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Pietro BigagliaMurano, 1786 – Venezia, 1876
Avventurina, filigrana e nascita del fermacarte veneziano
Pietro Bigaglia fu imprenditore vetrario, tecnico delle composizioni, ricercatore e promotore della rinascita muranese dell’Ottocento. La sua attività si sviluppò in una fase precedente alla grande affermazione internazionale di Antonio Salviati e contribuì a ricostruire le condizioni tecniche sulle quali si sarebbe fondata la successiva ripresa del vetro artistico veneziano. La sua produzione comprendeva smalti, canne per conterie, perle, paste vitree, avventurina, filigrane policrome, vetri soffiati, lastre decorate, oggetti d’arredo, tavoli intarsiati e fermacarte. La varietà del catalogo riflette una figura professionale piuttosto complessa poiché studiava le composizioni, coordinava maestranze specializzate e trasformava materiali tradizionali in prodotti adatti al gusto e al commercio del XIX secolo.[1] Il suo nome è legato soprattutto ai primi fermacarte veneziani firmati e datati, presentati a Vienna nel 1845. All’interno di cupole di cristallo Bigaglia inseriva murrine, canne di filigrana, ritratti, piccoli motivi figurativi e tessere recanti iniziali e date. Questi oggetti appartengono alla fase iniziale della grande fortuna europea del presse-papier millefiori.
La famiglia Bigaglia e la tradizione vetrariaPietro nacque a Murano nel 1786 in una famiglia presente da generazioni nell’industria del vetro. Inventari seicenteschi e settecenteschi documentano attività dei Bigaglia nella produzione di cristalli, lastre, vetri da finestra, filigrane e recipienti. La continuità familiare gli offrì ricette, relazioni commerciali e una conoscenza maturata attraverso più rami dell’arte vetraria.[2] Dopo la morte del padre, Pietro assunse la conduzione dell’impresa insieme al fratello Zuanne. La successiva carriera militare di quest’ultimo lasciò a Pietro la piena responsabilità dell’attività. La fabbrica principale si trovava a Murano e produceva soprattutto smalti, canne, perle artificiali e materiali destinati ai perlai. Domenico Bussolin, nella guida alle fabbriche muranesi pubblicata nel 1842, indicava quella di Bigaglia fra le più ampie e interessanti dell’isola. La collocazione all’ingresso di Murano, sul lato rivolto verso Venezia, la rendeva facilmente accessibile ai visitatori e agli acquirenti stranieri. L’impresa apparteneva quindi al settore economicamente più stabile della vetraria ottocentesca: la produzione di semilavorati e conterie destinati ai mercati internazionali.[3] Accanto alla fabbrica muranese, Bigaglia organizzò un piccolo laboratorio nel magazzino della propria abitazione veneziana dove lavoravano due vetrai muranesi precedentemente attivi presso Domenico Bussolin. In questo spazio venivano realizzati vetri soffiati, filigrane, lastre decorate e oggetti sperimentali. Bigaglia seguiva soprattutto la preparazione delle materie, la scelta degli accostamenti e la definizione delle nuove lavorazioni.[4] Questa organizzazione distingue la sua figura da quella del maestro soffiatore impegnato quotidianamente alla canna. La sua responsabilità si colloca nella composizione del vetro, nella ricerca tecnica, nella direzione produttiva e nella progettazione degli oggetti, affidati poi a maestranze capaci di tradurli davanti al forno.
