Arturo Biasutto detto “Boboli”

Attivo a Murano dagli anni Venti ai primi anni Settanta

 

Il maestro interprete della Venini, dalle murrine alle figure di Fulvio Bianconi

 

 

Arturo Biasutto, conosciuto in fornace con il soprannome di Boboli, fu uno dei principali maestri vetrai della Venini nel lungo periodo compreso fra la separazione di Paolo Venini da Giacomo Cappellin e la direzione di Ludovico Diaz de Santillana.

La sua figura appartiene alla storia materiale della manifattura. Boboli guidava la piazza, interpretava i progetti, stabiliva la successione delle operazioni e trasformava disegni spesso lontani dalla consueta produzione muranese in opere tecnicamente realizzabili. La sua competenza comprendeva il vetro soffiato, le murrine, le paste vitree, le applicazioni policrome e la modellazione delle figure.

I cataloghi registrano abitualmente il nome del progettista e quello della manifattura. L’intervento del maestro rimane spesso compreso nella dicitura “esecuzione Venini”. Nel caso di Boboli, alcune testimonianze e schede catalografiche permettono di riconoscere una responsabilità più precisa. Il suo nome è legato soprattutto ai vasi a murrine elaborati da Paolo Venini e alle figure ideate da Fulvio Bianconi, fra le quali la serie della Commedia dell’Arte presentata alla Biennale di Venezia del 1948.[1]

 

L’apprendistato alla Cappellin Venini

Biasutto iniziò giovanissimo presso la V.S.M. Cappellin Venini & C., fondata nel 1921 da Giacomo Cappellin e Paolo Venini. La manifattura operava sotto la direzione artistica di Vittorio Zecchin e aveva raccolto alcuni fra i migliori maestri provenienti dalla fornace di Andrea Rioda.

L’ambiente produttivo era caratterizzato dai soffiati sottili, dalle forme essenziali e dai colori delicati. Le opere progettate da Zecchin richiedevano una grande precisione nella distribuzione della parete, nell’apertura dei colli e nella costruzione di piedi e anse applicate. L’apparente semplicità dei recipienti dipendeva da un controllo rigoroso della materia.

Boboli si formò quindi in una stagione decisiva per la modernizzazione del vetro muranese. Il modello rinascimentale veniva trasformato attraverso proporzioni allungate, trasparenze leggere e una nuova disciplina del disegno. Il maestro doveva accompagnare la forma durante la soffiatura, mantenendo regolarità e sottigliezza anche nelle zone maggiormente espanse.

La separazione fra Cappellin e Venini, maturata nel 1925, modificò la struttura della società. Biasutto entrò nel gruppo riunito da Paolo Venini nella nuova manifattura, insieme ad altri maestri di particolare esperienza. La memoria aziendale lo ricorda fra gli uomini sui quali Venini costruì la propria autonomia produttiva.[2]

 

Il passaggio alla Venini

La nuova V.S.M. Venini & C. nacque dall’incontro fra la visione imprenditoriale di Paolo Venini, la direzione artistica di Napoleone Martinuzzi e la competenza dei maestri di fornace. Fra questi figuravano Arturo Biasutto e Ferdinando Toso, detto Fei.[3]

Biasutto raggiunse il grado di maestro intorno ai trent’anni, età considerata precoce nel sistema gerarchico muranese. La qualifica indicava la capacità di dirigere una piazza, valutare il comportamento del vetro, coordinare gli assistenti e assumere la responsabilità tecnica ed estetica dell’opera.

La testimonianza familiare raccolta nel catalogo ragionato Venini ricorda Boboli come un collaboratore particolarmente entusiasta, capace di seguire Paolo Venini durante anni di prove e sperimentazioni.[4] Il loro rapporto aveva una natura operativa: Venini proponeva forme, materie e accostamenti cromatici; Boboli verificava il progetto davanti al forno e individuava la sequenza necessaria per realizzarlo.

