Gino Cenedese

 

(Murano, 1907 – Murano, 1973)

 

 

 

Gino Cenedese fu imprenditore vetrario e organizzatore di una delle principali manifatture muranesi del secondo dopoguerra. La sua importanza deriva soprattutto dalla capacità di riunire maestri vetrai, pittori, scultori e progettisti, affiancando alla produzione tradizionale una linea aperta alle ricerche dell’arte contemporanea. Il suo nome compare talvolta come autore di singoli oggetti, ma deve essere spesso inteso come marchio della manifattura: l’attribuzione personale del progetto richiede quindi una verifica distinta per ogni modello.[1]

Nato a Murano nel 1907, si formò attraverso il lavoro diretto nelle fornaci e il rapporto con maestri già esperti. Le fonti museali ricordano fra le sue esperienze quella compiuta accanto a Giacomo Cappellin. Questa indicazione rende credibile il collegamento con l’ambiente della M.V.M. Cappellin, dove il confronto fra progettisti esterni e maestranze muranesi aveva prodotto alcuni dei vetri più innovativi degli anni Venti. Non è stato tuttavia individuato un registro aziendale che consenta di precisare mansioni e durata della permanenza di Cenedese.[2]

Nel 1946 fondò la Gino Cenedese & C. insieme ad Alfredo Barbini, Angelo Tosi, Gino Fort e Pietro Scaramal. Si trattava di maestri dotati di competenze differenti, capaci di affrontare tanto il vetro soffiato quanto la modellazione plastica e le lavorazioni di grosso spessore. Nel 1949, dopo il ritiro degli altri soci, Cenedese divenne unico proprietario. Il suo ruolo consisteva nel coordinare la produzione, individuare le opportunità commerciali e stabilire rapporti con artisti e progettisti; l’elaborazione formale e l’esecuzione materiale spettavano ai diversi collaboratori.[3]

La fornace esordì alla Biennale di Venezia nel 1948 presentando soprattutto sculture eseguite da Alfredo Barbini. Figure e animali erano modellati a caldo e spesso trattati con superfici corrose o patinate, che conferivano al vetro l’aspetto di una materia antica. Il contributo di Barbini fu decisivo nella prima impostazione artistica dell’azienda: socio, maestro e autore dei modelli, introdusse una concezione fortemente plastica del vetro. Nel 1950 lasciò la società per fondare una propria manifattura, mentre la Cenedese proseguì parte delle ricerche avviate durante la sua permanenza.[4]

La produzione si sviluppò secondo due indirizzi paralleli. Il primo comprendeva calici, vasi, coppe, piatti, lampadari e altri manufatti collegati alla tradizione muranese. Il secondo accoglieva opere sperimentali, pezzi unici e modelli destinati alle Biennali, alle Triennali di Milano e alle esposizioni internazionali. Questa duplice struttura permetteva alla fornace di sostenersi attraverso una produzione commerciale relativamente ampia e, nello stesso tempo, di investire in oggetti più complessi, affidati ad artisti e maestri di particolare esperienza.

Nel 1952 la vetreria presentò alla Biennale una serie di blocchi di cristallo ideati da Riccardo Licata. Elementi astratti o figurativi in pasta vitrea venivano inglobati nella massa trasparente, trasformando il disegno in una composizione sospesa nello spessore del vetro. Fra le opere esposte figurava il Ritratto del compositore. A questo nucleo appartiene la ricerca che condusse ai celebri acquari: blocchi massicci nei quali pesci, vegetazione e fondali venivano costruiti mediante inclusioni policrome, sovrapposizioni e lavorazioni a caldo.[5]

Nel corso degli anni Cinquanta collaborò con la manifattura anche Fulvio Bianconi. Rispetto alle opere seriali progettate per Venini, i vetri prodotti da Cenedese gli offrivano la possibilità di sperimentare forme irregolari, applicazioni, paste cromatiche e decorazioni sommerse. Alcuni modelli furono presentati alla Biennale del 1954. La dispersione di una parte della documentazione aziendale rende oggi difficoltosa l’attribuzione di numerosi esemplari: la sola firma «Gino Cenedese Murano» identifica generalmente la manifattura e non dimostra che il modello sia stato disegnato personalmente dal fondatore.[6]

Fra il 1953 e il 1958 circa la fornace si avvalse dell’apporto di Napoleone Martinuzzi. Lo scultore progettò figure femminili, pannelli decorativi in rilievo, opere in vetro a scavo e grandi apparecchi d’illuminazione. La sua ricerca recuperava la consistenza plastica e monumentale già sviluppata negli anni Venti e Trenta, adattandola agli spazi rappresentativi del dopoguerra. Alcuni pannelli eseguiti in questa fase furono collocati negli ambienti espositivi dell’azienda.