Murano dopo la caduta della RepubblicaLa carriera di Bigaglia si svolse nel periodo più difficile attraversato dall’industria muranese. La caduta della Repubblica di Venezia, l’abolizione delle corporazioni nel 1806, le guerre napoleoniche, la modifica dei dazi e la concorrenza boema ridussero profondamente la produzione di vetri soffiati artistici. Le conterie, gli smalti e le perle mantennero un mercato ampio, collegato all’Europa, alle Americhe, all’Africa e all’Asia. I vetri da tavola e gli oggetti ornamentali attraversarono invece una lunga contrazione. Molte tecniche complesse sopravvissero attraverso una pratica limitata e attraverso le ricette conservate nelle famiglie. Bigaglia operò dentro questa struttura economica. La produzione di canne e smalti assicurava la continuità dell’impresa; la ricerca sull’avventurina, sulla filigrana e sul vetro soffiato permetteva di recuperare settori di maggiore prestigio artistico. Negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento alcuni vetrai avviarono un recupero sistematico delle tecniche veneziane. Domenico Bussolin riprese la filigrana; Lorenzo Radi lavorò sul calcedonio; i Franchini svilupparono murrine figurative e ritratti in canna; Bigaglia perfezionò la filigrana colorata e l’impiego dell’avventurina.[5] Questa stagione precede la fondazione delle grandi manifatture sostenute da capitali internazionali. I suoi protagonisti lavoravano con strutture relativamente contenute, fondate sulla conoscenza personale delle ricette e sulla capacità di coordinare specialisti provenienti da rami differenti della produzione.
L’avventurinaL’avventurina è un vetro brunastro o dorato, attraversato da minute particelle cristalline di rame che riflettono la luce. La sua preparazione richiede una fusione controllata e un raffreddamento molto lento, durante il quale i cristalli si separano dalla massa e formano la caratteristica scintillazione. La materia veniva generalmente estratta rompendo il crogiolo dopo il raffreddamento. I blocchi ottenuti potevano essere tagliati, molati, rifusi o incorporati in altri vetri. La qualità dipendeva dalla distribuzione dei cristalli, dalla compattezza e dalla possibilità di sottoporre il materiale a nuove lavorazioni. Bigaglia lavorava l’avventurina almeno dal 1826. Nel 1827 presentò ai Premi d’industria di Venezia un tavolo decorato con avventurina e ossidiana, dimostrando di possedere una tecnica ormai consolidata. Negli anni successivi la materia divenne uno dei tratti riconoscibili della sua produzione.[6] Il contributo più importante riguardò la trasformazione dell’avventurina in canne sottili. Il materiale, compatto e delicato, veniva riscaldato, rivestito e tirato fino a ottenere bacchette abbastanza regolari da essere inserite nelle filigrane. La scintillazione dorata poteva così distribuirsi lungo l’intera parete del recipiente. Le canne d’avventurina venivano associate a fili bianchi, turchesi, rossi, blu e ad altre paste colorate. Disposte parallelamente o sottoposte a torsione, formavano superfici simili a tessuti. La luce attraversava il cristallo, incontrava le canne policrome e si rifletteva sulle particelle metalliche. Questa soluzione trasferiva l’avventurina dal settore dell’intarsio alla parete del vetro soffiato. Il materiale acquistava leggerezza e partecipava alla forma del recipiente, anticipando un impiego che avrebbe conosciuto grande fortuna presso Salviati e nelle fornaci muranesi della seconda metà dell’Ottocento.[7]
La filigrana colorataLa filigrana veneziana si fonda sull’inserimento di canne opache o colorate dentro una parete di cristallo. Le bacchette vengono disposte sopra una piastra, riscaldate e raccolte sulla massa vitrea; durante la soffiatura si estendono seguendo il profilo dell’oggetto. La disposizione parallela produce la mezza filigrana. La torsione genera i retortoli, mentre l’incrocio di due strati di canne forma il reticello. Ogni variante richiede una precisa preparazione e un controllo attento della dilatazione. Bigaglia ampliò il repertorio cromatico. Canne bianche, colorate e contenenti avventurina costruivano motivi regolari, spirali e reticoli variopinti. Il risultato univa la disciplina geometrica della filigrana alla ricchezza luminosa delle paste ottocentesche. Il Museo del Vetro conserva una bottiglia databile fra il 1845 e il 1848, eseguita in filigrana a reticello bianco. Altri oggetti documentati comprendono recipienti, lampade, lastre circolari da finestra e vetri nei quali fili policromi e avventurina formano decorazioni particolarmente fitte.[8] Le forme rimangono generalmente sobrie: bottiglie, coppe, vasi, lampade e recipienti di profilo lineare. Questa misura corrisponde al gusto Biedermeier della metà del secolo e offre alla complessità tecnica una struttura leggibile. La parete decorata diventa il centro dell’opera. Il profilo accompagna la disposizione delle canne e permette alla luce di evidenziarne la regolarità. La ricerca di Bigaglia riguarda quindi insieme la materia, la tecnica e il rapporto fra ornamento e forma.
