![]() |
||
|
Casa Miller ritrovata - la camera incantata di Carlo Mollino
Carlo Mollino, Casa Miller, Torino, via Talucchi 43, 1936-1938 circa
Casa Miller fu allestita da Carlo Mollino a Torino, in via Talucchi 43, tra il 1936 e il 1938 circa. Domus la pubblicò nel settembre 1938 con un testo di Carlo Levi; nel novembre 1990 Enrico Moncalvo tornò sull’appartamento con l’articolo “Carlo Mollino: la casa Miller ritrovata”, ricostruendo il rapporto tra le fotografie storiche e l’ambiente ancora riconoscibile all’ultimo piano dell’edificio.[1] Mollino la indicava come studio. La collocazione, in una zona allora periferica della città, offriva un interno separato dall’abitazione familiare e dallo studio paterno, dove l’architetto poteva concentrare lavoro, fotografia, oggetti d’arte e sperimentazione domestica. La pubblicazione del 1938 mostra uno spazio raccolto, regolato da pochi elementi di forte presenza: lo specchio sagomato, la testa di cavallo sul pavimento, il tavolino con piano in cristallo, i calchi, le quinte tessili. L’edificio di via Talucchi era stato completato a metà degli anni Trenta. La presenza di un atelier d’artista nella struttura originaria spiega la disponibilità di un vano alto, adatto alla luce controllata e alla costruzione di vedute interne. Nelle fotografie pubblicate da Domus, il soggiorno e la galleria non appaiono come ambienti separati: il passaggio tra le stanze è guidato da superfici, soglie, tende, oggetti collocati a terra. La grande finestra su via Talucchi entra nella composizione come punto luminoso e come riferimento urbano. Moncalvo, nel 1990, ritrovò l’appartamento ormai privo dell’allestimento originario. La distribuzione interna conservava però rapporti sufficienti per riconoscere quasi tutti i punti di ripresa delle fotografie del 1938 e il confronto restituiva la posizione del soggiorno, il ruolo della scala, la sequenza verso la galleria, la finestra principale, alcune correzioni introdotte da Mollino per ottenere immagini più coerenti dello spazio.[2] La prima pubblicazione di Casa Miller appartiene a un ambiente torinese preciso. Carlo Levi firma il testo; Italo Cremona partecipa alla cultura figurativa che accompagna l’allestimento; Mollino adopera la fotografia come strumento di ordinamento visivo. Nelle immagini di quegli anni la stanza assume un carattere vicino al teatro da camera: il corpo femminile, il frammento classico, il reperto in gesso e l’oggetto animale occupano punti scelti, spesso isolati, con forte attenzione al loro profilo. Marco Addona ha collocato Casa Miller tra le “camere incantate” molliniane, accanto agli interni che seguono tra la fine degli anni Trenta e il dopoguerra: Casa D’Errico, Casa Devalle, le case Minola, Casa Orengo, Casa Rivetti.[3] A via Talucchi l’effetto nasce da interventi minuti: superfici coperte, pareti usate come fondali, riflessi, oggetti spostati dalla loro collocazione abituale. Una frase di Mollino, ripresa da Addona in apertura della sua ricerca, paragona la casa a una conchiglia capace di riflettere l’uomo che l’ha costruita.[4] Casa Miller aderisce a questa idea per concentrazione, non per ampiezza. La stanza raccoglie immagini, oggetti e corpi entro un campo visivo compatto. Il soggiorno diventa il nucleo dell’ambiente: lo specchio sagomato modifica la profondità della parete; la testa di cavallo introduce una presenza animale quasi teatrale; il cristallo del tavolino consente di vedere il piano sottostante e trasforma l’arredo in superficie di esposizione. Nelle fotografie femminili realizzate in Casa Miller, la posa stabilisce distanze e proporzioni. Il ritratto di Lina Suwarowski, databile tra 1936 e 1939, mostra bene questa logica: figura, tenda, oggetto e parete restano legati da una disposizione precisa, dove il volto e il busto ricevono la stessa attenzione del frammento tenuto davanti al corpo.[5] La fotografia rende stabile un ordine provvisorio, costruito dentro la stanza. L’amicizia con Italo Cremona aiuta a chiarire il clima dell’allestimento. Nel catalogo La Casa di Mollino compare un capitello in gesso attribuito a Carlo Mollino e Italo Cremona, datato 1936, legato alla stagione di Casa Miller.[6] Il frammento in gesso testimonia il gusto per l’oggetto manipolato, per il reperto trattato come presenza autonoma e trasferito dentro l’ambiente domestico. Nei lavori successivi questa attenzione per il frammento diventerà più controllata; a Casa Miller mantiene ancora una qualità sperimentale, vicina alla pratica d’artista. La biografia pubblicata nel catalogo dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi colloca l’arredo di Casa Miller nel 1937, accanto a Casa D’Errico e prima di Casa Devalle; nello stesso testo il 1936 viene indicato come inizio di una intensa attività fotografica, conclusa nel 1943 con la dismissione di Casa Miller.