Dalla fine degli anni Cinquanta assunse crescente importanza Antonio Da Ros. Formatosi all’Istituto d’Arte di Venezia, sviluppò per Cenedese una produzione fondata soprattutto sul vetro sommerso. Strati trasparenti di diverso colore venivano sovrapposti per costruire vasi massicci, forme astratte e animali stilizzati. Le serie Contrappunti, presentata alla Biennale del 1960, Asteroidi del 1964 e Volumi del 1968 mostrano una ricerca nella quale il colore appare incorporato nella massa e varia secondo lo spessore e il punto di osservazione. Da Ros rimase legato alla manifattura per oltre trent’anni, contribuendo in modo determinante alla sua identità nel secondo dopoguerra.[7]

Tra il 1963 e il 1972 lavorò per Cenedese anche Ermanno Nason. Maestro di grande abilità nella modellazione a caldo, ricevette un’ampia libertà nella creazione di prototipi e pezzi unici. La sua produzione comprendeva recipienti a grosso spessore, forme biomorfe, animali e sculture. Al rapporto con l’artista statunitense Harold Stevenson appartenevano opere di dimensioni inconsuete, nelle quali Nason traduceva i progetti attraverso una lavorazione condotta direttamente alla fornace. Anche in questi casi è necessario distinguere l’ideazione dell’artista, l’interpretazione del maestro e la produzione della vetreria.[8]

Accanto all’oggettistica, la Gino Cenedese realizzò lampadari e impianti d’illuminazione destinati ad alberghi, edifici pubblici e grandi ambienti internazionali. Questa attività richiedeva una struttura produttiva articolata, capace di coordinare progettazione, lavorazione delle singole parti, montaggio e installazione. Sotto la direzione di Cenedese l’azienda divenne una delle realtà occupazionali più consistenti di Murano.

Gino Cenedese morì nel 1973. La conduzione passò al figlio Amelio, che continuò a lavorare con i maestri e i progettisti della fornace. La denominazione aziendale divenne in seguito Gino Cenedese e Figlio. Il nome storico prosegue oggi attraverso Ars Cenedese Murano, ma non è corretto ripetere senza aggiornamento l’affermazione secondo cui Amelio ne sarebbe ancora il titolare.[9]

La posizione di Gino Cenedese nella storia del vetro muranese è quella di un imprenditore capace di creare le condizioni per il lavoro altrui. Alfredo Barbini, Riccardo Licata, Fulvio Bianconi, Napoleone Martinuzzi, Antonio Da Ros ed Ermanno Nason portarono nella fornace linguaggi e competenze differenti. Cenedese seppe trasformare questi contributi in una produzione riconoscibile, mantenendo in rapporto la tradizione del vetro soffiato, la scultura, il design e la ricerca contemporanea.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

[1] Gino Cenedese nacque a Murano nel 1907 e vi morì nel 1973. Il Museo del Vetro lo presenta come fondatore e guida imprenditoriale della manifattura, distinguendo il suo ruolo da quello dei maestri e degli artisti coinvolti nella produzione.

[2] Il Museo del Vetro ricorda l’esperienza maturata da Cenedese lavorando accanto a diversi maestri, fra i quali Giacomo Cappellin. La fonte non precisa però l’incarico ricoperto né identifica espressamente un rapporto contrattuale con la M.V.M. Cappellin.

[3] La società fu fondata nel 1946 con Alfredo Barbini, Angelo Tosi, Gino Fort e Pietro Scaramal; nel 1949 Cenedese ne divenne unico proprietario. Il dato è concordemente riportato dal Museo del Vetro e dalla storia istituzionale di Ars Cenedese Murano.

[4] La Gino Cenedese & C. debuttò alla Biennale nel 1948 con sculture di Alfredo Barbini caratterizzate da superfici corrose e patinate. Barbini lasciò la società nel 1950.

[5] Nel 1952 la vetreria espose una serie di blocchi di cristallo su disegno di Riccardo Licata, fra i quali il Ritratto del compositore. Le Stanze del Vetro confermano inoltre che Licata frequentò la Gino Cenedese e presentò con essa opere alla Biennale del 1952.

[6] La Fondazione Giorgio Cini documenta l’attività di Fulvio Bianconi come progettista per la Gino Cenedese nel corso degli anni Cinquanta. L’identificazione dei singoli modelli resta complessa quando l’esemplare reca soltanto il marchio della manifattura.

[7] Il Museo del Vetro ricorda la collaborazione stabile con Napoleone Martinuzzi negli anni Cinquanta e quella con Antonio Da Ros dagli anni Sessanta. La storia aziendale colloca il rapporto con Martinuzzi fra il 1953 e il 1958 e l’inizio di quello con Da Ros alla fine del decennio.

[8] Ars Cenedese Murano data fra il 1963 e il 1972 la collaborazione con Ermanno Nason e ricorda nello stesso periodo il rapporto con Harold Stevenson.

[9] Alla morte di Gino la direzione passò al figlio Amelio, non Aurelio. Il Museo del Vetro documenta la prosecuzione dell’attività sotto la sua guida. La società oggi operante utilizza la denominazione Ars Cenedese Murano s.r.l.; il sito istituzionale non indica Amelio quale titolare attuale.

 

 

Bibliografia

Marino Barovier, Carla Sonego, a cura di, 1948-1958. Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, catalogo della mostra, Le Stanze del Vetro, Venezia 2026.

Marino Barovier, Venetian Art Glass. An American Collection 1840-1970, Arnoldsche Art Publishers, Stoccarda 2004.

Marc Heiremans, 20th Century Murano Glass, Arnoldsche Art Publishers, Stoccarda 1996.

Franco Deboni, Murano ’900. Vetri e vetrai, Bocca, Milano 1996.

Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995.

Vetri Murano oggi, Electa, Milano 1981.