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Gio Ponti - Gli anni Quaranta.Guerra, scrittura, interni e ricostruzione
Gli anni Quaranta costituiscono per Gio Ponti una fase di passaggio densa e irregolare. La guerra modifica tempi, committenze, cantieri, possibilità operative. L’architettura costruita procede con minore continuità, mentre acquistano peso la scrittura, il disegno, la regia editoriale, gli interni, il teatro, gli oggetti, le collaborazioni con artigiani e industrie. Ponti attraversa il decennio spostando il progetto su scale più mobili: la pagina, la scena, la superficie, il mobile, la macchina, la nave. In questi ambiti conserva la propria idea di architettura come costruzione dell’ambiente, anche quando l’edificio resta sospeso, ritardato o trasformato dalle condizioni storiche. Nel 1941 lascia Domus e fonda per Garzanti Lo Stile nella casa e nell’arredamento, rivista che dirigerà fino al 1947 [1]. Stile diventa il centro della sua attività durante gli anni bellici. La rivista accoglie architettura, arredamento, arti decorative, pittura, scultura, grafica, costume domestico. La direzione pontiana è molto riconoscibile: scelta dei temi, impaginazione, copertine, testi e immagini concorrono a costruire un’idea unitaria di cultura figurativa. La casa rimane il luogo principale, ma viene letta come organismo complesso, dove mobili, oggetti, opere d’arte e modi di vita partecipano alla qualità dello spazio. Il periodo impone una cornice storica precisa. Stile nasce nell’Italia fascista e continua durante la guerra. La rivista partecipa al sistema culturale del tempo, con le sue retoriche, i suoi vincoli, le sue ambiguità [2]. Ponti vi difende una concezione alta del lavoro artistico e dell’identità italiana, affidando alla forma una funzione ordinatrice. La guerra, con la sua pressione materiale e simbolica, accentua questo orientamento. Il progetto diventa presidio di continuità: un modo per custodire competenze, immagini, abitudini, qualità dell’ambiente. La casa, negli anni della distruzione, assume anche il valore di luogo mentale. Accanto a Stile si colloca l’esperienza di Bellezza, diretta da Ponti tra il 1941 e il 1944 [3]. La rivista amplia il suo raggio verso moda, costume e immagine. Ponti guarda al progetto come a una costruzione estesa, dove l’abito, l’arredo, l’oggetto e la pagina partecipano a una medesima educazione visiva. La figura umana e l’ambiente domestico sono legati da rapporti di misura, colore, gesto, superficie. La modernità, per lui, si manifesta anche nelle forme minori della vita quotidiana. Il disegno assume nel decennio un’importanza crescente. Studi grafici, pitture, composizioni decorative, figure e architetture immaginarie accompagnano l’attività professionale [4]. Ponti usa il disegno come strumento di progetto e come esercizio autonomo di invenzione. La linea gli permette di trattenere immagini, provare forme, immaginare interni, trasformare oggetti in figure. Durante gli anni di guerra, questa pratica acquista una particolare intensità. Dove il cantiere incontra ostacoli, il disegno mantiene aperta la possibilità del progetto. Anche il teatro diventa un campo di sperimentazione. Ponti lavora a scene e costumi per spettacoli e balletti, portando nella dimensione scenica la propria sensibilità per spazio, colore e movimento [5]. Il palcoscenico gli offre un interno provvisorio, regolato dalla luce e dal tempo dell’azione. Qui la parete, il fondale, la quinta e l’abito costruiscono un ambiente temporaneo, concentrato. L’esperienza teatrale rafforza la sua attitudine alla regia: ogni elemento visivo partecipa alla costruzione di un’atmosfera. Le collaborazioni artigianali e industriali danno continuità concreta alla ricerca. Dal 1940 Ponti lavora con Paolo De Poli agli smalti su rame [6]. Lo smalto gli consente di unire materia, brillantezza e colore in superfici di forte intensità visiva. Tavoli, pannelli e oggetti smaltati rinnovano il legame con le arti applicate, già centrale negli anni della Richard-Ginori, con una qualità cromatica più accesa e moderna. La materia diventa campo di luce, vibrazione, presenza. Negli stessi anni prosegue l’attenzione per l’oggetto d’uso. La collaborazione con Krupp Italiana, avviata nel 1941, porta Ponti verso il metallo domestico e la forma impugnabile [7]. La posata, il vassoio, il piccolo utensile richiedono precisione di profilo, equilibrio