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Giuliano
di
Piero
di
Simone
Bugiardini
Giuliano
di
Piero
di
Simone
Bugiardini
nacque
a
Firenze
il
29
gennaio
1476,
secondo
lo
stile
comune,
da
Piero
di
Simone
di
Giovanni
[1].
La
sua
lunga
attività
attraversò
la
pittura
fiorentina
tra
la
fine
del
Quattrocento
e
la
piena
stagione
manieristica,
in
un
arco
segnato
da
maestri
e
modelli
di
peso
eccezionale:
Domenico
Ghirlandaio,
Piero
di
Cosimo,
Fra
Bartolomeo,
Mariotto
Albertinelli,
Leonardo,
Raffaello,
Michelangelo,
Andrea
del
Sarto,
Franciabigio.
La
sua
figura
rimane
quella
di
un
pittore
di
secondo
piano,
ma
inserito
in
un
punto
sensibile
della
cultura
figurativa
fiorentina.
Proprio
questa
posizione
laterale,
spesso
giudicata
come
limite,
permette
di
osservare
la
circolazione
dei
modelli
maggiori
dentro
la
pratica
quotidiana
delle
botteghe.
La
formazione
documentata
si
svolse
prima
nella
bottega
di
Domenico
Ghirlandaio,
tra
il
1485
e
il
1489,
poi
presso
Piero
di
Cosimo
[2].
Il
passaggio
da
Ghirlandaio
gli
offrì
il
senso
della
composizione
ordinata,
della
figura
nitida
e
della
narrazione
chiara;
Piero
di
Cosimo
gli
trasmise
una
vena
più
inquieta,
fatta
di
invenzione,
gusto
per
i
soggetti
profani
e
attenzione
alla
natura.
La
tradizione
vasariana
lo
collega
anche
all’ambiente
dei
giardini
medicei
di
San
Marco
e
alla
giovane
cerchia
di
Michelangelo,
con
il
quale
mantenne
nel
tempo
un
rapporto
di
amicizia,
stima
personale
e
giudizio
artistico
non
sempre
favorevole
[3].
Le
sue
prime
opere
risentono
dell’educazione
ghirlandaiesca
e
della
vicinanza
a
Francesco
Granacci.
La
pittura
procede
con
figure
regolari,
contorni
netti,
panneggi
chiari,
colori
compatti,
una
devozione
semplice
e
ben
ordinata.
Alla
fase
iniziale,
fino
al
1505
circa,
la
critica
ha
assegnato
la
Madonna
col
Bambino
e
san
Giovannino
del
Metropolitan
Museum
di
New
York,
l’altare
dei
Castellani
in
Santa
Croce
con
la
Natività
e
i
santi
laterali,
insieme
con
alcune
Madonne
torinesi
e
fiorentine
di
attribuzione
discussa
[4].
Il
linguaggio
appare
ancora
composto,
privo
di
tensioni
drammatiche
forti,
ma
già
aperto
a
citazioni
da
Lorenzo
di
Credi
e
da
Piero
di
Cosimo.
Il
nodo
centrale
della
sua
formazione
matura
fu
il
rapporto
con
Fra
Bartolomeo
e
Mariotto
Albertinelli.
Intorno
al
1505
cominciò
una
collaborazione
stretta
con
i
due
pittori,
dai
quali
derivò
la
ricerca
di
composizioni
più
ampie,
una
maggiore
monumentalità
delle
figure,
l’uso
di
ombre
morbide
e
una
certa
solennità
devota
[5].
La
sua
pittura
assorbì
da
questo
ambiente
anche
echi
leonardeschi
e
raffaelleschi,
specie
nei
ritratti
e
nelle
Madonne,
dove
l’artista
cercò
una
fusione
più
graduale
dei
volumi
e
una
dolcezza
espressiva
più
controllata.
Il
rapporto
con
Mariotto
Albertinelli
fu
anche
professionale.
Bugiardini
lavorò
a
lungo
nel
clima
della
bottega
comune
fra
Albertinelli
e
Fra
Bartolomeo,
partecipando
a
un
ambiente
dove
disegno,
cartoni,
modelli,
repliche
e
collaborazioni
circolavano
con
grande
intensità.