Il vetro a effetto graniticoFra le produzioni attribuite a Bigaglia compare un vetro dalla superficie e dalla struttura cromatica simili al granito. Frammenti, paste e zone colorate formavano una materia compatta, attraversata da addensamenti irregolari. Alcuni esemplari entrarono nelle raccolte del Museo del Vetro attraverso doni dello stesso Bigaglia e di collezionisti successivi. La loro presenza testimonia un interesse per vetri capaci di imitare pietre, minerali e superfici naturali.[9] Questo orientamento apparteneva alla cultura ottocentesca dei materiali. Vetro, smalto e micromosaico venivano utilizzati per riprodurre marmi, pietre dure, paesaggi, ritratti e ornati. Bigaglia disponeva di un’ampia gamma di paste e poteva combinarle secondo effetti di densità e colore. Il vetro granitico si collega così alle filigrane e all’avventurina. In ogni caso la decorazione nasce dalla composizione della materia e attraversa l’intero spessore dell’oggetto.
I fermacarte millefioriIl risultato più celebre della ricerca di Bigaglia è rappresentato dai fermacarte in cristallo contenenti murrine, sezioni di canne, filigrane e piccoli elementi figurativi. Gli esemplari firmati e datati 1845 costituiscono i primi presse-papiers veneziani documentati con sicurezza.[10] La forma consiste in una massa compatta di cristallo, generalmente emisferica o lenticolare. Gli elementi colorati vengono disposti sopra una base, inglobati in una presa di vetro trasparente e ricoperti da uno strato capace di funzionare come lente. Il cristallo ingrandisce le murrine e ne modifica la percezione. I motivi appaiono sospesi dentro la massa e cambiano secondo l’angolo di osservazione. La molatura della superficie accentua la limpidezza e concentra la luce sul nucleo interno. Un fermacarte conservato al Corning Museum of Glass, datato 1845, misura circa 4,5 centimetri d’altezza e 7,2 di diametro. Contiene murrine sparse, canne di filigrana, silhouettes e una sezione recante l’iscrizione «POB/1845».[11] L’iscrizione fa parte dell’opera. Le lettere e la data venivano costruite dentro una canna composta; il taglio trasversale produceva numerose tessere identiche, utilizzabili come firma interna. Questo sistema collegava il vetraio alla tradizione della murrina figurativa e rendeva la marcatura inseparabile dalla materia. Altri fermacarte di Bigaglia recano date comprese fra il 1845 e il 1847. Il contenuto varia: fiori stilizzati, stelle, motivi geometrici, ritratti, animali, iniziali e canne policrome. Ogni esemplare forma una piccola raccolta di elementi provenienti dalla produzione muranese.
Bigaglia e i Fratelli FranchiniLa realizzazione dei fermacarte coinvolgeva una rete di specialisti. I Fratelli Franchini erano particolarmente abili nella produzione di canne figurative, comprendenti ritratti di personaggi politici, profili, animali, fiori e iscrizioni. La documentazione indica che la fornace Franchini fornì murrine a diversi vetrai, fra i quali Bigaglia. Il fermacarte riuniva quindi materiali provenienti da competenze differenti: canne figurative, filigrane, paste colorate e cristallo.[12] Bigaglia stabiliva la scelta e la disposizione degli elementi, governava il procedimento di inclusione e attribuiva al prodotto una forma commerciale riconoscibile. La presenza di canne acquistate o commissionate appartiene alla struttura produttiva muranese, fondata sulla specializzazione e sullo scambio fra fabbriche. Il fermacarte diventa così un compendio dell’industria dell’isola. Le murrine mostrano la capacità dei canneri; la filigrana richiama la tradizione dei soffiati; il cristallo documenta la qualità della fusione e della molatura; la composizione appartiene alla direzione tecnica di Bigaglia.
