Massimo Campigli (Berlino 1895 - St-Tropez 1971)

 

 

"Ho incominciato a dipingere delle donne e continuerò a dipingere delle donne. Niente altro che delle donne. Questo corrisponde, se voglio parlare solo di pittura, al fatto che la donna è il soggetto perfetto,che nell’arte del mondo intero ci sarà sempre la donna e l’uomo è assolutamente in secondo piano. E non potrei concepire altro".

(M. Campigli)

 

Max Ihlen-feld (poi Massimo Campigli) nasce a Berlino il 4 luglio 1895. La madre Anna Pauline Louisa Ihlenfeld ha solo diciottanni, è di origine borghese e benestante, e per evitare uno scandalo in società si trasferisce con la madre e le sorelle a Settignano. Max viene affidato alla nonna materna senza che Anna si riveli al figlio come sua madre. La donna va ad abitare a Firenze dove nel 1899 sposa Giuseppe Bennet, rappresentante di una ditta di colori inglesi, e decide di portare con sé il figlio. Nel 1909 si trasferiscono a Milano, dove solo l’anno dopo, oramai quindicenne, Max scopre casualmente che la "zia" Anna è invece sua madre. Episodio quest’ultimo che non altera i rapporti con la famiglia, ma l’argomento delle sue origini rimarrà un tabù per tutta la vita. Nel 1914 inizia a lavorare come segretario di Renato Simoni, direttore del supplemento letterario del Corriere della Sera, e al contempo frequenta gruppi di artisti, soprattutto si avvicina ai futuristi Balla e Boccioni. Scrive per il periodico "Lacerba" il testo futurista Giornale + Strada, di estrema importanza perché si firmò per la prima volta con il suo nome italianizzato Massimo Campigli.

Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola volontario, ma solamente dopo due anni di prigionia nel 1918 farà ritorno a Milano, dove legalizza il proprio nome e ottiene la cittadinanza italiana. Scopre la vocazione pittorica quando giunge a Parigi nel 1919 come corrispondente del Corriere della Sera e inizia subito a dipingere da autodidatta, favorito da un’ attitudine innata che affianca ad un tenace lavoro: «[…] Dopo aver lavorato sin tardi nella notte era duro alzarsi la mattina. Mettevo la sveglia per dipingere. Eliminai ogni distrazione: per sette anni non andai al cinema neanche una volta, non lessi un libro che fosse soltanto dilettevole». Impegno presto ricompensato se pensiamo che nel 1922 Léonce Rosenberg, il mercante di Picasso e dei cubisti, gli acquista dei quadri, e che l’anno dopo tiene la sua prima mostra personale alla galleria Bragaglia di Roma. Inoltre espone regolarmente in Italia e all’estero con il "Novecento Italiano" e con il gruppo degli "Italiens de Paris", del quale fanno parte anche de Chirico, Savinio e De Pisis. I quadri degli esordi sono contraddistinti da figure longilinee dal cranio rasato, simili a manichini, poste all’interno di angusti spazi prospettici, come appare nei Giocatori di scacchi del 1921. Ma non soddisfatto dei risultati raggiunti, dopo una crisi creativa durata un anno, dal 1924 al 1928 nuove soluzioni stilistiche prendono il sopravvento: i suoi quadri ora accolgano figure imponenti e solenni, rigidamente definite, soprattutto soggetti femminili che manifestano l’influenza di Picasso e Léger, nonché la conoscenza dell’arte classica e di quel monumentalismo diffusosi in Italia negli anni Venti. Tale ascendenza è particolarmente visibile nella Donna con le braccia conserte del 1924, in cui l’assetto compositivo e la solidità scultorea della figura rimandano chiaramente a Sironi. Tuttavia il clima artistico del momento non distoglie Campigli dall’interesse per l’antico, in modo particolare durante le sue visite al Louvre rimane estremamente colpito dall’arte egizia. Ma fatale per il suo percorso pittorico sarà l’incontro con un’altra civiltà, vale a dire quella etrusca, che gli si rivela durante la visita, in compagnia della moglie Magdalena Radulesch, al Museo di Villa Giulia a Roma. L’importanza di questo evento è sancita dalle parole di Campigli: «[…] Comunque comincia da quell’incontro con gli etruschi la mia pittura tipica, mentre sconfesso quella di prima del 1925 che mi pare di una qualità pietosamente scadente. […] Era una pittura infelice. E a cominciare dal 1928 è una pittura felice». Ciò che lo affascina dell’arte etrusca è la libertà nel trattare le forme, esente da ogni normativa, una spontaneità che Campigli non tarderà a tradurre in pittura durante un viaggio in Romania. Da ora in poi il taglio con la produzione precedente si fa netto: sostituisce le possenti figure femminili con donnine stilizzate, rigidamente definite, dalla caratteristica forma a clessidra e sospese in uno spazio atemporale; il colore viene steso sulla tela a macchie, a volte con l’ausilio della spatola, e la gamma cromatica si riduce ai toni del bianco, ocra, marrone e rosso terracotta. Questo nuovo modo di esprimersi conferisce ai suoi dipinti un sapore di antico, magnificamente ricreato negli sfondi ruvidi e biancastri delle tele, che paiono dipinte "affresco" sull’intonaco della parete, e non ad olio come realmente lo sono. Appartengono a questo periodo Gli zingari 1928, Donna alla fontana 1929, La canicola 1928, che sono solo alcune delle opere che entusiasmeranno la critica in occasione della mostra alla galerie Jeanne Bucher di Parigi nel 1929 e alla galleria del Milione di Milano nel 1931. Durante gli anni Trenta partecipa a numerose mostre, Biennali e Quadriennali, e notevoli sono le personali tenute all’estero, New York, Parigi, Amsterdam e Bucarest, che gli procurano molte committenze pubbliche e private. Esegue ritratti di noti personaggi del tempo quali Bruno Barilli, Achille Funi, Curzio Malaparte, Carlo Cardazzo, e riceve commissioni più impegnative: l’arazzo per il transatlantico Conte Biancamano e l’affresco Le madri, le contadine, le lavoratrici per la V Triennale del 1933 andato distrutto poco dopo su ordinanza fascista. In seguito sottoscrive il Manifesto della pittura murale, pubblicato nel dicembre del 1933, insieme a Sironi, Funi e Carrà. Vanno inoltre ricordati l’affresco realizzato per il Palazzo delle Nazioni di Ginevra del 1937, e quello enorme di 250 metri per il Liviano di Padova in onore di Tito Livio. Quando scoppia la seconda guerra mondiale Campigli si trasferisce insieme alla seconda moglie Giuditta Scalini a Venezia, dove inizia ad occuparsi di illustrazione di libri ed entra in contatto con i celebri stampatori Ulrico Hoepli e Carlo Cardazzo. Quest’ultimo è anche collezionista e proprietario della galleria del Cavallino a Venezia, in cui Campigli espone annualmente dal 1942 al 1963. Alla fine del conflitto ritorna a Parigi dove inizia una fruttuosa collaborazione con la galerie de France e nel contempo continua ad essere presentato in Italia da autorevoli gallerie. Conosciuto e apprezzato a livello internazionale, in Olanda e Inghilterra le sue opere entrano a far parte di due grandi collezioni, quella di P. A. Regnault e di Eric Estorick; inoltre mostre personali si susseguono all’estero: a Monaco nel 1959 e 1963, Berlino nel 1961, partecipa alla I e II Biennale di São Paulo, e a molte esposizioni itineranti in America. Realizza mosaici di grande formato per la Banca Nazionale del Lavoro di Bologna e per i grandi magazzini la Rinascente di Milano. Campigli lavora intensamente, la sua produzione pittorica non conosce interruzioni, l’universo femminile rimane tuttora il protagonista indiscusso delle sue opere, ma a partire dagli anni Quaranta lo arricchisce di nuove soluzioni sceniche. Ed ecco ritrovare le preziose figurine (che negli anni Trenta ritraeva singolarmente o in gruppo) a teatro, al circo, al lavoro, nell’atelier o colte mentre danzano e giocano tra di loro; a partire dagli anni Cinquanta questi temi saranno sviluppati in serie. Moltissimi i quadri a riguardo, oltre cento, dimostrativi come Teatro del 1943, Donne al piano del 1947, la serie avente per soggetto le tessitrici, le donne al caffè, e le giocatrici di diabolo. Un ulteriore e più radicale cambiamento investe la sua pittura sul finire degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta: le donne dai vitini sottili, dalle movenze rigide e dallo sguardo fisso verso lo spettatore, vengono ora sottoposte a un processo di stilizzazione, liberate dal superfluo e ridotte a puri ornamenti geometrici, come rombi, croci, rette, linee a zig zag. Una tendenza a geometrizzare, come ebbe a dire Campigli, è istintiva in tutta la sua pittura, ma è indubbio che l’influenza dell’arte africana l’abbia poi portato a rasentare l’astrazione come appare in Composizione del 1962. Gli anni Sessanta li trascorre tra Parigi, Roma, Saint-Tropez e Milano, dove nel 1967 viene allestita una grande retrospettiva a Palazzo Reale, a cui collaborò lo stesso artista. Muore il 31 maggio 1971 per un attacco di cuore.

