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Gio Ponti - Gli anni Cinquanta.La forma finita, la casa internazionale e il grattacielo
Gli anni Cinquanta sono il decennio della piena maturità di Gio Ponti. Dopo la guerra, dopo l’esperienza di Stile, dopo il ritorno a Domus nel 1948, la sua attività assume un’ampiezza nuova. L’Italia entra nella stagione della ricostruzione e poi del miracolo economico; Milano torna a essere laboratorio produttivo, editoriale, industriale. Ponti attraversa questo clima con energia eccezionale. Disegna mobili, posate, interni navali, case, ville, uffici, libri, riviste, edifici pubblici, oggetti, facciate, lampade. Viaggia in America Latina, negli Stati Uniti, in Medio Oriente, in Scandinavia. Il suo linguaggio si alleggerisce, diventa più tagliente, più luminoso, più sicuro. La casa resta il centro ideale, ma ora si apre al mondo. Il decennio comincia con un dato organizzativo rilevante: lo studio Ponti-Fornaroli-Rosselli. La collaborazione con Antonio Fornaroli prosegue, mentre Alberto Rosselli porta una sensibilità nuova, più vicina al disegno industriale, alla comunicazione, alla cultura tecnica del dopoguerra [1]. Ponti costruisce un laboratorio professionale capace di seguire architetture, arredi, modelli, prototipi, grafica, esposizioni, progetti urbani. Questa struttura gli consente di affrontare insieme la piccola e la grande scala. Una posata, una cabina di transatlantico, un appartamento, una villa venezuelana, un edificio per uffici e un grattacielo appartengono alla stessa traiettoria. Nel 1951 il secondo Palazzo Montecatini in largo Donegani a Milano riapre il tema dell’edificio industriale e amministrativo [2]. Il primo palazzo degli anni Trenta era stato una macchina totale, governata da un controllo minuzioso di architettura, arredo, impianti, finiture. Il secondo edificio appartiene a un dopoguerra in cui il lavoro d’ufficio, la grande azienda e l’immagine tecnica dell’impresa chiedono un’altra chiarezza. Ponti continua a intendere l’edificio per uffici come ambiente civile, dove la qualità dello spazio incide sulla vita di chi lavora. Il progetto industriale è una forma urbana del lavoro moderno. Nello stesso torno d’anni Ponti partecipa al quartiere INA-Casa Harrar-Dessiè a Milano [3]. Il tema dell’abitazione collettiva lo porta dentro un campo meno consueto rispetto alla casa borghese o alla villa internazionale. Il quartiere nasce entro il programma nazionale INA-Casa, quindi dentro una politica pubblica della ricostruzione abitativa. Ponti contribuisce al piano e disegna edifici residenziali, misurandosi con densità, standard, ballatoi, colori, profili, rapporto tra alloggi e spazi aperti. Il suo interesse resta soprattutto formale e ambientale: evitare che la casa popolare diventi anonimato edilizio, dare agli edifici un carattere riconoscibile, introdurre colore e variazione. Questa esperienza chiarisce una tensione ricorrente. Ponti vuole diffondere la qualità del progetto, ma la sua cultura rimane più vicina alla regia dell’ambiente che alla critica sociale dell’abitazione. Guarda alla casa per tutti come a un problema di decoro, luce, organizzazione e bellezza quotidiana. Il quartiere Harrar-Dessiè gli offre un banco di prova concreto: l’abitare seriale, il blocco, il ballatoio, la ripetizione. Anche in questo caso il tema è la forma abitabile. La modernità deve essere riconoscibile senza diventare povera di immagine. La dimensione navale prosegue con forza. Gli interni del Giulio Cesare nel 1951 e dell’Andrea Doria nel 1952 portano Ponti dentro uno dei luoghi più visibili del design italiano del dopoguerra [4]. Il transatlantico è una vetrina mobile. Sale, cabine, suite, ponti, bar, arredi, colori, opere d’arte e superfici devono comunicare l’immagine di un Paese che torna a presentarsi sul mercato internazionale. Ponti comprende la nave come città temporanea, casa galleggiante, palcoscenico diplomatico. La “casa all’italiana” degli anni Venti, qui, si muove sull’oceano. La suite dello Zodiaco sull’Andrea Doria, realizzata con Piero Fornasetti, condensa questa libertà immaginativa [5]. I segni zodiacali invadono superfici, oggetti, pareti, dettagli; la decorazione rifinisce uno spazio già definito. Ponti usa il tema astrologico come teatro dell’abitare: il passeggero entra in un interno totale, quasi