Casa Mollino: l’appartamento come autoritratto postumo

 

Carlo Mollino, Casa in via Napione, Torino, 1960-1968 circa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La casa di Carlo Mollino in via Napione, a Torino, appartiene all’ultimo decennio dell’architetto. La cronologia pubblicata nel catalogo dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi colloca l’allestimento dell’appartamento tra il 1960 e il 1968, negli stessi anni in cui Mollino lavora allo studio fotografico di Villa Zaira, al Palazzo degli Affari e al nuovo Teatro Regio.[1] Mollino lo compone per sé, con tempi lunghi, senza destinarlo alla vita quotidiana. Ha la forma di una casa borghese, con ingresso, stanze, camera, bagno, corridoio, arredi, oggetti d’arte; la sua organizzazione interna segue però una logica memoriale, ogni ambiente raccoglie riferimenti antichi e fotografie personali. La casa diventa il luogo dove l’architetto dispone la propria biografia in forma spaziale.

Nel 1973, pochi mesi prima della morte, Mollino scrive a Erba, soprintendente del Teatro Regio, una frase spesso citata: “in questa tarda mia maturità, sto preparando, come il cinese di rango fa ornare in vita il suo mausoleo, in un corridoio della mia casa, una specie di viale del tramonto laddove in sequenza stanno fotografie e quant’altri ricordi della mia vita: tutti belli o quasi”.[2] La frase chiarisce il tono dell’intervento. Il corridoio raccoglie fotografie e ricordi, ordinati come una sequenza di memoria.

Marco Addona legge l’appartamento di via Napione come “dispositivo autobiografico tridimensionale”, collegandolo alla costruzione dell’identità già avviata da Mollino con Vita di Oberon nel 1933.[3] In Vita di Oberon l’autore usa la narrazione; in via Napione usa oggetti, stanze e immagini. La casa conserva l’autorappresentazione, sviluppata con mezzi architettonici.

Fulvio Ferrari descrive la porta della “Casa Oscura” con uno specchio ovale posto all’altezza dell’uomo: chi entra incontra la propria immagine prima di attraversare l’ambiente.[4] Il riflesso funziona come controllo del passaggio. L’ospite vede se stesso nella forma del ritratto ovale; poi il corpo procede dentro la casa.

Il vestibolo è trattato come giardino interno. Il pavimento in ceramica blu e bianca di Vietri, il lampadario Venini e il calco d’acanto posto sulla cimasa compongono una soglia vegetale e luminosa.[5] Il riferimento alla pianta d’acanto introduce una memoria classica; il vetro del lampadario trasforma la luce in materia frastagliata. Mollino lavora con elementi eterogenei, ma li dispone entro una sequenza precisa: immagine riflessa, soglia, pavimento, luce, calco.

La casa contiene molte presenze già incontrate negli interni precedenti. I calchi attraversano la carriera di Mollino da Casa Miller fino a via Napione. Addona segnala dipinti e sculture dell’amico Italo Cremona, insieme a calchi disseminati nei progetti per quasi cinquant’anni.[6] Il frammento in gesso, nei primi interni, partecipava alla costruzione di una stanza fotografica; nell’appartamento di via Napione assume una funzione più memoriale. Porta dentro la casa un’immagine della durata.

Anche gli specchi appartengono alla stessa continuità. In Casa Miller e Casa Devalle avevano modificato la profondità delle stanze; a via Napione diventano parte del del percorso. La casa registra chi entra, moltiplica il corpo, lo interrompe, lo restituisce in forma parziale. Mollino usa il riflesso come materia architettonica, con una coerenza che va dagli interni degli anni Trenta all’ultima composizione domestica.

Il rapporto con l’Egitto antico entra nella lettura critica della casa attraverso il lavoro di Fulvio e Napoleone Ferrari. L’appartamento è stato interpretato come dimora dello spirito, luogo preparato dall’architetto per accogliere la propria ombra oltre la vita terrena.[7] La lettura funeraria si appoggia a elementi precisi: la sequenza memoriale, il tema del mausoleo dichiarato da Mollino, il ricorso a segni di resurrezione, la costruzione di una casa priva di uso residenziale ordinario. L’insieme richiede di osservare come l’appartamento disponga biografia, simbolo e arredo dentro una composizione coerente.

Il bagno, con la presenza della grande vasca in marmo ricavata da un elemento antico, costringe il corpo nella materia fredda del marmo, in un ambiente dove l’igiene quotidiana viene assorbita da una memoria più arcaica. In via Napione Mollino applica alla casa il procedimento già usato nei mobili e negli interni: una funzione reale riceve una densità figurativa superiore.

La camera introduce il tema del riposo e della conservazione dell’immagine. Tessuti, superfici, fotografie e arredi costruiscono una scena ferma, quasi sottratta alla vita ordinaria. La casa conserva i segni della preparazione. Da qui nasce la sua forza postuma: via Napione è un appartamento composto in vita per essere letto dopo.

L’ultima stagione fotografica di Mollino si sviluppa in parallelo. Dal 1962 al 1973 l’architetto lavora a Villa Zaira con la Polaroid; il catalogo dell’Istituto Italiano di Cultura collega esplicitamente questa attività all’ultimo decennio e all’appartamento di via Napione.[8] Le Polaroid femminili partecipano alla stessa costruzione dell’immagine. La modella, il fondale, il travestimento e la posa formano un archivio parallelo del corpo e del desiderio.

