Edmund Moiret 1883–1967.

 

anche Ödön Moiret

 

Budapest, 2 marzo 1883 – Vienna, 12 dicembre 1966

 

          

 

 

Edmund Moiret, o Ödön Moiret nella forma ungherese del nome, appartiene alla generazione di artisti cresciuti nella tarda stagione della monarchia austro-ungarica e formati in un’area mobile fra Budapest, Vienna e Bruxelles. La sua figura resta meno nota rispetto ai protagonisti della Secessione viennese e dell’Art Nouveau ungherese, ma consente di leggere un nodo specifico della cultura centro-europea d’inizio Novecento: l’incontro tra scultura simbolista, riforma dell’abitare, arti applicate e utopia domestica.

Nacque a Budapest il 2 marzo 1883, in una famiglia borghese di origine francese. Il padre era proprietario di una cartiera. Il primo orientamento artistico gli venne favorito anche da una parentela significativa: Albert Schickedanz, architetto dell’Historismus ungherese, sostenne la sua inclinazione verso la scultura. Dopo il ginnasio, Moiret frequentò la scuola d’arte di Budapest, dove ebbe fra i docenti Ede Balló per la pittura e Anton Loránfi per la scultura. Proseguì poi a Vienna con Hans Bitterlich, e nel 1904-1905 a Bruxelles, all’Académie royale des Beaux-Arts, presso Charles Van der Stappen e Herman Richir.[1]

Il soggiorno belga lasciò un’impronta visibile. Le prime opere documentate mostrano un giovane scultore attratto dalla superficie sensibile dei volti, dalla figura femminile e da una materia ancora vicina al naturalismo accademico, attraversata però da temi simbolici. I primi ritratti, fra il 1905 e il 1906, possiedono una modellazione morbida, una luce raccolta, una tensione psicologica già lontana dal semplice esercizio scolastico. Il catalogo viennese del 1985 ricorda, fra le opere giovanili, il busto di Margit Moiret, il ritratto del fratello Gustav e quello della sorella Margit in bronzo. In questi lavori il profilo sembra emergere da un’ombra compatta; la testa è appena inclinata, la bocca chiusa, lo sguardo concentrato. La scultura cerca una presenza interiore più che un effetto di rappresentanza.[2]

A Bruxelles Moiret assimilò anche un repertorio mitico e visionario. Il Tempio delle illusioni, progettato come monumento funerario per un amico morto giovane, costituisce uno dei primi nuclei della sua immaginazione simbolica. Il progetto, eseguito soltanto in argilla, organizzava architettura, figura e idea in una composizione di forte teatralità: una soglia, un tempio, una promessa di passaggio. Attorno a questo clima nascono anche opere come Il sogno, Leda, Venus Genetrix, La fonte, Anima floreale. Molte risultano oggi perdute o note attraverso fotografie e cataloghi. La perdita materiale rende più frammentaria la ricostruzione del primo Moiret, ma il percorso appare abbastanza chiaro: dalla figura modellata con dolcezza naturalistica si passa presto a un’immagine più rigida, frontale, costruita secondo valori emblematici.[3]

La mostra di Budapest del 1906 segna il primo momento pubblico della sua attività. In quella sede Moiret presentò anche opere progettate negli anni di Bruxelles. La ricezione ungherese lo avvicinò al gruppo di Gödöllő, la colonia artistica fondata nei pressi di Budapest e legata alla riforma delle arti applicate, alla vita comunitaria, all’idea di un’arte connessa alla casa, al lavoro manuale, all’arredo e al recupero di forme popolari. In tale ambiente operavano figure come Aladár Körösfői-Kriesch, Sándor Nagy e Ferenc Sidló; per Moiret fu decisivo anche il contatto con Ede Thoroczkai Wigand, progettista, disegnatore e interprete della cultura dell’abitare ungherese.[4]

La colonia di Gödöllő offriva a Moiret un modello di vita artistica integrale. L’opera, in quella prospettiva, entrava nell’ambiente domestico, nella sedia, nel mobile, nella parete, nella stanza. La casa dell’artista assumeva valore di manifesto. L’interesse per William Morris, per l’Arts & Crafts inglese e per la forma artigianale trovava in Ungheria una declinazione specifica, collegata al patrimonio contadino e alla costruzione di un linguaggio nazionale moderno. Moiret vi partecipò con entusiasmo, soprattutto negli anni immediatamente precedenti il 1910, quando progettò arredi per la propria abitazione e per il proprio atelier.