La sua attività attraversò le direzioni artistiche di Napoleone Martinuzzi e Carlo Scarpa. In questi decenni la Venini sviluppò vetri pulegosi, bollicanti, sommersi, corrosi, incisi, a murrine e a canne. La presenza stabile di maestri esperti consentiva alla manifattura di affrontare passaggi tecnici molto differenti, mantenendo una qualità costante.

 

Il maestro e la piazza

Il maestro occupava il centro della squadra. Riceveva la massa vitrea, la distribuiva sulla canna, controllava la soffiatura e decideva il momento di ogni intervento. Intorno a lui lavoravano servente, serventino e garzone, ciascuno responsabile di un segmento della sequenza.

Boboli doveva leggere contemporaneamente la forma e il comportamento degli assistenti. Un’applicazione preparata troppo presto perdeva calore; una parte consegnata in ritardo trovava il corpo già irrigidito; una rotazione irregolare deformava il profilo; una differenza di temperatura generava tensioni durante la ricottura.

La sua abilità viene descritta attraverso la finezza manuale. L’espressione comprendeva precisione, rapidità e capacità di intervenire sopra elementi minuti. Nelle figure di Bianconi questa qualità diventava particolarmente evidente: corpi sottili, cappelli, braccia, strumenti, gambe e dettagli del costume dovevano essere preparati separatamente e saldati entro pochi minuti.

Il lavoro del maestro possedeva anche una componente interpretativa. Il disegno indicava il carattere generale; la fornace stabiliva la forma possibile. Boboli decideva lo spessore di un busto, l’inclinazione di un braccio, il punto di equilibrio della figura e il modo in cui una pasta vitrea colorata poteva aderire al lattimo.

 

Le murrine di Paolo Venini

Una parte importante della sua attività è legata ai vasi a murrine progettati o seguiti direttamente da Paolo Venini. Queste opere richiedevano una conoscenza completa della costruzione della piastra e della sua successiva trasformazione mediante la soffiatura.

Le sezioni di canna venivano disposte sopra una superficie refrattaria secondo un disegno prestabilito. Il riscaldamento le univa progressivamente, formando una piastra continua. Il maestro raccoglieva la composizione sulla canna, chiudeva il cilindro e iniziava la modellazione.

Durante la soffiatura, ogni tessera cambiava proporzione. Gli elementi collocati nella zona destinata al ventre si espandevano; quelli prossimi al collo mantenevano dimensioni più contenute. Boboli doveva prevedere questa trasformazione e governarla affinché la decorazione conservasse ritmo e leggibilità.

Il problema riguardava anche la compatibilità fra vetri di colori differenti. Murrine, lattimi, paste opache e cristallo possedevano comportamenti termici specifici. La parete doveva raggiungere uno spessore uniforme e affrontare la ricottura senza accumulare tensioni.

In queste opere il progetto di Paolo Venini acquistava esistenza attraverso la conoscenza di Boboli. La murrina forniva il disegno; il maestro ne determinava la disposizione sul volume e la qualità conclusiva della superficie.

 

L’incontro con Fulvio Bianconi

Fulvio Bianconi entrò in rapporto con Paolo Venini nel 1946. Proveniva dalla grafica, dall’illustrazione e dalla caricatura e disegnava figure costruite attraverso pochi tratti, posture accentuate e colori netti.

La trasformazione di questi schizzi in vetro richiedeva un maestro capace di comprendere la sintesi grafica e di conservarne la vivacità. Boboli divenne uno dei principali interpreti del suo lavoro.

La collaborazione raggiunse piena visibilità alla XXIV Biennale di Venezia del 1948, dove Venini presentò dodici personaggi della Commedia dell’Arte: Arlecchina, Arlecchino, Meneghino, Pantalone, Capitan Fracassa, Peppe Nappa, Tartaglia, Giangurgolo, Brighella, Rosaura e Pulcinella.[5]

Le figure erano realizzate in lattimo con paste vitree, fili e applicazioni policrome. Il progetto apparteneva a Bianconi; l’esecuzione venne affidata a Biasutto. La manifattura organizzava materiali, colori, catalogazione e distribuzione.

