Dale Chihuly

(Tacoma, 20 settembre 1941)

 

 

 


 

Dale Chihuly è artista, progettista, docente e organizzatore culturale. La sua opera ha contribuito in misura decisiva all’affermazione internazionale dello Studio Glass e alla trasformazione del vetro soffiato in mezzo per la scultura ambientale. La sua ricerca comprende recipienti, forme plastiche, disegni, installazioni monumentali e interventi destinati all’architettura, agli spazi urbani e ai giardini. Il lavoro nasce generalmente attraverso una struttura collettiva: Chihuly stabilisce forma, colore, proporzioni e disposizione complessiva, mentre maestri vetrai e assistenti traducono il progetto nella materia.[1]

Cresciuto a Tacoma, nello Stato di Washington, nel 1960 si iscrisse all’Università di Washington a Seattle, dove studiò architettura e progettazione d’interni. Durante un corso di tessitura cominciò a inserire frammenti di vetro nelle fibre, sperimentando il rapporto fra trasparenza, superficie e struttura. Nel 1965 conseguì il Bachelor of Arts in Interior Design. Nello stesso periodo, lavorando in un piccolo ambiente domestico, fuse vetro colorato e soffiò la propria prima bolla attraverso un tubo metallico.[2]

Nel 1966 entrò all’Università del Wisconsin–Madison, dove Harvey K. Littleton aveva fondato il primo corso universitario statunitense dedicato alla lavorazione artistica del vetro. Conseguì nel 1967 il Master of Science in scultura e proseguì gli studi alla Rhode Island School of Design di Providence. Qui sviluppò installazioni nelle quali vetro soffiato, neon e gas luminosi venivano inseriti nello spazio architettonico. Nel 1968 ottenne il Master of Fine Arts.[3]

Nello stesso anno ricevette una borsa Fulbright, accompagnata da un finanziamento della Tiffany Foundation, per approfondire la lavorazione del vetro in Europa. Dopo avere scritto alle principali manifatture italiane, ricevette l’invito di Ludovico Diaz de Santillana, direttore della Venini e genero di Paolo Venini. Chihuly giunse a Venezia nel settembre 1968 e trascorse circa nove mesi fra la città e Murano, diventando il primo vetraio americano accolto ufficialmente nella fabbrica Venini.[4]

La permanenza muranese ebbe soprattutto un carattere formativo. Chihuly osservò la lavorazione condotta dalla piazza, la distribuzione dei compiti e il rapporto gerarchico fra maestro, servente e assistenti. La qualità di un oggetto dipendeva dalla coordinazione della squadra, dalla rapidità dei passaggi e dalla capacità del maestro di guidare ogni fase. Questa organizzazione collettiva divenne uno dei fondamenti della sua successiva pratica artistica.

Ludovico Diaz de Santillana gli affidò anche lo studio di un progetto per un concorso pubblico a Ferrara, nel quale vetro, plastica e neon avrebbero formato una scultura ambientale. Il progetto rimase allo stadio sperimentale, ma confermò l’interesse di Chihuly per il rapporto fra luce, materia e architettura. La Venini gli offrì inoltre la possibilità di conoscere una produzione nella quale le tecniche storiche muranesi venivano applicate a forme moderne e affidate alla collaborazione fra progettisti e maestranze.[5]

Nell’estate del 1969 tornò negli Stati Uniti. Alla Rhode Island School of Design fondò il dipartimento di vetro, che diresse per oltre un decennio. L’insegnamento riprendeva l’organizzazione osservata a Murano: esercizio tecnico, lavoro di squadra, presenza di un maestro capace di dirigere il processo e apertura alla sperimentazione artistica.

