![]() |
||
|
Mollino e la tutela del moderno: architetture perdute, trasformate, da proteggere
Carlo Mollino, architetture costruite e interni, 1933-1973
La tutela dell’opera di Carlo Mollino riguarda un nodo preciso della cultura italiana del Novecento: il riconoscimento dell’architettura moderna come patrimonio storico. Andrea Minella ha dedicato a questo tema una tesi di specializzazione al Politecnico di Torino, svolta in rapporto con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino. Il lavoro prende in esame le architetture molliniane nel territorio torinese, con l’obiettivo di individuare opere d’autore, verificarne il valore storico-artistico, documentarne lo stato attuale e valutarne l’assoggettamento a tutela.[1] Il tema assume peso perché l’opera costruita di Mollino è stata a lungo letta attraverso fotografia, arredo, mito biografico, oggetti di mercato. Questa fortuna ha salvato molti materiali e ha ampliato la conoscenza internazionale dell’autore; ha lasciato però in secondo piano alcuni edifici, interni e cantieri. La tutela richiede un altro passo: tornare a disegni, relazioni, fotografie d’epoca, pratiche edilizie, materiali, stato di conservazione. Il punto è riconoscere quali parti della sua opera esistono ancora, in quali condizioni, con quali trasformazioni e con quale grado di leggibilità. Minella fonda il proprio lavoro sui principali regesti dell’opera: l’elenco di Pier Enrico Seira, il catalogo curato da Fulvio Irace, la cronologia di Giovanni Brino, integrati con l’Archivio Carlo Mollino del Politecnico di Torino.[2] Questo metodo è essenziale per un autore come Mollino, la cui produzione comprende opere costruite, progetti non realizzati, interni smontati, mobili dispersi, fotografie, testi, disegni e varianti. La tutela nasce dalla distinzione tra questi livelli. Il Fondo Carlo Mollino, conservato negli Archivi della Biblioteca “Roberto Gabetti” del Politecnico di Torino, costituisce il centro documentario della ricerca. I materiali dello studio professionale furono depositati dopo la morte dell’architetto nel 1973; l’ordinamento sistematico prese forma con la mostra del 1989 e l’inventario cartaceo si concluse nel 1996.[3] Disegni, corrispondenza, fotografie e documenti di progetto permettono di confrontare l’opera realizzata con l’intenzione progettuale e con gli interventi successivi. La Società Ippica Torinese è il caso più grave. Progettata con Vittorio Baudi di Selve tra 1936 e 1940, fu demolita nel 1960. La sede comprendeva il circolo-maneggio, le scuderie e i corpi di collegamento necessari a separare percorsi pedonali, percorsi dei cavalli e funzioni di servizio.[4] Le fotografie e i fotomontaggi superstiti restituiscono un edificio di forte complessità plastica, con volumi distinti, pensiline curve, camini ripetuti lungo le scuderie, materiali colorati e superfici trattate con una libertà rara nel contesto italiano dell’anteguerra. Giuseppe Pagano riconobbe nell’Ippica uno degli esempi più avanzati dell’architettura moderna italiana. La demolizione, avvenuta sotto gli occhi dello stesso Mollino, segnò una perdita irreversibile. Paolo Portoghesi, nel catalogo La Casa di Mollino, la definisce il capolavoro distrutto dell’architetto e collega quella perdita a una stagione in cui anche la Slittovia del Lago Nero versava in condizioni difficili e molti arredamenti erano ormai dispersi.[5] La Società Ippica resta oggi un oggetto di studio ricostruibile attraverso documenti, fotografie, disegni e pubblicazioni. Le ricerche recenti sulla ricostruzione digitale dell’edificio indicano un uso possibile dell’archivio: restituire l’opera perduta senza confondere la simulazione con il bene materiale. La ricostruzione virtuale ha valore conoscitivo, didattico e critico; la tutela, in questo caso, riguarda la memoria documentaria e il riconoscimento storico dell’opera cancellata. La Stazione della slittovia al Lago Nero, a Sauze d’Oulx, appartiene a una diversa condizione. Progettata tra 1946 e 1947, ha conosciuto abbandono, deterioramento, poi studi di recupero e interventi di restauro. La bibliografia raccolta da Minella registra il progetto di recupero curato da Giovanni Brino e Giuseppe Rajneri, insieme agli studi dedicati al restauro del moderno.