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Gio Ponti regista della modernità italiana.Oggetto, casa, rivista, industria
Gio Ponti appartiene alla storia dell’architettura e del design del Novecento come autore di opere celebri: la sedia Superleggera, il grattacielo Pirelli, Villa Planchart, le ceramiche Richard-Ginori, le pagine di Domus. Questa lettura per capolavori ha garantito alla sua figura una fortuna ampia, ma lascia in ombra un tratto decisivo. Ponti costruisce la propria modernità come regia. Tiene insieme produzione e immagine, progetto e comunicazione, uso quotidiano e rappresentazione pubblica. La sua opera acquista pieno significato quando viene letta come un sistema di relazioni. poiché Ponti non si limita a disegnare forme isolate, organizza contesti. Alla Richard-Ginori coordina manifattura, decoro, catalogo e promozione; con Domus Nova avvicina il progetto d’autore al grande magazzino; con Domus trasforma la rivista in strumento di educazione del gusto; con Stile e Bellezza estende il discorso alla casa, alla moda, all’immagine; con gli interni navali e le ville internazionali porta l’abitare italiano fuori dai confini nazionali. Ogni volta il progetto agisce su una rete. La forma nasce dentro un processo culturale, tecnico e commerciale. Il primo laboratorio di questa regia è la Richard-Ginori. Nel 1923 Ponti assume la direzione artistica della manifattura e introduce un linguaggio fondato su una classicità agile, grafica, domestica [1]. Le ceramiche degli anni Venti trasformano il repertorio antico in figure leggibili, adatte alla casa moderna e al mercato internazionale. Il vaso, il piatto e il servizio da tavola diventano superfici narrative. Il disegno ordina l’oggetto e insieme ne costruisce l’immagine. La manifattura storica, sotto la sua guida, acquista una riconoscibilità nuova. Il dato più importante riguarda il metodo. Ponti segue la forma, il decoro, la presentazione e la circolazione del prodotto. Il suo ruolo anticipa quello del direttore artistico moderno: dare identità a una produzione, governare la qualità visiva, collegare il laboratorio alla scena pubblica. Il successo ottenuto alla Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes di Parigi del 1925 conferma la forza di questa operazione [2]. La ceramica diventa un mezzo per presentare un’Italia moderna, capace di trasformare tradizione e manifattura in linguaggio contemporaneo. Alla Richard-Ginori emerge già un principio destinato a restare costante: l’industria può diventare veicolo di cultura formale. Ponti non guarda alla serie come impoverimento dell’invenzione. La serie richiede chiarezza, controllo, riconoscibilità. L’oggetto prodotto in più esemplari entra nelle case, forma lo sguardo, stabilisce abitudini. Per questo la ceramica degli anni Venti è un capitolo della modernizzazione domestica italiana. La casa è il centro di questa visione. Ponti la considera il luogo in cui architettura, oggetti, gesti e vita familiare acquistano forma. Casa Ponti in via Randaccio, progettata con Emilio Lancia tra il 1924 e il 1926, mostra già questa idea di organismo unitario [3]. L’edificio nasce come abitazione privata, ma assume valore di dichiarazione culturale. La facciata, gli interni, la scala, gli arredi e le ceramiche partecipano alla stessa costruzione dell’ambiente. La casa diventa scena civile della vita quotidiana. Nel 1927 Domus Nova porta questa attenzione dentro la distribuzione moderna [4]. Il progetto, sviluppato con Emilio Lancia per La Rinascente, propone arredi coordinati per la casa medio-borghese. Il grande magazzino diventa luogo di diffusione del gusto, Ponti intuisce che la modernità domestica italiana passa anche attraverso mobili più pratici, ambienti più ordinati, oggetti accessibili a un pubblico più ampio. La casa moderna richiede progetto, ma anche canali di distribuzione, comunicazione e desiderio. Domus Nova è un episodio cruciale perché sposta il progetto verso la cultura commerciale urbana. La Rinascente permette di raggiungere un pubblico che non coincide con la committenza aristocratica o con l’élite collezionistica. Il