L’Esposizione industriale di Vienna del 1845Nel 1845 Bigaglia partecipò all’Esposizione industriale di Vienna, presentando vetri soffiati, filigrane e fermacarte millefiori firmati e datati. L’occasione collocò la sua produzione dentro il sistema delle esposizioni asburgiche, pensate per confrontare capacità tecniche, innovazioni e qualità manifatturiera. La cronologia europea registra nello stesso anno fermacarte datati prodotti a Venezia e dalla cristalleria francese di Saint-Louis. La comparsa quasi simultanea rivela una circolazione rapida delle idee e un mercato già interessato a piccoli oggetti in cristallo colorato.[13] Gli esemplari veneziani di Bigaglia acquisirono una particolare rilevanza perché combinavano filigrana, murrine e canne figurative. La loro presentazione a Vienna contribuì alla diffusione del nuovo oggetto presso produttori francesi e boemi. Negli anni immediatamente successivi Baccarat, Saint-Louis e Clichy svilupparono collezioni sempre più complesse. Il fermacarte divenne un oggetto da scrivania, un campionario di abilità tecnica e un prodotto collezionistico destinato alla borghesia europea. La funzione pratica rimaneva semplice: mantenere fermi i fogli. Il valore principale derivava dalla qualità del cristallo e dal microcosmo visibile al suo interno. Bigaglia comprese precocemente questa possibilità e la collegò al vasto repertorio delle canne muranesi.
Murrine figurative, ritratti e iscrizioniIl Corning Museum conserva anche sezioni di canne riferite a Bigaglia e datate 1846-1847. Alcune mostrano motivi geometrici e floreali; altre contengono ritratti maschili in uniforme, costruiti attraverso una sorprendente quantità di dettagli cromatici. La preparazione di una murrina figurativa inizia dalla costruzione di un cilindro di grandi dimensioni. Canne e masse colorate vengono accostate in modo da formare un’immagine leggibile nella sezione. Il cilindro viene riscaldato e tirato, riducendo il disegno fino a pochi millimetri. Ogni taglio conserva la medesima immagine. Il processo permette di produrre ritratti, date, sigle e motivi ripetibili, destinati ai fermacarte, ai gioielli e agli oggetti intarsiati. La presenza di uniformi, medaglie e personaggi contemporanei attribuisce alle murrine anche una funzione celebrativa. Il vetro registra avvenimenti politici, appartenenze dinastiche e immagini diffuse dalla stampa. Bigaglia trasformava queste sezioni in elementi di una composizione più vasta. Nei fermacarte, il ritratto può convivere con fiori, animali e motivi astratti; nei tavoli e nelle immagini intarsiate diventa il centro di un pannello decorativo.
Tavoli, intarsi e micromosaiciL’attività di Bigaglia comprendeva tavoli e piani decorati con smalti, avventurina e micromosaici. Il Toledo Museum of Art conserva un tavolo databile fra il 1868 e il 1873, con piano in marmo nero del Belgio intarsiato con paste vitree policrome, elementi imitanti l’avventurina e un medaglione centrale in micromosaico.[14] Queste opere appartengono al settore più rappresentativo della sua produzione. Il mobile unisce ebanisteria, marmo, vetro e mosaico, richiedendo il coordinamento di più maestranze. Le paste colorate vengono tagliate e inserite dentro cavità preparate nel piano, costruendo ornati e campiture. L’avventurina introduce riflessi metallici; il micromosaico consente la realizzazione di immagini minute; il fondo scuro concentra l’attenzione sulla policromia. Bigaglia presentò lavori di questo tipo alle esposizioni industriali e ottenne diversi riconoscimenti. La loro complessità dimostra come la sua attività si estendesse dall’oggetto minuto all’arredo monumentale.