La documentazione Venini associa esplicitamente l’intera serie al maestro Boboli, riconoscendogli una responsabilità ormai rara nei cataloghi aziendali.[6]

 

Il Peppe Nappa

Il Peppe Nappa costituisce uno degli esempi più chiari della collaborazione. La figura, alta circa quarantaquattro centimetri, presenta un corpo in lattimo, rifiniture nere e parti rosse alla base e alla sommità del cappello.

Bianconi riduce il personaggio a una silhouette allungata. Il costume stabilisce il ritmo verticale; le mani e il volto assumono dimensioni contenute; il cappello conclude la figura con un accento cromatico.

Boboli traduce questo disegno attraverso una costruzione progressiva. Il corpo viene soffiato e allungato; le gambe sono impostate in rapporto alla base; braccia e cappello vengono aggiunti quando il nucleo conserva ancora sufficiente calore. Le paste colorate devono aderire al lattimo e mantenere contorni leggibili.

Il risultato conserva la spontaneità della caricatura. La figura sembra nata da un gesto immediato, mentre la sua stabilità dipende da un equilibrio complesso fra masse, applicazioni e punti di saldatura.

La qualità di Boboli emerge nella capacità di assorbire il virtuosismo dentro l’immagine. L’attenzione rimane concentrata sul carattere del personaggio e sulla freschezza del disegno.

 

La figura come successione di gesti

La costruzione di una figura richiede una concezione diversa da quella del vaso. Il recipiente cresce intorno alla canna e mantiene una continuità interna; la figura nasce dall’unione di più parti, ognuna preparata e modellata in un momento preciso.

Boboli trasformava il disegno di Bianconi in una sequenza operativa. Stabiliva quale parte dovesse essere prodotta per prima, quali elementi potessero essere applicati direttamente e quali richiedessero l’intervento di un assistente.

Il corpo costituiva il nucleo termico. Intorno a esso venivano aggiunti vestito, gambe, braccia, cappello e accessori. Ogni saldatura comportava un breve riscaldamento, sufficiente a unire le parti e abbastanza controllato da conservare la forma già raggiunta.

Il lattimo offriva una superficie compatta, simile alla carta bianca sulla quale Bianconi tracciava il proprio disegno. Vetro nero, rosso, giallo e altre paste colorate agivano come linee e campiture.

La capacità di Boboli consisteva nel mantenere leggibile questa organizzazione durante la lavorazione. Un’applicazione eccessivamente fusa perdeva contorno; una parte troppo rigida conservava l’aspetto di un elemento estraneo. Il maestro cercava il punto nel quale le parti diventavano un’unica figura e mantenevano la propria identità.

 

Dai Tiepolo ai Grotteschi

La collaborazione si estese alle successive famiglie figurative di Bianconi. I Tiepolo utilizzano quasi esclusivamente lattimo e vetro nero. Saltimbanchi, suonatori e acrobati derivano dagli affreschi di Giambattista Tiepolo a Ca’ Rezzonico e trasformano la leggerezza della pittura settecentesca in figure verticali e sottili.

La riduzione cromatica richiedeva grande precisione nel profilo. Il nero sottolineava strumenti, cappelli, scarpe e bordi degli abiti; il lattimo costruiva il volume principale. La forma dipendeva quindi dalla postura, dalla torsione e dalla relazione fra le parti.

I Costumi, i Mesi, i Musicanti e i Grotteschi ampliarono il repertorio. La documentazione aziendale raccoglie questi modelli nello stesso nucleo delle figure realizzate da Boboli, indicando numeri di catalogo, varianti e serie.[7]

Nei Grotteschi il lattimo viene inciso e modellato per costruire abiti, cappelli e corpi volutamente deformati. Nei Musicanti lo strumento stabilisce l’azione. Nei Costumi la veste diventa un volume autonomo, costruito attraverso paste vitree, fili e tessere.

Boboli doveva modificare ogni volta il proprio gesto. Alcune figure richiedevano sottigliezza; altre una massa più consistente; altre ancora una particolare attenzione alle decorazioni superficiali.