In
alcune
opere
la
parte
spettante
a
Giuliano
resta
controversa;
il
caso
della
Pietà
della
Galleria
Palatina
di
Firenze,
ricordata
dalle
fonti
antiche
come
colorita
da
lui,
viene
oggi
letto
con
maggiore
prudenza,
attribuendogli
un
intervento
più
circoscritto
[6].
Questa
incertezza
documenta
bene
la
natura
collettiva
della
pittura
fiorentina
del
primo
Cinquecento.
Nel
1508
Michelangelo
lo
chiamò
a
Roma
come
possibile
aiuto
per
il
cantiere
della
Cappella
Sistina
[7].
L’esperienza
durò
poco.
Secondo
la
tradizione
riferita
dalla
bibliografia,
Michelangelo
lo
giudicò
inadatto
alla
complessità
dell’impresa
e
lo
rimandò
a
Firenze.
L’episodio
ha
pesato
molto
sulla
fortuna
critica
dell’artista,
spesso
presentato
come
pittore
debole
davanti
alla
grandezza
michelangiolesca.
La
vicenda
va
ridotta
alla
sua
misura:
Bugiardini
frequentò
Michelangelo,
ne
conobbe
i
disegni,
ne
subì
il
prestigio,
ma
la
sua
pittura
rimase
ancorata
a
un
classicismo
fiorentino
più
lento,
devoto
e
narrativo.
A
Firenze
fondò
nel
1512
la
Compagnia
della
Cazzuola,
sodalizio
artistico
e
conviviale
che
riuniva
pittori,
scultori
e
uomini
di
mestiere
[8].
La
notizia
restituisce
un
volto
diverso
dell’artista:
non
soltanto
pittore
di
pale
e
ritratti,
ma
figura
integrata
nella
vita
corporativa,
sociale
e
giocosa
degli
artisti
fiorentini.
La
stessa
data
coincide
con
i
primi
rapporti
documentati
con
Bologna,
città
nella
quale
avrebbe
lavorato
soprattutto
tra
il
1526
e
il
1530.
Tra
secondo
e
terzo
decennio
del
secolo,
Bugiardini
raggiunse
la
piena
maturità.
La
sua
pittura
accolse
l’influenza
del
Franciabigio,
visibile
nella
maggiore
intensità
cromatica,
nelle
ombre
più
compatte,
nei
volti
pieni,
nei
panneggi
più
pesanti
e
in
una
nuova
attenzione
alla
luce
[9].
A
questo
momento
appartengono
opere
come
la
Madonna
col
Bambino
già
assegnata
al
Franciabigio,
la
Madonna
allattante
degli
Uffizi
e
la
Madonna
della
palma,
firmata
e
datata
1520
[10].
La
Madonna
della
palma,
oggi
alla
Galleria
dell’Accademia
di
Firenze,
è
una
delle
sue
opere
più
note.
La
tavola
presenta
la
Vergine
seduta
con
il
Bambino
e
san
Giovannino
in
un
paesaggio
aperto,
con
la
palma
e
il
dattero
a
definire
il
tema
iconografico
[11].
Il
dipinto
mostra
la
qualità
più
felice
del
Bugiardini
maturo:
figure
calme,
volumi
addolciti,
colore
caldo,
devozione
familiare,
paesaggio
nitido,
una
grazia
priva
di
esasperazione.
Il
riferimento
a
Raffaello,
già
rilevato
dalla
critica
in
rapporto
alla
Madonna
Esterházy,
viene
assimilato
in
un
registro
più
fiorentino
e
domestico.
La
Madonna
allattante
degli
Uffizi,
originariamente
in
San
Michele
a
Castello,
fu
acquistata
nel
1780
come
opera
di
Leonardo
da
Vinci
[12].
L’attribuzione
a
Bugiardini,
avanzata
nell’Ottocento,
è
stata
accolta
dagli
studi
successivi.
L’opera
mostra
l’interesse
dell’artista
per
le
Madonne
leonardesche:
ombre
sfumate,
passaggi
morbidi,
volumi
costruiti
gradualmente,
panneggi
articolati.
Il
risultato
conserva
però
una
chiarezza
fiorentina
e
una
tenuta
devozionale
più
semplice
rispetto
ai
modelli
vinciani.
Nel
1515
partecipò
alle
decorazioni
per
l’ingresso
di
Leone
X
a
Firenze;
nello
stesso
periodo
restaurò
le
Battaglie
di
Paolo
Uccello
[13].