mobile coordinato propone un modello abitativo: tavola, seduta, contenitore, stanza. Ponti agisce qui da mediatore tra professione, industria e vita domestica. Nel 1928 nasce Domus [5]. La rivista dà alla regia pontiana un mezzo stabile e potentissimo. Attraverso le sue pagine Ponti mostra case, mobili, giardini, interni, oggetti e arti applicate come parti di un’unica cultura dell’abitare. La rivista seleziona esempi, orienta il pubblico, crea relazioni tra progettisti e industrie. La pagina stampata documenta e contribuisce a farlo esistere come modello. Fotografare una casa, impaginarla, commentarla, collocarla accanto ad altri esempi significa costruire una norma visiva. L’editoriale “La casa all’italiana”, apparso nel primo numero di Domus, chiarisce il nucleo teorico del progetto pontiano [6]. La casa italiana viene definita attraverso luce, aria, rapporto con il paesaggio, continuità tra interno ed esterno. Ponti pensa la casa come luogo di educazione del corpo e dello sguardo, come ambiente capace di accogliere famiglia, lavoro, arte. Il conforto ha valore materiale e mentale. Negli anni Trenta questa regia esce dalla casa e investe la città. Le “Case tipiche” milanesi, Casa e Torre Rasini, la Scuola di Matematica della Città Universitaria di Roma, il Palazzo Liviano di Padova e il primo Palazzo Montecatini mostrano Ponti alle prese con residenza urbana, istituzione, università e industria [7]. La scala cambia; il metodo resta però riconoscibile. Ogni edificio cerca una forma completa, in cui pianta, facciata, interni, materiali e dettagli concorrono alla qualità dell’ambiente. Il Palazzo Montecatini, realizzato tra il 1936 e il 1938 con Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini, è il punto più chiaro di questa fase [8]. Ponti progetta una sede industriale come organismo integrale. L’edificio per uffici è immagine aziendale, ambiente di lavoro, macchina distributiva; la facciata in marmo cipollino, i serramenti metallici, la cura degli interni e degli elementi tecnici costruiscono una rappresentazione dell’impresa fondata su precisione e ordine. L’industria acquista forma architettonica. La regia pontiana, negli anni Trenta, si muove dentro il sistema istituzionale del fascismo. Le grandi esposizioni, le università, le sedi pubbliche e industriali sono luoghi in cui architettura e rappresentazione politica si incontrano. Ponti partecipa a questo clima con una cifra personale, fondata sulla qualità dell’ambiente e sul governo del dettaglio. Il suo lavoro va letto dentro la cornice storica, la cultura visiva del decennio, dove la modernità tecnica e la costruzione dell’immagine nazionale procedono insieme. Gli anni Quaranta spostano la regia verso strumenti più mobili. Nel 1941 Ponti lascia Domus e fonda Lo Stile nella casa e nell’arredamento, che dirige fino al 1947 [9]. La rivista diventa il suo principale spazio di azione durante gli anni della guerra. Ogni numero costruisce una forma di continuità culturale in un periodo segnato da crisi materiale e distruzione. Tra il 1941 e il 1944 dirige anche Bellezza, rivista dedicata alla moda e all’immagine italiana [10]. Questo interesse chiarisce l’ampiezza della sua idea di progetto. Il corpo vestito, la stanza arredata, l’oggetto sulla tavola e la pagina illustrata appartengono a una medesima educazione visiva dove Ponti osserva la modernità attraverso il modo in cui le persone abitano, appaiono, si muovono, usano gli oggetti. Nel decennio della guerra il disegno assume un ruolo centrale, la linea mantiene viva la possibilità del progetto quando il cantiere rallenta. Le collaborazioni con Paolo De Poli per gli smalti su rame, con Venini per il vetro, con Krupp Italiana per gli oggetti metallici e con La Pavoni per la macchina da caffè modello 47 mostrano la stessa tensione su materiali diversi [11]. L’oggetto deve essere impugnato, spostato, acceso, guardato, usato. La forma entra nella mano e nella vita pubblica. La macchina da caffè “La Cornuta”, progettata nel 1948 con Fornaroli e Rosselli per La Pavoni, possiede una forza simbolica singolare [12]. Il caffè espresso, rito