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Daniele D'Anza

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Jacopo Amigoni (Venezia? 1682 - Madrid 1752)  

 

 

 

Ancora irrisolta si presenta la questione relativa al suo luogo di nascita. “Nelle fonti contemporanee l’Amigoni viene sempre ricordato come veneziano. «Herr Amiconi, ein Venetianer», nota nel suo diario l’abate di Ottobeuren nel 1719; «Amiconi of Venice» lo chiama il Vertue nel 1730 e il giornale del P. Franchini di Montecassino nel 1740 lo dice «Giacomo Amicone Veneziano». Il suo primo biografo, A. Longhi, scrive distintamente nel suo Compendio del 1762 «nacque in Venezia Giacopo Amigoni». Questa testimonianza unanime non era mai stata messa in dubbio, fino a quando nel 1935 il Fiocco non pubblicò una notizia, pervenutagli per lettera da F. J. Sanchez Canton di Madrid, secondo la quale nell’occasione del ricevimento dell’ordine di Calatrava nel 1750 l’Amigoni avrebbe dichiarato: «ser natural de Napoles y de sesanta y ocho años de edad». Sulla base di questa notizia, per la letteratura artistica recente l’Amigoni è diventato napoletano di origine passando solo in un secondo tempo a Venezia. Nelle sue ultime ricerche sull’attività dell’Amigoni in Spagna, R. Gualdaroni [1974] pubblicava un paio di documenti, e fra questi il testamento del pittore, degli anni 1749 e 1750 dove il pittore affermava: «... naturales que otros mis padres fueron e yo lo soy de la ciudad de Venecia». Da tale espressione si deduce che anche suo padre Pedro era veneziano. L’autore fa cenno del documento trovato già dal Sanchez Canton sulla base della notizia del Fiocco – ed è dell’opinione che la dichiarazione nei riguardi di Napoli fosse una considerazione diplomatica. [...] Ad ogni modo la testimonianza d’una unica comunicazione incontrollabile, d’un documento mai pubblicato per esteso e che pare essere introvabile vale poco contro una serie di documenti legali e autentici, quali sono le testimonianze unanimi di tutti i contemporanei. E poiché non esiste la minima prova che l’Amigoni fosse nato a Napoli, dobbiamo considerarlo, in concordanza con la tradizione, come oriundo di Venezia” (Garas 1978).
Successivamente Pallucchini, ritornando sulla notizia riportata da Fiocco, osserva che “il pittore si sarebbe dichiarato napoletano per testimoniare a favore del suo protettore, il Farinelli, nativo di Andria (Bari), che allora faceva parte del regno di Napoli: una curiosa captatio bene volentiae in chiave «razzista» di cui non comprendiamo il motivo. Che poi nel 1750 si dica sessantottenne, cioè nato nel 1682 anziché nel 1675, come proponeva lo Zanetti (1771), è confermato dal suo aspetto fisico, quale appare nell’autoritratto inserito nel gruppo di amici, attorno al Farinelli insignito dell’ordine di Calatrava, conservato nella National Gallery of Victoria di Melbourne: dove anzi ne mostra ancora di meno. Il sospetto che poi quella testimonianza non sia soltanto un gesto di compiacenza viene da un’altra circostanza, che difficilmente può essere smentita, cioè quella dell’accento napoletano, e precisamente giordanesco, del suo gusto iniziale, come aveva indicato il Longhi, fin dal 1920, recensendo il saggio fondamentale del Voss (1918). Che l’Amigoni avesse rapporti con Napoli lo provano le sue due tele per l’Abbazia di Montecassino, documentate dalle fonti e illustrate dal Pilo (1958). Credo dunque non sia prudente prendere una posizione precisa  [...] prima del rinvenimento del suo atto di nascita” (Pallucchini 1994).
Griffin Hennessey (1983) però accenna ad una norma della Repubblica di Venezia che proibiva a chiunque di autodefinirsi veneziano senza esserlo effettivamente. Appare allora quantomeno singolare che a farlo fosse un artista al tempo così noto e soprattutto in un documento così ufficiale come il proprio testamento. allora quantomeno singolare che a farlo fosse un artista al tempo così noto e soprattutto in un documento così ufficiale come il proprio testamento.
