Il mobile come struttura vivente: Arabesco, Fenis, Reale, Gilda

 

Carlo Mollino, mobili e arredi, 1948-1959 circa

 

 

 

Carlo Mollino, Arabesco, 1949. Tavolino con piano in cristallo sagomato e base in compensato curvato.

 

Il mobile di Carlo Mollino nasce quasi sempre dentro un ambiente progettato. Un tavolo, sedia, poltrona o scrivania conservano il rapporto con la casa, con la parete, con una finestra, con la luce laterale e con il committente. La loro fortuna collezionistica ha spesso isolato i pezzi dall’ambiente originario, ma la lettura storica li riporta al sistema per cui furono disegnati. Arabesco, Reale, Gilda e Fenis permettono di seguire quattro momenti distinti della sua ricerca: il tavolo basso in vetro e legno del 1949, il tavolo da pranzo del 1948, la bergère del 1953, la sedia alpina del 1959.[1]

Mollino arriva al mobile attraverso l’architettura d’interni. Negli anni Trenta aveva già sperimentato a Casa Miller e Casa Devalle il rapporto tra oggetto, riflesso e fotografia. Nel dopoguerra lavora sulle case Minola, Orengo, Rivetti, sugli uffici Lattes, sullo spazio della committenza privata. Il mobile regola il movimento del corpo dentro la stanza. Una gamba inclinata, un bracciolo che si assottiglia, un piano in cristallo, una vite lasciata visibile partecipano alla costruzione dello spazio.

La frase molliniana posta spesso a fondamento della sua idea di casa — “Ogni atto rivela l’autore” — riguarda anche l’arredo.[2] Nei mobili la costruzione ci mostra il percorso del pensiero: il sostegno non viene nascosto e il giunto diventa figura, la linea curva conserva la traccia della mano. Mollino tratta il mobile come un piccolo edificio. Lo si comprende meglio osservando la parte inferiore dei tavoli, dove l’appoggio, il profilo scavato e il tirante metallico compongono una struttura esposta. Il piano superiore serve all’uso; la base racconta il modo in cui il peso viene spostato, distribuito.

 

 

Carlo Mollino, Arabesco, 1949. Tavolino con piano in cristallo sagomato e base in compensato curvato.

Carlo Mollino, tavolo Reale, 1948

 

 

Reale: il tavolo come architettura d’appoggio

Reale CM, datato 1948 nelle riedizioni Zanotta, è uno dei mobili in cui la struttura assume maggiore evidenza.[3] Il piano in cristallo lascia scoperto il telaio ligneo. La trasparenza serve a vedere la macchina del tavolo: sostegni inclinati, traverse curve, parti accoppiate, snodi serrati. La base entra nella percezione dell’oggetto con la stessa importanza del piano.

La forma procede per tensioni contrapposte: le gambe si aprono verso l’esterno, mentre le traverse trattengono il movimento; le parti in legno presentano profili scavati, più leggeri al centro e più pieni nei punti di scarico. La linea non segue una geometria rigida; accompagna la forza, la rende visibile. In questo senso Reale appartiene alla cultura tecnica di Mollino, alla sua attenzione per le strutture aeronautiche, per lo sci, per le traiettorie. Il mobile registra una tensione dinamica.

Il cristallo evita che il tavolo diventi blocco pieno. L’occhio attraversa il piano e raggiunge la struttura. Mollino mette in vista ciò che in altri mobili resterebbe subordinato: il sistema portante. Reale conserva così una doppia natura, domestica e costruttiva. Serve alla casa, ma mostra una logica da laboratorio tecnico.

La riedizione contemporanea ha accentuato la riconoscibilità dell’oggetto. Il rischio, come per altri arredi molliniani, riguarda l’isolamento museale o commerciale del pezzo. Il suo valore non dipende solo dal disegno della base ma anche dalla possibilità di vedere quella base sotto il piano, dentro la luce della stanza.

 

Arabesco: il tavolino e la curva continua

Arabesco CM, 1949, appartiene alla stagione degli arredi per Casa Orengo. La casa, pubblicata da Domus nel 1951 come Casa verso la collina, era costruita in rapporto al paesaggio torinese, con una vista verso il Po e il Monte dei Cappuccini.[4] In quell’interno il tavolino in legno e cristallo lavora su una scala più bassa rispetto a Reale. Il corpo vi si avvicina seduto, lateralmente, seguendo la linea del divano e degli altri arredi.

Le parti lignee si piegano e si incrociano, con una continuità che richiama l’ossatura di un animale. Il piano in cristallo conserva la stessa funzione già vista in Reale: lascia vedere la struttura, rende leggibile il disegno sottostante, trasforma l’ombra in parte dell’oggetto. Mollino non separa la superficie d’uso dalla base; il mobile vive nel rapporto tra ciò che appoggia e ciò che sostiene.

