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Gio Ponti - Gli anni Trenta.Architettura, rappresentazione e industria
Gio Ponti, Antonio Fornaroli, Eugenio Soncini, Primo Palazzo Montecatini, Milano, 1936-1938. Veduta dell’ingresso principale / facciata.
Negli anni Trenta Gio Ponti porta il proprio lavoro a una scala più ampia. La casa resta il nucleo generatore, ma il progetto entra con decisione nella città, negli edifici pubblici, negli uffici, nelle esposizioni, nelle sedi universitarie e nelle committenze industriali. È il decennio in cui l’architetto misura la cultura dell’abitare, maturata negli anni Venti, con le esigenze della rappresentazione civile e con la nuova centralità dell’industria. Milano, Roma e Padova diventano i luoghi principali di questa trasformazione. Il contesto storico impone che l’architettura italiana degli anni Trenta si sviluppi dentro il sistema politico e istituzionale del fascismo, in un clima segnato da grandi mostre, concorsi, opere pubbliche, retoriche nazionali e aspirazioni tecniche. Ponti opera in questo quadro con una posizione mobile, fondata sul disegno, sulla misura, sull’integrazione tra arti e sul controllo dell’ambiente. La sua architettura cerca chiarezza, rappresentatività, qualità materiale. Accoglie le occasioni offerte dal decennio e le traduce in opere che mantengono una forte identità personale. Alla IV Triennale di Monza del 1930 la “Casa delle vacanze”, progettata con Emilio Lancia, appartiene ancora alla cultura domestica che aveva caratterizzato il decennio precedente [1]. La casa è pensata come luogo di riposo, rapporto con la vita all’aperto. Nello stesso momento Ponti guarda con attenzione alle ricerche più avanzate dei giovani architetti razionalisti, come dimostra il ruolo svolto nella promozione della “Casa elettrica” di Figini e Pollini. La Triennale diventa così un osservatorio privilegiato: vi convivono casa moderna, industria, nuovi materiali, arredamento e riflessione sul modo di abitare. Le “Case tipiche” o “Domus” milanesi, realizzate tra il 1931 e il 1936, costituiscono uno dei laboratori più coerenti del periodo [2]. Ponti affronta l’abitazione urbana borghese con un linguaggio più asciutto rispetto agli anni Venti. Le facciate si fanno piane, le aperture acquistano un ritmo più regolare. I nomi latini assegnati agli edifici indicano una precisa volontà di carattere: ogni casa deve possedere riconoscibilità, decoro, rapporto con la strada. La modernità domestica, in queste architetture, passa attraverso distribuzioni più razionali, superfici controllate, attenzione alla luce e alla dignità dell’ingresso. La casa, per Ponti, mantiene una qualità civile di spazio privato e insieme parte della città. Le Domus milanesi traducono la “casa all’italiana” in forma urbana: appartamenti più agili, ambienti rappresentativi ridisegnati, servizi integrati, facciate ordinate secondo una disciplina chiara. La tradizione agisce come memoria di proporzione e misura, mentre la vita contemporanea richiede praticità, maggiore fluidità, semplificazione. In questi edifici si vede bene il modo pontiano di procedere: assorbire la trasformazione moderna dentro una grammatica domestica riconoscibile. Casa e Torre Rasini, all’angolo tra corso Venezia e i Bastioni di Porta Venezia, portano il tema a una maggiore intensità urbana [3]. Il complesso, progettato con Emilio Lancia, affianca un corpo più basso e compatto a una torre residenziale slanciata, con terrazze e altana. Ponti costruisce una presenza architettonica capace di segnare l’angolo urbano e, nello stesso tempo, di dare all’abitazione verticale una dimensione domestica. Nella torre il rapporto tra casa e città diventa tema visibile. Terrazze, affacci, piani arretrati e aperture stabiliscono una relazione continua con l’esterno. L’abitazione in altezza viene interpretata come organismo di soglie e vedute, più che come semplice sovrapposizione di piani. Qui Ponti trasferisce nella Milano moderna alcuni elementi della sua idea di casa: rapporto con il verde, cura del dettaglio. La verticalità assume un valore nuovo, metropolitano, ma conserva una radice domestica. La V Triennale di Milano del 1933 rafforza il ruolo pubblico di Ponti [4]. La nuova sede del Palazzo dell’Arte, progettata da Giovanni Muzio, diventa il teatro della modernità architettonica e decorativa italiana. Ponti partecipa all’organizzazione culturale della mostra e agisce come mediatore tra arti applicate, architettura, pittura murale, arredamento e industria. Il suo lavoro editoriale e