L’impresa e la vita pubblicaBigaglia partecipò attivamente alla vita economica veneziana. Ricoprì incarichi nella Camera di commercio e intervenne nei dibattiti sui dazi, sui combustibili e sulle materie prime necessarie all’industria vetraria. Nel 1850 indirizzò alla Deputazione comunale di Murano una richiesta relativa al costo della legna e del fondente. La successiva relazione alla Camera di commercio riprese le sue osservazioni, inserendole nel più ampio problema della competitività delle fabbriche locali.[15] Il documento mostra un imprenditore attento alle condizioni economiche dell’isola. Il costo del combustibile incideva direttamente sulle fusioni; il fondente determinava la qualità e la temperatura di lavorazione; i dazi influivano sulla possibilità di competere con le fabbriche boeme e austriache. La ricerca tecnica e l’azione pubblica appartengono quindi allo stesso programma. Bigaglia mirava a migliorare i materiali e a creare condizioni favorevoli per la produzione. La sua fabbrica impiegava lavoratori specializzati e partecipava a una rete commerciale estesa. Smalti, canne e perle garantivano la continuità economica; vetri artistici, tavoli e fermacarte costruivano la reputazione dell’impresa.
Il Museo del Vetro e le esposizioni muranesiLa fondazione del Museo civico-vetrario di Murano, promossa dall’abate Vincenzo Zanetti nel 1861, offrì ai produttori un luogo nel quale conservare modelli, materie, campionari e opere contemporanee. Bigaglia contribuì alle collezioni con oggetti e materiali. Il museo conserva due campionari a libro con perle lavorate a lume, una piastra in avventurina con il ritratto di Pio IX, un rosario con grani e crocifisso in avventurina e altri manufatti collegati alla sua attività.[16] Alla prima Esposizione vetraria del Museo, organizzata nel 1864, parteciparono Bigaglia, Lorenzo Radi, Antonio Salviati, Giambattista e Jacopo Franchini, Antonio Toso, Giovanni Albertini, Jacopo Tommasi, Pietro Cossato e Giovanni Giacomuzzi. L’esposizione valorizzava i singoli artefici e presentava il livello raggiunto dalle diverse lavorazioni. Bigaglia apparteneva alla generazione più anziana e offriva un collegamento diretto con le prime ricerche avviate negli anni Venti e Quaranta. Nel 1869 espose un grande masso di avventurina, poi entrato nelle raccolte museali. Partecipò ancora a manifestazioni nel 1873, quando la rinascita muranese era ormai sostenuta dalle nuove imprese e dalla crescente domanda internazionale.[17]
Attribuzione e riconoscimento delle opereI fermacarte costituiscono il gruppo più facilmente riconoscibile. Alcuni contengono canne con iniziali e date; altri vengono attribuiti attraverso la composizione, il tipo di murrine, la provenienza e il confronto con gli esemplari museali. La firma può essere integrata nella canna, anziché incisa sulla superficie. Una piccola tessera recante lettere e data assume quindi un valore documentario decisivo. La lettura richiede una lente e può essere resa difficile dalla curvatura del cristallo. Gli esemplari attribuiti a Bigaglia presentano spesso una composizione libera, con canne e murrine distribuite dentro la massa. Ritratti, silhouettes e motivi figurativi convivono con elementi geometrici e filigrane. La molatura, la qualità del cristallo e la forma della cupola contribuiscono alla datazione. La presenza di una canna Franchini documenta il materiale utilizzato e si inserisce nella collaborazione fra specialisti. Per i vetri soffiati, l’attribuzione si fonda sul confronto con le collezioni del Museo del Vetro, sui cataloghi delle esposizioni e sulla tecnica. Filigrane sottili, policromie vivaci e impiego dell’avventurina costituiscono caratteri ricorrenti. I tavoli e gli intarsi richiedono l’esame congiunto della struttura lignea, del marmo, delle paste vitree e dei micromosaici. La responsabilità di Bigaglia riguarda spesso il progetto, i materiali e la direzione complessiva, mentre l’esecuzione coinvolgeva artigiani specializzati.
Fortuna critica e collezionismoLa fama di Bigaglia si mantenne viva nel settore dei fermacarte. Gli esemplari datati 1845-1847 entrarono nelle principali raccolte europee e americane e acquisirono un valore storico legato alla nascita del presse-papier moderno. Il Corning Museum of Glass conserva un nucleo particolarmente importante di fermacarte e sezioni di canne. Il Museo del Vetro di Murano documenta la filigrana, l’avventurina, le perle e gli oggetti intarsiati. Il Toledo Museum conserva un esempio monumentale della sua produzione di arredi. Il collezionismo internazionale privilegia i fermacarte firmati, datati e contenenti murrine figurative. La qualità del cristallo, la varietà delle canne, la leggibilità della firma e lo stato di conservazione incidono sull’importanza dell’esemplare. La molatura successiva può modificare la forma originaria della cupola; urti e graffi alterano l’effetto ottico; fratture interne possono derivare dalle differenti tensioni fra cristallo e murrine. L’analisi antiquariale deve quindi considerare insieme autenticità, integrità e qualità esecutiva.
