana amò gli spettacoli e al tempo stesso produsse critiche. Autori come Seneca, Cicerone, Plinio, Marziale, Giovenale, Tertulliano e Agostino offrono giudizi diversi su teatro, anfiteatro, circo e folla. Alcuni testi esaltano la magnificenza; altri denunciano crudeltà, perdita di controllo, immoralità, passione delle fazioni o degenerazione del pubblico.

L’anfiteatro fu il bersaglio principale della critica cristiana. La violenza, il sangue, l’idolatria, la nudità, l’eccitazione collettiva e il legame con culti pagani rendevano i giochi incompatibili con la nuova morale cristiana. Tertulliano, nel De spectaculis, costruì una delle più forti condanne dello spettacolo pagano.

Anche il teatro suscitò diffidenza per gestualità, travestimenti, sensualità, satira e attori. Il circo, con la passione delle fazioni, venne criticato per l’eccesso emotivo. Le critiche mostrano quanto questi edifici fossero centrali. Si condanna ciò che esercita potere.

La fine dei giochi gladiatori e la trasformazione degli spettacoli furono processi lunghi. Le corse dei carri sopravvissero più a lungo e dominarono la cultura bizantina. Il teatro classico declinò, ma forme sceniche, mimi e spettacoli popolari continuarono. La fine dell’antichità non chiuse di colpo la cultura dello spettacolo.

 

Cristiani, martiri e arena

La memoria cristiana dell’arena è fortissima. Martiri esposti alle belve, condannati nell’anfiteatro, uccisi davanti alla folla, trasformano il luogo dello spettacolo in teatro della testimonianza. Le passiones martiriali usano l’arena come spazio di contrasto tra potere pagano e fede cristiana.

La realtà storica dei martiri nell’anfiteatro varia secondo luoghi, date e fonti. Alcuni casi sono ben attestati; altri sono modellati da tradizione agiografica. Il tema resta decisivo per la memoria cristiana. L’arena, luogo della morte pubblica, diventa luogo di vittoria spirituale.

In alcune città, anfiteatri e arene furono poi cristianizzati attraverso cappelle, memorie, dedicazioni, usi funerari o leggende. Il Colosseo, soprattutto in età moderna, venne associato alla memoria dei martiri, benché la documentazione storica specifica sia complessa. La forza simbolica superò spesso la precisione storica.

La trasformazione cristiana dello spettacolo è una delle grandi metamorfosi della tarda antichità. Il luogo della folla pagana diventa monumento della memoria religiosa.

 

Anfiteatri militari

Gli anfiteatri non appartenevano soltanto alle città civili. Alcune fortezze legionarie possedevano anfiteatri destinati a esercitazioni, spettacoli, addestramento e svago dei soldati. Caerleon, in Britannia, è un esempio importante: presso la fortezza legionaria si trovavano terme, ospedale, edifici comuni e un anfiteatro.

La presenza dell’anfiteatro in contesti militari mostra il rapporto tra esercito e romanizzazione. I soldati portavano con sé non solo armi e disciplina, ma anche forme di vita urbana: terme, spettacoli, culti, iscrizioni, officine, mercati, famiglie e comunità attorno agli accampamenti.

L’arena militare poteva servire ad addestramento e a spettacoli. Il confine tra esercizio e intrattenimento era fluido. La cultura della forza fisica, del combattimento e dell’esibizione armata apparteneva naturalmente all’ambiente militare.

Gli anfiteatri dei castra confermano una cosa: lo spettacolo era parte della romanità anche ai margini dell’impero. La provincia e la frontiera imparavano Roma attraverso edifici pubblici, riti e passioni collettive.

 

Pompeii: anfiteatro e rissa del 59 d.C.

L’anfiteatro di Pompei è uno dei più antichi conservati e uno dei documenti più importanti della cultura spettacolare municipale. Costruito attorno al 70 a.C. da magistrati locali, era collocato presso le mura, in una zona periferica della città, dove lo spazio disponibile consentiva la grande cavea. L’edificio testimonia l’adozione precoce della forma anfiteatrale in Campania.

