Mollino fotografo: dalla camera oscura alle Polaroid

 

Carlo Mollino, fotografie, Torino, 1934-1973

 

 

 

 

 

La fotografia accompagna Carlo Mollino per quasi tutta la vita adulta. Entra nel lavoro dell’architetto negli anni Trenta, quando documenta edifici, interni e figure femminili; trova una formulazione teorica nel 1949 con Il messaggio dalla camera oscura; prosegue nel dopoguerra con immagini di montagna, sci, architettura e corpo; si concentra infine nelle Polaroid realizzate tra gli anni Sessanta e il 1973, soprattutto nello studio di Villa Zaira.[1]

Il dato più significativo riguarda la continuità tra fotografia e progetto poiché Mollino fotografa le proprie architetture, allestisce ambienti per l’obiettivo, costruisce pose, studia corpi in movimento, ritocca immagini, seleziona fondali e luci. La macchina fotografica entra nel suo metodo con la stessa funzione del disegno: fissa una relazione tra corpo, oggetto e spazio. Il risultato appartiene alla cultura fotografica del Novecento, ma conserva sempre una radice architettonica.

 

 

Il messaggio dalla camera oscura

Nel 1949 Mollino pubblica a Torino Il messaggio dalla camera oscura, uno dei testi italiani più singolari sulla fotografia nel secondo dopoguerra. Il libro raccoglie riflessioni tecniche, storia del mezzo, considerazioni estetiche, esempi internazionali, giudizi su autori e procedimenti. La fotografia vi appare come pratica colta, capace di intervenire sulla realtà attraverso posa, stampa, ritocco, montaggio.[2]

La camera oscura, per Mollino, è il laboratorio in cui l’immagine riceve la sua forma definitiva. L’obiettivo registra; la camera oscura corregge, concentra, altera, definisce. L’atto fotografico continua nella scelta del formato, nella stampa, nell’eventuale manipolazione del negativo o della copia.

Questa idea corrisponde al suo modo di progettare interni. Casa Miller, Casa Devalle e gli allestimenti successivi vengono fotografati con grande controllo. La stanza è preparata in funzione dell’inquadratura; il corpo femminile, quando compare, occupa una posizione precisa. Gli oggetti vengono collocati a distanza calcolata dal pavimento, dalla parete e dalla figura e la fotografia diventa un secondo cantiere, più rapido e reversibile, dove Mollino verifica la forza visiva delle sue ambientazioni.

Nel libro del 1949 compare anche una frase spesso richiamata dalla critica: “Titania non esiste che in funzione della mia realtà, solo io posso crearla ad ogni istante e nulla è di lei che da me non sia creato”.[3] Il tono è letterario, ma l’idea è chiara: la figura fotografata viene costruita attraverso fondale, posa, luce, costume e distanza. Il soggetto entra in un ordine visivo predisposto dall’autore.

 

 

Architetture fotografate

Le prime fotografie di Mollino riguardano in parte l’architettura. La Federazione Fascista degli Agricoltori di Cuneo, la Società Ippica Torinese, Casa Miller, Casa Devalle e gli interni privati degli anni Trenta e Quaranta sono documentati con attenzione alla profondità, alle diagonali e ai rapporti di scala. Orietta Lanzarini, recensendo le mostre torinesi del 2006, osservava che nelle fotografie delle proprie architetture Mollino cerca di restituire su carta la forza tridimensionale e il dinamismo degli edifici.[4]

La fotografia gli permette di riprendere il controllo della percezione dopo il cantiere. Il disegno anticipa l’opera; lo scatto la ricompone da un punto preciso. Nel caso della Società Ippica, demolita nel 1960, le fotografie assumono oggi un valore documentario essenziale poiché estituiscono parti dell’edificio perduto: volumi, camini, superfici curve, rapporto tra maneggio, scuderie e percorsi. Lo stesso accade per molti interni smontati, noti soprattutto attraverso immagini pubblicate su riviste.

Casa Miller offre un caso precoce: l’allestimento di via Talucchi viene pubblicato su Domus nel 1938 con fotografie dello stesso Mollino. Nel 1990 Enrico Moncalvo ritrova l’appartamento e confronta lo stato superstite con le immagini del 1938, riconoscendo diversi punti di ripresa.[5] La fotografia conserva così l’ambientazione scomparsa e consente di risalire alla posizione degli oggetti, alla finestra principale, al rapporto tra soggiorno e galleria.