 

 

Dolores Del Giudice

 

 

 

Bibliografia:

 

Weiss Eva, Saggio critico: "Nel regno dei segni". Sulla vita e sull’opera di Massimo Campigli, (saggio in Pdf su www.campigli.org)

 

Dizionario dell’Arte, coordinatore Dossi Eugenia, L’UNIVERSALE: La Grande Enciclopedia Temetica, Milano, Garzanti, 2005.

 

Campigli Massimo, Scrupoli, opera autobiografica, Venezia, Cavallino, 1955

 

Pallini Nicoletta, Massimo Campigli. Il tempo delle donne: opere 1922-1966, Milano, Mazzotta, 2002

 

 

Sitografia:

www.campigli.org

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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garzantina

iuseppe Capogrossi nasce a Roma il 7 marzo del 1900 da una nobile famiglia romana, quella dei conti Capogrossi Guarna. Nel 1918 termina gli studi classici e si iscrive a giurisprudenza, laureandosi nel 1922. Presto però decide di intraprendere tutt’altra strada. Si avvicina alla pittura grazie alla complicità dello zio gesuita Pietro Tacchi Venturi che lo introduce nello studio di Giambattista Conti, affreschista e grafico. Qui disegna e dipinge dal vero composizioni di oggetti, ritrae compagni di lavoro ed esegue copie di grandi maestri. Nel 1923 si iscrive alla scuola d’arte di Felice Carena, il maggiore pittore romano di quegli anni, ove conosce Emanuele Cavalli. Tra il 1925-26 realizza soprattutto nature morte stilisticamente affini  allo stile del maestro Carena, ed esordisce nel 1927 in una collettiva assieme a Corrado Cagli, Emanuele Cavalli, e Francesco di Cocco alla Pensione Dinesen a Roma. Vi espone un Autoritratto di impostazione rinascimentale che ben documenta l’attento studio dell’antico e dei maestri del Rinascimento italiano in questa prima fase della sua attività. Dal 1927 ai primi anni Trenta compie ripetuti viaggi a Parigi, dove rinnova il suo stile mediante lo studio degli impressionisti, di Derain e Picasso, come reca testimonianza l’Arlecchino del 1931,  di gusto prettamente picassiano. Negli anni successivi elabora insieme a Cagli e Cavalli una pittura tonale che recupera l’antichità mitica e primordiale italica ed etrusca. Nei quadri di Capogrossi il flusso del tempo pare arrestarsi, statiche figure dai sguardi straniti sono come permeate da un’atmosfera misteriosa e soffusa, I canottieri 1932-33, Piena sul Tevere 1934. I tre artisti stringono uno sodalizio e nel 1933 espongono alla galleria del Milione di Milano presentandosi come «Gruppo dei nuovi pittori romani», pochi mesi dopo redigono il Manifesto del Primordialismo Plastico e partecipano all’ “Exposition des peintres romains” presso la galleria Jacques Bonjean di Parigi, presentata da Waldemar Gorge che li definisce “Ecole de Rome”. Nel 1937 durante dei soggiorni in un casale umbro nasce la serie dei teatrini, con protagonisti i giocolieri, i funamboli e gli illusionisti morbidamente definiti sullo sfondo di grandi teloni che fungono da quinte teatrali. In questi anni partecipa alle più importanti esposizioni italiane, Quadriennali, Biennali di Venezia, Sindacali  romane, ed è presenta in tre mostre internazionali, nel 1937 a Pittsburgh (Ballo sul fiume vince il secondo premio), poi a New York, ed infine a Berlino. Nel 1939 ha una sala personale alla III Quadriennale di Roma. Sul finire degli anni Trenta la tavolozza cromatica si scurisce prediligendo i rossi, i viola, e il giallo-ocra, contemporaneamente la pennellata si fa più libera e approssimativa, come risulta evidente in  Figura in riposo 1941 e Figura 1944. Nell’immediato dopoguerra la sua pittura subisce un’ ulteriore trasformazione. Nasce infatti in Capogrossi l’esigenza di rinnovare il proprio linguaggio ancora troppo legato alla tradizione italiana, e attraverso formule stilistiche neo-cubiste realizza alcune opere di passaggio dalla figurazione all’astrazione (1946-48). Questo lavoro di semplificazione delle forme è già visibile nella Ballerina seduta 1946, esposto alla galleria San Marco in occasione della sua prima personale nel 1946. Porta a compimento la sua ricerca nel quadro Le due chitarre 1948 presentato alla XXIV Biennale di Venezia: la tavolozza si schiarisce rispetto agli anni precedenti, introduce tagli prospettici tipici del cubismo e gli oggetti del quadro sono definiti entro schemi geometrici. Questo primo passo verso la non figurazione non scosse più di tanto la critica che accolse favorevolmente