Valutazione criticaPietro Bigaglia occupa una posizione centrale nella prima rinascita del vetro muranese ottocentesco. La sua attività precede l’espansione industriale di Salviati e costruisce un collegamento fra la continuità familiare dell’antica arte e il nuovo sistema delle esposizioni, dei brevetti, del mercato borghese e delle manifatture organizzate. La sua ricerca si fonda sulla materia. L’avventurina viene trasformata da blocco destinato all’intarsio in canna sottile, capace di entrare nella parete soffiata. La filigrana acquista colori più vivaci e combina fili opachi, cristallo e riflessi metallici. Le murrine figurative diventano elementi di un oggetto compatto e osservabile come una lente. Il fermacarte riassume efficacemente questo programma. La cupola trasparente contiene un campionario della produzione muranese: fiori, ritratti, animali, firme, canne e filigrane. Ogni componente conserva la propria identità e partecipa a una composizione unitaria. Bigaglia comprese inoltre il valore moderno della firma e della data. Inserite dentro una murrina, esse certificano l’opera attraverso lo stesso procedimento che ne costruisce la decorazione. L’autore lascia il proprio nome all’interno della materia. La sua posizione professionale merita una definizione articolata. Fu proprietario di fabbrica, produttore di canne e smalti, ricercatore delle composizioni, ideatore di oggetti e coordinatore di maestranze. La qualità delle opere deriva dall’incontro fra questa direzione tecnica e l’abilità degli esecutori. Anche l’attività pubblica contribuì alla rinascita dell’isola. Le richieste sui dazi e sulle materie prime, la partecipazione alla Camera di commercio e la presenza alle esposizioni mostrano una consapevolezza estesa all’intero sistema produttivo. Il suo lavoro preparò la stagione successiva. Salviati, Fratelli Toso, Compagnia Venezia Murano e le altre manifatture della seconda metà dell’Ottocento trovarono già disponibili filigrane, avventurina, murrine, maestranze e una cultura espositiva maturata anche attraverso l’opera di Bigaglia. Il contributo più duraturo risiede nella capacità di trasformare il recupero tecnico in un linguaggio adatto al proprio tempo. Le forme sobrie, i colori luminosi, la precisione delle filigrane e il microcosmo dei fermacarte restituiscono una modernità fondata sulla conoscenza profonda della tradizione.
Giorgio Catania
Note[1] La ricostruzione più completa della figura di Bigaglia lo presenta come imprenditore attivo nella produzione di smalti, canne, perle e vetri, con un laboratorio veneziano dedicato alle lavorazioni artistiche e sperimentali. Paolo Zecchin, «Pietro Bigaglia, poliedrico imprenditore muranese», Journal of Glass Studies, 48, 2006, pp. 279-296. [2] La famiglia Bigaglia è documentata nella produzione vetraria muranese almeno dal XVII secolo. Gli inventari riferiti alla fornace “Alla croce d’oro” registrano cristalli, lastre, filigrane e vetri colorati. [3] Domenico Bussolin indicava la fabbrica di smalti e conterie di Pietro Bigaglia fra le più grandi e meritevoli di visita dell’isola. [4] Il laboratorio per i vetri artistici era stato ricavato nel magazzino dell’abitazione veneziana e impiegava due vetrai provenienti dall’ambiente di Domenico Bussolin; Bigaglia seguiva in particolare le composizioni e l’avventurina. [5] Il Museo del Vetro colloca Bigaglia, insieme a Domenico Bussolin e Lorenzo Graziati, fra i protagonisti del recupero ottocentesco della filigrana. Le sue canne sottili incorporavano talvolta l’avventurina in vivaci composizioni policrome. [6] La documentazione del Toledo Museum registra l’attività di Bigaglia sull’avventurina dal 1826 e la presentazione, nel 1827, di