Ad ogni modo, nel 1711 Jacopo Amigoni è ricordato nel libro della Fraglia dei pittori veneziani con l’indicazione di “fora”, vale a dire che in quel periodo, benché fosse maestro pittore con residenza a Venezia, si trovava altrove, fuori dal territorio della Serenissima. Tale annotazione potrebbe riferirsi ad un soggiorno “a Napoli in quell’anno, e quindi al relativo impegno all’Abbazia di Montecassino per l’esecuzione di due tele, andate distrutte durante l’ultima guerra [...] Il Pilo (1958) pubblicò la foto di uno di tali dipinti, la cui paternità è documentata tanto da una fonte manoscritta (quella del p. Franchini), quanto dal Della Marra nel 1751. L’aderenza del linguaggio dell’artista ai modi del Solimena, che nel 1708 terminava il suo intervento nell’abbazia, è piuttosto manifesta: si tratta semmai di un'interpretazione più scolastica del barocchetto solimeniano” (Pallucchini 1994).
Garas (1978) invece, ricordando che “il trevisano Antonio Bellucci lavorava almeno fin dal 1695 continuamente in Austria e dal 1705 alla corte Palatina a Düsseldorf”, ipotizza che “l’Amigoni collaborasse con lui tra il 1705 e il 1711, partecipando probabilmente ai grandi lavori di Bellucci al castello di Bensberg”. Infatti “l’influenza distinta e decisiva del maestro trevisano sull’Amigoni viene riconosciuta dalla maggioranza degli studiosi, ma può essere attestata ancora più direttamente da due opere firmate e datate [...] «Giacomo Amigone f. 1713»”, nelle quali “la composizione abbastanza affollata, le forme molli un po’ pesanti, i visi ovali ed i profili marcati sono distintamente in stretto rapporto colle opere del Bellucci” (Garas 1978). Della stessa idea Scarpa Sonino (1994), la quale aggiunge: “se un incontro tra i due pittori fosse avvenuto a Venezia, proprio in quel 1705 in cui Antonio ripassando per l’Italia avrebbe potuto condurre con sé il giovane circa ventenne, si potrebbe giustificare il silenzio totale attorno ad Amigoni fino al 1711”.
Certo è che nel 1716, il principe elettore Max Emanuel invita Jacopo Amigoni a Monaco. In questo periodo l’artista si trova occupato nella decorazione del castello di Nymphenburg, dell’abbazia di Ottobeuren (1719) e, tra il 1725 e il 1728, del soffitto della gran sala del castello di Schleissheim. È probabile che in questi anni, soprattutto durante l’inverno, il pittore rientrasse a Venezia più di una volta. Era infatti “una cosa normale per i maestri italiani che viaggiavano, scultori, architetti, stuccatori, o pittori, prendere congedo per l’inverno e tornare in patria dove stava in molti casi la loro famiglia” (Garas 1978).
All’inizio dell’inverno del 1728 è documentata la sua partenza per Venezia, Roma, Napoli, così come il rientro, l’anno successivo, in Baviera durante l’estate. “Può essere avvenuto in quest’epoca il primo incontro di Jacopo con il Farinelli, figura che sarà per lui fondamentale sia affettivamente che professionalmente. [...] Il Farinelli cantò a Venezia nel carnevale 1729 al teatro di San Giovanni Grisostomo nel Catone in Utica, ma a quell’epoca risulta difficile che Jacopo possa esser stato in città; è molto più probabile che i due si siano incontrati a Monaco, quando il 22 ottobre 1728 il Broschi cantò nel Nicomede di Torri con libretto di Lalli” (Scarpa Sonino 1994).
Nel 1730 l’inglese Vertue, oltre a testimoniare l’arrivo del pittore in terra britannica, ricorda il suo alunnato a Düsseldorf presso Bellucci: “Lately arrived another Italian History painter, Amiconi [...] of Venice, where he studied and afterwards for some time under Belluchi at the Elector Palatins at Dusseldorp”. A Londra decora palazzi e ville fino al 1739, salvo un viaggio a Parigi, assieme al celebre cantante Farinelli, nel 1736, dove ha occasione di conoscere Boucher e gli altri artisti francesi di quel periodo. Nel 1739, in piena maturità artistica, torna a Venezia, che abbandona definitivamente otto anni dopo per recarsi in Spagna, dove viene nominato pittore di corte di Ferdinando VI.
Jacopo Amigoni muore il 14 settembre 1751 a Madrid. Alla vedova Antonia Marchesini, Ferdinando assegna una pensione di 500 doble ed alle figlie il rango di damigelle d’onore della regina.
 


Daniele D'Anza

 

marzo 2005