Nel 1971 Chihuly, Anne Gould Hauberg e John H. Hauberg fondarono la Pilchuck Glass School su una proprietà boschiva presso Stanwood, nello Stato di Washington. Il primo corso si svolse come laboratorio estivo all’aperto, con strutture provvisorie, tende e piccoli forni costruiti dagli stessi partecipanti. Chihuly ne fu il primo direttore e impostò la scuola come comunità nella quale artisti, studenti e tecnici condividevano esperienze e conoscenze.[6]

Pilchuck divenne progressivamente il principale luogo d’incontro fra lo Studio Glass americano e la tradizione europea. Artisti provenienti dagli Stati Uniti vi portavano energia sperimentale, libertà nell’uso dei materiali e interesse per l’installazione; i maestri europei trasmettevano una competenza tecnica maturata nelle fornaci. Il confronto assunse una struttura di scambio reciproco, destinata a influenzare anche gli artisti muranesi.

Nel 1978 Francesco Ongaro, detto Checco, tenne una dimostrazione a Pilchuck. L’anno seguente suggerì come docente il cognato Lino Tagliapietra. Il maestro muranese tornò negli Stati Uniti per numerose stagioni, diffondendo tecniche come filigrana, incalmo, reticello e lavorazione a canne. Attraverso Pilchuck entrò inoltre in contatto con un sistema nel quale l’artista poteva sviluppare liberamente una propria ricerca, esporre nelle gallerie e costruire un mercato personale.

Tagliapietra descrisse il rapporto con Chihuly come un insegnamento progressivamente reciproco: in una prima fase trasmise la tecnica muranese; in seguito assorbì dall’artista americano una diversa libertà progettuale, una maggiore audacia cromatica e una concezione più aperta del rapporto fra oggetto e spazio. Pilchuck divenne così un ponte fra Murano e Seattle, con influenze che procedevano in entrambe le direzioni.[7]

Durante gli anni Settanta Chihuly sviluppò le prime serie mature. I Navajo Blanket Cylinders, iniziati nel 1975, presentavano motivi derivati dai tessuti dei nativi americani, preparati in fili vitrei da Kate Elliott e successivamente da Flora C. Mace e incorporati sulla superficie di forme cilindriche. Il recipiente assumeva il carattere di supporto per un disegno costruito direttamente nella materia.

Nel 1976 un incidente automobilistico avvenuto in Inghilterra gli fece perdere la vista dall’occhio sinistro. L’anno seguente avviò la serie Baskets, ispirata ai cesti delle popolazioni native del Pacifico nordoccidentale osservati nei depositi del Washington State History Museum. Le pareti sottili, il cedimento del vetro caldo e l’asimmetria trasformavano il recipiente in una forma sensibile alla gravità.

Una lesione alla spalla subita nel 1979 determinò una nuova organizzazione del lavoro. Chihuly affidò stabilmente la conduzione della canna ai gaffers, i maestri responsabili della lavorazione, e concentrò la propria attività sul disegno, sulla selezione cromatica, sulla direzione della squadra e sulla valutazione delle forme appena uscite dal forno. Il sistema già appreso alla Venini divenne così la struttura permanente della sua produzione.[8]

Da questa pratica nacquero numerose serie. I Seaforms, sviluppati dal 1980, utilizzano pareti sottilissime, profili ondulati e forme trasparenti che evocano conchiglie, meduse e organismi acquatici. I Macchia, iniziati nel 1981, presentano accostamenti cromatici molto intensi, separati da uno strato di vetro bianco capace di mantenere distinti i colori. I Persians, avviati nel 1986, ampliano la ricerca sul recipiente attraverso spirali, bordi ritorti e forme aperte, spesso riunite in composizioni murali.

