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Ambientazioni Mollino: gli interni come teatro percettivo Carlo Mollino, interni domestici e ambientazioni, 1936-1951 circa
Negli interni progettati tra la metà degli anni Trenta e l’inizio degli anni Cinquanta, Carlo Mollino concentra una parte decisiva della propria ricerca. La casa diventa campo di verifica per arredo dove la parola “ambientazione”, ricorrente negli scritti dell’architetto e nella letteratura critica recente, definisce bene questa zona del suo lavoro: il modo in cui superfici, immagini e oggetti costruiscono il comportamento dello spazio.[1] Casa D’Errico e Casa Miller appartengono agli anni 1936-1937; Casa Devalle segue nel 1939-1940. Nel dopoguerra arrivano gli interni per Ada e Cesare Minola, per Franca e Guglielmo Minola, per Vladi Orengo, per Rivetti, poi gli uffici della Casa Editrice Lattes. Nel 1950 Mollino inizia anche la sperimentazione più sistematica sul compensato curvato, che avrà conseguenze dirette nella struttura di tavoli, sedie e scrivanie.[2] Questa successione mostra un percorso preciso: dagli interni ancora legati a oggetti surrealisti e frammenti figurativi si passa a spazi più controllati, dove arredo e parete lavorano sulla continuità dei profili, sulle curve, sui tagli prospettici. Una frase posta da Mollino al centro della propria idea di casa chiarisce la questione: “Ogni atto rivela l’autore, ogni opera è a immagine e somiglianza dell’uomo che l’ha foggiata. Così la casa che è la nostra conchiglia riflette tutta noi stessi, la nostra società, la nostra vita nelle sue grandezze, fortune e infortuni, miserie e ambizioni”.[3] La casa, in questa prospettiva, assume il valore di involucro sensibile. La parete, l’arredo e l’oggetto conservano traccia del corpo che li usa, del gusto del committente, delle immagini che l’architetto introduce nello spazio. Mollino lavora su stanze reali, spesso di dimensioni contenute, con mezzi anche limitati; il risultato dipende dalla precisione degli accostamenti e dalla collocazione degli elementi nel campo visivo. Casa Miller offre il primo caso compiuto. Lo studio di via Talucchi, pubblicato da Domus nel 1938 con un testo di Carlo Levi, raccoglie specchi sagomati, calchi, immagini e oggetti posti entro una disposizione fotografica rigorosa. Il soggiorno è costruito per punti di vista. La testa di cavallo sul pavimento modifica la scala della stanza; il tavolino con piano in cristallo trasforma il piano d’appoggio in superficie di osservazione; le tende regolano luce e profondità. Le fotografie realizzate da Mollino fissano l’allestimento come sequenza di vedute. Nel ritrovamento ricostruito da Enrico Moncalvo nel 1990, l’appartamento superstite consentiva ancora di riconoscere alcuni punti di ripresa e il rapporto tra soggiorno, galleria e finestra su via Talucchi.[4] Casa Devalle porta più avanti l’uso dello specchio. La parete riflettente, la mensola ellittica in cristallo e la vetrina per farfalle producono una profondità artificiale; gli oggetti entrano nel suo sistema ottico. Paolo Portoghesi ha letto Casa Miller e Casa Devalle come luoghi in cui Mollino confronta spazio reale e spazio virtuale, utilizzando la messa a fuoco fotografica come criterio compositivo.[5] Lo specchio non amplia genericamente il vano, ma separa e confonde piani, restituisce l’oggetto da più angoli, porta nella stanza una seconda immagine della stanza stessa. Nel passaggio agli anni Quaranta l’interno molliniano cambia densità. Nelle case Minola il richiamo surrealista lascia più spazio a una costruzione biomorfica dell’arredo. Le pareti mantengono una geometria regolare; divani, poltrone e tavolini introducono linee tese, curve, profili obliqui. La gigantografia con bosco e grotta, usata nella casa di Ada e Cesare Minola, agisce come fondale interno: il paesaggio entra nella stanza senza diventare veduta reale. L’immagine dà alla parete una profondità immaginaria.[6] Casa Orengo, pubblicata da Domus nel 1951 con il titolo Casa verso la collina, sposta l’attenzione sulla relazione con l’esterno. L’abitazione guarda il Po e il Monte dei Cappuccini; la finestra principale organizza la sala come luogo di osservazione e la luce naturale attraversa gli ambienti e modifica il rapporto tra parete, mobile e paesaggio. Gli arredi, tra cui la scrivania Cavour e il tavolino Arabesco, portano nella stanza una struttura più sciolta: gambe curve, piani in cristallo, parti lignee alleggerite, giunti visibili. Lo spazio può essere percorso, modificato, abitato senza perdere il disegno d’insieme.