un tavolo in avventurina e ossidiana ai Premi d’industria veneziani. [7] L’avventurina raggiunse uno dei vertici della produzione muranese ottocentesca nelle fornaci di Bigaglia; la tecnica passò successivamente alla Salviati & C. [8] Il dossier del Museo del Vetro pubblica una bottiglia di Bigaglia in filigrana a reticello bianco, datata circa 1845-1848, e collega la sua produzione alle forme lineari del gusto Biedermeier. [9] Paolo Zecchin documenta fra le specialità di Bigaglia il vetro a effetto granitico e le lastre circolari decorate in filigrana. Alcuni esemplari furono donati al Museo del Vetro. [10] Bigaglia presentò all’Esposizione industriale di Vienna del 1845 fermacarte con sezioni e segmenti di canne millefiori e filigrana. Questi oggetti esercitarono un’influenza sulla successiva produzione francese e boema. [11] Il fermacarte del Corning Museum, datato 1845, contiene murrine, canne di filigrana, silhouettes e una canna iscritta «POB/1845». [12] Le fonti dedicate ai fermacarte documentano la fornitura di canne figurative dei Fratelli Franchini a Bigaglia e ad altri produttori muranesi. [13] I primi fermacarte datati oggi conosciuti collocano nello stesso 1845 Pietro Bigaglia a Venezia e Saint-Louis in Francia. La qualità degli esemplari indica una sperimentazione avviata negli anni immediatamente precedenti. [14] Il Toledo Museum of Art conserva un tavolo in marmo nero, paste vitree, avventurina e micromosaico, databile fra il 1868 e il 1873. La scheda museale registra inoltre il ruolo di Bigaglia come imprenditore e vicepresidente della Camera di commercio veneziana. [15] Una lettera di Bigaglia del 29 aprile 1850 sollecitava interventi sui dazi relativi alla legna e al fondente; la Deputazione comunale di Murano riprese la richiesta nella relazione alla Camera di commercio del 12 giugno. [16] Le collezioni del Museo del Vetro comprendono campionari di perle, una piastra in avventurina con il ritratto di Pio IX e un rosario riferito a Bigaglia. [17] Bigaglia partecipò alla prima Esposizione vetraria organizzata da Vincenzo Zanetti nel Museo di Murano nel 1864; un grande masso di avventurina da lui presentato nel 1869 entrò successivamente nelle collezioni museali.
Bibliografia essenzialeJean Blanchaert, Musica senza suono. Maestri di Murano, Marsilio Arte – Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, Venezia 2024. Luca Zan, Maria Lusiani, Jessica Tanghetti, a cura di, Vetro di Murano. Storie di mestiere e di fornaci, Bologna University Press, Bologna 2023. Paolo Zecchin, «Pietro Bigaglia, poliedrico imprenditore muranese», in Journal of Glass Studies, vol. 48, Corning Museum of Glass, Corning 2006, pp. 279-296. Aldo Bova, Rossella Junck, Puccio Migliaccio, a cura di, Murrine e Millefiori 1830-1930, Galleria Rossella Junck – Fondazione Scientifica Querini Stampalia, Venezia 1998. Giovanni Sarpellon, Miniature di vetro. Murrine 1838-1924, Arsenale Editrice, Venezia 1990. Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Astone Gasparetto, Tullio Toninato, Mille anni di arte del vetro a Venezia, Albrizzi, Venezia 1982. Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano, Electa, Milano 1982. Astone Gasparetto, Vetri di Murano 1860-1960, Bestetti, Milano-Roma 1960. Astone Gasparetto, Il vetro di Murano dalle origini ad oggi, Neri Pozza, Venezia 1958. Vincenzo Zanetti, Il Museo civico-vetrario di Murano, Venezia 1881. Vincenzo Zanetti, Guida di Murano e delle celebri sue fornaci vetrarie, Venezia 1866. Vincenzo Zanetti, La famiglia Bigaglia e i principali suoi rami, Antonelli, Venezia 1865. Domenico Bussolin, Guida alle fabbriche vetrarie di Murano, Venezia 1842.
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