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Galileo Chini (Firenze, 2 dicembre 1873 – Firenze, 23 agosto 1956)
Galileo Chini fu pittore, decoratore, ceramista, scenografo e progettista di ambienti. La sua attività si sviluppò secondo una concezione unitaria delle arti, nella quale pittura murale, ceramica, vetrata, mosaico, arredo e architettura concorrevano alla definizione dello spazio. Questa capacità di operare su scale e materiali differenti lo colloca fra i principali protagonisti del Liberty italiano e fra gli artefici del rinnovamento delle arti decorative fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.[1] Nato in una famiglia di artigiani e decoratori, dopo la morte del padre entrò nella bottega dello zio Dario Chini, restauratore di affreschi e decoratore. Partecipò ai lavori condotti in chiese e palazzi toscani, acquisendo familiarità con intonaci, pigmenti, procedimenti murali e repertori ornamentali. Frequentò saltuariamente la Scuola libera del nudo dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e completò la propria formazione attraverso il lavoro di bottega, lo studio dell’arte antica e il confronto con la pittura contemporanea. Alcuni repertori ricordano una breve esperienza presso una bottega ceramica Giunti a Bellariva, località fiorentina talvolta trascritta come Bellavista. La ricostruzione documentaria più solida individua il rapporto con Vittorio Emanuele Giunti nella fondazione della nuova manifattura che avrebbe segnato l’inizio dell’attività ceramica di Chini.[2] Tra la fine del 1896 e l’inizio del 1897 Chini costituì a Firenze, insieme a Vittorio Giunti, Giovanni Montelatici e Giovanni Vannuzzi, la manifattura L’Arte della Ceramica. Galileo ne assunse la direzione artistica, mentre Giunti seguiva inizialmente il settore tecnico. Il marchio della melagrana, scelto quale simbolo dell’impresa comune, accompagnò maioliche, vasi, piatti, pannelli e oggetti decorativi caratterizzati da una precoce apertura al linguaggio modernista.[3] I primi modelli presentavano figure femminili, fiori, farfalle, pesci, pavoni, alberi e motivi di ascendenza orientale. La decorazione seguiva la curvatura dell’oggetto, trasformando la superficie ceramica in un campo continuo. Chini assimilò suggestioni provenienti dal Preraffaellismo, dall’Art Nouveau francese, dalla Secessione viennese e dalle produzioni di Émile Gallé, dei fratelli Daum, di Clément Massier, della manifattura Zsolnay e di Louis Comfort Tiffany. Particolare importanza assunsero le maioliche a lustro metallico, nelle quali la seconda cottura in atmosfera riducente produceva riflessi ramati, dorati, madreperlacei e iridescenti. Questi effetti avvicinavano visivamente la ceramica ai vetri contemporanei e consentivano alla luce di modificare la percezione della superficie. Chini utilizzava il lustro come elemento integrante della composizione, associandolo a campiture policrome, rilievi e disegni lineari. L’Arte della Ceramica ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione nazionale d’arte decorativa di Torino del 1898, il Grand Prix all’Esposizione universale di Parigi del 1900 e un ulteriore Grand Prix a San Pietroburgo nel 1901. Alla Prima Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902 presentò vasi, anfore, piatti e ambienti completi nei quali maiolica, grès e decorazione architettonica venivano coordinati secondo un unico progetto.[4] Nel 1904 Chini lasciò L’Arte della Ceramica. Nel 1906 avviò a Borgo San Lorenzo, insieme ai cugini Chino e Pietro Chini, la Manifattura Fornaci San Lorenzo, la cui produzione entrò pienamente in attività nel 1907. L’impresa comprendeva ceramiche d’uso e decorative, elementi architettonici, pannelli, pavimenti, rivestimenti, vetrate, ferri battuti, mobili e apparati completi per edifici pubblici e privati. Galileo Chini definiva generalmente il progetto artistico, i motivi ornamentali, le forme e i rapporti cromatici. Chino Chini, dotato di una solida competenza chimica e tecnica, seguiva impasti, smalti, cotture e organizzazione della fabbrica. La qualità delle opere deriva dalla stretta integrazione fra invenzione figurativa e controllo della materia. Le Fornaci San Lorenzo ampliarono la produzione di maioliche a lustro e sperimentarono il grès salato, cotto ad alta temperatura e caratterizzato da un corpo compatto e resistente. Durante la cottura il sale immesso nel forno reagiva con la superficie della pasta, formando un rivestimento sottile e fortemente aderente. Questa tecnica risultava particolarmente adatta a vasi, sculture, fontane, elementi di arredo e decorazioni destinate all’architettura. Fra le opere più note della manifattura figurano grandi cache-pot, vasi con pavoni e motivi vegetali, figure antropomorfe, pannelli decorativi e arredi per stabilimenti termali. Nelle Terme Tamerici di Montecatini, Chini coordinò pitture murali, vetrate, maioliche, lucernari, pavimenti, camini e banchi da mescita in grès smaltato. L’ambiente veniva concepito come un organismo continuo, nel quale ogni materiale partecipava allo stesso ritmo ornamentale.