[7] Nello stesso torno di anni, Casa Rivetti raccoglie alcune soluzioni già sperimentate e le dispone con maggiore controllo. La stampa di Rio de Janeiro, i tendaggi e gli specchi concorrono alla costruzione di un interno avvolgente; nella camera da letto la gigantografia entra nella testata e modifica la percezione del riposo. Addona ricorda anche la presenza di una psiche composta da specchi ovali apribili, capace di moltiplicare la figura del corpo.[8] Il corpo, nei progetti di Mollino, è presenza concreta: sta seduto, si riflette, attraversa una soglia, si appoggia a un tavolo, si sdraia, entra nell’inquadratura fotografica. Il mobile occupa una posizione centrale in questa costruzione. Tavoli, sedie e scrivanie nati per gli interni domestici vengono spesso letti oggi come pezzi autonomi, anche per la loro fortuna collezionistica. La loro forma originaria dipende però dal rapporto con la stanza. Una sedia disegnata per Casa Orengo, un tavolino destinato a Casa Minola, una scrivania in acero e cristallo per Casa Orengo acquistano valore nella posizione prevista: davanti alla parete, accanto alla finestra, sotto una luce laterale, nel dialogo con un’immagine ingrandita o con uno specchio. La ricerca sul compensato curvato, avviata attorno al 1950, sviluppa questa logica in termini più strutturali. Il legno viene assottigliato, scavato, traforato; le cavità alleggeriscono la massa e avvicinano la struttura del mobile a un’ossatura. La lezione dello sci e dell’aerodinamica agisce qui in modo indiretto: il mobile deve reggere, ma anche suggerire traiettoria, tensione, scatto. Nei tavoli e nelle sedute più note il peso visivo si riduce; gambe e traverse diventano linee portanti, quasi segni nello spazio. Il teatro percettivo degli interni molliniani nasce da questa convergenza: stanza, mobile, immagine e fotografia. Il termine “teatro” va inteso in senso architettonico, riguarda la posizione del corpo in un ambiente regolato da quinte, soglie e punti di vista. In Casa Miller il teatro è ancora vicino all’oggetto surrealista. In Casa Devalle passa attraverso specchi e vetrine. Nelle case Minola diventa rapporto tra arredi biomorfici e immagini di paesaggio. In Casa Orengo si apre verso la collina. In Casa Rivetti torna verso l’interno, con superfici che trattengono e rifrangono la figura umana. Mollino stesso, in Utopia e ambientazione, pubblicato su Domus nel 1949, affronta il rapporto tra immaginazione e vita domestica. Il riferimento al “superfluo” come cosa necessaria indica il ruolo del dettaglio che dà forma alla casa vissuta.[9] Un mobile, una tenda, uno specchio, una stampa ingrandita modificano il modo in cui l’abitante percepisce il proprio spazio. Sebbene la casa conservi funzione, scomodità, vincoli di spesa e di cantiere; dentro questi limiti Mollino inserisce un secondo ordine, fatto di immagini e allineamenti. La fotografia aiuta molti di questi passaggi. Prima documenta Casa Miller e Casa Devalle; poi diventa strumento di controllo della composizione; l’architetto fotografa le stanze perché la fotografia restituisce relazioni che il disegno non registra con la stessa immediatezza: profondità, riflesso, distanza del corpo dall’oggetto, peso della luce su una superficie. Nelle Polaroid degli anni Sessanta il corpo femminile entrerà in un sistema ancora più chiuso; negli interni degli anni Trenta e Quaranta quella ricerca è già avviata, con minore isolamento e maggiore rapporto con la casa. La dispersione di molti interni ha purtroppo complicato la lettura. Casa Miller fu smantellata; Casa Orengo e Casa Rivetti risultano demolite o disperse nelle ricognizioni sul patrimonio molliniano; numerosi arredi sono usciti dal proprio contesto. Il recupero critico è affidato quindi a fotografie, riviste, disegni, testimonianze e archivi. Gli interni di Mollino sono tra i luoghi più chiari della sua idea di architettura. Non hanno la scala pubblica della Società Ippica o del Teatro Regio, ma rendono visibile il suo metodo in forma concentrata. La casa viene trattata come un corpo stratificato, fatto di materia, memoria, immagini e percorsi. Ogni ambiente registra un rapporto diverso tra committente e architetto, tra uso quotidiano e costruzione figurativa. Da via Talucchi alle case del dopoguerra, Mollino porta l’abitare dentro una scena controllata, dove il gesto più semplice — guardare, sedersi, attraversare, riflettersi — assume valore progettuale.