Nel
1517
fu
chiamato
a
giudicare,
insieme
con
Ridolfo
del
Ghirlandaio,
un
dipinto
di
Jacopo
del
Sellaio.
Nel
1526
fornì
il
cartone
per
le
spalliere
dei
sedili
dei
Signori
all’arringhiera.
Questi
incarichi
indicano
il
riconoscimento
pubblico
raggiunto
dall’artista.
Bugiardini
non
fu
soltanto
un
pittore
di
devozione
privata;
la
città
lo
considerava
un
professionista
affidabile,
capace
di
restauri,
apparati,
giudizi
tecnici
e
lavori
ufficiali.
La
fase
bolognese
documenta
un
altro
capitolo
della
sua
attività.
Tra
il
1526
e
il
1530
lavorò
a
Bologna,
dove
la
Pinacoteca
conserva
il
San
Giovanni
Battista
nel
deserto,
firmato,
lo
Sposalizio
di
santa
Caterina
con
san
Giovannino
e
san
Francesco,
anch’esso
firmato,
e
un
tondo
con
la
Madonna
col
Bambino
e
san
Giovannino
[14].
La
Natività
del
Battista,
commissionata
da
un
sacrista
di
San
Petronio
e
oggi
a
Stoccolma,
fu
replicata
dall’artista
stesso
in
una
versione
conservata
nella
Galleria
Estense
di
Modena
[15].
Questa
presenza
a
Bologna
mostra
la
fortuna
di
un
linguaggio
fiorentino
ormai
maturo,
adatto
a
committenze
devozionali
fuori
dalla
città
d’origine.
La
pala
del
Metropolitan
Museum,
Madonna
col
Bambino
in
trono
con
santa
Maria
Maddalena
e
san
Giovanni
Battista,
datata
intorno
al
1523,
è
una
delle
opere
più
significative
della
maturità
[16].
Fu
quasi
certamente
eseguita
per
Bindo
Altoviti,
banchiere
fiorentino
fra
i
maggiori
committenti
del
tempo,
destinata
alla
cappella
privata
dedicata
alla
Maddalena
a
Cappiano,
nella
valle
dell’Arno
[17].
L’opera
conserva
la
cornice
originale,
con
le
armi
Altoviti
alla
base
dei
pilastri.
Il
dipinto
documenta
il
rapporto
tra
immagine
sacra,
memoria
familiare,
architettura
lignea
e
autorappresentazione
del
committente.
Nella
pala
Altoviti
la
Vergine
siede
in
trono
con
il
Bambino,
affiancata
dalla
Maddalena
e
dal
Battista.
La
composizione
è
ampia,
stabile,
quasi
architettonica.
Le
figure
hanno
una
gravità
quieta;
il
colore
è
denso,
con
un
tono
caldo
e
dorato;
la
cornice
partecipa
alla
funzione
devozionale
e
rappresentativa.
Il
quadro
appartiene
a
quel
tipo
di
pala
privata
che
afferma
insieme
pietà,
rango,
gusto
e
generosità
del
patrono.
Bugiardini
vi
mostra
una
buona
capacità
di
organizzare
figure
monumentali
senza
perdere
il
tono
raccolto
della
devozione.
Il
ritratto
fu
uno
dei
generi
nei
quali
ottenne
risultati
convincenti.
La
tradizione
ricorda
la
cosiddetta
Muta
di
Urbino,
attribuita
anche
a
Raffaello,
due
ritratti
femminili
a
Parigi
e
la
celebre
“Monaca
di
Leonardo”,
oggi
assegnata
al
suo
catalogo
[18].
La
National
Gallery
of
Art
di
Washington
conserva
il
Ritratto
di
Leonardo
de’
Ginori,
circa
1528,
olio
su
tavola,
dove
il
personaggio
è
presentato
a
mezzo
busto,
con
il
corpo
di
profilo
e
la
testa
rivolta
verso
l’osservatore
[19].
La
pittura
è
sobria,
con
fondo
grigio,
abito
scuro,
volto
fermo,
barba
rossiccia
e
sguardo
controllato.
Nel
ritratto
di
Leonardo
de’
Ginori
l’artista
raggiunge
una
misura
notevole.
