Mario Coletti detto Farai

 


 

Le informazioni anagrafiche relative a Mario Colelli, conosciuto nell’ambiente muranese con il soprannome di Farai, rimangono frammentarie: luogo e date di nascita e morte non risultano ancora stabiliti dalle fonti pubblicate. Anche il cognome ha conosciuto una trasmissione incerta. Il Catalogo ragionato 1921-1986 della Venini e gli studi promossi dalle Stanze del Vetro registrano la forma Colelli; «Coletti», diffusa in repertori e testi divulgativi, appare come una variante erroneamente consolidata.[1]

Colelli fu un maestro vetraio, quindi un esecutore altamente specializzato nella lavorazione a caldo, capace di tradurre disegni e modelli elaborati da artisti e designer nelle forme tecnicamente realizzabili del vetro. Non risulta una sua attività autonoma come progettista durante il lungo periodo trascorso alla Venini. Il suo contributo appartiene alla cultura della fornace e della piazza: conoscenza delle paste, controllo delle temperature, preparazione delle canne, soffiatura, modellazione, coordinamento degli assistenti e capacità di risolvere durante l’esecuzione problemi difficilmente prevedibili sul disegno.

La data del suo ingresso alla Venini viene talvolta collocata negli anni Trenta. Le fonti consultate documentano con maggiore precisione la sua presenza fra gli anni Cinquanta e Sessanta, inserendolo nel gruppo dei maestri attivi durante la direzione di Paolo Venini insieme ad Arturo Biasutto detto Boboli, Oscar Zanetti detto Saor, Ferdinando Toso detto Fei, Giacomo Toffolo, Oreste Toso, Mario Tosi detto Grasso e Francesco Ongaro. Questi artefici costituivano la struttura tecnica attraverso la quale i progetti di Carlo Scarpa, Fulvio Bianconi, Gio Ponti, Tobia Scarpa, Thomas Stearns e degli altri collaboratori venivano sottoposti a prove, modificati e infine tradotti in vetro.[2]

L’attività di Colelli alla Venini proseguì oltre la morte di Paolo Venini, avvenuta nel 1959. La successione di Ludovico Diaz de Santillana alla guida dell’azienda aprì una fase di collaborazioni internazionali e di rinnovata sperimentazione. Colelli partecipò a questo passaggio, lavorando durante la prima metà degli anni Sessanta con Toni Zuccheri e, poco dopo, con Tapio Wirkkala. La cronologia esclude dunque che il suo rapporto con la manifattura si sia concluso nel 1959.[3]

Uno degli interventi meglio documentati riguarda le prime Anitre progettate da Toni Zuccheri nel 1964. Il catalogo ragionato della Venini le descrive come figure in vetro massiccio variegato policromo, sommerso nel cristallo, con testa marrone e becco nero. La definizione corrente di «anatre in pasta vitrea» restituisce soltanto in parte la struttura del manufatto: il corpo era ottenuto componendo masse e canne policrome, successivamente inglobate nel cristallo, secondo una lavorazione che richiedeva controllo dell’orientamento dei colori e della forma durante la modellazione.[4]

Il progetto apparteneva a Toni Zuccheri; la manifattura era la Venini; Colelli ne fu il maestro esecutore. Questa distinzione consente di comprendere il carattere dell’opera. Zuccheri portava nella fornace l’osservazione degli animali, maturata anche attraverso il lavoro del padre Luigi, pittore animalista. Colelli trasformava quella concezione in una struttura vitrea stabile, definendo spessori, proporzioni, distribuzione delle canne e passaggi necessari alla fusione delle parti. Le Anitre del 1964 conservano una massa compatta, attraversata da zone cromatiche irregolari che suggeriscono il piumaggio senza riprodurlo analiticamente.

La serie fu presentata alla XXXII Biennale di Venezia del 1964. Sono inoltre documentati due piccoli vasi sperimentali ottenuti con le stesse canne utilizzate per le prime Anitre, lasciate senza molatura: testimonianze significative del lavoro preparatorio compiuto in fornace. La permanenza di questi prototipi mostra come la messa a punto del materiale precedesse la definizione della figura animale e potesse generare forme autonome.[5]

Dopo questa prima esperienza Zuccheri elaborò anatre più stilizzate, caratterizzate da testa e becco allungati, colori maggiormente uniformi e superfici lavorate alla mola. Il cambiamento coincide con il trasferimento di Colelli in Germania per lavorare con la Rosenthal, anche se la successione degli avvenimenti dovette comprendere passaggi o rientri temporanei: fra il 1965 e il 1966 il maestro risulta infatti ancora coinvolto alla Venini nella messa a punto dei primi vetri disegnati da Tapio Wirkkala.