quotidiano del bar italiano, trova una presenza metallica riconoscibile, quasi scenica. Ponti coglie nella macchina una possibilità di immagine. La tecnica, quando viene disegnata, partecipa alla cultura dell’ambiente. L’oggetto commerciale diventa segno della modernità italiana del dopoguerra. Gli interni navali completano questa traiettoria. Dal 1949 Ponti lavora per i transatlantici italiani, portando sull’oceano una forma mobile della casa [13]. La nave è un ambiente complesso, abitato per un tempo breve ma intenso, richiede comfort, rappresentanza, resistenza dei materiali, controllo dei percorsi. Ponti organizza spazi pubblici e privati come parti di un’esperienza unitaria. Il transatlantico diventa vetrina del gusto italiano, luogo di diplomazia culturale, città temporanea. Negli anni Cinquanta la regia pontiana raggiunge la massima maturità. Il ritorno a Domus nel 1948 accompagna la crescita del design italiano nel mondo [14] e Ponti agisce come progettista, editore, promotore e mediatore internazionale. La sua opera incrocia industria, artigianato, committenze private, grandi aziende, esposizioni, viaggi. La nozione di “forma finita” riassume il suo desiderio di precisione: l’oggetto o l’edificio devono apparire compiuti, necessari, chiari nel profilo e nell’uso. La sedia Superleggera 699, prodotta da Cassina dal 1957, è una delle manifestazioni più esatte di questo pensiero [15]. Ponti parte dalla tradizione della sedia di Chiavari e la porta a una leggerezza estrema. La struttura in frassino e il sedile in canna d’India costruiscono un oggetto resistente, minimo, domestico. La sedia si sposta con facilità, occupa poco spazio, conserva naturalezza. Villa Planchart a Caracas, realizzata tra il 1953 e il 1957, applica la stessa cultura alla casa internazionale [16]. Ponti disegna architettura, arredi, colori, superfici e dettagli come parti di un organismo. La villa dialoga con il clima tropicale, con il giardino, con la vista sulla città. Il grattacielo Pirelli porta la regia alla scala urbana. Il progetto, avviato nei primi anni Cinquanta e costruito tra il 1956 e il 1960, coinvolge Ponti, Fornaroli, Rosselli, Valtolina, Dell’Orto, Nervi e Danusso [17]. La torre ha una pianta rastremata, testate acute, facciata continua, struttura in cemento armato. Il suo profilo sottile diventa immagine di Milano industriale. Ponti lavora sul grattacielo come su un oggetto urbano: una forma riconoscibile, compatta, capace di dare identità alla città e all’impresa. Pirelli e Superleggera appartengono alla stessa cultura della leggerezza. La sedia e il grattacielo, sebbene agiscono su scale lontanissime, condividono una tensione comune: ridurre il peso apparente, rendere visibile la struttura, dare alla forma una chiarezza immediata. La modernità pontiana trova qui una delle sue formulazioni più potenti. La regia di Ponti possiede anche una dimensione comunicativa. Le fotografie di interni, le pagine di Domus, i testi aforistici di Amate l’architettura, le collaborazioni con artisti e fotografi costruiscono la fortuna delle opere mentre le opere vengono prodotte. Ponti comprende che l’architettura moderna vive attraverso la sua circolazione. Un edificio visto in rivista, una sedia fotografata, una villa, una nave presentata come immagine del Paese entrano nella cultura collettiva. Questa capacità spiega la centralità di Ponti nella costruzione dell’immagine moderna dell’Italia. La sua opera attraversa classicità domestica, industria, artigianato, teatro, editoria, grattacielo, casa tropicale, oggetto d’uso. La coerenza nasce dal metodo: controllare la relazione tra le parti, portare la qualità del progetto nella vita ordinaria e nella rappresentazione pubblica. Ponti ha contribuito a costruire un’Italia moderna riconoscibile perché ha capito che la modernità non si afferma soltanto con nuovi edifici. Ha bisogno di oggetti nelle case, riviste sui tavoli, arredi nei negozi, immagini nei periodici, industrie capaci di comunicare, spazi pubblici e privati in grado di educare l’occhio. In questo senso il suo ruolo supera la figura dell’architetto-autore.
