Bennet Ward

 

New York, 1917 – Key West, 2003


 

La misura americana nel vetro di Salviati

 

 

Ward Bennett fu designer, arredatore, progettista di mobili, gioielli, tessuti, oggetti per la tavola e architetture. La sua collaborazione con Salviati è documentata già nel 1960 e proseguì durante la stagione internazionale sviluppata dalla manifattura negli anni Sessanta e Settanta. Il Museum of Modern Art di New York conserva alcuni vetri progettati da Bennett e realizzati da Salviati, offrendo un punto di riferimento sicuro per la ricostruzione di un corpus ancora circoscritto.[1]

La forma anagrafica consolidata è Ward Bennett. La grafia “Ward Bennet”, con una sola t finale, compare anche nella cronologia pubblicata dalla stessa Salviati e in alcuni repertori muranesi. L’inversione “Bennet Ward” deriva probabilmente dall’ordinamento per cognome.

Il suo incontro con Murano acquista particolare interesse perché introduce nella tradizione salviatiana una sensibilità maturata negli interni newyorkesi, nel disegno industriale e nella cultura americana del secondo dopoguerra. Bennett cercava forme ridotte all’essenziale, superfici tattili e materiali capaci di comunicare valore attraverso il peso, la consistenza e la precisione dell’esecuzione. Il cristallo veneziano offriva una materia adatta a questa ricerca.

 

Una formazione costruita attraverso i mestieri

Bennett iniziò a lavorare tredicenne nel Garment District di New York. A sedici anni si trasferì in Europa, continuando a occuparsi di moda e frequentando scuole d’arte a Firenze e Parigi. La sua preparazione si sviluppò attraverso l’esperienza diretta, l’osservazione delle opere e il rapporto con artisti, artigiani e produttori.[2]

Il primo ambiente professionale fu quello dell’abbigliamento. Disegnava modelli, osservava il comportamento dei tessuti e imparava a considerare forma, superficie e movimento come parti dello stesso progetto. Questa formazione lasciò una traccia durevole nella sua sensibilità: anche nei mobili e negli oggetti rigidi cercava linee continue, tensioni misurate e rapporti accurati fra struttura e rivestimento.

Durante gli anni successivi si dedicò alla pittura, alla scultura, all’oreficeria, alla decorazione di vetrine e all’arredamento. Condivise uno studio con Louise Nevelson e frequentò personalità appartenenti a generazioni e discipline differenti. La sua cultura progettuale si formò quindi attraverso passaggi successivi fra arti figurative, artigianato e produzione industriale.

Dal 1947 cominciò ad affermarsi come progettista di interni. Gli appartamenti e gli uffici da lui arredati erano costruiti mediante pochi elementi, materiali accuratamente scelti e una precisa gerarchia degli spazi. La ricchezza nasceva dalla qualità del legno, del metallo, della pelle, della pietra e dei tessuti, uniti entro ambienti sobri e funzionali.

 

Riduzione, materia e tatto

La filosofia di Bennett può essere ricondotta a un principio di riduzione. Ogni oggetto veniva liberato dagli elementi accessori fino a raggiungere una forma capace di esprimere con chiarezza funzione, materia e proporzione.

Il suo minimalismo conservava una componente sensuale. Bennett utilizzava pelli morbide, superfici lucidate, metalli industriali, fibre naturali e legni pregiati. La semplicità formale metteva in risalto il comportamento tattile dei materiali e il modo in cui essi reagivano alla luce. La monografia pubblicata da Phaidon definisce questa ricerca attraverso l’espressione “sensual minimalism”, un minimalismo fondato sull’eleganza e sulla presenza fisica della materia.

Il designer attribuiva grande importanza alla verifica dei modelli. Prima della produzione faceva realizzare prove in materiali e scale differenti, esaminando il rapporto fra forma, peso e uso. Invitava inoltre i collaboratori a toccare gli oggetti e a valutarne l’equilibrio attraverso le mani. Questa attenzione rende comprensibile il suo interesse per il cristallo, materiale percepibile attraverso la vista, il peso e il contatto.

Bennett fu inoltre fra i primi progettisti americani a introdurre nell’abitazione componenti provenienti dal mondo industriale. Griglie, strutture metalliche e attrezzature funzionali entravano negli interni con una nuova dignità estetica. L’American Institute of Architects riconobbe la sua capacità di trasformare la ferramenta industriale in oggetti di particolare qualità formale.

 

Salviati nel secondo dopoguerra

La collaborazione con Bennett si inserisce nella fase in cui Salviati sviluppò un rapporto sistematico con progettisti italiani e stranieri. Luciano Gaspari, Sergio Asti, Claire Falkenstein, Betha e Teff Sarasin portarono nella fornace esperienze provenienti dalla pittura, dalla scultura, dall’architettura e dal design industriale.

La strategia permetteva alla manifattura di ampliare il proprio linguaggio. Il progettista proponeva forma, proporzioni e destinazione dell’oggetto; i maestri muranesi elaboravano il procedimento esecutivo, verificando quantità di materia, temperature, spessori e tempi di lavorazione.

Le cronologie aziendali collocano Bennett fra gli artisti stranieri attivi presso Salviati negli anni Settanta, insieme a Claire Falkenstein e ai coniugi Sarasin. La documentazione del MoMA anticipa l’inizio del rapporto al 1960, delineando una collaborazione estesa almeno lungo una parte consistente degli anni Sessanta e Settanta.