Il celebre episodio della rissa tra Pompeiani e Nocerini nel 59 d.C., ricordato da Tacito, mostra quanto gli spettacoli potessero attivare rivalità locali. Una giornata di giochi degenerò in scontro violento tra comunità; il senato romano intervenne con sanzioni e sospensione degli spettacoli. L’anfiteatro diventò luogo di identità municipale aggressiva.

Pompei conserva anche graffiti, pitture e immagini di gladiatori. Il pubblico conosceva nomi, tipi, vittorie e sconfitte. I gladiatori erano figure popolari, amate, commentate, desiderate. La cultura dell’arena penetrava nei muri della città.

Il caso pompeiano mostra lo spettacolo fuori da Roma. Anche una città media dell’Italia poteva vivere intensamente la passione anfiteatrale, con risvolti sociali e politici molto concreti.

 

Teatri e anfiteatri nell’Adriatico: Pola, Verona, Tergeste

L’Adriatico settentrionale conserva esempi importanti. Pola possiede uno dei più grandi anfiteatri romani superstiti, collocato fuori dalle mura, in posizione dominante rispetto al paesaggio costiero. L’edificio testimonia la ricchezza della colonia istriana e il suo pieno inserimento nella cultura monumentale romana.

Verona conserva l’Arena, anfiteatro di grande scala e lunga fortuna, integrato nella città medievale e moderna. La sua sopravvivenza e il suo uso contemporaneo mostrano la capacità degli edifici di spettacolo romani di trasformarsi in contenitori culturali di lunga durata.

Tergeste, l’antica Trieste, possedeva un teatro ai piedi del colle di San Giusto, affacciato anticamente verso il mare. L’edificio, più piccolo, mostra come anche una città di pendio e di confine adottasse il modello teatrale romano, adattandolo alla topografia locale. La cavea sfruttava il declivio, mentre la posizione tra colle e porto ne faceva un monumento urbano essenziale.

Questi esempi ricordano che lo spettacolo romano non apparteneva solo alla capitale. Colonizzazione, municipalizzazione e traffici adriatici diffusero teatri e anfiteatri in città di rango e scala differenti.

 

Africa romana: El Jem e lo spettacolo provinciale

L’Africa romana fu una delle regioni più ricche di edifici spettacolari. L’anfiteatro di Thysdrus, oggi El Jem, è tra i più imponenti del mondo romano. La sua presenza in una città dell’interno tunisino dimostra il livello di ricchezza prodotto dall’agricoltura africana, in particolare dall’olio e dal grano.

El Jem non è una imitazione minore del Colosseo. È monumento provinciale autonomo, costruito da una città capace di mobilitare risorse enormi. Le sue dimensioni e la qualità dell’edificio mostrano la competizione delle élites locali e il desiderio di dotarsi di un simbolo urbano di massimo prestigio.

L’Africa romana possedeva anche teatri, circhi, terme e spazi per spettacoli in molte città: Cartagine, Leptis Magna, Dougga, Timgad, Sabratha, Bulla Regia, Cuicul, Mactaris. Il teatro di Sabratha, con la scena ricostruita e riccamente decorata, è uno dei più noti. Dougga conserva un teatro inserito nel pendio e nel tessuto urbano numidico-romano.

La ricchezza degli edifici africani mostra che lo spettacolo fu parte dell’identità provinciale. Le città africane gareggiavano in monumentalità come le città d’Italia e d’Oriente.

 

Oriente romano: teatri e ippodromi

L’Oriente romano possedeva una lunga tradizione teatrale greca, che Roma rielaborò e ampliò. Efeso, Aspendos, Side, Perge, Gerasa, Bosra, Petra, Sabratha, Antiochia, Atene e molte altre città conservarono o costruirono teatri monumentali. In queste aree, il teatro era già radicato nella cultura ellenistica; Roma ne fece strumento di urbanità imperiale.

