Guido Cadorin

 

(Venezia, 6 giugno 1892 – 18 agosto 1976)

 

 


 

uido Cadorin fu pittore e decoratore, attivo anche nel campo del mosaico, della vetrata, del tessuto, del mobile e del vetro soffiato. Crebbe nella bottega del padre Vincenzo, intagliatore ed ebanista, entrando fin dall’infanzia in rapporto con materiali e tecniche differenti. Dal 1907 frequentò lo studio di Cesare Laurenti, dal quale derivò una prima formazione legata al Liberty e alla cultura secessionista. Esordì a Ca’ Pesaro nel 1908 e l’anno seguente partecipò alla Biennale di Venezia nella sala dedicata alle arti decorative della famiglia Cadorin. Il Ritratto della madre attirò l’attenzione della critica nel 1910; nel 1911 fu invitato all’Esposizione internazionale d’arte di Valle Giulia a Roma, dove entrò in contatto con le principali ricerche europee contemporanee.[1]

Il suo percorso si sviluppò fin dall’inizio oltre i confini della pittura da cavalletto. La frequentazione della casa di Mariano Fortuny gli aveva permesso di conoscere l’arte orientale, soprattutto giapponese, mentre la tradizione familiare gli forniva una conoscenza concreta dell’intaglio, della decorazione e dell’arredamento. Cadorin disegnò mobili laccati, stoffe, stucchi, mosaici, vetrate e oggetti in vetro, concependo l’ambiente come un insieme coordinato di architettura, immagini e manufatti. Intorno al 1920 elaborò anche disegni destinati alla lavorazione del vetro soffiato; le fonti ricordano progetti eseguiti da diverse manifatture muranesi, fra le quali Venini, Cappellin e Fratelli Toso.[2]

Il rapporto meglio documentato con la Fratelli Toso risale alla Prima Mostra Internazionale delle Arti Decorative di Monza del 1923. La fornace presentò vetri soffiati realizzati su progetto di Cadorin, fra i quali grandi coppe e recipienti da centro tavola. Una coppa, indicata anche come compostiera, è ricordata dalla letteratura specialistica quale opera disegnata dall’artista ed eseguita dalla Fratelli Toso per l’esposizione monzese. Allo stesso nucleo appartiene la Bottiglia crestata, datata 1923, in vetro soffiato con rilievi in pasta vitrea applicata.[3]

In questi oggetti Cadorin interveniva come autore del progetto, mentre la definizione tecnica e l’esecuzione spettavano alla fornace. Le fonti consultate non indicano il nome del maestro vetraio che materialmente li realizzò. L’attribuzione deve quindi mantenere distinti il disegno di Guido Cadorin e l’esecuzione della Fratelli Toso. La collaborazione non assunse la forma di una direzione artistica stabile: fu un incontro circoscritto, inserito nella politica della manifattura, che in quegli anni cercava il confronto con artisti esterni per aggiornare il proprio repertorio.

La coppa presentata a Monza riprende il profilo ampio e solenne della compostiera o dell’urna, forma ricorrente anche nella ceramica italiana dei primi anni Venti. Nella Bottiglia crestata, invece, le applicazioni rilevate interrompono la continuità del corpo soffiato e trasformano il contorno in una successione ritmica. La progettazione di Cadorin nasceva dalla stessa cultura decorativa che governava i suoi mobili laccati, le stoffe e gli apparati d’interno: la forma dell’oggetto veniva considerata insieme alla superficie, alla materia e al rapporto con l’ambiente. Nel passaggio al vetro, il disegno doveva tuttavia adattarsi alla soffiatura e alle applicazioni a caldo, lasciando alla squadra muranese un margine decisivo di interpretazione.

La collaborazione con la Fratelli Toso precedette alcuni dei maggiori incarichi decorativi dell’artista. Nel 1924 Gabriele d’Annunzio lo chiamò al Vittoriale per la Zambra del Misello, la propria camera da letto. Cadorin progettò il soffitto a pannelli dipinti su fondo oro, le vetrate con figure di sante e il ritratto del poeta. La Zambra non era dunque una casa autonoma, ma uno degli ambienti della residenza dannunziana a Gardone Riviera. Terminato il lavoro nel 1925, l’artista fu chiamato da Marcello Piacentini a Roma per la decorazione del salone centrale dell’Hôtel Ambasciatori di via Veneto. Con l’aiuto di Brenno Del Giudice realizzò una complessa quadratura pittorica, nella quale elementi barocchi e soluzioni Liberty accoglievano ritratti di personalità contemporanee.[4]

