Giacomo Cappellin

 

(Venezia, 29 maggio 1887 – Venezia, 14 novembre 1968)

 


 

Giacomo Cappellin fu antiquario, commerciante d’arte e imprenditore vetrario. Il suo ruolo nella storia del vetro muranese appartiene alla direzione d’impresa, alla scelta dei collaboratori, alla promozione commerciale e alla definizione dell’indirizzo produttivo. Artisti e architetti elaboravano i modelli, mentre i maestri della fornace ne studiavano ed eseguivano la forma vitrea. Cappellin coordinava queste competenze, selezionava gli oggetti da mettere in produzione e cercava per essi un pubblico internazionale. La sua attività industriale si concentrò in poco più di un decennio, ma contribuì in misura rilevante alla trasformazione del vetro veneziano del Novecento.[1]

Proveniva dal commercio antiquario e possedeva negozi di antichità e oggetti d’arte a Venezia e a Milano. La conoscenza del mercato, degli arredi storici e del gusto collezionistico gli consentì di osservare la produzione muranese da una posizione diversa rispetto a quella delle tradizionali famiglie vetrarie. Intorno al 1920 commissionò ad Andrea Rioda alcuni soffiati destinati al negozio milanese. Dal rapporto con Rioda, con il pittore Vittorio Zecchin e con il giovane avvocato Paolo Venini maturò il progetto di una nuova manifattura. Rioda avrebbe dovuto assumerne la direzione tecnica, ma morì nell’agosto 1921, prima che la produzione fosse avviata.[2]

Nel dicembre 1921 venne costituita la Vetri Soffiati Muranesi Cappellin Venini & C. La società rilevò la fornace di Rioda in fondamenta dei Vetrai e accolse una parte delle sue maestranze, fra le quali Giovanni Seguso detto Nane Patare, Diego Barovier, Raffaele Ferro, Attilio Moratto e Malvino Pavanello. La direzione artistica fu affidata a Vittorio Zecchin. I suoi modelli recuperarono la sottigliezza, la trasparenza e la misura dei recipienti veneziani raffigurati nella pittura rinascimentale, traducendoli in forme adatte alla sensibilità moderna. Vasi come il Veronese e l’Holbein, insieme alle coppe, alle bottiglie e ai calici dalle tonalità lievi, divennero espressione di un nuovo equilibrio fra tradizione figurativa e progetto contemporaneo.[3]

Cappellin interveniva soprattutto nella scelta e nella promozione di questo repertorio. La sua esperienza antiquariale gli permetteva di riconoscere nei dipinti antichi modelli capaci di essere ripresi senza trasformarsi in copie archeologiche. Zecchin definiva la forma e il colore; i maestri vetrai ne controllavano la soffiatura, la sottigliezza delle pareti, gli attacchi dei piedi e delle anse. Paolo Venini seguiva in particolare l’organizzazione commerciale e l’espansione della rete di vendita. Il successo alla Prima Mostra internazionale delle arti decorative di Monza del 1923 e all’Esposizione internazionale di Parigi del 1925 confermò l’efficacia di questo sistema.

Durante la manifestazione parigina del 1925 si consumò la separazione fra Cappellin e Venini. La società venne sciolta nel maggio e, nel giugno successivo, Cappellin costituì la Maestri Vetrai Muranesi Cappellin & C., generalmente abbreviata in M.V.M. Cappellin & C. Lo seguirono Vittorio Zecchin, Giovanni Seguso e altre maestranze, alcune delle quali entrarono nella nuova società con piccole partecipazioni. La rottura riguardò quindi i due imprenditori, mentre Zecchin proseguì inizialmente il rapporto con Cappellin come direttore artistico.[4]

La nuova azienda ebbe sede a Palazzo Da Mula, edificio tardogotico affacciato sul Canal Grande di Murano. Cappellin ne promosse un impegnativo restauro, affidato anche al giovane Carlo Scarpa, che proprio attraverso quel cantiere entrò in contatto con la vetreria. Zecchin rimase alla direzione artistica sino all’ottobre 1926. I vetri di questa prima fase proseguirono la ricerca sui soffiati trasparenti, introducendo variazioni nelle proporzioni, nelle basi, nelle anse e nelle filigrane. Alcuni modelli della precedente Cappellin Venini vennero ripresi, mentre altri furono creati appositamente per la nuova manifattura.