Il teatro di Aspendos è uno dei meglio conservati del mondo romano, con scena quasi integra. Bosra, in Siria, conserva un teatro straordinario inglobato in una fortificazione medievale. Gerasa mostra l’integrazione di teatri, colonnati, templi e piazze in una città romano-orientale. L’Oriente offre alcuni dei massimi esempi della scena romana.

Gli ippodromi orientali ebbero grande fortuna. Antiochia e Costantinopoli furono centri di corse e fazioni. Nel mondo bizantino, l’ippodromo divenne spazio politico per eccellenza, luogo di acclamazione, rivolta, comunicazione tra popolo e imperatore. La tradizione del circo romano prosegue qui in forma trasformata.

L’Oriente dimostra che le architetture dello spettacolo potevano dialogare con tradizioni greche, monarchiche, civiche e cristiane. Il teatro e il circo non hanno la stessa storia in ogni regione dell’impero.

 

Materiali, costruzione, acustica

Teatri, anfiteatri e circhi richiedevano grande capacità tecnica. Archi, volte, cementizio, blocchi lapidei, laterizi, gradinate, fondazioni, drenaggi, corridoi, scale, facciate e sistemi di copertura dovevano rispondere a esigenze statiche e funzionali. Gli edifici dello spettacolo sono tra i migliori esempi dell’ingegneria romana applicata alla folla.

L’acustica era centrale nel teatro. La forma semicircolare della cavea, la scena chiusa, le superfici della scaenae frons, i materiali e la disposizione degli spettatori favorivano la propagazione della voce e della musica. Vitruvio dedica attenzione alla forma teatrale e ai rapporti tra suono, cavea e scena.

Nell’anfiteatro, l’acustica contava meno della visibilità. La priorità era vedere l’azione al centro, proteggere il pubblico, gestire gli accessi, organizzare scenografie, separare uomini e animali, garantire sicurezza. Nel circo, la visibilità seguiva la lunghezza della pista, e l’emozione dipendeva dalla capacità di seguire movimento e posizioni.

La tecnica risponde quindi a funzioni diverse. Il teatro ascolta e guarda; l’anfiteatro circonda e controlla; il circo distende la gara in un percorso.

 

Decorazione, statue, iscrizioni

Gli edifici dello spettacolo erano decorati. Statue imperiali, ritratti di benefattori, divinità, muse, maschere teatrali, gladiatori, animali, Vittorie, personificazioni, iscrizioni dedicatorie, sedili iscritti e rilievi costruivano un apparato visivo complesso. La pietra raccontava chi aveva costruito, restaurato, donato e occupato i posti migliori.

Nei teatri, le statue della scena erano fondamentali. Imperatori, membri della famiglia imperiale, divinità teatrali e benefattori occupavano nicchie e intercolumni. La scaenae frons era spesso una facciata onoraria. Il pubblico guardava attori e statue insieme.

Negli anfiteatri, iscrizioni e dediche ricordavano costruttori, restauratori e autorità. Il Colosseo, con la sua iscrizione originaria restituita dagli studi epigrafici, collega il monumento al bottino di guerra e alla dinastia flavia. Nei circhi, obelischi, statue e altari arricchivano la spina.

Lo spettacolo romano non era mai puramente effimero. Ogni evento passava; l’edificio e le iscrizioni conservavano memoria del potere che lo aveva reso possibile.

 

Fine e trasformazione degli edifici dello spettacolo

La tarda antichità trasformò profondamente il destino degli edifici di spettacolo. I giochi gladiatori declinarono e vennero progressivamente vietati; le venationes durarono più a lungo in alcune regioni; il teatro classico perse centralità, pur con sopravvivenze di mimi e spettacoli popolari; le corse dei carri continuarono con grande forza, soprattutto nell’Oriente tardoantico e bizantino.