La
posa
di
tre
quarti,
il
fondo
neutro,
la
sobrietà
dell’abito
e
l’attenzione
alla
fisionomia
costruiscono
un’immagine
di
dignità
civile.
La
formula
deriva
dalla
ritrattistica
fiorentina
e
raffaellesca,
ma
Bugiardini
la
interpreta
con
una
concretezza
asciutta.
Il
volto
non
è
idealizzato
eccessivamente;
conserva
un
carattere
individuale,
controllato,
quasi
amministrativo.
Il
ritratto
rivela
la
sua
capacità
di
trattenere
l’immagine
entro
un
equilibrio
tra
somiglianza,
decoro
e
rango
sociale.
Il
rapporto
con
Michelangelo
riemerge
nei
ritratti
del
Buonarroti.
Le
versioni
più
note
sono
al
Louvre
e
alla
Casa
Buonarroti;
quella
del
Louvre
è
databile
al
1522
per
l’indicazione
dell’età
dell’effigiato,
quarantasette
anni
[20].
Il
ritratto,
con
Michelangelo
raffigurato
con
il
turbante,
ebbe
una
fortuna
notevole.
Qui
Bugiardini
si
confronta
con
un
volto
difficile,
segnato,
poco
incline
all’idealizzazione.
L’immagine
non
cerca
eroismo
retorico;
punta
sulla
presenza
severa
dell’artista,
sulla
compattezza
del
capo,
sullo
sguardo
fermo
e
sulla
materia
sobria
dell’abito.
La
copia
del
Ritratto
di
Leone
X
con
due
cardinali
di
Raffaello,
eseguita
sostituendo
il
cardinale
de’
Rossi
con
il
cardinale
Innocenzo
Cybo,
testimonia
la
sua
abilità
come
copista
di
opere
celebri
[21].
Copiare
un
dipinto
raffaellesco
di
tale
complessità
significava
misurarsi
con
prestigio
politico,
qualità
ritrattistica,
stoffe,
incarnati,
oggetti,
luce
e
gerarchia
dei
personaggi.
Bugiardini
era
apprezzato
anche
per
questa
capacità
di
tradurre
modelli
autorevoli
in
nuove
versioni
destinate
a
committenti
specifici.
Tra
le
opere
tarde,
il
grande
Martirio
di
santa
Caterina
d’Alessandria
in
Santa
Maria
Novella
a
Firenze
occupa
un
posto
centrale
[22].
La
tavola,
di
dimensioni
monumentali,
fu
elaborata
per
molti
anni
e
la
tradizione
vi
collega
un
intervento
di
Michelangelo,
che
avrebbe
fornito
il
disegno
o
corretto
direttamente
alcune
parti,
in
particolare
la
fila
dei
soldati
in
scorcio
nel
primo
piano.
Il
racconto
vasariano
insiste
sulle
difficoltà
di
Giuliano
nel
risolvere
ombre
e
scorci;
al
di
là
dell’aneddoto,
l’opera
mostra
un
pittore
impegnato
con
problemi
compositivi
molto
più
complessi
rispetto
alle
sue
Madonne
e
ai
suoi
ritratti.
Il
Martirio
di
santa
Caterina
rivela
bene
la
tensione
dell’ultimo
Bugiardini.
La
scena
è
affollata,
con
soldati,
carnefici,
astanti,
architetture,
macchina
del
supplizio
e
intervento
miracoloso.
La
santa
domina
il
racconto,
mentre
la
ruota
spezzata
e
i
corpi
colpiti
dal
prodigio
trasformano
il
martirio
in
spettacolo
pubblico.
La
composizione
cerca
una
grandezza
michelangiolesca,
ma
resta
legata
a
una
regia
più
narrativa
e
descrittiva.
Proprio
qui
appare
la
distanza
tra
aspirazione
monumentale
e
temperamento
personale.
La
produzione
tarda
include
anche
soggetti
profani
e
mitologici
di
raro
interesse:
due
Leda,
già
in
collezione
Treccani,
e
un’Arianna
o
Venere
alla
Ca’
d’Oro,
discendenti
dalla
tradizione
dei
cassoni
nuziali
e
dalle
invenzioni
di
Piero
di
Cosimo
[23].
Queste
opere
indicano
la
persistenza,
nella
sua
cultura,
del
gusto
per
la
figura
femminile
distesa,
per
il
racconto
mitologico
e
per
la
pittura
da
camera.