Dalla fine del 1926 Carlo Scarpa iniziò a collaborare con Cappellin, dapprima come disegnatore e allestitore, poi con crescente autonomia nella progettazione dei vetri. Curò anche negozi e spazi espositivi della società, fra i quali quello di Firenze del 1927, l’allestimento parigino del 1930 e le sale presentate alle mostre di Monza. Il suo intervento introdusse forme geometriche più serrate, vetri incamiciati, lattimi, foglie d’oro e d’argento, paste vitree, iridescenze e decorazioni fenicie. Il passaggio da Zecchin a Scarpa ampliò il repertorio della M.V.M., mantenendo l’attenzione di Cappellin per l’accuratezza esecutiva e per la selezione rigorosa degli esemplari.[5]

La produzione comprendeva vasi, coppe, servizi da tavola, figurine, animali, piante, vetri decorativi, vetrate e apparecchi d’illuminazione. I soffiati trasparenti convivevano con lattimi aurati, vetri neri e argentati, paste vitree rosse e gialle, incamiciati dalle cromie intense e superfici ottenute mediante sovrapposizioni o inclusioni metalliche. La manifattura recuperò anche lavorazioni storiche, come il reticello e la decorazione fenicia, adattandole a forme pienamente novecentesche. Una parte degli oggetti reca il marchio ad acido «M.V.M. Cappellin & C. Murano», che identifica la manifattura, senza sostituire la ricerca sul progettista e sull’eventuale maestro esecutore.[6]

Cappellin sostenne un’intensa attività espositiva in Italia, Francia e Stati Uniti e investì nella qualità della sede, delle vetrate e degli allestimenti. Questa politica accrebbe il prestigio della vetreria, ma richiese risorse superiori alla sua capacità finanziaria. Lo studio delle carte fallimentari ha chiarito che la crisi dipese da più fattori: costi produttivi elevati, gestione discontinua, partecipazione a numerose esposizioni, scarsa redditività del settore delle vetrate, spese sostenute per Palazzo Da Mula e conseguenze della crisi economica internazionale iniziata nel 1929. I maestri cedettero le proprie quote nel 1929; la produzione cessò nel 1931 e il fallimento venne dichiarato nel gennaio 1932. Nel 1933 Gaetano Ceschina acquistò per la Pauly & C.-Compagnia Venezia Murano beni, collezioni e documentazione della società.[7]

Poco dopo il fallimento Cappellin si trasferì a Parigi, anticipando quindi di diversi anni la cronologia proposta nella scheda iniziale. Vi aprì un atelier nel quale una decina di lavoranti francesi modellavano a lume piccoli oggetti e flaconi artistici. Le fonti ricordano rapporti con importanti case di profumeria, fra le quali Elizabeth Arden ed Elsa Schiaparelli, precisando tuttavia che per queste specifiche commissioni non è stata rintracciata una documentazione diretta completa. L’impresa continuò per alcuni anni e si concluse dopo la Seconda guerra mondiale, lasciando anche conseguenze giudiziarie.[8]

Rientrato in Italia, Cappellin lavorò per un breve periodo nel negozio Richard Ginori di Napoli. Soggiornò poi a Firenze e in una casa di riposo per artisti a Forlì, prima di tornare definitivamente a Venezia. Vi trascorse gli ultimi anni in condizioni economiche modeste e morì il 14 novembre 1968.

La sua figura occupa una posizione particolare nella storia di Murano. Cappellin introdusse nella fornace l’occhio del mercante colto, la familiarità con gli oggetti antichi e una forte ambizione internazionale. Seppe coinvolgere Vittorio Zecchin, Carlo Scarpa e maestranze di grande esperienza, creando le condizioni nelle quali il disegno moderno poteva incontrare la competenza tecnica muranese. La qualità delle opere fu il risultato di questa struttura collettiva: orientamento imprenditoriale di Cappellin, progetto degli artisti e degli architetti, interpretazione materiale dei maestri vetrai.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

[1] Rosa Barovier Mentasti definisce Cappellin imprenditore vetrario e riconosce alla sua breve attività una funzione di stimolo sull’ambiente muranese, legata alla qualità della produzione e alla scelta dei collaboratori. Rosa Barovier Mentasti, «Cappellin, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXXIV, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1988.