tattile, chiarezza funzionale. Ponti applica al gesto quotidiano la stessa disciplina che riserva all’architettura. L’oggetto moderno deve entrare nella mano con naturalezza, accompagnare l’uso, rendere visibile una qualità discreta. La scala ridotta diventa un banco di prova severo. La Clinica Columbus a Milano, progettata dallo studio Ponti-Fornaroli-Soncini per le Missionarie del Sacro Cuore, attraversa il decennio come cantiere complesso [8]. Il progetto mette in relazione la nuova struttura sanitaria con la Villa Romeo-Faccanoni di Giuseppe Sommaruga, preesistenza liberty di forte presenza urbana. Ponti lavora su un tema funzionale delicato: la cura. Distribuzione, igiene, percorsi, luce, rivestimenti e rapporto con il verde costruiscono un ambiente misurato, adatto alla vita sanitaria. Le superfici ceramiche, il laterizio e la chiarezza dei volumi mostrano un’architettura concentrata sull’uso e sulla serenità visiva. Con la ricostruzione emerge il problema della città. Ponti partecipa a riflessioni e proposte per nuovi quartieri, tra cui il QT8 a Milano e il quartiere Breda [9]. La casa, dopo la guerra, entra in una dimensione collettiva più urgente. Si tratta di ricostruire abitazioni, servizi, spazi aperti, relazioni urbane. Ponti porta in questo campo la propria fiducia nella qualità dell’ambiente. La modernità abitativa richiede ordine, luce, decoro, rapporto con il verde, cura della vita quotidiana. La sua risposta resta fondata sul progetto come strumento di civiltà materiale. Nel secondo dopoguerra l’attività per l’industria e per l’artigianato di alta qualità riprende vigore. Tra il 1946 e il 1949 Ponti disegna per Venini vetri e lampadari, lavorando su trasparenza, riflesso, colore, leggerezza [10]. Il vetro muranese offre una materia adatta alla sua sensibilità: fragile e luminosa, storica e insieme aperta a forme nuove. L’oggetto in vetro entra nella casa come presenza discreta, capace di modificare la luce e di dare intensità all’ambiente. Nel 1948 Ponti, con Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli, progetta per La Pavoni la macchina da caffè a caldaia orizzontale, nota come modello 47 o “La Cornuta” [11]. L’oggetto ha una forza iconica immediata. Il metallo lucido, il cilindro orizzontale, le parti sporgenti e la struttura tecnica trasformano la macchina da bar in figura urbana. Il caffè espresso diventa rito moderno, gesto pubblico, immagine dell’Italia produttiva del dopoguerra. Ponti riconosce nel dispositivo tecnico una possibilità formale: la macchina, quando è disegnata, entra nella cultura visiva. Gli interni navali del 1949 per i transatlantici Conte Biancamano e Conte Grande aprono alla stagione internazionale del dopoguerra [12]. La nave è un ambiente complesso, una città temporanea, una vetrina del gusto italiano. Ponti vi organizza saloni, cabine, arredi, superfici, opere e luci come parti di un’esperienza di viaggio. Il transatlantico richiede sintesi: resistenza dei materiali, chiarezza dei percorsi, qualità rappresentativa, comfort. In questi interni si prepara il Ponti degli anni Cinquanta, più luminoso, più mobile, più vicino all’immagine internazionale del design italiano. Il decennio consegna dunque un Ponti meno concentrato sull’edificio monumentale e più diffuso nei territori del progetto. La rivista, l’oggetto, la scena, l’interno, la clinica, il quartiere e la nave diventano luoghi di elaborazione. La guerra produce fratture e vincoli; il dopoguerra apre nuove urgenze produttive e abitative. Ponti risponde moltiplicando gli strumenti. Scrive per ordinare una cultura figurativa sotto pressione; disegna per mantenere viva l’invenzione; lavora con artigiani e industrie per riportare la qualità dentro la produzione; cura interni perché lo spazio abitato resta il centro della sua architettura. Gli anni Quaranta preparano così la maturità successiva. Nei Cinquanta la forma finita, la casa internazionale, il design industriale e il grattacielo troveranno una maggiore compattezza. Molti elementi nascono in questa fase: la centralità della comunicazione, la collaborazione con l’industria, il gusto per le superfici luminose, la capacità di orchestrare arti diverse, l’attenzione per l’interno come spazio di rappresentazione e vita. È un decennio di transizione, ma anche di sedimentazione. Ponti vi raccoglie strumenti e immagini che diventeranno decisive nel dopoguerra maturo.