Gli insiemi di mobili documentati dal catalogo MAK comprendono la camera da letto, l’atelier, la sala da pranzo, la cucina e l’anticamera. Il dato più rilevante riguarda il cosiddetto Brettstil, uno stile “a tavole”, costruito su superfici ampie, profili robusti, incastri leggibili, tagli geometrici. L’effetto complessivo è arcaico, severo, quasi rustico. La decorazione nasce dal legno stesso, dai pieni, dalle aperture, dai piccoli trafori, dalla relazione fra schienali, montanti e piani d’appoggio. Il mobile non cerca leggerezza ornamentale; si presenta come un corpo costruito, saldo, talvolta quasi murario.[5]

Questi arredi chiariscono un tratto essenziale di Moiret. La sua mano resta quella di uno scultore. Nei mobili non domina la logica del falegname specializzato, bensì il senso del volume. Una panca, un armadio o un tavolo vengono trattati come masse da ordinare nello spazio, con superfici che valgono per peso, ritmo e sagoma. Nella panca angolare e nel mobile del 1907 conservato al MAK, il legno di cembro assume un tono compatto; le aperture quadrate e rettangolari scavano la superficie come piccoli vuoti plastici. L’arredo diventa un’estensione dell’atelier: un oggetto d’uso, certo, ma anche un frammento di architettura domestica.

Il confronto con Wigand appare inevitabile. Alcuni disegni di Moiret derivano da soluzioni già elaborate dall’artista ungherese: sedie alte, schienali pieni, mobili con sagome robuste, interni dal carattere rurale rielaborato. Moiret però ingrandisce le proporzioni, appiattisce le superfici, accentua il valore monumentale. Il suo mobile conserva memoria della casa contadina e del linguaggio secessionista, filtrati attraverso un temperamento plastico più che decorativo. Il risultato possiede un’energia iniziale, anche con qualche durezza costruttiva; proprio questa durezza ne costituisce l’interesse.[6]

Fra il 1908 e il 1911 la scultura assume un carattere più concentrato. Il sogno, esposto a Budapest nel 1909 e poi a Vienna nel 1910, mostra una figura femminile distesa, con il corpo raccolto in una posa chiusa. La modellazione, secondo il catalogo viennese, abbandona la morbidezza dei primi lavori e cerca un ordine più fermo. Venus Genetrix, in marmo bianco, accentua questa trasformazione: il corpo femminile, drappeggiato e quasi solenne, perde il carattere dell’apparizione sensuale e acquista un valore di immagine archetipica. Il tema della donna attraversa tutta questa fase: madre, amante, principio di vita, figura sacra, veicolo di una religiosità personale.[7]

La vicinanza al clima di Gustav Klimt è percepibile soprattutto attorno al 1908-1909. Moiret guarda a un universo in cui eros, nascita, morte e rigenerazione si concentrano in immagini compatte. Nei rilievi e nelle placchette, la figura è compressa dentro un perimetro preciso; il gesto diventa segno, il corpo diventa emblema. In La fonte, la composizione del bacio viene trasformata in tema di origine e rinnovamento. L’immagine della coppia, più volte ripresa in varianti, diventa per Moiret una forma simbolica stabile, legata all’idea della vita che nasce dall’unione amorosa.[8]

La medaglia e la placchetta gli consentirono un lavoro particolarmente adatto alla sua sensibilità. In una superficie ridotta egli poteva comprimere profilo, iscrizione, figura allegorica e tensione narrativa. Le placche dedicate a soggetti femminili, religiosi o civili mostrano un gusto per il rilievo basso, per la silhouette incisa, per il passaggio controllato fra modellato e fondo. Anche in questo campo il suo linguaggio rimane più raccolto che spettacolare. Il bronzo trattiene l’immagine, la rende quasi sigillo.

Nel 1911 Moiret fu chiamato a insegnare disegno all’Università tecnica di Budapest; nel 1915 risulta attivo anche presso la scuola di arti e mestieri della città. I riconoscimenti arrivarono presto: nel 1910 ottenne il premio Harkanyi, nel 1911 il premio giubilare Francesco Giuseppe della città di Budapest. Nel 1913 partecipò al concorso per il monumento all’imperatrice Elisabetta con un progetto elaborato insieme all’architetto Miklós Menyhért, ottenendo il secondo premio. Il progetto, descritto dal catalogo viennese, univa architettura e figure allegoriche in un insieme solenne, con la regina collocata entro una struttura muraria e cerimoniale.[9]

Nel 1920 Moiret si trasferì a Vienna, dove rimase fino alla morte. La fase austriaca lo vide attivo come scultore, medaglista, autore di rilievi, disegni e opere decorative. La sua produzione mantenne una vena spirituale e allegorica, in parte nutrita da interessi teosofici e da una religiosità personale. Nel 1941 divenne membro del Künstlerhaus di Vienna; nel 1948 ricevette la medaglia d’oro dell’istituzione. Nello stesso anno partecipò alle competizioni artistiche dei Giochi Olimpici di Londra nella sezione scultura.[10]

La sua posizione storica va cercata in una zona laterale della modernità centro-europea. Moiret fu scultore di formazione accademica, artista vicino al simbolismo, progettista episodico di mobili, medaglista e autore di immagini spirituali. La parte più viva della sua opera nasce negli anni giovanili, quando i soggiorni di Budapest, Vienna e Bruxelles si saldano alla stagione di Gödöllő. Le sculture cercano una figura carica di significato; gli arredi traducono in legno l’idea dell’atelier come luogo di vita e lavoro; le placchette raccolgono temi ampi in superfici dense.