[2] Cappellin era titolare di negozi di antichità a Venezia e Milano. Andrea Rioda avrebbe dovuto assumere la direzione tecnica della nuova vetreria, ma morì nell’agosto 1921. La società venne costituita nel dicembre dello stesso anno.

[3] La Cappellin Venini rilevò la fornace di Andrea Rioda e accolse Giovanni Seguso detto Nane Patare, Diego Barovier, Raffaele Ferro, Attilio Moratto e Malvino Pavanello. Vittorio Zecchin assunse la direzione artistica e progettò i soffiati presentati con successo a Monza nel 1923.

[4] La separazione fra Cappellin e Venini maturò nel corso dell’Esposizione di Parigi del 1925. Nel giugno dello stesso anno Cappellin fondò la Maestri Vetrai Muranesi Cappellin & C.; Vittorio Zecchin continuò a lavorare con lui sino all’ottobre 1926.

[5] Carlo Scarpa entrò in rapporto con la M.V.M. durante il restauro di Palazzo Da Mula e collaborò stabilmente con la vetreria dalla fine del 1926 al 1931. Oltre ai vetri, progettò negozi e allestimenti espositivi per la società.

[6] Il catalogo della mostra del 2018 ha ricostruito l’intera produzione della M.V.M. Cappellin, comprendente vetri trasparenti, lattimi aurati, paste vitree, incamiciati, decori fenici, figurine, animali, piante, vetrate e apparecchi d’illuminazione. Marino Barovier, Carla Sonego, a cura di, La vetreria M.V.M. Cappellin e il giovane Carlo Scarpa 1925-1931, Skira, Milano 2018.

[7] Howard J. Lockwood ha ricostruito la crisi della società attraverso le carte del procedimento fallimentare, individuando fra le cause la gestione finanziaria, il programma espositivo, le vetrate scarsamente remunerative e le spese per Palazzo Da Mula. La vetreria fallì nel gennaio 1932; nel 1933 Gaetano Ceschina ne acquistò beni e archivio per la Pauly & C.-C.V.M. Howard J. Lockwood, «The Dreams and Downfall of Giacomo Cappellin», in Journal of Glass Studies, vol. 65, 2023, pp. 263-286.

[8] Il trasferimento a Parigi avvenne poco dopo il fallimento. Il Dizionario Biografico degli Italiani ricorda un atelier con una decina di lavoranti e riferisce le commissioni per Arden e Schiaparelli, avvertendo che non era stata rintracciata una documentazione diretta relativa a tali rapporti.

 

 

Bibliografia

Howard J. Lockwood, «The Dreams and Downfall of Giacomo Cappellin», in Journal of Glass Studies, vol. 65, 2023, pp. 263-286.

Marino Barovier, Carla Sonego, a cura di, La vetreria M.V.M. Cappellin e il giovane Carlo Scarpa 1925-1931, Skira, Milano 2018.

Marino Barovier, Carla Sonego, a cura di, Vittorio Zecchin. I vetri trasparenti per Cappellin e Venini, Skira, Milano 2017.

Anna Venini Diaz de Santillana, a cura di, Venini. Catalogo ragionato 1921-1986, Skira, Milano 2000.

Marino Barovier, a cura di, Carlo Scarpa. I vetri di un architetto, Skira, Milano 1997.

Rosa Barovier Mentasti, «Cappellin, Giacomo», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXXIV, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1988.

Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano, Electa, Milano 1982.

Giuseppe Morazzoni, Il Palazzo Da Mula di Murano, Venezia 1926.

Carlo Carrà, L’arte decorativa contemporanea alla Prima Biennale internazionale di Monza, Alpes, Milano 1923.