[5] Parallelamente proseguì l’attività pittorica. Partecipò alla Biennale di Venezia dal 1901 e intervenne più volte anche nell’allestimento delle sale. Nel 1903 contribuì alla Sala toscana; nel 1907 partecipò alla celebre sala dell’Arte del Sogno, insieme a Gaetano Previati e ad altri artisti di orientamento simbolista; nel 1909 decorò la cupola del Palazzo dell’Esposizione con un vasto ciclo dedicato alle epoche della civiltà e dell’arte. La presenza veneziana favorì il confronto con le Secessioni europee, con Klimt e con le nuove ricerche condotte nelle arti decorative. Tra il 1911 e il 1914 soggiornò nel Siam, dove realizzò le pitture della sala del trono Ananta Samakhom a Bangkok. L’esperienza asiatica arricchì il suo repertorio di templi, danzatrici, animali, fiori tropicali, fondi dorati e architetture cerimoniali. Negli anni successivi queste immagini confluirono nella pittura, nella ceramica e nei grandi apparati decorativi, fra i quali le Terme Berzieri di Salsomaggiore, inaugurate nel 1923. Il rapporto con la storia del vetro muranese emerge con particolare chiarezza nel 1929, attraverso la Ditta Sambucco di Torino, situata in via XX Settembre 46. Il negozio, progettato da Giuseppe Pagano Pogatschnig e Gino Levi-Montalcini, presentava una selezione coordinata di arti decorative moderne. Una pubblicità dell’epoca elenca i vetri soffiati della S.A.I.A.R. Ferro-Toso, i vetri incisi della S.A.L.I.R., le ceramiche artistiche della Lenci, della Chini e C., di Focaccia e Melandri, le porcellane di Pirkenhammer e le edizioni artistiche Rouard. Lo stesso annuncio comprende rivestimenti, decorazioni architettoniche e vetrate artistiche della Chini e C.[6] Il negozio costituiva quindi un punto d’incontro fra la produzione muranese e le principali manifatture ceramiche italiane ed europee. I vetri S.A.I.A.R. Ferro-Toso e le ceramiche Chini venivano presentati nello stesso contesto d’arredo, rivolto a una clientela interessata alla casa moderna e alla qualità artigianale. La grafica pubblicitaria riporta la forma Sambucco, mentre numerosi repertori successivi adottano la variante Sambuco. Il corpus documentato assegna a Chini le ceramiche, le vetrate e gli elementi architettonici venduti dal negozio. La S.A.I.A.R. Ferro-Toso forniva invece i propri vetri soffiati, progettati in quegli anni da autori come Guido Balsamo Stella, Vittorio Donà e Anita Antoniazzo. L’associazione fra Chini e la fornace muranese deriva dunque dal sistema espositivo e commerciale della Ditta Sambucco. Le due produzioni partecipavano a un comune programma di rinnovamento delle arti decorative, mantenendo distinte progettazione, manifattura e materiali.[7] Dagli anni Venti il linguaggio ceramico di Chini si orientò gradualmente verso forme più compatte e motivi geometrici vicini al Déco. Il repertorio floreale liberty lasciò spazio a decorazioni semplificate, figure orientali, maschere, animali stilizzati e composizioni costruite attraverso fasce cromatiche. La produzione delle Fornaci San Lorenzo continuò anche attraverso i membri più giovani della famiglia, fra i quali Tito e Augusto Chini. Negli ultimi decenni Galileo Chini concentrò l’attività sulla pittura, sulla scenografia e sulla decorazione. Insegnò presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, collaborò con il teatro e realizzò paesaggi, nature morte e immagini della Versilia. Durante la Seconda guerra mondiale dipinse le rovine del centro di Firenze, documentando gli edifici distrutti intorno a Ponte Vecchio. Morì nella propria casa di via del Ghirlandaio il 23 agosto 1956.[8] La sua presenza in una storia degli artisti legati al vetro di Murano documenta la rete attraverso la quale vetro, ceramica, tessuto e arredo venivano proposti come parti di un unico ambiente moderno. La Ditta Sambucco riuniva manifatture diverse sotto una comune idea di qualità progettuale. In quel contesto le superfici iridescenti delle maioliche Chini dialogavano con i vetri soffiati e incisi muranesi, offrendo una delle espressioni più compiute della cultura italiana delle arti decorative fra Liberty e Déco.