[7] L’allestimento di via Talucchi coincide quindi con una fase decisiva della fotografia molliniana. Le stanze forniscono fondali e luci laterali; gli oggetti vengono disposti in rapporto all’inquadratura; il corpo femminile diventa misura dello spazio interno. La planimetria pubblicata da Domus nel 1938 presenta alcune discrepanze rispetto alla conformazione effettiva dell’edificio. La posizione del bagno risulterebbe collocata in un sottotetto cieco; la finestra su via Talucchi non corrisponderebbe a un terrazzo. Addona, riprendendo la ricostruzione di Moncalvo, legge queste incongruenze come tracce di un’elaborazione successiva: Mollino ordina la propria immagine della casa anche dopo l’allestimento, attraverso la pianta e la fotografia.[8] Le fonti disponibili restituiscono tre stati dell’opera: l’appartamento di via Talucchi, le fotografie del 1938, la ricognizione del 1990. L’ambiente reale conservava ancora la struttura dei vani; le immagini storiche fissavano la posizione degli oggetti; la pianta pubblicata restituiva una versione già riorganizzata dall’autore. Carlo Levi, nel testo del 1938, registra anche i vincoli materiali dell’intervento: la forma preesistente dell’alloggio, la spesa limitata, le condizioni date dalla struttura. Mollino lavora su questi limiti con correzioni leggere. Copre superfici, regola passaggi, modifica la percezione dei vani, usa pareti e tende come quinte. Il risultato nasce da mezzi contenuti, applicati con attenzione alla distanza tra oggetto, parete e punto di osservazione. Il titolo di “camera incantata” deriva da questi particolari. La forza sta nella trasformazione di uno studio torinese in luogo d’immagine dove il frammento classico e la figura surrealista inseriscono tempi diversi nella stessa stanza; lo specchio amplia il vano; la fotografia conserva la disposizione temporanea delle cose. Casa Miller precede gli interni più noti degli anni successivi. In Casa Devalle gli specchi e le superfici riflettenti avranno una maggiore complessità; nelle case Minola e Rivetti l’arredo assumerà un peso più strutturato; in Casa Orengo il mobile ligneo diventerà quasi organismo autonomo. A via Talucchi si riconoscono già alcuni nuclei costanti: attenzione al corpo, oggetti inseriti in un ordine visivo, fotografia integrata al progetto, casa intesa come autorappresentazione. La dispersione dell’allestimento ha spinto la critica a lavorare sui frammenti. Gli oggetti di Casa Miller, isolati dalla stanza, perdono parte della loro funzione originaria. La testa di cavallo, il calco in gesso, il tavolino in cristallo acquistano senso nella posizione documentata dalle fotografie: vicino al pavimento, davanti alla parete, entro una distanza calcolata dalla figura umana. L’articolo di Moncalvo ha restituito a Casa Miller una consistenza spaziale. Il confronto tra luogo e fotografie ha spostato l’attenzione dalla sola immagine alla struttura dell’appartamento. La casa di via Talucchi rimane uno dei primi laboratori molliniani dell’abitare come autoritratto costruito: radicato nella Torino artistica degli anni Trenta, vicino al surrealismo di Cremona e Levi, già orientato verso le ambientazioni teatrali e fotografiche del dopoguerra.
Giorgio Catania
Note[1] Carlo Levi, “Casa Miller”, in Domus, n. 129, Editoriale Domus, Milano, settembre 1938, pp. 1-11; Enrico Moncalvo, “Carlo Mollino: la casa Miller ritrovata”, in Domus, n. 721, Editoriale Domus, Milano, novembre 1990, p. 14. [2] Enrico Moncalvo, “Carlo Mollino: la casa Miller ritrovata”, cit. [3] Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma, s.d., sezioni “Camere incantate” e “Casa Miller”. [4] La frase di Carlo Mollino è posta da Addona in apertura del lavoro: “Ogni atto rivela l’autore, ogni opera è a immagine e somiglianza dell’uomo che l’ha foggiata. Così la casa che è la nostra conchiglia riflette tutta noi stessi...”. [5] Marco Addona, Ambientazioni Mollino, cit., sezione “Casa Miller”. [6] La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi, 2015, pp. 58-59. [7] La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi, 2015, sezione biografica. [8] Marco Addona, Ambientazioni Mollino, cit.; cfr. anche Enrico Moncalvo, “Carlo Mollino: la casa Miller ritrovata”, cit.
BibliografiaFulvio Irace, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989. Carlo Levi, “Casa Miller”, in Domus, n. 129, Editoriale Domus, Milano, settembre 1938, pp. 1-11. Carlo Mollino, Il messaggio dalla camera oscura, Chiantore, Torino 1949. Enrico Moncalvo, “Carlo Mollino: la casa Miller ritrovata”, in Domus, n. 721, Editoriale Domus, Milano, novembre 1990, p. 14. Sergio Pace, a cura di, Carlo Mollino architetto 1905-1973. Costruire le modernità, Electa, Milano 2006. Giovanni Brino, Carlo Mollino. Architettura come autobiografia, Idea Books, Milano 2005. Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, a cura di, Carlo Mollino Arabeschi, Electa, Milano 2006. Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025. Manuela Bassanelli, “Interni come scatole magiche”, in Vesper, n. 6, Venezia, primavera-estate 2022. Andrea Minella, La tutela delle architetture di Carlo Mollino, tesi di specializzazione, Politecnico di Torino, Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Torino 2021. Francesco Zanot, a cura di, L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2018.
|