 

La lunga collaborazione con Paolo Venini

Boboli accompagnò Paolo Venini durante gran parte della storia della manifattura. La sua attività attraversò la produzione di Martinuzzi, Scarpa, Bianconi e degli altri progettisti invitati a Murano.

Jean Blanchaert lo colloca fra i maestri emblematici della Venini insieme a Oscar Zanetti detto Saor, Ferdinando Toso detto Fei, Giacomo Toffolo, Oreste Toso, Mario Tosi, Mario Coletti e Checco Ongaro.[8] Questo gruppo rappresentava la continuità tecnica necessaria per accogliere artisti, architetti e designer di formazione molto diversa.

La collaborazione di Boboli con Paolo Venini assume un significato particolare. Paolo possedeva sensibilità cromatica, cultura del progetto e capacità imprenditoriale; il maestro conosceva il comportamento concreto della materia. Il modello nasceva dal confronto fra queste competenze.

Il rapporto si sviluppava durante le prove. Una forma poteva essere corretta, alleggerita, ampliata o divisa in più operazioni. La scelta di una murrina, di un’incamiciatura o di un’applicazione dipendeva dalla possibilità di controllarla durante la lavorazione.

La memoria aziendale ricorda Boboli come un collaboratore presente negli esperimenti di Paolo Venini per molti anni.[9] Il suo entusiasmo aveva quindi una funzione produttiva: permetteva di affrontare modelli difficili, accettare gli scarti e ripetere le prove fino al raggiungimento del risultato.

 

Dopo Paolo Venini

Paolo Venini morì nel 1959. La guida della manifattura passò al genero Ludovico Diaz de Santillana, che proseguì il programma di apertura verso progettisti italiani e internazionali.[10]

Boboli continuò a lavorare nella fornace durante questa nuova fase, arrivando ai primi anni Settanta. La sua esperienza collegava la cultura produttiva degli anni Venti alle ricerche del dopoguerra e alla stagione internazionale promossa da Diaz de Santillana.

Durante gli anni Sessanta la Venini collaborò con Thomas Stearns, Tobia Scarpa, Toni Zuccheri, Tapio Wirkkala e altri autori. I progetti richiedevano vetri spessi, incalmi, filigrane, strutture asimmetriche, applicazioni e accostamenti cromatici complessi.

La presenza di maestri formati nella lunga stagione di Paolo garantiva la trasmissione delle tecniche e dei criteri qualitativi. Boboli apparteneva a questa generazione di raccordo: aveva conosciuto il soffiato sottile della Cappellin Venini, le sperimentazioni di Martinuzzi e Scarpa, le figure di Bianconi e la successiva apertura internazionale.

 

Un maestro interprete

La definizione più adatta per Arturo Biasutto è quella di maestro interprete. Il progetto proveniva da un artista o dal direttore della manifattura; la sua realizzazione richiedeva decisioni che appartenevano al sapere della fornace.

L’interpretazione riguardava proporzione, peso, tempi, postura e qualità della superficie. Boboli dava al disegno una struttura materiale e contribuiva alla sua espressività attraverso il controllo del gesto.

Questa funzione emerge con particolare chiarezza nelle figure di Bianconi. Lo stesso disegno poteva produrre esemplari leggermente differenti. Un’inclinazione del busto, una diversa apertura delle braccia o una torsione più accentuata modificavano il carattere del personaggio. Il maestro conservava il modello e introduceva variazioni derivanti dalla lavorazione manuale.

Nelle murrine di Paolo Venini, l’interpretazione assumeva una forma diversa. Boboli regolava la dilatazione della piastra, la distribuzione dei colori e il rapporto fra decorazione e profilo. L’opera dipendeva dalla capacità di prevedere il risultato quando il disegno era ancora disposto sopra una superficie piana.

Le due competenze — figura applicata e recipiente a murrine — mostrano l’ampiezza della sua formazione. Boboli poteva passare dalla precisione geometrica alla modellazione libera, mantenendo un’elevata qualità esecutiva.