Il
legame
con
Piero
di
Cosimo,
maestro
della
sua
formazione,
riemerge
nella
fantasia
iconografica
e
nella
trattazione
del
nudo.
L’ultima
opera
ricordata
dalla
voce
DBI
è
il
Ritratto
di
Francesco
Guicciardini,
oggi
alla
Yale
University
Art
Gallery,
databile
tra
il
1534
e
il
1545
[24].
Il
dipinto
mostra
un
aggiornamento
alla
ritrattistica
manieristica:
posa
grave,
abito
scuro,
presenza
intellettuale,
simboli
e
memoria
civile.
Guicciardini
non
è
presentato
come
semplice
gentiluomo;
la
sua
immagine
diventa
ritratto
di
magistrato,
storico
e
uomo
di
governo.
Bugiardini,
ormai
anziano,
dimostra
di
saper
recepire
un
tono
più
severo
e
moderno.
La
critica
ha
spesso
giudicato
Bugiardini
attraverso
le
parole
di
Vasari
e
l’opinione
severa
attribuita
a
Michelangelo.
Questo
ha
ridotto
la
sua
figura
a
quella
di
pittore
mediocre,
impressionabile
davanti
ai
grandi
maestri
e
incapace
di
comprenderli
pienamente
[25].
Il
giudizio
contiene
una
parte
di
verità:
Giuliano
non
fu
inventore
di
una
nuova
lingua,
e
il
suo
stile
muta
spesso
a
contatto
con
modelli
più
forti.
La
sua
importanza
va
cercata
in
un
altro
punto:
nella
funzione
di
mediatore.
Egli
assorbe,
semplifica,
adatta
e
diffonde
le
lingue
dominanti
della
Firenze
tra
Quattro
e
Cinquecento.
Il
suo
eclettismo
non
è
semplice
debolezza.
La
pittura
fiorentina
del
primo
Cinquecento
fu
anche
un
sistema
di
botteghe,
copie,
collaborazioni,
repliche,
restauri,
apparati
pubblici
e
commissioni
locali.
Bugiardini
vi
operò
con
continuità
per
oltre
cinquant’anni.
La
sua
opera
mostra
come
i
modelli
di
Ghirlandaio,
Piero
di
Cosimo,
Fra
Bartolomeo,
Albertinelli,
Leonardo,
Raffaello,
Franciabigio,
Andrea
del
Sarto
e
Michelangelo
venissero
tradotti
in
immagini
destinate
a
chiese,
cappelle
private,
collezioni,
confraternite
e
famiglie.
I
limiti
dell’artista
emergono
nelle
grandi
composizioni
narrative,
dove
la
struttura
può
diventare
pesante
e
la
dipendenza
da
disegni
altrui
appare
evidente.
I
risultati
migliori
si
trovano
spesso
nelle
Madonne,
nei
ritratti
e
nelle
pale
di
media
scala,
quando
la
richiesta
di
equilibrio
e
chiarezza
coincide
con
il
suo
temperamento.
Le
sue
figure
hanno
una
calma
trattenuta,
una
dolcezza
misurata,
una
certa
opacità
psicologica
che
nei
ritratti
diventa
qualità.
La
pittura
non
brucia
mai
di
energia,
ma
costruisce
immagini
stabili,
leggibili,
dense
di
riferimenti.
Bugiardini
morì
a
Firenze
il
17
febbraio
1555
[26].
La
sua
lunga
vita
attraversò
un
passaggio
enorme:
dalla
bottega
di
Ghirlandaio
alla
Firenze
post-michelangiolesca.
Vide
nascere
e
consolidarsi
il
linguaggio
del
pieno
Rinascimento,
assistette
alla
fortuna
di
Raffaello,
lavorò
accanto
ai
seguaci
di
Fra
Bartolomeo,
si
confrontò
con
la
maniera
di
Andrea
del
Sarto
e
con
il
prestigio
di
Michelangelo.
La
sua
biografia
è
quella
di
un
pittore
posto
ai
margini
dei
grandi
centri
creativi,
ma
abbastanza
vicino
da
registrarne
gli
effetti.
Giuliano
Bugiardini
va
quindi
letto
come
un
testimone
operativo
della
pittura
fiorentina
del
primo
Cinquecento.