fantastico, dove il viaggio diventa esperienza visiva. In pieno dopoguerra questo è una dichiarazione di vitalità. L’Italia moderna si presenta attraverso la capacità di inventare ambienti memorabili. Nel 1954 Ponti pubblica Espressione di Gio Ponti, fascicolo monografico di Aria d’Italia edito da Daria Guarnati [6]. È un passaggio critico importante perché Ponti guarda al proprio lavoro come a una continuità di espressione personale; organizza immagini, disegni, oggetti, architetture, pensieri. La stessa tensione formale attraversa la ceramica, la casa, il mobile, il grattacielo in gestazione. Ponti comincia a nominare con maggiore precisione la propria idea di forma. Da qui emerge la nozione di “forma finita”. L’espressione indica una forma compiuta, necessaria, conclusa in sé, priva di residui indecisi. Ponti cerca forme esatte, ma vive: oggetti che sembrino arrivati al loro stato definitivo, edifici che non abbiano bisogno di ornamenti aggiunti. La forma finita è un criterio operativo. Si vede nelle sedie, nelle posate, nelle ville, nelle facciate, nel grattacielo. Ogni progetto deve trovare il proprio punto di massima evidenza e minima esitazione. La Superleggera 699 per Cassina, prodotta dal 1957, è l’oggetto che più chiaramente rende visibile questa ricerca [7]. Deriva dalla tradizione ligure della sedia di Chiavari, ma Ponti la porta a un limite nuovo: struttura in frassino, sedile in canna d’India, peso ridottissimo, profilo rastremato, resistenza sorprendente. La sedia è un oggetto domestico, quasi ovvio nella sua presenza, e proprio per questo radicale. Ogni parte è necessaria. La leggerezza diventa qualità tecnica, estetica e morale. Una sedia ben disegnata rende più abitabile il mondo. La Superleggera va letta accanto alle posate Conca per Krupp Italiana, anch’esse sviluppate in questi anni [8]. Nel piccolo oggetto Ponti cerca precisione d’uso, piacere tattile, chiarezza del profilo. Posata e sedia appartengono alla stessa visione: il design moderno deve entrare nei gesti quotidiani. Tenere una forchetta, spostare una sedia, sedersi, apparecchiare, abitare una stanza: sono azioni minime, ma Ponti le tratta come luoghi della forma. L’architettura comincia dalla mano. Il 1957 è anche l’anno di Amate l’architettura, pubblicato da Vitali e Ghianda [9]. È il suo libro più noto, il testo in cui confluiscono aforismi, disegni, frammenti teorici. Ponti parla dell’architettura come vocazione, invenzione, responsabilità, arte della costruzione e della felicità. La sua scrittura è ellittica, a volte sentenziosa, spesso intuitiva. L’architettura vi appare come forza capace di trasformare la vita, dare ordine al mondo, produrre bellezza concreta. Nello stesso anno Ponti realizza la casa di via Dezza 49 a Milano e vi sistema il proprio appartamento [10]. È un episodio decisivo perché concentra, in scala domestica, molte invenzioni del decennio. Pareti mobili, porte a soffietto, arredi integrati, colori, superfici decorate, pavimenti, oggetti, luci e opere d’arte costruiscono un ambiente flessibile e intensamente personale. L’appartamento è laboratorio abitato. Ponti vi sperimenta la casa moderna come spazio trasformabile, luminoso, attraversato da relazioni visive, dove ogni parete può diventare piano d’uso, filtro, scena, deposito, immagine. Via Dezza mostra un Ponti meno monumentale e più intimo. La casa è relativamente contenuta, ma densissima. Le stanze si modificano, gli arredi partecipano alla distribuzione, i colori orientano, separano, uniscono. L’abitare diventa esercizio di libertà controllata. La casa pontiana degli anni Cinquanta con il suo codice di rappresentanza classica è un organismo dinamico, adatto a una vita più mobile, familiare, professionale, mentale. Tutto è disegnato, ma nulla deve apparire bloccato. La villa internazionale è l’altro grande laboratorio della decade. Villa Planchart a Caracas, progettata per Anala e Armando Planchart tra il 1953 e il 1957, costituisce uno dei vertici dell’intera opera pontiana [11]. Situata su un’altura, concepita come casa sopra la città, la villa è un organismo aperto alla luce tropicale, ai giardini, alle vedute. Ponti disegna architettura, arredi, lampade, ceramiche. L’edificio è casa, macchina climatica, teatro domestico, collezione di oggetti, dispositivo paesaggistico. Nessuna parte resta