Nel 1988 Chihuly invitò Lino Tagliapietra a lavorare nel nuovo laboratorio allestito nell’edificio Van de Kamp di Seattle. Da questo incontro nacque la serie Venetians. Il riferimento iniziale era costituito dai vetri italiani degli anni Venti e Trenta: vasi simmetrici, colori misurati, manici, applicazioni e decorazioni plastiche. Chihuly trasformò questi modelli attraverso un repertorio più libero, formato da volute, foglie, nastri, artigli, fiori e appendici serpentiformi.[9]

La divisione dei ruoli risulta particolarmente chiara. Chihuly elaborava acquerelli, disegni a grafite e grandi studi a carboncino, stabilendo la forma generale e l’andamento delle applicazioni. Tagliapietra dirigeva la lavorazione del vetro, interpretava il disegno e risolveva i problemi tecnici durante l’esecuzione. Benjamin Moore partecipava alla squadra e facilitava la comunicazione. La crescente energia dei disegni condusse progressivamente da forme classiche e simmetriche a oggetti più espansivi e irregolari.

I Venetians costituiscono quindi il risultato di una collaborazione nella quale l’autorialità progettuale di Chihuly e la capacità interpretativa di Tagliapietra rimangono entrambe riconoscibili. La serie rese evidente al pubblico americano il valore creativo del maestro muranese e offrì a Chihuly una padronanza tecnica capace di sostenere forme sempre più complesse.

Dalla fine degli anni Ottanta l’artista ampliò ulteriormente la scala delle opere. Le serie Ikebana e Niijima Floats introdussero grandi elementi vegetali e sfere colorate; dal 1992 i Chandeliers riunirono centinaia o migliaia di componenti soffiati intorno a strutture metalliche. Ogni elemento veniva prodotto separatamente, selezionato e disposto durante l’installazione, creando masse sospese nelle quali colore, luce e architettura formavano un unico insieme.

Tra il 1995 e il 1996 Chihuly realizzò il progetto Chihuly Over Venice. L’artista e la sua squadra lavorarono con maestranze locali in Finlandia, Irlanda, Messico e Italia, producendo grandi installazioni successivamente collocate in diversi luoghi di Venezia. Il progetto culminò nel settembre 1996 con quattordici Chandeliers sospesi presso ponti, canali, campi ed edifici storici.[10]

A Murano venne realizzato anche il Laguna Murano Chandelier, concepito da Chihuly con il contributo determinante di Lino Tagliapietra e Pino Signoretto. La composizione comprende cinque gruppi e numerosi elementi ispirati alla laguna: meduse, pesci, granchi, stelle marine, anguille, squali, una sirena e la figura di Nettuno. Le parti soffiate e modellate furono assemblate in una struttura simile a una proliferazione organica. L’opera riassume il rapporto fra la regia di Chihuly, la soffiatura di Tagliapietra, la scultura a massello di Signoretto e il lavoro delle rispettive squadre.

Le installazioni successive accentuarono il carattere ambientale della sua ricerca. Chihuly in the Light of Jerusalem, allestita fra il 1999 e il 2000 nella cittadella della Torre di Davide, comprendeva quattordici installazioni e accolse oltre un milione di visitatori. In quell’occasione Chihuly riconobbe pubblicamente il ruolo avuto da Lino Tagliapietra e Pino Signoretto nello sviluppo del proprio lavoro.

Durante gli anni Duemila l’artista ha collocato grandi opere in musei, serre e giardini botanici, integrando il vetro con acqua, vegetazione, luce naturale e architettura. La sua attività comprende inoltre disegni, pitture, neon, ghiaccio, materiali sintetici e installazioni permanenti.

Nel 2026 Chihuly vive e lavora a Seattle. Le sue opere sono conservate in oltre duecento collezioni museali. La sua posizione nella storia del vetro deriva dalla capacità di collegare cultura progettuale, organizzazione della fornace e installazione ambientale. L’esperienza alla Venini gli trasmise il principio della squadra; Pilchuck trasformò quel principio in un sistema internazionale di formazione; le collaborazioni con Tagliapietra e Signoretto portarono la tecnica muranese all’interno di una ricerca sviluppata su scala monumentale.[11]

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

[1] Dale Chihuly nacque a Tacoma il 20 settembre 1941. Il profilo ufficiale aggiornato al febbraio 2026 lo indica residente e attivo a Seattle e registra la presenza delle sue opere in oltre duecento collezioni museali.