Nel 1926 partecipò alla prima mostra del Novecento Italiano alla Permanente di Milano con la Pietà con i santi Rocco, Sebastiano e Stefano. Fu presente anche alla seconda mostra del gruppo nel 1929. L’adesione al Novecento accompagnò il passaggio dalla fluidità decorativa della fase giovanile verso figure più ferme e una composizione maggiormente controllata, fondata sul recupero della tradizione pittorica italiana. Cadorin conservò tuttavia una posizione autonoma, continuando a muoversi fra pittura, decorazione monumentale e arti applicate.[5]

Tra il 1930 e il 1933 eseguì il mosaico dell’abside maggiore della cattedrale di San Giusto a Trieste. Il progetto, vincitore di un concorso bandito nel 1927, raffigura l’Incoronazione della Vergine con i santi Giusto, Servolo, Sergio, Apollinare, Eufemia e Tecla. La vastità della composizione e il rapporto fra figure, fondo oro e architettura riassumono l’esperienza maturata dall’artista nel mosaico ravennate, nella pittura murale e negli ambienti decorativi.[6]

Nella storia del vetro muranese Cadorin occupa il ruolo di artista esterno autore del progetto. Il suo rapporto con la Fratelli Toso fu breve, ma documenta una fase nella quale la fornace cercava nuove forme attraverso il confronto con la cultura figurativa contemporanea. I disegni di Cadorin vennero tradotti in vetro soffiato dalle maestranze della manifattura, il cui apporto tecnico resta parte essenziale dell’opera anche quando i nomi dei singoli esecutori non sono registrati.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

[1] Guido Cadorin nacque a Venezia il 6 giugno 1892 e vi morì il 18 agosto 1976, non nel 1975. Valerio Terraroli ricostruisce la formazione nella bottega familiare, l’alunnato presso Cesare Laurenti, l’esordio a Ca’ Pesaro e la partecipazione all’Esposizione internazionale di Roma del 1911.

[2] La formazione di Cadorin comprendeva pittura, intaglio, stoffe, mobili, mosaici, stucchi e vetri. Il Dizionario Biografico degli Italiani registra, intorno al 1920, una serie di disegni per il vetro soffiato e documenta la presenza alla mostra di Monza del 1923 con vetri eseguiti da Venini, Cappellin e Toso.

[3] La coppa disegnata da Cadorin, eseguita dalla Fratelli Toso ed esposta a Monza nel 1923, è documentata negli atti dedicati al vetro nell’Alto Adriatico, con rimando a Rosa Barovier Mentasti e Attilia Dorigato. La Bottiglia crestata è registrata come opera di Cadorin eseguita dalla Fratelli Toso nel 1923, in vetro soffiato con crestature in pasta applicata. La monografia di Marc Heiremans e Caterina Toso conferma il rilievo della collaborazione fra l’artista e la fornace.

[4] La Zambra del Misello è un ambiente del Vittoriale, decorato da Cadorin tra il 1924 e il 1925. Nello stesso 1925 l’artista intervenne nel salone centrale dell’Hôtel Ambasciatori di Roma, su incarico di Marcello Piacentini e in rapporto con Melchiorre Bega e Brenno Del Giudice.

[5] Cadorin partecipò alle mostre del Novecento Italiano del 1926 e del 1929. Alla prima esposizione, inaugurata alla Permanente di Milano il 14 marzo 1926, presentò la Pietà con i santi Rocco, Sebastiano e Stefano.

[6] Il concorso per la decorazione musiva di San Giusto fu bandito nel 1927; Cadorin risultò vincitore nel 1930 e concluse il ciclo nel 1933. La documentazione regionale registra i mosaici e i relativi studi preparatori sotto il suo nome.

 

 

Bibliografia

Marc Heiremans, Caterina Toso, Fratelli Toso Murano 1902-1980, Arnoldsche Art Publishers, Stoccarda 2018.

Giuseppina Dal Canton, Guido Cadorin 1892-1976, con testi di Pierre Rosenberg e Jean Clair, Marsilio, Venezia 2007.

Attilia Dorigato, L’arte del vetro a Murano, Arsenale Editrice, Venezia 2002.

Rosa Barovier Mentasti, Vetro veneziano 1890-1990, Arsenale Editrice, Venezia 1992.

Valerio Terraroli, «Cadorin, Guido», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXXIV, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1988.

Giuseppe Mazzariol et al., Guido Cadorin 1892-1976, catalogo della mostra, Electa, Milano 1987.

Antonio Maraini, «Mosaici dell’abside di S. Giusto a Trieste», in Architettura e arti decorative, XIII, 1934, pp. 597-601.

Roberto Papini, Le arti a Monza nel MCMXXIII, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1923.