La
sua
opera
non
fonda
una
scuola
autonoma,
ma
rende
visibile
il
tessuto
che
circonda
i
maestri
maggiori:
amicizie,
botteghe,
incarichi,
copie,
restauri,
pale,
ritratti,
apparati
e
committenze
private.
In
questa
rete
il
suo
nome
conserva
un
valore
preciso.
Non
quello
dell’innovatore,
ma
del
pittore
colto,
capace
di
attraversare
molti
linguaggi
e
di
lasciarci
alcune
immagini
di
notevole
equilibrio,
soprattutto
nelle
Madonne
mature
e
nei
ritratti.
A.R.
[1]
La
data
di
nascita,
29
gennaio
1476
secondo
lo
stile
comune,
e
il
nome
del
padre,
Piero
di
Simone
di
Giovanni,
sono
indicati
dalla
voce
del
Dizionario
Biografico
degli
Italiani.
[2]
La
formazione
presso
Domenico
Ghirlandaio
è
posta
tra
il
1485
e
il
1489;
seguì
poi
un
periodo
presso
Piero
di
Cosimo.
[3]
Vasari
insiste
sul
rapporto
con
Michelangelo
e
sulla
familiarità
giovanile
con
il
suo
ambiente.
La
documentazione
più
solida
resta
quella
relativa
alle
botteghe
di
Ghirlandaio
e
Piero
di
Cosimo.
[4]
La
voce
DBI
assegna
alla
prima
fase,
fino
al
1505
circa,
opere
come
la
Madonna
col
Bambino
e
san
Giovannino
del
Metropolitan
Museum,
l’altare
Castellani
in
Santa
Croce
e
altre
Madonne
di
attribuzione
discussa.
[5]
Il
sodalizio
con
Fra
Bartolomeo
e
Mariotto
Albertinelli
cominciò
intorno
al
1505
e
segnò
profondamente
la
pittura
di
Bugiardini.
[6]
La
Pietà
della
Galleria
Palatina
è
ricordata
dalle
fonti
antiche
come
colorita
da
Bugiardini;
la
critica
moderna
tende
a
ridurre
il
suo
intervento
ad
alcune
parti.
[7]
Nel
1508
Michelangelo
lo
chiamò
a
Roma
come
possibile
aiuto
per
la
volta
della
Cappella
Sistina;
l’esperienza
si
concluse
rapidamente
con
il
ritorno
a
Firenze.
[8]
La
fondazione
della
Compagnia
della
Cazzuola
nel
1512
è
ricordata
dalla
biografia
treccaniana
e
dalla
tradizione
vasariana.
[9]
L’influenza
del
Franciabigio
si
avverte
soprattutto
nel
secondo
decennio
del
Cinquecento,
con
maggiore
intensità
cromatica
e
più
forti
contrasti
di
luce.
[10]
La
Madonna
della
palma
è
firmata
e
datata
1520;
oggi
è
conservata
alla
Galleria
dell’Accademia
di
Firenze.
[11]
Il
Catalogo
generale
dei
Beni
culturali
registra
la
Madonna
della
palma
come
tavola
a
olio,
cm
118,5
×
91,
con
il
Bambino,
la
Madonna
e
san
Giovannino
in
un
paesaggio
con
palma
e
dattero.
[12]
La
Madonna
che
allatta
il
Bambino
degli
Uffizi
proveniva
da
San
Michele
a
Castello;
fu
acquistata
nel
1780
come
opera
di
Leonardo
da
Vinci
e
attribuita
a
Bugiardini
a
partire
dall’Ottocento.
[13]
Gli
incarichi
pubblici
comprendono
il
restauro
delle
Battaglie
di
Paolo
Uccello,
la
partecipazione
agli
apparati
per
l’ingresso
di
Leone
X
nel
1515,
il
giudizio
tecnico
del
1517
su
un
dipinto
di
Jacopo
del
Sellaio
e
il
cartone
del
1526
per
le
spalliere
dei
sedili
dei
Signori
all’arringhiera.
[14]
La
Pinacoteca
di
Bologna
conserva
tre
dipinti
di
Bugiardini:
San
Giovanni
Battista
nel
deserto,
Sposalizio
di
santa
Caterina
con
san
Giovannino
e
san
Francesco
e
un
tondo
con
la
Madonna
col
Bambino
e
san
Giovannino.