[2] L’artista frequentò l’Università di Washington dal 1960, studiando progettazione d’interni e architettura. Conseguì nel 1965 il Bachelor of Arts in Interior Design e nello stesso anno realizzò la prima esperienza autonoma di soffiatura.

[3] Chihuly studiò dal 1966 con Harvey Littleton all’Università del Wisconsin–Madison, conseguendo nel 1967 il Master of Science in scultura; nel 1968 ottenne il Master of Fine Arts alla Rhode Island School of Design.

[4] La Fulbright Fellowship del 1968 gli permise di trascorrere circa nove mesi alla Venini. L’invito provenne da Ludovico Diaz de Santillana. La documentazione ufficiale lo registra come primo vetraio americano accolto formalmente nella fabbrica muranese.

[5] Durante il soggiorno Chihuly lavorò a un progetto destinato a un concorso per Ferrara e osservò direttamente l’organizzazione collettiva della piazza. Il principio del maestro affiancato dalla squadra divenne centrale nella sua successiva pratica didattica e artistica. Il ruolo della Venini quale punto d’incontro fra artisti americani e tecniche veneziane è confermato dal dossier Venice and American Studio Glass.

[6] Pilchuck Glass School fu fondata nel 1971 da Dale Chihuly, Anne Gould Hauberg e John H. Hauberg su una proprietà presso Stanwood. L’istituzione sviluppò un modello fondato sulla sperimentazione, sul lavoro comunitario e sull’incontro fra tradizioni differenti.

[7] Francesco Ongaro insegnò a Pilchuck nel 1978 e favorì l’arrivo di Lino Tagliapietra nel 1979. Tagliapietra ha descritto il rapporto con Chihuly come uno scambio nel quale l’insegnamento tecnico iniziale venne seguito da una reciproca influenza artistica.

[8] L’incidente automobilistico del 1976 provocò la perdita della vista dall’occhio sinistro. La lesione alla spalla del 1979 orientò stabilmente il suo lavoro verso la direzione della squadra e la collaborazione con i gaffers.

[9] La serie Venetians iniziò nel 1988. Chihuly elaborava i disegni e guidava lo sviluppo formale; Lino Tagliapietra dirigeva l’esecuzione a caldo. Benjamin Moore svolse un ruolo importante nella squadra e nella comunicazione fra i due artisti.

[10] Chihuly Over Venice venne sviluppato fra il 1995 e il 1996 attraverso sessioni di lavoro in Finlandia, Irlanda, Messico e Italia. Il progetto culminò nell’installazione di quattordici grandi Chandeliers a Venezia.

[11] Il profilo istituzionale aggiornato al 2026 registra Chihuly fra le figure centrali del vetro contemporaneo e documenta la diffusione internazionale delle opere, delle mostre e delle installazioni permanenti.

 

 

Bibliografia

 

Jean Blanchaert, Musica senza suono. Maestri di Murano, Marsilio Arte, Venezia 2024.

Tina Oldknow, William Warmus, a cura di, Venice and American Studio Glass, Skira, Milano 2020.

Dale Chihuly, Chihuly: 365 Days, Abrams, New York 2008.

William Warmus, The Essential Dale Chihuly, Wonderland Press–Harry N. Abrams, New York 2000.

Anna Venini Diaz de Santillana, a cura di, Venini. Catalogo ragionato 1921-1986, Skira, Milano 2000.

Dale Chihuly, Chihuly Over Venice, con saggi di Dana Self e William Warmus, Portland Press, Seattle 1996.

Walter Darby Bannard, Henry Geldzahler, Chihuly: Form from Fire, Museum of Arts and Sciences–University of Washington Press, Daytona Beach–Seattle 1993.

Ron Glowen, Dale Chihuly, Venetians, Twin Palms Publishers, Altadena 1989.