progettuale trova nella Triennale una sede naturale: il progetto viene presentato come sistema coordinato, capace di formare gusto, orientare la produzione, dare immagine alla modernità italiana. Per la stessa Triennale Ponti progetta la Torre Littoria, oggi Torre Branca, nel Parco Sempione [5]. La struttura metallica, calcolata dagli ingegneri Cesare Chiodi ed Ettore Ferrari, raggiunge un’altezza di oltre cento metri e usa tubolari d’acciaio saldati. È un’opera di forte valore tecnico e simbolico. La torre riduce il progetto a struttura, verticalità, profilo. Il segno urbano nasce dalla costruzione stessa. In un decennio attratto dalla monumentalità, Ponti realizza una figura sottile, precisa, affidata alla tensione dell’acciaio e alla chiarezza del disegno. La Scuola di Matematica della Città Universitaria di Roma, progettata nell’ambito del piano coordinato da Marcello Piacentini, rappresenta uno degli esiti più alti del Ponti pubblico [6]. L’edificio articola funzioni diverse in corpi distinti: biblioteca, aule, ambienti di studio, spazi di rappresentanza. La composizione assume una presenza istituzionale, ma resta leggibile nella distribuzione e nel rapporto tra volumi. La grande biblioteca diventa il centro intellettuale dell’edificio; le aule e i percorsi definiscono una macchina didattica ordinata, luminosa, funzionale alla vita universitaria. In questa architettura Ponti lavora sul rapporto tra rigore e invenzione spaziale. Il cemento armato consente articolazioni più libere, mentre la composizione dei prospetti mantiene una misura controllata. La vetrata policroma del fronte principale, poi perduta durante i bombardamenti del 1943, confermava il suo interesse per l’integrazione tra architettura e arti applicate. L’edificio romano, collocato dentro una delle grandi operazioni urbane del regime, mostra la capacità di Ponti di dare forma a un’istituzione culturale attraverso chiarezza funzionale, dignità spaziale e qualità visiva. A Padova, il Palazzo Liviano e gli interventi per Palazzo Bo aprono un altro capitolo [7]. Il rettore Carlo Anti chiama Ponti a collaborare al rinnovamento dell’Università; nel 1934 l’architetto vince il concorso per la nuova sede della Facoltà di Lettere. Il progetto nasce in un contesto carico di memoria storica e richiede un equilibrio sottile tra architettura contemporanea, tradizione universitaria e rappresentazione della cultura umanistica. Ponti risponde con un edificio che diventa cornice attiva per pittura, scultura, arredi e percorsi. L’atrio del Liviano, con il grande affresco di Massimo Campigli e la scultura di Arturo Martini dedicata a Tito Livio, esprime pienamente questa regia. Lo spazio universitario assume una qualità cerimoniale, ma resta costruito attraverso rapporti concreti di luce, materia, presenza delle opere. Ponti orchestra artisti e architettura con la stessa logica che aveva già sperimentato nella casa; qui, però, la dimensione privata si trasforma in memoria pubblica. L’interno diventa luogo di identità culturale, non semplice spazio di passaggio. Il primo Palazzo Montecatini a Milano, realizzato tra il 1936 e il 1938 con Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini, conclude il decennio con un’opera di straordinaria densità progettuale [8]. La committenza industriale chiede una sede capace di rappresentare efficienza, modernità tecnica, solidità aziendale. Ponti progetta un edificio per uffici concepito come organismo integrale dove percorsi e ambienti di lavoro vengono coordinati in un sistema unitario. Il Palazzo Montecatini traduce l’idea di opera totale dentro il mondo dell’industria. La facciata in marmo cipollino apuano verde, la complanarità tra murature e serramenti metallici, la precisione degli interni e l’uso di materiali moderni costruiscono un’immagine di efficienza sobria. L’edificio organizza il lavoro quotidiano attraverso spazi chiari, luminosi, tecnicamente aggiornati. Ponti porta nell’ufficio la stessa attenzione che aveva dedicato alla casa: qualità dell’ambiente, controllo degli oggetti, relazione tra uso e immagine. La forza degli anni Trenta sta nella progressiva estensione del metodo pontiano. La casa borghese, la torre metallica, l’edificio universitario e il palazzo industriale rispondono a funzioni diverse, ma condividono una stessa disciplina del progetto. Ponti disegna edifici che aspirano a essere completi e la sua modernità si fonda su precisione e continuità. L’architettura assorbe la tecnica, dialoga con la città, coinvolge le arti, organizza la vita degli ambienti.