neutra. Villa Planchart porta la “casa all’italiana” fuori dall’Italia senza trasformarla in esportazione folklorica. Il clima venezuelano, la committenza colta, il paesaggio di Caracas e la sensibilità pontiana per la luce producono un’architettura sospesa, traforata, brillante. Le falde, le aperture, le logge, le superfici colorate e i dettagli ceramici costruiscono un interno-esterno continuo. La casa è un sistema di relazioni: tra cielo e pavimento, tra mobili e pareti, tra paesaggio e vita domestica, tra oggetto e architettura. Qui la forma finita coincide con l’esattezza di un organismo aperto. Accanto a Villa Planchart si collocano altri progetti internazionali, tra cui Villa Arreaza a Caracas e Villa Nemazee a Teheran, avviata nel 1957 e conclusa negli anni Sessanta [12]. In questi lavori Ponti sviluppa un’idea di modernità mediterranea trasferibile: tetti leggeri, piani colorati, interni continui, attenzione al clima, rapporto con la committenza privata, integrazione tra architettura e arredi. Il rischio dell’opera totale, in queste ville, è l’eccesso di controllo; la forza è la capacità di trasformare ogni dettaglio in parte di un racconto abitativo. Ponti costruisce microcosmi. L’Istituto Italiano di Cultura “C. M. Lerici” a Stoccolma, inaugurato nel 1958, porta questo pensiero in un contesto pubblico e diplomatico [13]. Ponti lo concepisce come una “casa” della cultura italiana, con proporzioni domestiche più che celebrative. Il rapporto con Pier Luigi Nervi, la cura degli interni, l’attenzione agli arredi e alla luce fanno dell’edificio un organismo di rappresentanza misurata. In Svezia, Ponti propone una presenza culturale riconoscibile. L’Italia si identifica con un modo di abitare lo spazio. Il grattacielo Pirelli è il culmine del decennio [14]. La vicenda progettuale si avvia nei primi anni Cinquanta; la costruzione procede nella seconda metà del decennio e l’edificio viene completato all’inizio degli anni Sessanta. Ponti lavora con Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Valtolina, Egidio Dell’Orto, Pier Luigi Nervi e Arturo Danusso. La committenza Pirelli chiede una sede amministrativa moderna nell’area della Brusada, segnata dai bombardamenti del 1943. Il tema è enorme: dare a Milano un edificio verticale capace di rappresentare industria, tecnica, ricostruzione, fiducia nel futuro. Il Pirelli è un grattacielo, ma la pianta rastremata, il profilo sottile, la struttura in cemento armato, l’altezza calibrata rispetto alla città producono una figura immediatamente riconoscibile. Ponti cerca un edificio che abbia la precisione di un oggetto e la scala di un simbolo urbano. È immagine della Milano produttiva, razionale, proiettata verso l’alto, ma ancora legata alla misura del disegno. Il rapporto con Nervi e Danusso rendono possibile l’audacia strutturale. Nel Pirelli si compie una delle alleanze più riuscite tra architettura e ingegneria nell’Italia del Novecento. La forma sottile deriva da una convergenza tra calcolo, profilo, costruzione, immagine. L’edificio appare leggero perché la sua struttura lavora per renderlo tale. È questo il punto che lo collega alla Superleggera: in entrambi i casi la leggerezza è conquista tecnica e disciplina formale. Il decennio, visto nel suo insieme, rivela una coerenza profonda. La sedia Superleggera, Villa Planchart, via Dezza, l’Istituto di Stoccolma e il grattacielo Pirelli appartengono a un unico mondo dove tutti cercano una forma esatta, luminosa, comunicativa, capace di trasformare l’uso in esperienza. Gli anni Cinquanta sono anche il decennio della piena internazionalizzazione. Domus diffonde immagini, progetti e modelli; i viaggi ampliano il raggio delle committenze; il design italiano comincia a imporsi come sistema riconoscibile. Ponti vi contribuisce come architetto, designer, editore e promotore. Costruisce un’immagine dell’Italia moderna. Ponti trova un’Italia che ha bisogno di ricostruire, esportare, convincere, abitare meglio, produrre oggetti, mostrare competenza tecnica. Nessun progetto resta puramente funzionale; nessun oggetto resta soltanto decorativo. La forma finita è il suo modo di tenere insieme precisione e immaginazione. Il decennio consegna così il Ponti più compiuto: un autore capace di trasformare il progetto in un sistema internazionale di forme, case, oggetti e immagini.