 

Attribuzione e catalogazione

Le opere eseguite da Boboli recano generalmente il marchio Venini. Il nome del maestro compare nella documentazione bibliografica, nei registri della manifattura e nelle ricostruzioni storiche.

Per le figure di Bianconi, la formula catalografica più completa è:

Fulvio Bianconi, progetto;
Arturo Biasutto detto Boboli, maestro esecutore;
Venini & C., manifattura.

Per i vasi a murrine elaborati da Paolo Venini:

Paolo Venini, progetto e direzione;
Arturo Biasutto detto Boboli, esecuzione, quando documentata;
Venini & C., manifattura.

Il nome di Boboli va utilizzato in presenza di una fonte precisa. La qualità elevata di un oggetto Venini indica il livello della fornace e della piazza; l’attribuzione individuale del maestro richiede registri, testimonianze o cataloghi che ne documentino l’intervento.

Questa distinzione assume particolare importanza nel mercato. Un’opera della Commedia dell’Arte possiede una responsabilità esecutiva riconosciuta; un vaso Venini della stessa epoca può appartenere a una piazza diversa. Il modello, la data, il numero di catalogo e la provenienza permettono di precisare gradualmente l’attribuzione.

 

La memoria del maestro

La figura di Boboli è rimasta viva nella memoria della Venini. Il catalogo ragionato gli attribuisce una posizione di rilievo nella ricostruzione aziendale e registra il suo nome accanto a quello di Bianconi nella scheda dedicata alla Commedia dell’Arte.

Anche la storiografia recente lo include fra i maestri che hanno trasformato in vetro le idee degli artisti invitati da Paolo Venini.[11] Il riconoscimento riguarda la capacità di comprendere il progetto e di tradurlo attraverso il lavoro collettivo della piazza.

Un’opera indicata come Autoritratto di Boboli compare inoltre nel catalogo di Vetri Murano oggi fra i lavori di Fulvio Bianconi. La presenza del soprannome nel titolo testimonia la riconoscibilità del maestro all’interno dell’ambiente artistico muranese.[12]

Boboli apparteneva a una cultura nella quale il soprannome aveva una funzione quasi professionale. Identificava il maestro nella fornace, distingueva persone appartenenti a famiglie numerose e accompagnava la reputazione costruita attraverso il lavoro.

 

Valutazione critica

Arturo Biasutto rappresenta una figura essenziale per comprendere il funzionamento della Venini nel Novecento. La continuità della manifattura dipese dalla capacità di far dialogare progettisti esterni, direzione artistica, ricerca sui colori e sapere dei maestri.

Boboli partecipò a questo sistema per quasi mezzo secolo. La sua formazione nella Cappellin Venini gli fornì la disciplina del soffiato sottile. La nuova Venini gli offrì una ricerca sempre più ampia, comprendente murrine, paste vitree, figure, vetri opachi e applicazioni.

Il rapporto con Paolo Venini documenta la funzione del maestro nella sperimentazione. Ogni novità richiedeva prove, correzioni e capacità di prevedere il comportamento della materia. Boboli trasformava l’intuizione in una sequenza produttiva e rendeva il modello ripetibile entro i limiti della lavorazione manuale.

La collaborazione con Fulvio Bianconi costituisce il punto più visibile della sua attività. Le figure della Commedia dell’Arte possiedono la freschezza del disegno e la precisione di una costruzione complessa. La qualità dell’opera deriva dall’incontro fra il segno di Bianconi e la mano di Boboli.

La sua finezza tecnica emerge nella leggerezza dei corpi, nella nettezza delle applicazioni e nella naturalezza delle pose. La figura conserva il carattere ironico del progetto e acquista una presenza pienamente vitrea.

Nei vasi a murrine la competenza assume un carattere più controllato. Il maestro governa la trasformazione della piastra, distribuisce la decorazione sul volume e mantiene l’equilibrio fra forma e colore. La stessa mano affronta quindi due problemi differenti e li riconduce a una comune capacità di previsione.

