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Giuseppe Chiacigh
anche Chiacig
(Vladikavkaz, 1895 – Trieste, 1967)
Giuseppe Chiacigh fu pittore, architetto e decoratore, attivo per un breve ma significativo periodo anche nella progettazione del vetro muranese. Nato a Vladikavkaz, nel Caucaso settentrionale, proveniva da una famiglia italiana stabilitasi nell’Impero russo per ragioni commerciali. Alcune fonti riportano anche la forma russa del nome, Josif K’jačig. Morì a Trieste il 25 marzo 1967.[1] Dopo il liceo frequentò sino al 1915 l’Istituto di Belle Arti di Kazan’, dove studiò pittura. Superato l’esame di ammissione, entrò quindi nella Scuola superiore imperiale di architettura presso l’Accademia delle Arti di Pietrogrado. La Rivoluzione del 1917 interruppe la sua formazione. Non si trasferì però immediatamente a Venezia: nel 1920 rimpatriò con la famiglia, stabilendosi inizialmente a Udine, e si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove completò gli studi di architettura.[2] Durante gli anni Venti esercitò la professione progettando edifici e interni e avvicinandosi progressivamente alla decorazione murale, alla vetrata e al mosaico. Una recente ricostruzione colloca fra il 1928 e il 1930 le sue prime collaborazioni con le vetrerie di Murano. L’esperienza architettonica gli consentiva di considerare l’oggetto non come elemento isolato, ma in rapporto con l’arredamento e con l’organizzazione complessiva dello spazio. Una tradizione repertoriale associa Chiacigh alla Compagnia Venezia-Murano, presso la quale avrebbe lavorato come progettista e avrebbe predisposto un bozzetto per l’allestimento delle sale di vendita di Palazzo Barbarigo. Il dato è ripetuto in varie biografie, ma il disegno e la relativa documentazione aziendale non sono stati finora rintracciati nelle fonti istituzionali consultate. Il rapporto con la C.V.M. può quindi essere segnalato, evitando però di attribuirgli durata, incarichi e opere specifiche non ancora documentati.[3] Il passaggio decisivo avvenne nel 1932. Nel gennaio di quell’anno Cirillo Maschio fondò la Vetri Artistici Muranesi C. Maschio e affidò a Chiacigh la direzione artistica. La nuova vetreria partecipò pochi mesi dopo alla XVIII Biennale di Venezia, nella sezione dedicata alle arti decorative del Padiglione Venezia. Il catalogo e la ricerca condotta sugli archivi della Biennale identificano Chiacigh come autore dei modelli esposti. Alcune forme mostrano una conoscenza della produzione della M.V.M. Cappellin, fallita proprio all’inizio del 1932, ma vengono reinterpretate attraverso una maggiore consistenza della parete e un uso più accentuato delle applicazioni decorative.[4] La rassegna comprendeva quattro vasi e una coppa in vetro lattimo rivestito di cristallo, con applicazioni anch’esse in cristallo. In alcuni esemplari rami, foglie e altri motivi vegetali si sviluppavano sulla superficie del recipiente. Accanto a questi oggetti comparivano rami fioriti e frutti in vetro opaco. Il progetto univa quindi il vaso soffiato alla modellazione plastica di elementi naturalistici applicati a caldo.[5] Le forme ideate da Chiacigh sono generalmente ampie e ben delimitate: corpi ovoidali o cilindrici, basi troncoconiche, colli brevi e anse fortemente rilevate. La regolarità del recipiente viene spesso interrotta da foglie, manici costolati, cordoni o fasce cromatiche. In altri modelli l’effetto decorativo è affidato alla sovrapposizione degli strati: lattimo, vetro trasparente colorato, foglia d’oro o d’argento e applicazioni in pasta vitrea. Alcuni esemplari conservati o comparsi sul mercato permettono di ampliare il repertorio. Sono documentati vasi in vetro lattimo incamiciato di blu cobalto con foglia d’argento e applicazioni color corallo; recipienti rossi o bianchi con grandi manici; vasi schiacciati decorati con murrine circolari; forme nelle quali il colore interno è rivestito da uno strato trasparente leggermente iridato. Questi oggetti confermano la varietà delle materie impiegate, ma l’attribuzione deve essere sostenuta dal marchio della C. Maschio, da un disegno, da una provenienza attendibile o dal confronto con gli esemplari documentati nel 1932. La sola somiglianza stilistica non è sufficiente.[6] Il contributo di Chiacigh apparteneva alla progettazione: definiva forma, proporzioni, colori e disposizione degli elementi decorativi. La trasformazione del disegno in vetro spettava ai maestri della fornace. Alcuni repertori associano a questa produzione il maestro Estevan Rossetto, in seguito attivo presso Barovier & Toso; manca tuttavia una documentazione primaria che consenta di attribuirgli con sicurezza l’esecuzione di ogni singolo modello. Nel testo catalografico più recente dedicato alla Biennale non viene indicato il nome del maestro esecutore. La C. Maschio tornò alla Biennale nel 1934 con una rassegna più contenuta, formata da due vasi in vetro nero, grappoli d’uva e animali — un cane, leoni e volpi. La fonte istituzionale documenta la presenza della fornace, ma non specifica che tutti questi oggetti fossero ancora progettati da Chiacigh. È quindi prudente concentrare la sua attività sicuramente accertata sul nucleo del 1932, mentre la continuità dell’incarico negli anni immediatamente successivi richiede ulteriori verifiche.