Giorgio Catania
Note[1] La “Casa delle vacanze” viene presentata alla IV Triennale di Monza del 1930 ed è progettata da Gio Ponti con Emilio Lancia. Nello stesso contesto viene presentata la “Casa elettrica” di Luigi Figini e Gino Pollini, sostenuta da Ponti sulle pagine di Domus. [2] Le “Case tipiche” o “Domus” sono realizzate a Milano tra il 1931 e il 1936. Il ciclo testimonia la ricerca pontiana sull’abitazione urbana moderna, con attenzione alla distribuzione interna, alla qualità degli ingressi, alla luce e al rapporto con la strada. [3] Casa e Torre Rasini, a Milano, sono progettate da Gio Ponti ed Emilio Lancia e realizzate nei primi anni Trenta tra corso Venezia e i Bastioni di Porta Venezia. Il complesso segna uno degli episodi più significativi dell’abitare verticale milanese del periodo. [4] La V Triennale di Milano del 1933 è la prima ospitata nel Palazzo dell’Arte di Giovanni Muzio. Ponti partecipa alla direzione culturale dell’esposizione e vi svolge un ruolo centrale nel collegare architettura, arti applicate e industria. [5] La Torre Littoria, oggi Torre Branca, viene costruita nel Parco Sempione per la V Triennale del 1933. Il progetto architettonico è di Gio Ponti; il calcolo strutturale e la realizzazione tecnica sono degli ingegneri Cesare Chiodi ed Ettore Ferrari. [6] La Scuola di Matematica della Città Universitaria di Roma è progettata da Ponti nell’ambito del complesso universitario coordinato da Marcello Piacentini. L’edificio viene realizzato tra il 1932 e il 1935. [7] Nel 1934 Ponti vince il concorso per il Palazzo Liviano, nuova sede della Facoltà di Lettere dell’Università di Padova. Il progetto si collega al rinnovamento di Palazzo Bo promosso dal rettore Carlo Anti e coinvolge artisti come Massimo Campigli e Arturo Martini. [8] Il primo Palazzo Montecatini, in largo Donegani a Milano, viene realizzato tra il 1936 e il 1938 da Gio Ponti con Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. È una delle opere principali dell’architettura italiana per uffici negli anni Trenta.
BibliografiaGio Ponti, L’ambiente moderno in Italia. 206 riproduzioni di interni di architetti italiani, Editoriale Domus, Milano 1930. Gio Ponti, La casa all’italiana, Editoriale Domus, Milano 1933. Ugo La Pietra, Gio Ponti, Rizzoli, Milano 1988. Fulvio Irace, Gio Ponti. La casa all’italiana, Electa, Milano 1988. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, Leonardo, Milano 1990. Graziella Leyla Ciagà, Gio Ponti. Gli edifici per uffici, Electa, Milano 1995. Stefania Mornati, L’edificio della Scuola di Matematica di Gio Ponti alla Città Universitaria di Roma, Gangemi, Roma 2002. Fulvio Irace, Gio Ponti, 24 Ore Cultura, Milano 2009. Maddalena Scimemi, Gio Ponti a Padova. Il Liviano e Palazzo Bo, Il Poligrafo, Padova 2011.
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