la svolta pittorica dell’artista ritenendola definitiva: «Tutti pensavano con le Due chitarre […] io avessi compiuto la mia svolta e non potevano accettare un’altra ancora più decisa, così su due piedi» ricorda il pittore nel 1965. Con Le due chitarre il dato oggettivo risulta ancora leggibile, ci troviamo ancora di fronte a un cubismo “discreto”, ma è proprio da questo quadro che ha inizio la radicale  ricerca che lo porterà alla gestazione del suo inconfondibile segno: la composizione viene ripresa e gradualmente depauperata  degli elementi riconoscibili tramite un’ analitica scomposizione e riduzione delle parti in Senza titolo 1948, Superficie 033 e Superficie 03. Lo zero premesso al numero di serie identifica la produzione del periodo di passaggio dalla figurazione al segno. Dopo essere giunto con queste opere alla cancellazione del dato reale, compie il passo decisivo con Superficie 019 del’49, qui già si intravedono elementi iconici che prefigurano il segno-sigla, e Superficie 021 del’49, che consacra la nascita del suo inconfondibile stile. Il tipico marchio di Capogrossi definito con svariati termini ora “pettine”, “tridente” e “bestiola”, ora “forchetta”, “artiglio” e “tetradente”, a seconda dell’estro critico, campeggia chiaramente leggibile in quest’ultima tela che compare sulla copertina del catalogo della prima esposizione totalmente segnica dell’artista. La mostra si tiene a Roma alla galleria del Secolo nel gennaio del 1950 ed è presentata in catalogo da Corrado Cagli. Le reazioni furono perlopiù unanimi, violente critiche colpiscono l’artista quanto il prefatore, la sua nuova produzione è considerata come un “tradimento” della sua stagione figurativa, e a rilasciare tali dichiarazioni sono celebri nomi come Francesco Arcangeli e Virgilio Guzzi. Ma quello di Capogrossi è un percorso consapevole e coerente: «[…] Non sono affatto agitato nonostante gli attacchi che mi vengono fatti da tutte le parti […]. Me ne importa nulla poiché mi sento tranquillissimo ed a posto con la coscienza» (lettera inviata all’amico Cavalli e datata 31-1-’50). Nei mesi successivi espone alla galleria il Milione di Milano, alla galleria del Cavallino di Venezia, ed è invitato alla XXV Biennale di Venezia. Nel 1951 fonda a Roma, con Balocco, Burri e Colla il Gruppo Origine, mentre l’anno successivo aderisce al gruppo Spaziale di Milano. Ma questi nuovi incontri non incidono sull’originalità del suo linguaggio, tutta la sua produzione astratta sarà improntata su questo unico elemento segnico che combina diversamente sulla tela, in maniera ordinata e sequenziale, a volte liberamente senza un tracciato prestabilito, proposto in varie dimensioni e colori. Riguardo alle fonti che hanno dato origine a questo segno, molto si è detto: c’è chi sostiene che derivi dalla semplificazione di elementi reali, come le staccionate che disegna nel soggiorno in Austria del 1947, altrimenti dai modelli scientifici della catena del Dna; altri scorgono probabili rimandi ai dipinti rupestri del Mesolitico e del Neolitico, alle figure stilizzate sui vasi arcaici della Susiana, a modelli meno remoti quali Klee e Magnelli, sino a rilevare delle relazioni con Mondrian e Malevic. Diversi anche i tentavi volti a chiarire questo enigmatico “timbro”: «Quella figura è precisamente un segno, il che significa che rifugge da qualunque definizione figurativa come superflua e forviante. […] queste catene di segni, … non sono tratti di un disegno, non alludono né ad oggetti reali né a loro parti. Tali segni … designano se stessi» (E. Krumm), «[…] non dipinge altro che questa medesima sillaba, questo medesimo segno sommario che non vuol dire nulla, che non vuol significare nulla, ma che è quello che è» (M. Seuphor). Accanto alla produzione maggiore di Capogrossi esiste anche un corpus di opere su carta che, in una dimensione più intima, illustra per intero il suo percorso artistico, figurativo e astratto, nonostante ci rimanga una maggiore documentazione degli anni tra il 1948 e 1972, poiché è risaputo che l’artista una volta trovato un proprio stile rinnegò la produzione precedente, distruggendo molte di quelle opere. Non si tratta di prove su carta, vale a dire semplici bozzetti e studi preparatori per opere considerate più importanti, ma sono lavori autonomi, perlopiù gouaches, disegni e collage datati e firmati dall’artista.