[7] La fase muranese fu relativamente breve. Nel corso degli anni Trenta Chiacigh tornò a dedicarsi soprattutto all’architettura, alla pittura e alla decorazione monumentale. Tra il settembre 1938 e il settembre 1942 lavorò nel santuario della Beata Vergine del Pilastrello a Lendinara, realizzando un ampio ciclo di affreschi. Le composizioni comprendono episodi della storia del santuario, immagini della Vergine, figure allegoriche e le quattro Virtù cardinali. Il Catalogo generale dei Beni culturali registra il complesso sotto il suo nome. Dopo la Seconda guerra mondiale si stabilì a Trieste e concentrò l’attività sulla pittura da cavalletto. Nei suoi quadri tornarono spesso le memorie del Caucaso e della storia russa: cavalieri, cosacchi e tartari, accampamenti, duelli e scene riferite alle campagne napoleoniche. La composizione movimentata e l’intensità cromatica conservavano alcuni elementi espressionisti già presenti nella sua produzione degli anni Trenta.[8] Il ruolo di Giuseppe Chiacigh nella storia del vetro muranese si concentra dunque nella direzione artistica della C. Maschio e nei modelli presentati alla Biennale del 1932. La sua formazione fra pittura e architettura produsse oggetti nei quali la forma del recipiente, il colore stratificato e l’applicazione plastica venivano concepiti unitariamente. La breve durata della collaborazione e la dispersione della documentazione hanno limitato la conoscenza della sua opera; i vetri oggi identificabili mostrano tuttavia una ricerca autonoma, distinta sia dalla leggerezza dei soffiati di Vittorio Zecchin sia dalla più severa sperimentazione condotta negli stessi anni da Tomaso Buzzi e Carlo Scarpa.
Giorgio Catania
Note[1] La forma Chiacigh compare nel Catalogo generale dei Beni culturali e nel Dizionario illustrato di Comanducci; il catalogo delle Stanze del Vetro del 2025 usa Chiacig. Antonella d’Amelia indica la nascita il 10 dicembre 1895 e la morte il 25 marzo 1967; Comanducci riporta invece il 28 dicembre 1895. In assenza di un atto anagrafico direttamente consultato, il giorno di nascita resta incerto. [2] La ricostruzione più dettagliata registra gli studi presso l’Istituto di Belle Arti di Kazan’ fino al 1915, la successiva ammissione alla Scuola superiore imperiale di architettura di Pietrogrado e il rimpatrio in Italia nel 1920. Antonella d’Amelia indica nello stesso anno il conseguimento del diploma di architetto a Venezia. [3] La collaborazione con le vetrerie muranesi fra il 1928 e il 1930 è registrata dalla ricerca di d’Amelia. L’incarico presso la C.V.M. e il bozzetto per Palazzo Barbarigo compaiono invece in repertori successivi, che non indicano la collocazione archivistica del disegno. Il dato viene pertanto mantenuto come indicazione da verificare. [4] La recente ricerca condotta per le Stanze del Vetro documenta la fondazione della Vetri Artistici Muranesi C. Maschio nel gennaio 1932, la direzione artistica di Giuseppe Chiacig e la partecipazione alla XVIII Biennale. Alcuni suoi modelli riprendono tipologie della M.V.M. Cappellin. [5] Alla Biennale del 1932 vennero presentati rami fioriti e frutti in vetro opaco, oltre a quattro vasi e una coppa in lattimo incamiciato di cristallo, con applicazioni trasparenti e, in alcuni casi, decorazioni fitoformi. [6] Fra gli oggetti pubblicati figurano il vaso noto come Vetro Rosso, datato intorno al 1933, e un raro vaso in lattimo incamiciato di cobalto con foglia d’argento e applicazioni color corallo. Le schede d’asta sono utili per documentare materia, misure, marchi e presenza fisica degli esemplari, ma non sostituiscono l’archivio della manifattura. [7] Nel 1934 la C. Maschio espose due vasi neri, grappoli d’uva e animali in vetro. Il testo istituzionale non attribuisce esplicitamente a Chiacigh il disegno di tutti i pezzi della seconda partecipazione. [8] D’Amelia documenta il lavoro al santuario del Pilastrello dal settembre 1938 al settembre 1942 e la successiva produzione pittorica dedicata alla storia e alla cultura russa. Il ciclo di Lendinara è registrato anche dal Catalogo generale dei Beni culturali.
BibliografiaMarino Barovier, Carla Sonego, a cura di, 1932-1942. Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, Marsilio Arte, Venezia 2025. Antonella d’Amelia, «Intellettuali e artisti russi a Trieste», in Slavica Tergestina, 32, 2024/I, pp. 153-172. Claudio H. Martelli, Dizionario degli artisti di Trieste, dell’Isontino, dell’Istria e della Dalmazia, Hammerle, Trieste 2009. Franco Deboni, Murano ’900. Vetri e vetrai, Bocca, Milano 1996. Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995. A. M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, terza edizione, vol. I, Leonilde M. Patuzzi, Milano 1962. XVIII Esposizione Internazionale d’Arte della città di Venezia. Catalogo illustrato, Premiate Officine Grafiche Carlo Ferrari, Venezia 1932.
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