Giorgio Catania Note[1] Marco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025, in particolare le sezioni “Ambientazioni”, “Architettura interna”, “Camere incantate” e “Abitare Mollino”. [2] La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015, sezione biografica. La cronologia qui riportata indica Casa D’Errico, Casa Miller e Casa Devalle per gli anni precedenti la guerra; nel dopoguerra registra gli interni Minola, Orengo, Rivetti e gli uffici Lattes. [3] Carlo Mollino, cit. in Marco Addona, Ambientazioni Mollino, cit., p. iniziale. [4] Carlo Levi, “Casa Miller”, in Domus, n. 129, Editoriale Domus, Milano, settembre 1938, pp. 1-11; Enrico Moncalvo, “Carlo Mollino: la casa Miller ritrovata”, in Domus, n. 721, Editoriale Domus, Milano, novembre 1990, p. 14. [5] Paolo Portoghesi, “Mollino à rebours”, in La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015. [6] Paolo Portoghesi, “Mollino à rebours”, cit.; Manolo De Giorgi, Carlo Mollino. Interni in piano-sequenza. Devalle, Minola, Lutrario, Abitare Segesta, Milano 2004. [7] “Casa verso la collina”, in Domus, n. 264-265, Editoriale Domus, Milano, dicembre 1951, pp. 16-22; Marco Addona, Ambientazioni Mollino, cit., sezione “Casa Orengo”. [8] Marco Addona, Ambientazioni Mollino, cit., sezione “Casa Rivetti”. [9] Carlo Mollino, “Utopia e ambientazione”, in Domus, n. 238, Editoriale Domus, Milano, settembre 1949, p. 25. BibliografiaMarco Addona, Ambientazioni Mollino. Materie, trame e dimensioni negli spazi dell’interno, tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma 2025. Manuela Bassanelli, “Interni come scatole magiche”, in Vesper, n. 6, Venezia, primavera-estate 2022. Andrea Minella, La tutela delle architetture di Carlo Mollino, tesi di specializzazione, Politecnico di Torino, Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio, Torino 2021. Francesco Zanot, a cura di, L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2018. La Casa di Mollino, Istituto Italiano di Cultura, Parigi 2015. Fulvio Ferrari, Napoleone Ferrari, a cura di, Carlo Mollino Arabeschi, Electa, Milano 2006. Sergio Pace, a cura di, Carlo Mollino architetto 1905-1973. Costruire le modernità, Electa, Milano 2006. Giovanni Brino, Carlo Mollino. Architettura come autobiografia, Idea Books, Milano 2005. Manolo De Giorgi, Carlo Mollino. Interni in piano-sequenza. Devalle, Minola, Lutrario, Abitare Segesta, Milano 2004. Fulvio Irace, a cura di, Carlo Mollino 1905-1973, Electa, Milano 1989. Paola Coppola Pignatelli, Spazio e immaginario. Maschile e femminile in architettura, Officina, Roma 1982. “Casa verso la collina”, in Domus, n. 264-265, Editoriale Domus, Milano, dicembre 1951, pp. 16-22. Carlo Mollino, “Utopia e ambientazione”, in Domus, n. 238, Editoriale Domus, Milano, settembre 1949, p. 25. Carlo Mollino, Il messaggio dalla camera oscura, Chiantore, Torino 1949. Carlo Levi, “Casa Miller”, in Domus, n. 129, Editoriale Domus, Milano, settembre 1938, pp. 1-11.
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