Molti anfiteatri furono abbandonati, usati come cave di pietra, trasformati in fortezze, abitazioni, orti, mercati, chiese o spazi funerari. Il Colosseo ospitò abitazioni, officine, strutture religiose e riusi medievali. L’anfiteatro di Arles e quello di Nîmes divennero insediamenti fortificati. La forma chiusa dell’ellisse si prestava a trasformazioni difensive e abitative.

I teatri furono spesso inglobati nella città medievale. Il Teatro di Marcello divenne base per edifici aristocratici; la Crypta Balbi entrò in una complessa stratificazione urbana; il teatro di Orange fu riusato in fasi diverse. I circhi, per la loro enorme estensione, vennero spogliati, interrati o trasformati in spazi aperti.

La fine dello spettacolo antico non coincise con la fine degli edifici. La loro massa costruita continuò a servire altre città, altri bisogni, altre memorie.

 

Questioni aperte

Lo studio di anfiteatri, teatri e circhi presenta molte questioni aperte. La prima riguarda le origini dell’anfiteatro. Il rapporto tra munera funerari, spazi forensi, strutture temporanee e prime costruzioni stabili è ancora oggetto di discussione. La Campania ha un ruolo centrale, ma la formazione della tipologia fu graduale.

La seconda riguarda le capienze. Le cifre antiche e moderne variano molto. Per molti edifici, la capienza dipende da ipotesi su larghezza dei sedili, divisione dei settori, fasi costruttive e stato di conservazione. I numeri vanno usati come stime, non come dati assoluti.

La terza riguarda il pubblico. Le norme di assegnazione dei posti sono note meglio per Roma che per molte province. In ogni città, la distribuzione della folla poteva riflettere gerarchie locali. Epigrafia dei sedili, iscrizioni e accessi aiutano a ricostruire queste mappe sociali.

La quarta riguarda la cronologia della fine. I giochi non cessarono ovunque nello stesso momento. Gladiatori, venationes, teatro, mimi e corse ebbero destini diversi secondo regioni e secoli. Parlare di “fine degli spettacoli romani” richiede distinzioni.

La quinta riguarda la musealizzazione moderna. Molti edifici sono oggi usati per concerti, opere, spettacoli e turismo. Questa continuità può valorizzare o stressare i monumenti. La tutela deve bilanciare uso, conservazione, ricerca e percezione storica.

 

Sintesi

Anfiteatri, teatri e circhi furono le grandi macchine dello spettacolo romano. Il teatro organizzava parola, musica, gesto e rappresentazione; l’anfiteatro concentrava violenza, caccia, morte e meraviglia nell’arena; il circo trasformava la corsa in passione collettiva, rito urbano e identità di fazione. Insieme, questi edifici mostrano Roma come civiltà della folla ordinata.

La loro architettura è inseparabile dalla politica. Pompeo costruisce il primo grande teatro stabile per affermare prestigio; Augusto completa il Teatro di Marcello e organizza la città dello spettacolo; i Flavi edificano il Colosseo restituendo al popolo l’area neroniana; le province costruiscono anfiteatri e teatri per dichiarare appartenenza alla romanità; gli imperatori usano giochi e corse per dialogare con la folla.

Essi rivelano anche le tensioni della società romana: gerarchia e partecipazione, piacere e violenza, culto e intrattenimento, generosità e controllo, celebrità e infamia, consenso e critica morale. Il pubblico romano assisteva allo spettacolo e nello stesso tempo vedeva rappresentato l’ordine del mondo in cui viveva.

La loro lunga sopravvivenza materiale conferma la forza delle forme romane. Teatri inglobati nella città medievale, anfiteatri trasformati in fortezze o piazze, circhi ridotti a tracce topografiche, arene ancora usate per eventi moderni: gli edifici dello spettacolo continuano a modellare le città. Roma inventò non soltanto monumenti, ma spazi capaci di contenere e dirigere l’energia collettiva.

 

 

A.R.