[6] Qui la tutela riguarda un edificio ancora esistente, nato per la montagna, esposto a condizioni ambientali dure e legato a un uso sportivo ormai mutato. La Capanna Lago Nero mostra la fragilità del moderno alpino. Il legno, l’esposizione alla neve, la quota, la trasformazione degli impianti sciistici e l’abbandono funzionale rendono l’edificio vulnerabile. La sua conservazione richiede conoscenza tecnica: materiali originari, nodi costruttivi, rapporto con il terreno, destinazione d’uso compatibile. Il restauro di un edificio moderno non può limitarsi alla riparazione dell’immagine esterna. Deve conservare il modo in cui la struttura rispondeva al paesaggio. Casa del Sole a Cervinia, realizzata tra 1947 e 1955, introduce un altro problema. Non si tratta di un piccolo edificio alpino isolato, ma di una casa-albergo legata alla modernizzazione turistica del Breuil. La tutela, in questo caso, deve leggere l’opera dentro l’evoluzione dell’abitare in quota: affacci, cellule, distribuzione, esposizione solare, rapporto con gli impianti e con il paesaggio costruito di Cervinia. Un intervento parziale su serramenti, balconi, rivestimenti o spazi comuni può incidere sulla leggibilità dell’intero sistema. Gli interni rappresentano il terreno più fragile. Casa Miller, Casa Devalle, le case Minola, Casa Orengo, Casa Rivetti e molti arredi progettati per ambienti specifici sono giunti fino a noi in stato frammentario, spesso attraverso fotografie, riviste e mobili dispersi. La tutela dell’interno moderno incontra difficoltà particolari: l’arredo mobile esce dal contesto, le pareti vengono modificate, gli impianti cambiano, le superfici originarie scompaiono. Il valore dell’ambiente dipendeva dal rapporto tra stanza, luce, oggetti, fotografie e corpo. Una volta smontato quel rapporto, il singolo pezzo conserva solo una parte del progetto. L’Auditorium Rai di Torino, progettato con Carlo Morbelli tra 1950 e 1952, richiede un discorso analogo, ma su scala pubblica. L’acustica, l’impianto tecnico, il comfort, le esigenze di sicurezza e le trasformazioni d’uso incidono direttamente sullo spazio. In un auditorium, la tutela deve misurarsi con il suono, con le superfici interne, con la seduta, con la visibilità e con i sistemi tecnici che rendono funzionante la sala. Le opere moderne costruite per una funzione specialistica pongono sempre questo problema: conservare forma e prestazione. Il Le Roi-Lutrario, realizzato nel 1959 con Carlo Bordogna, apre un altro fronte. La sala da ballo è un interno pubblico la cui identità dipendeva dall’uso notturno, dalla danza, dalla percezione dinamica dello spazio. Il patrimonio del Novecento comprende anche questi luoghi, spesso trattati come spazi adattabili e quindi esposti a sostituzioni drastiche. Il Palazzo degli Affari di Torino, progettato tra 1964 e 1972 con Carlo Graffi, Alberto Galardi e Antonio Migliasso, è tra le opere per cui Minella registra criteri di selezione pienamente soddisfatti: presenza in repertori e riviste, ruolo nel dibattito regionale e internazionale, interesse tipologico, valore costruttivo, qualità urbana, paternità autoriale.[7] L’edificio traduce in scala urbana alcuni temi maturati nelle architetture alpine: struttura sospesa, controllo della sezione, forza del volume, rapporto con il contesto torinese. Il Palazzo degli Affari mostra la necessità di una tutela capace di leggere l’edificio nella città: la modifica di ingressi, atri, spazi di rappresentanza, partizioni interne o sistemi di facciata può alterare il rapporto tra architettura e istituzione. In un’opera pubblica degli anni Sessanta e Settanta, l’aggiornamento impiantistico e normativo è inevitabile. La qualità dell’intervento dipende dalla capacità di agire senza cancellare struttura, proporzioni, materiali e sequenza degli spazi. Il Teatro Regio, progettato tra 1965 e 1973, si trova in una condizione ancora più complessa. Minella descrive uno stato di conservazione buono per la concezione complessiva, le facciate e gli spazi comuni, mentre segnala la sala come parte modificata da un restauro degli anni Novanta, condotto da Roberto Gabetti e Aimaro Oreglia d’Isola con consulenza acustica Müller BBM. L’intervento adeguò la sala a esigenze acustiche, impiantistiche e di sicurezza, generando discussioni e pareri divergenti, tra cui quello di Paolo Portoghesi.