Boboli appartiene alla generazione dei maestri la cui autorialità rimase incorporata nel marchio della fornace. La documentazione oggi disponibile permette di restituirgli una posizione precisa: interprete tecnico di Paolo Venini, esecutore privilegiato delle figure di Fulvio Bianconi e protagonista della continuità produttiva della Venini dagli anni Venti ai primi anni Settanta.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

[1] Il catalogo Venini identifica Arturo Biasutto, detto Boboli, come maestro esecutore delle figure di Fulvio Bianconi e lo ricorda per la particolare finezza della lavorazione.

[2] La ricostruzione aziendale colloca Biasutto fra i maestri riuniti da Paolo Venini dopo la separazione da Giacomo Cappellin.

[3] Nella nuova compagine Venini figuravano, accanto a Paolo Venini e Francesco Zecchin, maestri come Arturo Biasutto e Ferdinando Toso.

[4] La testimonianza pubblicata nel catalogo ragionato ricorda che Boboli raggiunse il grado di maestro intorno ai trent’anni e accompagnò Paolo Venini durante molti anni di sperimentazioni.

[5] Il gruppo della Commedia dell’Arte, composto da dodici figure in lattimo e paste vitree, venne presentato alla XXIV Biennale di Venezia del 1948.

[6] Il catalogo ragionato attribuisce l’esecuzione delle figure della Commedia dell’Arte ad Arturo Biasutto detto Boboli e registra le diverse tecniche impiegate: lattimo, paste vitree, canne e fili policromi.

[7] Nello stesso nucleo catalografico compaiono i Tiepolo, i Grotteschi, i Mesi, i Costumi e altre serie figurative progettate da Bianconi.

[8] Jean Blanchaert include Boboli fra i maestri storici della Venini, insieme a Oscar Zanetti, Ferdinando Toso, Giacomo Toffolo, Oreste Toso, Mario Tosi, Mario Coletti e Checco Ongaro.

[9] La memoria aziendale sottolinea la lunga partecipazione di Biasutto alle prove e agli esperimenti promossi da Paolo Venini.

[10] Dopo la morte di Paolo Venini la direzione passò a Ludovico Diaz de Santillana, che proseguì la politica di ricerca e collaborazione con progettisti internazionali.

[11] La storiografia recente colloca Arturo Biasutto fra i maestri che tradussero in vetro le idee di Martinuzzi, Scarpa, Bianconi e degli altri progettisti della Venini.

[12] Il catalogo Vetri Murano oggi registra fra le opere di Bianconi un Autoritratto di Boboli, testimonianza della presenza del maestro nell’immaginario interno della fornace.

 

Bibliografia

Jean Blanchaert, Musica senza suono. Maestri di Murano, Marsilio Arte – Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, Venezia 2024.

Marino Barovier, Carla Sonego, a cura di, Fulvio Bianconi alla Venini, Skira, Milano 2015.

Franco Deboni, I vetri Venini. La storia, gli artisti, le tecniche. Catalogo 1921–2007, Umberto Allemandi & C., Torino 2007.

Attilia Dorigato, L’arte del vetro a Murano, Arsenale Editrice, Venezia 2002.

Anna Venini Diaz de Santillana, a cura di, Venini. Catalogo ragionato 1921–1986, Skira, Milano 2000.

Gli artisti di Venini. Per una storia del vetro d’arte veneziano, Electa – Fondazione Giorgio Cini, Milano-Venezia 1996.

Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895–1972, Leonardo Arte, Milano 1995.

Rossana Bossaglia, I vetri di Fulvio Bianconi, Mursia, Milano 1993.

Marina Barovier, Carlo Scarpa. I vetri di Murano 1927–1947, Il Cardo, Venezia 1991.

Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano 1890–1990, Arsenale Editrice, Venezia 1992.

Franco Deboni, I vetri Venini, Umberto Allemandi & C., Torino 1989.

Carlo Pirovano, Giuseppina Borsano, a cura di, Vetri Murano oggi, Electa, Milano 1981.

XXIV Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia, catalogo generale, Venezia 1948.