Casa Devalle sviluppa la stessa attenzione attraverso superfici specchianti e trasparenze: la mensola ellittica in cristallo, la parete riflettente, la vetrina per farfalle e i sostegni metallici producono immagini nelle quali la stanza si duplica e si comprime. Mollino fotografa lo spazio come un campo ottico. Le pareti riflettono, tagliano, raddoppiano.

 

 

Interni e figure

Nelle fotografie femminili degli anni Trenta e Quaranta il corpo entra negli interni molliniani come misura dello spazio. Lina Suwarowski, ritratta in Casa Miller tra 1936 e 1939, compare entro una composizione serrata: figura, tenda, frammento e parete condividono la stessa costruzione visiva.[6] L’immagine nasce da una stanza predisposta per accogliere la posa.

Mollino usa la figura femminile con attenzione scultorea: il volto, il busto, le mani e il profilo del corpo vengono messi in relazione con specchi, calchi, superfici chiare, oggetti a terra. Questa pratica prepara le ricerche successive, quando il rapporto tra corpo, costume e fondale diventerà più isolato e sistematico. Negli anni Trenta l’ambiente conserva ancora un ruolo forte: la donna fotografata appartiene alla stanza, ai suoi oggetti.

Il legame con Italo Cremona contribuisce al clima di queste immagini. La Torino di Mollino comprende pittori, scrittori, fotografi, architetti, ambienti intellettuali vicini al surrealismo e alla pittura metafisica. Casa Miller e Casa Devalle assorbono questa cultura figurativa senza trasformarsi in citazione pittorica. Il corpo reale, fotografato, porta quelle suggestioni dentro uno spazio abitabile.

 

 

Sci, movimento, sequenza

La fotografia accompagna anche la ricerca sul movimento. In Introduzione al discesismo, pubblicato nel 1950, Mollino analizza la tecnica dello sci attraverso posizioni del corpo, curve, slalom, errori di traiettoria e le immagini fotografiche e i disegni servono a fissare ciò che nella discesa avviene in pochi istanti: inclinazione, arresto, equilibrio, spostamento del peso.[7]

Il corpo dello sciatore viene trattato con la stessa attenzione riservata al corpo della modella, ma in un contesto dinamico: la figura si inclina, taglia il pendio, corregge la curva. La fotografia restituisce un momento della sequenza; il disegno la interpreta e la ordina. La montagna diventa uno spazio misurabile attraverso il gesto.

Questa sezione della produzione molliniana aiuta a comprendere anche le immagini più statiche dove la posa non coincide con immobilità. Anche nel ritratto femminile Mollino cerca una tensione: torsione del busto, posizione delle gambe, inclinazione del capo, rapporto tra mano e oggetto. Il corpo fotografato conserva sempre una qualità direzionale.

 

 

Villa Zaira e le Polaroid

Dagli anni Sessanta fino alla morte, Mollino realizza un vasto corpus di Polaroid femminili. Il catalogo La Casa di Mollino collega questa attività allo studio fotografico di Villa Zaira, attivo tra 1962 e 1973.[8] Le immagini mostrano donne in posa davanti a fondali e superfici accuratamente predisposte. Abiti, parrucche, calze, scarpe, gioielli e accessori entrano nella composizione con ruolo preciso, spesso accompagnati da ritocchi manuali.

Il contenuto erotico è evidente: corpi seminudi, lingerie, pose frontali o laterali provocanti, sguardi rivolti all’obiettivo, oggetti di seduzione appartengono all’immagine. La Polaroid, mezzo rapido e privato, permette a Mollino di controllare ogni passaggio senza ricorrere al laboratorio tradizionale.

Mollino lavora per composizione. Ogni immagine nasce da una preparazione: scelta della modella, costume, postura, fondale, distanza dall’obiettivo. Dopo lo scatto interviene spesso sulla superficie, correggendo dettagli, colorando, accentuando linee. La fotografia diventa oggetto unico, vicino al disegno e al collage.