Giorgio CataniaNote[1] Lo Stile nella casa e nell’arredamento viene fondato da Gio Ponti nel gennaio 1941 per l’editore Garzanti, dopo l’uscita da Editoriale Domus. La rivista prosegue fino al 1947. [2] La collocazione di Stile durante gli anni del fascismo e della guerra richiede una lettura storica attenta. La rivista appartiene al sistema culturale del tempo e, al tempo stesso, documenta l’ampiezza degli interessi pontiani per architettura, arredamento, arti decorative e arti figurative. [3] Bellezza è diretta da Ponti tra il 1941 e il 1944. La rivista amplia il campo della sua attività editoriale verso moda, costume e immagine. [4] Il Gio Ponti Archives documenta per gli anni Quaranta disegni, pitture, pitture su vetro e studi grafici. Questa attività accompagna il lavoro professionale e assume rilievo particolare durante gli anni della guerra. [5] Tra le esperienze teatrali del periodo si ricordano scene e costumi per spettacoli e balletti, tra cui Pulcinella di Stravinskij e Orfeo ed Euridice di Gluck alla Scala. Questi lavori mostrano l’interesse di Ponti per il rapporto tra spazio, figura, costume e luce. [6] La collaborazione con Paolo De Poli per smalti su rame e mobili smaltati è documentata dal 1940 e prosegue nel corso del decennio. [7] La collaborazione con Krupp Italiana per posate e oggetti metallici è documentata dal 1941. Le posate Conca, sviluppate poi nel 1951, appartengono alla fase successiva e rientrano nella sezione sugli anni Cinquanta. [8] La Clinica Columbus di Milano, progettata dallo studio Ponti-Fornaroli-Soncini per le Missionarie del Sacro Cuore, viene avviata alla fine degli anni Trenta e conclusa nel secondo dopoguerra. Ponti pubblica l’edificio su Domus nel 1949. [9] Il Gio Ponti Archives registra nel 1944 un progetto per il QT8, quartiere sperimentale milanese promosso nell’ambito della Triennale, e nel 1946 un progetto per il quartiere Breda. [10] I progetti per Venini, in particolare vetri e lampadari, sono documentati tra il 1946 e il 1949. [11] Nel 1948 La Pavoni realizza la macchina con caldaia orizzontale modello 47, detta “La Cornuta”, progettata da Gio Ponti con Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli. [12] Gli interni per i transatlantici Conte Biancamano e Conte Grande sono documentati nel 1949. Il tema dell’interno navale avrà pieno sviluppo nei primi anni Cinquanta.
BibliografiaGio Ponti, Lo Stile nella casa e nell’arredamento, Garzanti, Milano 1941-1947. Gio Ponti, “Clinica Columbus”, Domus, n. 240, Milano, settembre 1949. Ugo La Pietra, Gio Ponti, Rizzoli, Milano 1988. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, Leonardo, Milano 1990. Graziella Leyla Ciagà, Gio Ponti. Gli edifici per uffici, Electa, Milano 1995. Ugo La Pietra, Gio Ponti. Le navi. Il progetto degli interni navali 1948-1953, Electa, Milano 1996. Laura Falconi, Gio Ponti. Interni, oggetti, disegni 1920-1976, Electa, Milano 2004. Fulvio Irace, Gio Ponti, 24 Ore Cultura, Milano 2009.
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