Il nome Arabesco, entrato nella fortuna dell’opera, indirizza verso la linea. La curva attraversa la funzione portante, alleggerisce i punti di contatto, distribuisce il peso. In Casa Orengo questa linea dialogava con un interno mobile, attraversabile, organizzato per allineamenti fragili. Mollino, nel testo su Domus, insisteva sulla possibilità di camminare, spostare, vivere la casa senza rompere il gioco degli allineamenti.[5] Arabesco appartiene a quel gioco: basso, trasparente, nervoso, capace di stabilire una zona di relazione tra seduta, pavimento e immagine esterna.

La fortuna collezionistica del tavolino ha reso Arabesco uno dei mobili più riconoscibili dell’autore.

 

 

 

Carlo Mollino, poltrona reclinabile Gilda, 1953

 

 

Gilda CM, 1953, sposta la ricerca sul rapporto diretto tra struttura e postura. La bergère, nella riedizione Zanotta, presenta base in legno massello e struttura interna in acciaio, con imbottitura e rivestimento tessile o in pelle.[6] La parte lignea definisce la figura esterna; l’acciaio regge la condizione elastica della seduta. Mollino congiunge mobile imbottito e telaio visibile, comfort e profilo portante.

La poltrona lavora sull’inclinazione. Il corpo è accolto in una posizione arretrata, con schienale alto e braccioli che accompagnano la postura delle mani. La base lignea sale dal pavimento con linee curve, trattiene la seduta, prosegue verso il bracciolo. Il profilo laterale mostra la struttura dell’insieme: la poltrona avvolge il cuscino e lo tiene in tensione.

Il nome Gilda può essere letto come una risonanza culturale più che come un riferimento documentato. Nel 1953 il titolo evocava ancora il film di Charles Vidor del 1946, con Rita Hayworth, figura centrale dell’immaginario cinematografico del dopoguerra. Questa suggestione si accorda con molti interessi di Mollino: il corpo in posa, la teatralità del profilo, l’ambiguità tra meccanismo e seduzione formale.

Il mobile conserva una sostanza tecnica precisa. Bracciolo, slitta inferiore e montante laterale compongono una figura continua. Le viti, gli snodi e i punti di fissaggio restano volutamente in evidenza; la poltrona mostra la parte costruttiva e insieme mantiene la morbidezza dell’uso. In Gilda il tema della “struttura vivente” si concentra nella relazione con il corpo: la base riceve il carico, lo schienale sostiene la schiena, il bracciolo prolunga l’appoggio del braccio.

 

 

 

 

Carlo Mollino, sedia Fenis, 1959

 

 

 

Fenis: la sedia alpina e la memoria del legno

Fenis CM, 1959, fu progettata per l’ufficio di Mollino al Castello del Valentino, sede del Politecnico di Torino. Aurelio Zanotta la rimise in produzione nel 1981 quando l’opera di Mollino non aveva ancora raggiunto la notorietà internazionale poi consolidata dal mercato e dalle mostre.[7]

La sedia è in legno massello. Il riferimento alpino riguarda la materia, la forma dello schienale, la memoria della sedia rustica valdostana e piemontese, filtrata attraverso una sensibilità moderna. Fenis conserva qualcosa della sedia di montagna: verticalità, solidità, schienale alto, presenza del legno. Mollino interviene sulla curvatura, sulle gambe divaricate, sull’assottigliamento dei profili.

Nel testo introduttivo al Quaderno Mollino, Pier Paolo Peruccio collega Fenis alle traiettorie dello sci e del volo acrobatico. L’immagine è pertinente: lo schienale si incurva come una linea in movimento; le gambe si aprono per stabilità; il sedile raccoglie il corpo entro una forma sagomata. La sedia porta nel legno una tensione simile a quella dei tracciati sulla neve: andamento controllato, variazione minima, equilibrio tra spinta e arresto.[8]

Fenis occupa una posizione particolare nella storia dei mobili molliniani. Arriva tardi rispetto ad Arabesco, Reale e Gilda; nasce per uno spazio istituzionale, legato al lavoro universitario dell’architetto.

La produzione Zanotta ha avuto un ruolo decisivo nella fortuna di Fenis. La riedizione del 1981 ha trasformato un mobile nato per un ufficio in oggetto di design riconoscibile.

 

 

 

Il mobile tra artigiano, committente e ambiente

Pier Paolo Peruccio ha ricordato che l’attività di Mollino designer richiede una lettura ampia, capace di considerare il rapporto con ebanisti, artigiani, committenti e luoghi.[9] Questa osservazione trova riscontro nei quattro mobili considerati. Reale e Arabesco mettono in mostra la struttura sotto il cristallo; Gilda lega telaio e corpo; Fenis trasforma la sedia alpina in oggetto da studio universitario. Ogni pezzo porta con sé una condizione d’uso.