Il suo limite è anche il suo tratto distintivo. Moiret non costruì un sistema formale continuo, né sviluppò fino in fondo la via dell’arredo. Dopo l’esperienza giovanile dei mobili, il suo lavoro tornò soprattutto alla scultura, al rilievo, alla medaglia. Restano però alcuni oggetti di notevole interesse: armadi, panche, sedie, disegni d’interno, opere in cui il modernismo ungherese passa attraverso una materia semplice, quasi ruvida, e incontra la mano di uno scultore. Da qui deriva il valore della sua figura: un artista minore soltanto per notorietà, utile per comprendere l’intreccio fra simbolismo, arti applicate e riforma dell’abitare nella cultura austro-ungherese dei primi anni del Novecento.

 

 

 

A.R.

 

 

 

Note

[1] Il catalogo viennese del 1985 ricostruisce la formazione di Moiret fra Budapest, Vienna e Bruxelles, ricordando i docenti Ede Balló, Anton Loránfi, Hans Bitterlich, Charles Van der Stappen e Herman Richir. Per i dati anagrafici il MAK online e Olympedia registrano Budapest, 2 marzo 1883, e Vienna, 12 dicembre 1966; il catalogo MAK del 1985 e diversi repertori riportano invece 1967.

[2] Per i primi ritratti e per la fase 1905-1906: Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967. Möbel und frühe Plastiken, Österreichisches Museum für angewandte Kunst, Vienna, 1985, pp. 3-4.

[3] Sulle opere giovanili, in parte perdute o note attraverso riproduzioni fotografiche, cfr. Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967, cit., pp. 4-8. Il catalogo cita, fra le altre, Der Tempel der Illusionen, Der Traum, Leda, Venus Genetrix, Die Quelle, Blumenseele.

[4] Sulla colonia di Gödöllő, sulla cultura Arts & Crafts ungherese e sui rapporti con Ferenc Sidló ed Ede Thoroczkai Wigand, cfr. Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967, cit., pp. 13-17; Katalin Gellér, The Art Colony of Gödöllő 1901-1920, Gödöllő Városi Múzeum, Gödöllő, 2001.

[5] Per la sezione dedicata ai mobili e al cosiddetto Brettstil, cfr. Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967, cit., pp. 13-17. Il catalogo distingue gli insiemi destinati a camera da letto, atelier, sala da pranzo, cucina e anticamera.

[6] Sul rapporto con Wigand e sui limiti della progettazione d’arredo di Moiret, cfr. Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967, cit., pp. 14-17.

[7] Per Der Traum e Venus Genetrix, cfr. Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967, cit., pp. 4-6.

[8] Per il rapporto con il clima klimtiano e per le opere fondate sul tema dell’unione amorosa, cfr. Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967, cit., pp. 7-8.

[9] Per il concorso del 1913 e il progetto per il monumento all’imperatrice Elisabetta, cfr. Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967, cit., p. 8.

[10] Per i dati sulla carriera viennese, l’ingresso nel Künstlerhaus, la medaglia d’oro del 1948 e la partecipazione alle competizioni artistiche olimpiche, cfr. Olympedia, scheda “Edmund Moiret”; MAK – Museum für angewandte Kunst, scheda artista “Moirét, Edmund”.

 

 

Bibliografia

Ilona Sármány, Edmund Moiret 1883-1967. Möbel und frühe Plastiken, Österreichisches Museum für angewandte Kunst, Vienna, 1985.

Katalin Gellér, The Art Colony of Gödöllő 1901-1920, Gödöllő Városi Múzeum, Gödöllő, 2001.

Wendy Kaplan, a cura di, The Arts & Crafts Movement in Europe and America, 1880-1920. Design for the Modern World, Los Angeles County Museum of Art / Thames & Hudson, Los Angeles-New York-Londra, 2004.

MAK – Museum für angewandte Kunst, scheda online “Moirét, Edmund” e schede delle opere di Edmund Moiret conservate nella collezione.

Olympedia, scheda biografica “Edmund Moiret”.

Österreichische Nationalbibliothek, Verzeichnis der künstlerischen, wissenschaftlichen und kulturpolitischen Nachlässe in Österreich, voce “Moirét, Edmund”.