Giorgio Catania
Note[1] Galileo Andrea Maria Chini nacque a Firenze il 2 dicembre 1873 e morì nella stessa città il 23 agosto 1956. Il Dizionario Biografico degli Italiani ricostruisce la formazione presso la bottega dello zio Dario, l’attività di restauratore e il carattere eclettico della sua produzione. [2] La notizia di un’esperienza presso una bottega Giunti a Bellariva compare soprattutto in repertori successivi. Le fonti istituzionali documentano con maggiore precisione la formazione presso Dario Chini e il rapporto con Vittorio Giunti quale cofondatore e direttore tecnico dell’Arte della Ceramica. [3] L’Arte della Ceramica nacque a Firenze nel 1896 con Galileo Chini alla direzione artistica, Vittorio Giunti alla direzione tecnica e Giovanni Montelatici e Giovanni Vannuzzi fra i principali collaboratori. Il marchio della melagrana esprimeva simbolicamente l’unione dei soci. [4] I riconoscimenti ottenuti a Torino nel 1898, Parigi nel 1900, San Pietroburgo nel 1901 e Torino nel 1902 sono registrati nella biografia del Dizionario Biografico degli Italiani. La mostra del MIC di Faenza del 2022-2023 ha ricostruito attraverso circa trecento opere le varie fasi della produzione ceramica di Chini. [5] Le Fornaci San Lorenzo furono avviate nel 1906 a Borgo San Lorenzo da Galileo e Chino Chini. La manifattura produceva ceramiche, vetrate ed elementi destinati all’architettura. Alle Terme Tamerici realizzò pitture murali, vetrate, maioliche, pavimenti, camini e banchi da mescita in grès smaltato. [6] La pubblicità originale della Ditta Sambucco, in via XX Settembre 46 a Torino, elenca vetri soffiati S.A.I.A.R. Ferro-Toso, vetri incisi S.A.L.I.R., ceramiche Chini e C., rivestimenti, decorazioni architettoniche e vetrate artistiche della stessa manifattura fiorentina. [7] La distinzione dei prodotti emerge direttamente dall’annuncio: S.A.I.A.R. Ferro-Toso per i vetri soffiati, S.A.L.I.R. per i vetri incisi e Chini e C. per ceramiche, rivestimenti e vetrate. Il rapporto fra Chini e la fornace muranese assume pertanto una funzione commerciale ed espositiva. [8] L’attività matura, la progressiva perdita della vista e la morte nel 1956 sono documentate dal Dizionario Biografico degli Italiani.
BibliografiaClaudia Casali, Valerio Terraroli, a cura di, Galileo Chini. Ceramiche tra Liberty e Déco / Ceramics: from Liberty to Déco, Gangemi Editore, Roma 2022. Gilda Cefariello Grosso, a cura di, La Manifattura Chini. Storia e produzione di una manifattura mugellana, Noferini, Borgo San Lorenzo 2015. Fabio Benzi, Mariastella Margozzi, a cura di, Galileo Chini. Dipinti, decorazione, ceramica, teatro, illustrazione, Electa, Milano 2006. Raffaele Monti, a cura di, La manifattura Chini, De Luca Edizioni, Roma–Leonardo Editore, Milano 1989. Stefano Fugazza, «Chini, Galileo», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXIV, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1980.
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