L’artigiano ha un ruolo concreto, poiché il disegno di Mollino richiede esecuzione accurata, tagli precisi, curve controllate, finiture capaci di lasciare visibile la qualità del legno. La struttura non può essere approssimativa, perché diventa immagine. Nel tavolo, una piccola variazione del giunto modifica l’intero equilibrio; nella sedia, la divaricazione delle gambe determina la postura; nella poltrona, l’inclinazione dello schienale decide il rapporto con il corpo.

Le case e gli uffici per cui Mollino disegna sono determinanti. Casa Orengo, con la sua apertura verso la collina, chiama un arredo basso, trasparente, capace di non chiudere il campo visivo. L’ufficio al Castello del Valentino accoglie Fenis, sedia più severa, verticale, legata al legno e alla memoria alpina. Il mobile nasce dentro una biografia spaziale.

 

Struttura vivente

La vitalità dei mobili molliniani dipende dalla visibilità delle forze. Arabesco, Reale, Gilda e Fenis mostrano modi diversi di sostenere il peso. Il vetro fa emergere il telaio, il legno si scava nei punti di minor carico, la curva segue il corpo, la vite segna l’unione delle parti. La struttura diventa figura perché resta leggibile.

Mollino lavora per variazioni, prototipi, adattamenti. Fulvio Irace ha individuato in questa pratica il rifiuto del mobile-tipo e la ricerca di un prototipo capace di generare varianti.[10] Il dato si vede nella continuità tra tavolo, sedia e poltrona: nessun pezzo replica meccanicamente l’altro, ma tutti condividono la stessa attenzione per curva, appoggio, alleggerimento.

Il mobile si comporta come una piccola architettura. Ha fondazione, elevazione, sezione, giunt. In Reale la base è quasi un ponte sotto vetro. In Arabesco il telaio si piega verso il pavimento con andamento più fluido. In Gilda la struttura accoglie il corpo in posizione inclinata. In Fenis la sedia alpina acquista una tensione scultorea.

La fortuna recente ha favorito la separazione tra design e interno. Le aste, le riedizioni, i cataloghi aziendali e museali hanno reso questi oggetti visibili a un pubblico più vasto. La lettura critica deve riportarli alla loro prima condizione: mobili nati dentro ambienti precisi, con un rapporto misurato tra corpo, luce, parete e paesaggio. In quella condizione la struttura appare davvero vivente, perché non si limita a sorreggere. Partecipa al modo in cui la casa viene abitata.

 

 

Giorgio Catania

 

 

 

Note

[1] Le datazioni seguite sono quelle riportate nelle schede di produzione Zanotta: Reale CM, 1948; Arabesco CM, 1949; Gilda CM, 1953; Fenis CM, 1959. Cfr. Zanotta. Quaderno Mollino, catalogo aziendale, Nova Milanese, s.d.

[2] Carlo Mollino, cit. in Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025.

[3] Zanotta. Quaderno Mollino, cit., scheda Reale CM.

[4] “Casa verso la collina”, in Domus, n. 264-265, Editoriale Domus, Milano, dicembre 1951, pp. 16-22.

[5] Carlo Mollino, “Casa verso la collina”, cit.; cfr. Marco Addona, Ambientazioni Mollino, cit., sezione “Casa Orengo”.

[6] Zanotta. Quaderno Mollino, cit., scheda Gilda CM.

[7] Pier Paolo Peruccio, testo introduttivo in Zanotta. Quaderno Mollino, cit.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Fulvio Irace, “Incanto e volontà di Carlo Mollino”, in Fulvio Irace, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989.

 

 

Bibliografia

Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025.

Zanotta. Quaderno Mollino, catalogo aziendale, Zanotta, Nova Milanese, s.d.

Andrea Minella, La tutela delle architetture di Carlo Mollino, tesi di specializzazione, Politecnico di Torino, Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Torino 2021.

La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015.

Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, The Furniture of Carlo Mollino, Phaidon, Londra 2006.

Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, a cura di, Carlo Mollino Arabeschi, Electa, Milano 2006.

Sergio Pace, a cura di, Carlo Mollino architetto 1905-1973. Costruire le modernità, Electa, Milano 2006.

Rossella Colombari, Carlo Mollino. Catalogo dei mobili, Idea Books, Milano 2005.

Giovanni Brino, Carlo Mollino. Architettura come autobiografia, Idea Books, Milano 2005.

Manolo De Giorgi, Carlo Mollino. Interni in piano-sequenza. Devalle, Minola, Lutrario, Abitare Segesta, Milano 2004.

Fulvio Irace, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989.

Carlo Mollino, Il messaggio dalla camera oscura, Chiantore, Torino 1949.

“Casa verso la collina”, in Domus, n. 264-265, Editoriale Domus, Milano, dicembre 1951, pp. 16-22.