 

 

 

Note

[1] Katherine E. Welch, The Roman Amphitheatre: From Its Origins to the Colosseum, Cambridge University Press, Cambridge, 2007.

[2] David L. Bomgardner, The Story of the Roman Amphitheatre, Routledge, London-New York, 2000.

[3] Hazel Dodge, “Amphitheatres in the Roman World”, in David S. Potter, D.J. Mattingly, a cura di, Life, Death, and Entertainment in the Roman Empire, University of Michigan Press, Ann Arbor, 1999.

[4] Donald G. Kyle, Spectacles of Death in Ancient Rome, Routledge, London-New York, 1998.

[5] Alison Futrell, Blood in the Arena: The Spectacle of Roman Power, University of Texas Press, Austin, 1997.

[6] Thomas Wiedemann, Emperors and Gladiators, Routledge, London-New York, 1992.

[7] Richard C. Beacham, The Roman Theatre and Its Audience, Harvard University Press, Cambridge Mass., 1991.

[8] Frank Sear, Roman Theatres: An Architectural Study, Oxford University Press, Oxford, 2006.

[9] Pierre Gros, L’architecture romaine. 1. Les monuments publics, Picard, Paris, 1996; edizioni successive.

[10] Jean-Claude Golvin, L’amphithéâtre romain, Publications du Centre Pierre Paris, Paris, 1988.

[11] John H. Humphrey, Roman Circuses: Arenas for Chariot Racing, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 1986.

[12] Alan Cameron, Circus Factions: Blues and Greens at Rome and Byzantium, Oxford University Press, Oxford, 1976.

[13] Paul Veyne, Le pain et le cirque. Sociologie historique d’un pluralisme politique, Seuil, Paris, 1976.

[14] Carlin A. Barton, The Sorrows of the Ancient Romans: The Gladiator and the Monster, Princeton University Press, Princeton, 1993.

[15] Garrett G. Fagan, The Lure of the Arena: Social Psychology and the Crowd at the Roman Games, Cambridge University Press, Cambridge, 2011.

[16] Christian Mann, Die Gladiatoren, C.H. Beck, München, 2013.

[17] Mary Beard, The Colosseum, Profile Books, London, 2005.

[18] Filippo Coarelli, Roma, Laterza, Roma-Bari, 1980; edizioni successive, per Teatro di Marcello, Teatro di Pompeo, Circo Massimo e topografia urbana.

[19] Amanda Claridge, Rome: An Oxford Archaeological Guide, Oxford University Press, Oxford, edizioni successive.

[20] Samuel Ball Platner, Thomas Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, Oxford University Press, London, 1929.

[21] Vitruvio, De architectura, libro V, per teatro, acustica, cavea e scena.

[22] Tacito, Annales, XIV, 17, per la rissa tra Pompeiani e Nocerini nell’anfiteatro di Pompei.

[23] Svetonio, Vite dei Cesari, per giochi imperiali, spettacoli e politica del consenso.

[24] Cassio Dione, Storia romana, per spettacoli, inaugurazioni, giochi e cerimonie imperiali.

[25] Marziale, Liber de spectaculis, per l’inaugurazione flavia e la retorica degli spettacoli.

[26] Tertulliano, De spectaculis, per la critica cristiana agli spettacoli pagani.

[27] Agostino, Confessiones, VI, 8, per l’episodio di Alipio e il fascino dell’arena.

[28] Giovannella Cresci Marrone, Francesca Rohr Vio, Lorenzo Calvelli, Roma antica. Storia e documenti, Il Mulino, Bologna, 2014.

[29] Ernesto Bignami, Manuale di storia romana, Edizioni Bignami, Milano, 1968.

[30] Parco archeologico del Colosseo / Ministero della Cultura, materiali istituzionali sull’Anfiteatro Flavio.

[31] UNESCO, Roman Theatre and its Surroundings and the “Triumphal Arch” of Orange, scheda del patrimonio mondiale.

[32] Comune di Roma, materiali istituzionali sul Circo Massimo.

 

 

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