Fulvio e Napoleone Ferrari hanno avuto un ruolo centrale nella pubblicazione e nella lettura di questo nucleo fotografico. Il volume Carlo Mollino. Polaroids, pubblicato da Damiani nel 2014, ha consolidato la fortuna internazionale di queste immagini.[9] La loro ricezione ha oscillato tra erotismo privato, documento biografico, fotografia costruita e progetto visivo.

 

 

Polaroid e autoritratto indiretto

Le Polaroid sono immagini di donne, ma portano costantemente la presenza dell’autore. Mollino non compare quasi mai; la sua impronta resta nel set, negli accessori, nella scelta della posa, nei ritocchi. La figura femminile diventa il luogo attraverso cui l’architetto misura una propria idea di bellezza, artificio, desiderio e controllo visivo.

Negli stessi anni l’appartamento di via Napione viene composto come casa della memoria. Villa Zaira produce figure; via Napione raccoglie oggetti e ricordi. I due luoghi appartengono allo stesso periodo e alla stessa esigenza di ordinamento privato. Nelle Polaroid il corpo è preparato per l’immagine; nella casa gli oggetti sono preparati per una lettura postuma. Fotografia e appartamento si rispondono senza coincidere.

Le Polaroid vanno quindi considerate anche come parte dell’ultimo autoritratto molliniano. Non autoritratto del volto, ma del metodo. Mollino costruisce una realtà chiusa, con regole proprie, popolata da figure femminili e oggetti scelti. La macchina istantanea gli consente di produrre immagini rapide, controllate, conservabili, manipolabili.

 

 

Una fotografia progettata

Il percorso dalla camera oscura alle Polaroid mostra una coerenza precisa. Nel 1949 Mollino teorizza la fotografia come operazione complessa, negli anni Trenta e Quaranta usa la fotografia per costruire la memoria dei propri interni. Con lo sci studia il corpo in movimento, a Villa Zaira concentra la ricerca sul corpo femminile, sul fondale e sull’immagine unica.

La sua fotografia appartiene alla storia del mezzo, ma anche alla storia dell’architettura d’interni. Le immagini nascono spesso da stanze preparate, oggetti disposti, superfici scelte, pose dirette. L’obiettivo diventa uno strumento progettuale. Nel caso delle architetture perdute, conserva ciò che non esiste più; nel caso delle Polaroid, produce un mondo privato che esiste solo nell’immagine.

La definizione di fotografo, applicata a Mollino, riguarda un architetto che usa la fotografia per verificare la forma, conservare interni, preparare la propria memoria. Dal negativo alla Polaroid, dalla stanza al fondale, dalla montagna alla modella, la fotografia rimane uno dei suoi principali strumenti di progetto.

 

 

Giorgio Catania

 

 

 

Note

[1] Francesco Zanot, a cura di, L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2018; La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015, sezione biografica.

[2] Carlo Mollino, Il messaggio dalla camera oscura, Chiantore, Torino 1949.

[3] Carlo Mollino, Il messaggio dalla camera oscura, cit., p. 70.

[4] Orietta Lanzarini, “Carlo Mollino arabeschi; Carlo Mollino architetto. Costruire le modernità”, in Journal of the Society of Architectural Historians, vol. 66, n. 4, University of California Press, Berkeley, dicembre 2007, pp. 521-524.

[5] Enrico Moncalvo, “Carlo Mollino: la casa Miller ritrovata”, in Domus, n. 721, Editoriale Domus, Milano, novembre 1990, p. 14.

[6] Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025, sezione “Casa Miller”.

[7] Carlo Mollino, Introduzione al discesismo. Tecnica e stili, agonismo, discesa e slalom, storia, didattica, equipaggiamento, Mediterranea, Roma 1950.

[8] La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015, sezione biografica.

[9] Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, Carlo Mollino. Polaroids, Damiani, Bologna 2014.

 

 

Bibliografia

Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025.

Francesco Zanot, a cura di, L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2018.

La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015.

Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, Carlo Mollino. Polaroids, Damiani, Bologna 2014.

Paola Mola, a cura di, Carlo Mollino. Photographs 1934-1973, Arena, Santa Fe 2002.

Fulvio Irace, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989.

Carlo Mollino, Introduzione al discesismo. Tecnica e stili, agonismo, discesa e slalom, storia, didattica, equipaggiamento, Mediterranea, Roma 1950.

Carlo Mollino, Il messaggio dalla camera oscura, Chiantore, Torino 1949.