[8] Il caso del Regio chiarisce il conflitto tipico dell’architettura moderna d’uso pubblico: conservazione e aggiornamento procedono sullo stesso oggetto. Un teatro deve funzionare. Deve garantire acustica, sicurezza, accessibilità, impianti, comfort, produzione scenica. La tutela deve impedire che l’adeguamento diventi sostituzione dell’opera. Nel Regio la sala molliniana era parte centrale della macchina teatrale. Ogni modifica incide sulla percezione complessiva dell’edificio. La Casa in via Napione introduce una tutela diversa, legata alla musealizzazione. L’appartamento privato di Mollino, composto tra 1960 e 1968, fu recuperato da Fulvio e Napoleone Ferrari a partire dal 1999, con la fondazione del Museo Casa Mollino. Il museo conserva un archivio rilevante sul design dell’architetto e svolge attività di studio, valorizzazione e autenticazione.[9] La musealizzazione protegge, ma produce anche una nuova immagine dell’opera. Nel caso di via Napione, il lavoro dei Ferrari ha salvato un interno che avrebbe potuto seguire il destino di molti altri ambienti molliniani. La lettura esoterica e autobiografica della casa ha favorito la sua fortuna, insieme alla crescita del mercato del design. L’appartamento va conservato come architettura d’interni, con attenzione alla disposizione, alle superfici, alla luce e alla sequenza spaziale. La vicenda di Mollino mostra tre condizioni del patrimonio moderno. La prima riguarda le opere perdute, come la Società Ippica, affidate ormai ad archivio, fotografia, pubblicazioni e ricostruzioni. La seconda riguarda le opere trasformate, come Teatro Regio o gli interni dispersi, dove il confronto tra stato originario e stato attuale decide la qualità della lettura. La terza riguarda le opere ancora proteggibili, tra edifici pubblici, architetture alpine, interni musealizzati, spazi d’uso e strutture urbane. La legge italiana ha costruito la tutela soprattutto attorno a categorie consolidate del patrimonio antico. Minella richiama il Decreto Legislativo 42/2004 e il problema degli edifici di autore non più vivente con esecuzione risalente a oltre settant’anni, sottoposti a verifica di interesse culturale quando appartengono a soggetti pubblici o a enti indicati dalla normativa.[10] L’architettura del secondo Novecento ha imposto un’estensione del metodo: censire, documentare, comparare, motivare il valore, costruire criteri condivisi. Per Mollino questi criteri devono tener conto della complessità dell’opera. Un edificio può avere valore per la forma, per il cantiere, per l’uso dei materiali, per la sperimentazione distributiva, per il rapporto con la città o con il paesaggio. Un interno può avere valore per la relazione tra mobile e stanza. Un teatro può avere valore per la sala, per i percorsi, per l’apparato tecnico. Una casa alpina può avere valore per il suo rapporto con neve, sole, pendenza, vista. La tutela deve partire da queste caratteristiche concrete. Il mercato ha avuto un ruolo ambiguo. Ha portato attenzione internazionale sui mobili e sulle fotografie; ha contribuito alla riscoperta dell’autore; ha spinto però verso l’isolamento del pezzo raro. La sedia, il tavolo o la fotografia circolano più facilmente dell’edificio. Un mobile di Mollino in asta può raggiungere visibilità globale, mentre un interno smontato scompare dalla comprensione del pubblico. La tutela dell’opera architettonica deve ricostruire le connessioni perdute: mobile e ambiente, fotografia e stanza, edificio e uso, progetto e cantiere. La mostra Carlo Mollino architetto. Costruire le modernità, curata nel 2006 da Carlo Olmo, Sergio Pace e Michela Comba, ha rappresentato un momento importante in questa direzione. Orietta Lanzarini, recensendo le mostre torinesi del 2006 per il Journal of the Society of Architectural Historians, distingue il Mollino degli oggetti e delle fotografie dal Mollino architetto ricostruito attraverso documenti e carriera professionale.[11] La tutela del moderno molliniano deve proseguire su questa linea documentaria. Le opere rimaste richiedono schede aggiornate, rilievi, fotografie, verifica dei materiali, confronto con gli archivi, valutazione delle trasformazioni. Le opere perdute richiedono una memoria critica fondata, capace di distinguere tra ricostruzione storica e immagine suggestiva. Gli interni dispersi richiedono un lavoro più minuto: riconoscere arredi, fotografie, collocazioni, committenti, pubblicazioni d’epoca. Mollino stesso offre una formula severa: “Il cliente muore, l’opera rimane”. La frase, datata 1931 e spesso citata, assume oggi un valore diverso. L’opera rimane solo se viene riconosciuta, studiata, conservata, protetta dalle trasformazioni improprie.