Giorgio Catania
Note[1] Gio Ponti assume la direzione artistica della Richard-Ginori nel 1923. La produzione ceramica degli anni Venti costituisce uno dei nuclei fondativi della sua ricerca sulle arti decorative e sulla modernizzazione della manifattura. [2] Alla Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes di Parigi del 1925 la Richard-Ginori ottiene un riconoscimento di primo piano per la produzione diretta da Ponti, contribuendo alla fortuna internazionale del giovane architetto. [3] Casa Ponti in via Randaccio 9 a Milano è progettata da Gio Ponti con Emilio Lancia tra il 1924 e il 1926. È la prima casa realizzata da Ponti per la propria famiglia. [4] Domus Nova nasce nel 1927 nell’ambito della collaborazione tra Gio Ponti, Emilio Lancia e La Rinascente, con la partecipazione di Giulio Rosso. Il progetto riguarda arredi coordinati per la casa medio-borghese. [5] Domus viene fondata da Gio Ponti nel 1928 e diventa uno degli strumenti principali della sua azione culturale nel campo dell’architettura, dell’arredamento e delle arti applicate. [6] “La casa all’italiana” appare nel primo numero di Domus, gennaio 1928. Il testo viene poi ripreso nel volume omonimo pubblicato da Editoriale Domus nel 1933. [7] Le principali opere degli anni Trenta comprendono le “Case tipiche” milanesi, Casa e Torre Rasini, la Scuola di Matematica della Città Universitaria di Roma, il Palazzo Liviano di Padova e il primo Palazzo Montecatini. [8] Il primo Palazzo Montecatini, in largo Donegani a Milano, viene realizzato tra il 1936 e il 1938 da Gio Ponti con Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. [9] Lo Stile nella casa e nell’arredamento viene fondato da Gio Ponti nel gennaio 1941 per l’editore Garzanti e prosegue fino al 1947. [10] Bellezza è diretta da Ponti tra il 1941 e il 1944. La rivista amplia il campo della sua attività editoriale verso moda, costume e immagine. [11] Le collaborazioni con Paolo De Poli, Venini, Krupp Italiana e La Pavoni documentano l’interesse pontiano per materiali, tecniche e oggetti d’uso nel passaggio tra guerra e dopoguerra. [12] La macchina da caffè La Pavoni modello 47, detta “La Cornuta”, viene progettata nel 1948 da Gio Ponti con Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli. [13] Gli interni per i transatlantici Conte Biancamano e Conte Grande sono documentati nel 1949. Il tema navale avrà ampio sviluppo nei primi anni Cinquanta con il Giulio Cesare e l’Andrea Doria. [14] Ponti torna alla direzione di Domus nel 1948. La rivista accompagna la fase internazionale della sua attività e la diffusione del design italiano nel secondo dopoguerra. [15] La sedia 699 Superleggera viene prodotta da Cassina dal 1957. Deriva dalla tradizione della sedia di Chiavari e da una lunga ricerca pontiana sulla leggerezza strutturale. [16] Villa Planchart a Caracas, commissionata da Anala e Armando Planchart, viene progettata e realizzata tra il 1953 e il 1957. Ponti ne disegna architettura, interni, arredi e molti dettagli. [17] Il grattacielo Pirelli viene progettato nei primi anni Cinquanta e costruito tra il 1956 e il 1960. Il gruppo di lavoro comprende Gio Ponti, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Valtolina, Egidio Dell’Orto, Pier Luigi Nervi e Arturo Danusso.
BibliografiaGio Ponti, “La casa all’italiana”, Domus, n. 1, Editoriale Domus, Milano, gennaio 1928. Gio Ponti, L’ambiente moderno in Italia. 206 riproduzioni di interni di architetti italiani, Editoriale Domus, Milano 1930. Gio Ponti, La casa all’italiana, Editoriale Domus, Milano 1933. Gio Ponti, Lo Stile nella casa e nell’arredamento, Garzanti, Milano 1941-1947. Gio Ponti, “Clinica Columbus”, Domus, n. 240, Editoriale Domus, Milano, settembre 1949. Gio Ponti, “Alcuni interni dell’Andrea Doria”, Domus, n. 281, Editoriale Domus, Milano, aprile 1953. Gio Ponti, Espressione di Gio Ponti, Daria Guarnati, Milano 1954. Gio Ponti, Amate l’architettura. L’architettura è un cristallo, Vitali e Ghianda, Genova 1957. Anty Pansera, Paolo Portoghesi, Gio Ponti alla Manifattura di Doccia, Electa, Milano 1982. Ugo La Pietra, Gio Ponti, Rizzoli, Milano 1988. Fulvio Irace, Gio Ponti. La casa all’italiana, Electa, Milano 1988. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, Leonardo, Milano 1990. Graziella Leyla Ciagà, Gio Ponti. Gli edifici per uffici, Electa, Milano 1995. Ugo La Pietra, Gio Ponti. Le navi. Il progetto degli interni navali 1948-1953, Electa, Milano 1996. Loredana Manna, Gio Ponti. Le maioliche, Allemandi, Torino 2000. Laura Falconi, Gio Ponti. Interni, oggetti, disegni 1920-1976, Electa, Milano 2004. Fulvio Irace, Gio Ponti, 24 Ore Cultura, Milano 2009. Germano Celant, a cura di, Espressioni di Gio Ponti, Electa, Milano 2011.
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