Il rapporto tra via Napione e Villa Zaira va letto attraverso la regia dell’immagine. Nella casa l’autore dispone ricordi, oggetti, specchi e soglie; nello studio fotografico ordina corpi, costumi, pose e fondali. La casa raccoglie la memoria; lo studio produce figure. Le due attività procedono negli stessi anni e costruiscono due forme complementari di autoritratto.

L’appartamento fu reso noto al pubblico solo dopo la morte di Mollino. Enrico Moncalvo pubblicò nel 1989 su Domus un articolo dedicato all’interno di via Napione, datandolo 1959/1966; la tesi di Andrea Minella registra quell’articolo tra i riferimenti principali per la scheda dell’alloggio Mollino.[9] La casa entrò allora in una nuova fase: da ambiente privato e segreto divenne oggetto di studio, visita, musealizzazione e interpretazione.

La musealizzazione ha inciso profondamente sulla fortuna critica. Fulvio e Napoleone Ferrari hanno assunto un ruolo centrale nella conservazione e nella lettura dell’appartamento. Il catalogo parigino del 2015, realizzato dall’Istituto Italiano di Cultura con il Museo Casa Mollino, porta la casa fuori da Torino attraverso testi, immagini, testimonianze e un dialogo con l’arte contemporanea [10] valorizzando un interno che, senza quella cura, avrebbe potuto subire dispersioni simili a quelle di altri ambienti molliniani.

Mollino costruisce l’appartamento in vita, ma ne affida la piena lettura al tempo successivo. La frase sul “viale del tramonto” conferma la volontà di predisporre una sequenza di immagini e ricordi. La casa funziona come archivio personale in forma abitabile.

In via Napione si chiude una traiettoria iniziata con Casa Miller. Nel 1938 lo studio di via Talucchi aveva trasformato un piccolo interno in luogo fotografico; negli anni Quaranta e Cinquanta le case Minola, Orengo e Rivetti avevano legato arredo, corpo e immagine domestica; nel 1959 il Le Roi-Lutrario aveva esteso la regia percettiva a un ambiente pubblico. Casa Mollino concentra questa esperienza in una dimensione privata, con una densità simbolica più alta e con un controllo più silenzioso.

L’appartamento conserva anche il rapporto con Torino. Via Napione appartiene alla città del padre Eugenio, del Politecnico, degli artisti, del Teatro Regio, delle riviste, degli interni costruiti e smontati. La casa raccoglie questa memoria torinese in una forma appartata. L’architetto che aveva lavorato su edifici pubblici, sale da ballo, case alpine e oggetti di design compone qui un interno senza committente esterno.

La casa di via Napione resta quindi una delle opere più complesse di Mollino. La sua lettura richiede attenzione agli oggetti, alla disposizione, alle fonti e alla storia della ricezione. Le interpretazioni esoteriche hanno aperto una strada utile, soprattutto quando partono dai dati materiali; diventano deboli quando trasformano ogni dettaglio in enigma. L’appartamento mostra prima di tutto una volontà di ordinamento: Mollino dispone la propria memoria in una casa, e quella casa continua a funzionare come immagine costruita della sua assenza.

 

 

 

Giorgio Catania

 

 

 

Note

[1] La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015, sezione biografica. La cronologia indica la composizione dell’appartamento privato di via Napione tra 1960 e 1968 e lo studio fotografico di Villa Zaira tra 1962 e 1973.

[2] Lettera di Carlo Mollino a Erba, soprintendente del Teatro Regio, 18 aprile 1973, cit. in Fulvio Irace, “Incanto e volontà di Carlo Mollino”, in Fulvio Irace, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989, p. 274; ripresa in Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025.

[3] Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, cit., sezione “Biografia come preludio”.

[4] Fulvio Ferrari, “La casa del riposo del guerriero”, in La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015.

[5] Ibidem.

[6] Marco Addona, Ambientazioni Mollino, cit., sezione “Tracce. Cultura, immaginario e sperimentazione”.

[7] Marina Valensise, introduzione a La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015; Fulvio Ferrari, “La casa del riposo del guerriero”, cit.

[8] La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015, sezione biografica.

[9] Enrico Moncalvo, “Carlo Mollino. Interno in via Napione. Torino. 1959/1966”, in Domus, n. 703, Editoriale Domus, Milano, marzo 1989, pp. 66-73.

[10] La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015.

 

 

 

Bibliografia

Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025.

Luciano Bolzoni, Carlo Mollino architetto, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2019.

La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015.

Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, La casa di Carlo Mollino, Electa, Milano 2006.

Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, a cura di, Carlo Mollino Arabeschi, Electa, Milano 2006.

Sergio Pace, a cura di, Carlo Mollino architetto 1905-1973. Costruire le modernità, Electa, Milano 2006.

Giovanni Brino, Carlo Mollino. Architettura come autobiografia, Idea Books, Milano 2005.

Enrico Moncalvo, “Carlo Mollino. Interno in via Napione. Torino. 1959/1966”, in Domus, n. 703, Editoriale Domus, Milano, marzo 1989, pp. 66-73.

Fulvio Irace, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989.

Carlo Mollino, Il messaggio dalla camera oscura, Chiantore, Torino 1949.