Giorgio Catania
Note[1] Andrea Minella, La tutela delle architetture di Carlo Mollino, tesi di specializzazione, Politecnico di Torino, Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Torino 2021. [2] Minella prende in esame i regesti di Pier Enrico Seira, Fulvio Irace e Giovanni Brino, verificandoli con l’Archivio Carlo Mollino del Politecnico di Torino. [3] Elena Tamagno, “Il fondo Carlo Mollino e gli archivi della Biblioteca centrale di architettura”, in Anna Tonicello, a cura di, Il progetto di architettura. Conservazione, catalogazione, informazione, Il Poligrafo, Padova 1995, pp. 106-111. [4] Relazione di progetto della Società Ippica Torinese, 1936, cit. in Augusto Variani, “Società ippica torinese”, in Roberto Gabetti, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989, p. 140. [5] Paolo Portoghesi, “Mollino à rebours”, in La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015. [6] Giovanni Brino, Giuseppe Rajneri, “Restauro e riuso della ex Stazione-albergo al Lago Nero, Sauze d’Oulx”, in Casabella, n. 731, Milano, marzo 2005, pp. 17-19; Giovanni Brino, a cura di, Restauro del moderno. Il recupero della Capanna Lago Nero dell’architetto Carlo Mollino (1946-1947), Torino 2006. [7] Andrea Minella, La tutela delle architetture di Carlo Mollino, cit., scheda “Camera di Commercio di Torino”. [8] Andrea Minella, La tutela delle architetture di Carlo Mollino, cit., sezione “Teatro Regio. Analisi dello stato di fatto”. [9] La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015, sezione “Museo Casa Mollino”. [10] Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, Codice dei beni culturali e del paesaggio, artt. 10 e 12; cfr. Andrea Minella, La tutela delle architetture di Carlo Mollino, cit. [11] Orietta Lanzarini, “Carlo Mollino arabeschi; Carlo Mollino architetto. Costruire le modernità”, in Journal of the Society of Architectural Historians, vol. 66, n. 4, University of California Press, Berkeley, dicembre 2007, pp. 521-524.
BibliografiaMarco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025. Niccolò Ferrari, Michelangelo Sabatino, Carlo Mollino. Architect and Storyteller, Park Books, Zurigo 2022. Andrea Minella, La tutela delle architetture di Carlo Mollino, tesi di specializzazione, Politecnico di Torino, Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Torino 2021. Luciano Bolzoni, Carlo Mollino architetto, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2019. La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015. Rossana Spallone, “Digital Reconstruction of Demolished Architectural Masterpieces, 3D Modeling, and Animation. The Case Study of Turin Horse Racing by Mollino”, in S. Brusaporci, a cura di, Architecture and Design. Breakthroughs in Research and Practice, IGI Global, Hershey 2015. Elena Tamagno, a cura di, Il Palazzo degli Affari di Carlo Mollino. Architettura d’autore nella storia della Camera di Commercio di Torino, AdArte, Torino 2010. AA.VV., Il Teatro Regio di Torino da Carlo Mollino a oggi, Dario Flaccovio Editore, Palermo 2010. Orietta Lanzarini, “Carlo Mollino arabeschi; Carlo Mollino architetto. Costruire le modernità”, in Journal of the Society of Architectural Historians, vol. 66, n. 4, University of California Press, Berkeley, dicembre 2007, pp. 521-524. Carlo Olmo, Sergio Pace, Michela Comba, a cura di, Carlo Mollino architetto 1905-1973. Costruire le modernità, Electa, Milano 2006. Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, a cura di, Carlo Mollino Arabeschi, Electa, Milano 2006. Giovanni Brino, a cura di, Restauro del moderno. Il recupero della Capanna Lago Nero dell’architetto Carlo Mollino (1946-1947), Torino 2006. Giovanni Brino, Carlo Mollino. Architettura come autobiografia, Idea Books, Milano 2005. Giovanni Brino, Giuseppe Rajneri, “Restauro e riuso della ex Stazione-albergo al Lago Nero, Sauze d’Oulx”, in Casabella, n. 731, Milano, marzo 2005, pp. 17-19. Fulvio Irace, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989. Roberto Gabetti, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989. Luciano Mosso, “Un’opera perduta. L’Ippica di Mollino”, in Comunità, n. 80, Milano, giugno 1960, pp. 70-81. Carlo Mollino, Franco Vadacchino, Architettura. Arte e tecnica, Chiantore, Torino 1947.
|