[15]
La
Natività
del
Battista,
oggi
a
Stoccolma,
fu
commissionata
da
Vincenzo,
sacrista
di
San
Petronio;
l’artista
ne
eseguì
anche
una
replica,
oggi
alla
Galleria
Estense
di
Modena.
[16]
La
pala
del
Metropolitan
Museum
è
datata
intorno
al
1523
e
raffigura
la
Madonna
col
Bambino
in
trono
con
santa
Maria
Maddalena
e
san
Giovanni
Battista.
[17]
Secondo
la
scheda
del
Metropolitan
Museum,
la
pala
fu
quasi
certamente
dipinta
per
Bindo
Altoviti
e
destinata
alla
cappella
privata
dedicata
alla
Maddalena
a
Cappiano.
[18]
Fra
i
ritratti
ricordati
dalla
critica
si
trovano
la
cosiddetta
Muta
di
Urbino,
due
ritratti
femminili
parigini
e
la
cosiddetta
“Monaca
di
Leonardo”.
[19]
Il
Ritratto
di
Leonardo
de’
Ginori
della
National
Gallery
of
Art
di
Washington
è
datato
circa
1528,
olio
su
tavola,
cm
62,9
×
47.
[20]
Il
ritratto
di
Michelangelo
del
Louvre
è
databile
al
1522
per
l’indicazione
dell’età
dell’effigiato,
quarantasette
anni;
altre
versioni
sono
conservate
o
ricordate
presso
Casa
Buonarroti
e
in
collezioni
private.
[21]
Bugiardini
copiò
il
ritratto
raffaellesco
di
Leone
X
con
due
cardinali,
sostituendo
il
cardinale
de’
Rossi
con
Innocenzo
Cybo,
e
copiò
anche
il
ritratto
di
Clemente
VII
di
Sebastiano
del
Piombo.
[22]
Il
Martirio
di
santa
Caterina
d’Alessandria
in
Santa
Maria
Novella
è
considerato
dalla
voce
DBI
l’opera
più
importante
e
faticata
dell’artista.
[23]
Le
Leda
e
l’Arianna
o
Venere
della
Ca’
d’Oro
appartengono
al
gruppo
raro
dei
soggetti
profani
tardi
e
discendono
dalla
tradizione
delle
pitture
da
cassone
e
da
modelli
di
Piero
di
Cosimo.
[24]
Il
Ritratto
di
Francesco
Guicciardini
della
Yale
University
Art
Gallery
è
datato
tra
il
1534
e
il
1545
nella
voce
DBI.
[25]
La
valutazione
critica
negativa
deriva
in
gran
parte
da
Vasari
e
dal
giudizio
attribuito
a
Michelangelo,
poi
ripreso
dalla
storiografia.
[26]
Giuliano
Bugiardini
morì
a
Firenze
il
17
febbraio
1555.
Giorgio
Vasari,
Le
vite
de’
più
eccellenti
pittori,
scultori
e
architettori,
Giunti,
Firenze,
1568;
edizione
con
commento
di
Gaetano
Milanesi,
Sansoni,
Firenze,
1878-1885,
vol.
VI,
pp.
201-211.
Giovanni
Gaye,
Carteggio
inedito
d’artisti
dei
secoli
XIV,
XV,
XVI,
vol.
II,
Molini,
Firenze,
1840,
pp.
229-231.
Adolfo
Venturi,
“Un
disegno
di
Michelangelo
e
una
tavola
del
Buonarroti”,
in
L’Arte,
II,
Roma,
1899,
pp.
259-261.
Emil
Schaeffer,
Das
florentiner
Bildnis,
München,
1904.
Enrico
Ridolfi,
Il
mio
direttorato
delle
gallerie
fiorentine,
Firenze,
1906.
Joseph
Archer
Crowe,
Giovanni
Battista
Cavalcaselle,
A
History
of
Painting
in
Italy,
vol.
IV,
John
Murray,
London,
1911.
Lamberto
Dami,
Vita
di
Giuliano
Bugiardini,
Firenze,
1915.
T.
Borenius,
“A
portrait
by
Bugiardini”,
in
The
Burlington
Magazine,
XXIX,
London,
1916.
Jean
Alazard,
Le
portrait
florentin
de
Botticelli
à
Bronzino,
Paris,
1924.
Adolfo
Venturi,
Storia
dell’arte
italiana,
vol.