Il designer finlandese si affidò inizialmente alla competenza di Colelli, indicato nei suoi disegni con il cognome errato «Corelli». Insieme svilupparono le prime serie di Wirkkala per Venini, fondate sull’incontro fra forme nordiche, filigrana muranese, incalmo e colore. L’intervento di Colelli riguardava la traduzione tecnica di forme spesso costruite attraverso più masse vitree, fasce spiraliformi, fili e saldature eseguite a caldo. Il rapporto con Wirkkala conferma quindi una specializzazione più ampia rispetto alla sola scultura animalier: Colelli padroneggiava tanto la modellazione del vetro massiccio quanto la soffiatura e le lavorazioni a canne e filigrana.[6]

La collaborazione con la Rosenthal Glasstudio rappresenta un ulteriore episodio della circolazione internazionale dei maestri muranesi nel secondo Novecento. La durata e le modalità contrattuali del rapporto restano da precisare. Opere documentate e firmate attestano comunque la sua attività per la manifattura tedesca anche negli anni Ottanta. In alcuni esemplari il progetto è attribuito alla designer svedese Hertha Bengtson e l’esecuzione a Mario Colelli; altri oggetti associano il suo nome a progetti di Claus Schwanewilm. Le iscrizioni e le descrizioni di catalogo distinguono correttamente l’ideazione formale dall’esecuzione del maestro muranese.[7]

Nei vetri Rosenthal Colelli trasferì soprattutto le tecniche della filigrana e delle inclusioni a filo: sottili canne colorate venivano incorporate nel cristallo e disposte in sequenze spiraliformi, mantenendo regolarità e continuità durante la soffiatura. L’esperienza maturata alla Venini trovava così applicazione in un contesto industriale e progettuale tedesco, dove la perizia del maestro veniva esplicitamente riconosciuta mediante la firma o l’indicazione del suo nome accanto a quello del designer.

La figura di Mario Colelli permette di leggere con maggiore precisione la produzione Venini degli anni Sessanta. Le opere recano abitualmente il nome del designer e della manifattura, mentre il contributo del maestro rimane affidato agli archivi, ai disegni di lavorazione e alle testimonianze interne. Nel suo caso la documentazione consente di ricostruire almeno alcuni passaggi: l’esecuzione delle prime Anitre di Toni Zuccheri, la collaborazione iniziale con Tapio Wirkkala e il trasferimento delle tecniche muranesi alla Rosenthal. Il suo lavoro appartiene a quella zona decisiva nella quale il progetto acquista materia, proporzione e stabilità attraverso l’interpretazione tecnica della fornace.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

[1] Il cognome Colelli compare nell’indice e nella scheda dedicata alle Anitre del Catalogo ragionato 1921-1986 della Venini. La stessa forma è adottata negli studi delle Stanze del Vetro dedicati a Toni Zuccheri e Tapio Wirkkala; questi ultimi precisano inoltre che Wirkkala lo citava erroneamente come «Corelli».
[2] Jean Blanchaert include Mario Coletti — con il cognome nella variante allora utilizzata dalla fonte — fra i maestri storici attivi alla Venini durante gli anni di Paolo Venini. Il brano chiarisce la funzione dei maestri come interpreti materiali dei progetti elaborati dagli artisti e dai designer.

[3] Paolo Venini morì nel 1959; le collaborazioni documentate di Colelli con Toni Zuccheri nel 1964 e con Tapio Wirkkala nel 1965-1966 attestano la prosecuzione della sua attività sotto la direzione di Ludovico Diaz de Santillana. La Fondazione Giorgio Cini data l’arrivo di Zuccheri alla Venini alla fine del 1961 e quello di Wirkkala al 1965.

[4] La scheda n. 234 del catalogo ragionato data le Anitre al 1964 e le descrive come opere in vetro massiccio variegato policromo sommerso nel cristallo, con testa marrone e becco nero.

[5] Le Anitre furono esposte alla XXXII Biennale di Venezia. Il catalogo ragionato documenta inoltre due vasi prototipali realizzati con le canne preparate per la prima serie e lasciate senza lavorazione alla mola.

[6] La ricerca delle Stanze del Vetro identifica Colelli come il primo maestro al quale Tapio Wirkkala si affidò per sviluppare le serie del 1965-1966. La collaborazione si inserisce nell’avvio del rapporto fra il designer finlandese e la Venini, promosso da Ludovico Diaz de Santillana.

[7] Il catalogo ragionato segnala il trasferimento di Colelli in Germania presso Rosenthal. Esemplari Rosenthal Glasstudio degli anni Ottanta recano l’associazione fra il progetto di Hertha Bengtson e l’esecuzione di Mario Colelli; altre schede attribuiscono a Claus Schwanewilm il disegno e a Colelli l’esecuzione.

 

 

Bibliografia

Jean Blanchaert, Musica senza suono. Maestri di Murano, Marsilio Arte, Venezia, 2024.

Marino Barovier, Carla Sonego (a cura di), Tapio Wirkkala alla Venini, Skira, Milano, 2021.

Marino Barovier, Carla Sonego (a cura di), Toni Zuccheri alla Venini, Skira, Milano, 2021.

Anna Venini Diaz de Santillana (a cura di), Venini. Catalogo ragionato 1921-1986, Skira, Milano, 2000.

AA.VV., Il bestiario di Toni Zuccheri, catalogo della mostra, Venezia, 1996.

AA.VV., Vetri Murano Oggi, Electa, Milano, 1981.

XXXII Esposizione Biennale Internazionale d’Arte, catalogo generale, La Biennale di Venezia, Venezia, 1964.