Giorgio Catania
Note[1] Dopo la guerra Ponti lavora con Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli. Il nuovo assetto professionale, consolidato nei primi anni Cinquanta, accompagna molti progetti della maturità: edifici per uffici, abitazioni, interni, prodotti industriali, architetture internazionali. [2] Il secondo Palazzo Montecatini in largo Donegani a Milano è realizzato tra il 1947 e il 1951 dallo studio Ponti-Fornaroli-Soncini. La data 1951 viene indicata anche dal Gio Ponti Archives come momento di conclusione dell’opera. [3] Il quartiere INA-Casa Harrar-Dessiè a Milano appartiene alla stagione 1950-1955. Ponti partecipa al piano con altri architetti e progetta alcuni edifici residenziali, tra cui corpi con ballatoi e profili cromatici riconoscibili. [4] Il Gio Ponti Archives registra nel 1951 gli interni del transatlantico Giulio Cesare. Per l’Andrea Doria, varata nel 1951 ed entrata in servizio nel 1953, Ponti lavora agli interni e ad arredi specifici, documentati anche da Domus nel 1953. [5] La suite dello Zodiaco dell’Andrea Doria nasce dalla collaborazione tra Gio Ponti e Piero Fornasetti. È uno degli esempi più noti della loro ricerca decorativa applicata agli interni navali. [6] Espressione di Gio Ponti viene pubblicato nel 1954 da Daria Guarnati come fascicolo monografico di Aria d’Italia. Il Gio Ponti Archives lo interpreta come momento in cui Ponti guarda criticamente alla propria opera come continuità di una “espressione individuale”. [7] La sedia 699 Superleggera, prodotta da Cassina dal 1957, deriva da una lunga ricerca sulla sedia leggera, avviata con la Leggera. La struttura è in frassino; il sedile tradizionale è in canna d’India. Il peso ridottissimo, circa 1,7 kg, diventa parte essenziale della sua identità. [8] Le posate Conca per Krupp Italiana sono documentate nel 1951. Ponti aveva già avviato la collaborazione con Krupp nel decennio precedente; negli anni Cinquanta la ricerca sull’oggetto d’uso raggiunge maggiore precisione formale. [9] Amate l’architettura viene pubblicato da Vitali e Ghianda nel 1957. Il volume riprende e amplia riflessioni precedenti, tra cui L’architettura è un cristallo, e diventa il principale testo teorico-autobiografico di Ponti. [10] La casa di via Dezza 49 a Milano e l’appartamento Ponti sono del 1957. L’appartamento viene considerato dal Gio Ponti Archives come sintesi delle invenzioni pontiane su pianta, pareti, arredi e oggetti elaborate nel corso degli anni Cinquanta. [11] Villa Planchart a Caracas, commissionata da Anala e Armando Planchart, è progettata e realizzata tra il 1953 e il 1957. Ponti ne disegna architettura, interni, arredi e molti dettagli, trasformandola in una delle sue più compiute opere totali. [12] Villa Arreaza a Caracas e Villa Nemazee a Teheran appartengono alla fase internazionale degli anni Cinquanta. Villa Nemazee viene avviata nel 1957 e conclusa nel decennio successivo. [13] L’Istituto Italiano di Cultura “C. M. Lerici” a Stoccolma viene inaugurato il 24 novembre 1958. L’edificio, progettato da Ponti con il contributo strutturale di Pier Luigi Nervi, viene concepito come “casa” della cultura italiana in Svezia. [14] Il grattacielo Pirelli nasce da una vicenda progettuale avviata nei primi anni Cinquanta. Ponti viene coinvolto nel 1952; la costruzione procede tra il 1956 e il 1960. Il gruppo di lavoro comprende Gio Ponti, Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Valtolina, Egidio Dell’Orto, Pier Luigi Nervi e Arturo Danusso.
BibliografiaGio Ponti, “Alcuni interni dell’Andrea Doria”, Domus, n. 281, Milano, aprile 1953. Gio Ponti, Espressione di Gio Ponti, Daria Guarnati, Milano 1954. Gio Ponti, Amate l’architettura. L’architettura è un cristallo, Vitali e Ghianda, Genova 1957. Ugo La Pietra, Gio Ponti, Rizzoli, Milano 1988. Fulvio Irace, Gio Ponti. La casa all’italiana, Electa, Milano 1988. Lisa Licitra Ponti, Gio Ponti. L’opera, Leonardo, Milano 1990. Graziella Leyla Ciagà, Gio Ponti. Gli edifici per uffici, Electa, Milano 1995. Ugo La Pietra, Gio Ponti. Le navi. Il progetto degli interni navali 1948-1953, Electa, Milano 1996. Laura Falconi, Gio Ponti. Interni, oggetti, disegni 1920-1976, Electa, Milano 2004. Cecilia Rostagni, a cura di, Gio Ponti a Stoccolma. L’Istituto Italiano di Cultura “C. M. Lerici”, Electa, Milano 2008. Fulvio Irace, Gio Ponti, 24 Ore Cultura, Milano 2009. Germano Celant, a cura di, Espressioni di Gio Ponti, Electa, Milano 2011.
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