IX,
parte
I,
Hoepli,
Milano,
1925,
pp.
402-426.
Raimond
van
Marle,
The
Development
of
the
Italian
Schools
of
Painting,
vol.
X,
Martinus
Nijhoff,
The
Hague,
1928.
D.
E.
Colnaghi,
A
Dictionary
of
Florentine
Painters
from
the
13th
to
the
17th
Centuries,
London,
1928.
Bernard
Berenson,
Italian
Pictures
of
the
Renaissance.
Florentine
School,
Oxford,
1932.
Lionello
Venturi,
Italian
Paintings
in
America,
vol.
III,
New
York,
1933.
Bernard
Berenson,
I
disegni
dei
pittori
fiorentini,
Electa,
Milano,
1961.
Sydney
J.
Freedberg,
Paintings
of
the
High
Renaissance
in
Rome
and
Florence,
Harvard
University
Press,
Cambridge,
1961.
Paola
Barocchi,
Renzo
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a
cura
di,
Il
carteggio
di
Michelangelo,
voll.
I-II,
Sansoni,
Firenze,
1965-1967.
Ugo
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La
Casa
Buonarroti,
Milano,
1965.
D.
Redig
de
Campos,
“Das
Porträt
Michelangelos
mit
dem
Turban
von
Giuliano
Bugiardini”,
in
Festschrift
für
H.
von
Einem,
Berlin,
1965.
Mina
Bacci,
Piero
di
Cosimo,
Milano,
1966.
Charles
de
Tolnay,
“Proposte
per
un
ritratto
di
Francesco
Guicciardini
di
Giuliano
Bugiardini
alla
Yale
University
Art
Gallery”,
in
Mitteilungen
des
Kunsthistorischen
Institutes
in
Florenz,
XII,
Firenze,
1966,
pp.
359-365.
Fern
Rusk
Shapley,
Paintings
from
the
Samuel
H.
Kress
Collection.
Italian
Schools
XV-XVI
Century,
London,
1968.
Silvia
Meloni
Trkulja,
“Bugiardini,
Giuliano”,
in
Dizionario
Biografico
degli
Italiani,
vol.
15,
Istituto
della
Enciclopedia
Italiana,
Roma,
1972.
Laura
Pagnotta,
Giuliano
Bugiardini,
Allemandi,
Torino,
1987.
Laura
Pagnotta,
“Due
dipinti
e
un
disegno
di
Giuliano
Bugiardini”,
in
Antichità
Viva,
XXXI,
n.
2,
Firenze,
1992.
Andrea
Bayer,
“Giuliano
Bugiardini:
A
Master
of
Theme
and
Variation”,
in
James
Clifton,
a
cura
di,
A
Golden
Age
of
European
Art:
Celebrating
Fifty
Years
of
the
Sarah
Campbell
Blaffer
Foundation,
Houston,
2016.
The
Metropolitan
Museum
of
Art,
Giuliano
di
Piero
di
Simone
Bugiardini,
Madonna
and
Child
Enthroned
with
Saints
Mary
Magdalen
and
John
the
Baptist,
scheda
del
catalogo
online,
New
York.
National
Gallery
of
Art,
Washington,
Giuliano
Bugiardini,
Leonardo
de’
Ginori,
scheda
del
catalogo
online.
Gallerie
degli
Uffizi,
Giuliano
Bugiardini,
Madonna
che
allatta
il
Bambino,
scheda
del
catalogo
online,
Firenze.
Catalogo
generale
dei
Beni
culturali,
Giuliano
Bugiardini,
Madonna
della
palma,
scheda
OA
0900160662,
Ministero
della
Cultura.
Catalogo
generale
dei
Beni
culturali,
Giuliano
Bugiardini,
Santa
Caterina
d’Alessandria
e
il
miracolo
della
ruota,
scheda
OA
0900285672,
Ministero
della
Cultura.
Fondazione
Federico
Zeri,
schede
fotografiche
relative
a
Giuliano
Bugiardini,
Università
di
Bologna.
Musée
du
Louvre,
Portrait
de
Michel-Ange,
scheda
del
catalogo
online,
Parigi.
Yale
University
Art
Gallery,
Giuliano
Bugiardini,
Francesco
Guicciardini,
scheda
del
catalogo
online,
New
Haven.
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