Nonostante le incomprensioni iniziali la sua pittura andrà ricevendo sempre maggiori consensi a livello internazionale. Nel 1953 espone al Naviglio di Milano, l’anno successivo Michel Seuphor pubblica la sua prima monografia scritta. Nel 1955 partecipa alla mostra Documenta I di Kassel, alla III Biennale di San Paolo, e tiene una personale alla galleria del Cavallino ove è presentato da G. C. Argan. Nel 1957 vince il Premio Bari, mentre nel 1959 partecipa alla III Biennale della Grafica di Venezia e riceve il Premio dell’incisione. Nel 1962 la XXXI Biennale Internazionale d’Arte di Venezia gli dedica una sala, e Michel Tapié pubblica la sua seconda biografia scritta. Nel 1964 espone alla Tate Gallery di Londra. Nel 1967 compare il vasto studio di G. C. Argan con un primo catalogo delle opere curato da M. Fagiolo dell’Arco. Continua ad esporre alle più importanti mostre italiane e straniere. Nel 1971 riceve la medaglia d’oro per meriti culturali dal Ministro della Pubblica Istruzione.

Muore a Roma il 9 ottobre 1972.

 

D. D. G.

 

 

Bibliografia:

 

Krumm Ermanno, testo critico Giuseppe Capogrossi, Milano, Galleria d’Arte “Il Torchio”,

maggio 2000

 

Calvesi Maurizio, Novecento: Arte e Storia in Italia, Milano, Skira, 2000

 

Ferraris P. R. e Pittorino R. C., Capogrossi: I segni del secolo, Roma, U. Allemandi, 1999

 

Apa Mariano, Capogrossi: opere dal 1947 al 1972, Milano A. Mondatori/Roma De Luca, 1987

 

Seuphor Michel, Capogrossi, Venezia, Edizioni del Cavallino, 1954