Questo arco cronologico coincide con una fase importante della carriera americana di Bennett. Durante gli anni Sessanta consolidò il proprio ruolo nel design degli interni e dei mobili, iniziando la lunga collaborazione con Brickel Associates. Le sue sedute, i tavoli e gli arredi erano caratterizzati da strutture essenziali, comfort misurato e materiali accuratamente lavorati.

 

I vasi Salviati del 1960

Il primo nucleo salviatiano sicuramente documentato comprende almeno due vasi del 1960. I registri del Museum of Modern Art indicano un esemplare in cristallo traslucido e un secondo in cristallo lucidato, entrambi progettati da Ward Bennett e prodotti da Salviati & C. Le opere entrarono nella collezione attraverso una donazione della Chase Manhattan Bank.[3]

Uno dei vasi misura 14,6 centimetri in altezza e 12,9 in larghezza. Le dimensioni contenute lo collocano nel campo dell’oggetto domestico e da tavolo, ambito centrale nella ricerca di Bennett. Il cristallo diventa una presenza compatta, osservabile da vicino e destinata a stabilire un rapporto diretto con la mano.

L’acquisizione avvenne nello stesso anno della progettazione. Il vaso figurò nella mostra Recent Acquisitions, allestita dal MoMA fra dicembre 1960 e febbraio 1961. Questa rapida musealizzazione testimonia l’attenzione riservata al lavoro di Bennett e alla collaborazione fra design americano e manifattura italiana.

La presenza della Chase Manhattan Bank assume un significato ulteriore. Bennett lavorò per importanti committenti finanziari e industriali, sviluppando interni, arredi e oggetti capaci di costruire un’immagine coordinata. Il vaso Salviati poteva inserirsi in questi ambienti come elemento funzionale e rappresentativo, legato alla cultura moderna dell’ufficio e dell’architettura aziendale.

 

Il vaso nero del 1965

Un secondo punto fermo è costituito da un vaso in cristallo nero del 1965, ricordato nella documentazione dedicata al designer e appartenente anch’esso alla collezione del MoMA. Il vetro nero mostra la capacità di Bennett di concentrare l’attenzione sul profilo, sulla massa e sulla qualità della superficie.[4]

Nel cristallo trasparente la luce attraversa il volume e rende percepibili gli spessori. Nel nero il corpo acquista una presenza più compatta e il riflesso si concentra sulla superficie. La stessa materia consente quindi due letture complementari: profondità luminosa e densità cromatica.

Questa scelta si accorda con gli interni di Bennett, dove colori controllati e materiali intensi costruivano ambienti raccolti. Il nero funzionava come una zona di concentrazione, capace di stabilire un rapporto con metalli, legni scuri, pietre e rivestimenti in pelle.

Il vaso presenta anche un’affinità con il lavoro scultoreo del designer. Bennett concepiva spesso gli oggetti attraverso volumi elementari, affidando alla proporzione e alla finitura il compito di caratterizzarli. La lavorazione salviatiana conferiva a tale essenzialità la vibrazione luminosa propria del vetro.

 

Il vide-poche concavo

Al rapporto con Salviati viene ricondotto anche un gruppo di vide-poche o svuotatasche in vetro massiccio, caratterizzati da una cavità concava e da una forma compatta. Alcuni esemplari recano la firma Salviati e vengono datati intorno alla metà degli anni Sessanta.[5]

Il modello risponde pienamente alla cultura progettuale di Bennett. Una forma elementare accoglie una funzione quotidiana; la massa del vetro stabilizza l’oggetto; la cavità raccoglie chiavi, monete e piccoli effetti personali. La semplicità permette alla materia di assumere il ruolo principale.

La superficie concava modifica il passaggio della luce e crea una lente interna. Nel cristallo incolore i bordi diventano più luminosi; nelle versioni colorate la massa concentra il tono e genera zone di diversa intensità.

Il vide-poche costituisce anche un oggetto tattile. Può essere sollevato, ruotato e osservato da vicino. Peso, levigatura e curvatura partecipano alla percezione complessiva, secondo quel metodo di Bennett che affidava alla mano una parte essenziale della valutazione del progetto.

La documentazione commerciale attribuisce al modello una data intorno al 1964. Questa cronologia appare coerente con i vasi Salviati del 1960 e del 1965, mentre la definizione completa delle varianti richiede il confronto con i cataloghi e con l’archivio della manifattura.

 

Progetto americano ed esecuzione muranese

Bennett portava a Salviati una cultura della forma costruita attraverso interni, mobili e oggetti industriali. I maestri della fornace traducevano il progetto nel linguaggio del vetro soffiato, colato o lavorato a caldo.

La collaborazione richiedeva una mediazione tecnica. Una forma disegnata sulla carta doveva essere verificata rispetto alla viscosità del vetro, alla distribuzione della massa e alla ricottura. Gli spessori determinavano peso, stabilità e qualità ottica; la lucidatura modificava la percezione dei bordi; il colore reagiva in modo differente secondo la densità del corpo.

 

Nei vasi del 1960 la responsabilità viene registrata con chiarezza dal MoMA:

Ward Bennett, designer;
Salviati & C., manifattura.

Il nome del maestro esecutore rimane affidato alla documentazione interna della fornace. Questa struttura autoriale appartiene alla moderna produzione muranese: il progettista stabilisce il principio dell’oggetto, mentre il maestro ne costruisce la forma concreta attraverso una sequenza di decisioni materiali.

Bennett conosceva il valore di questa traduzione. Il suo metodo prevedeva modelli, prove e modifiche progressive. Il vetro salviatiano offriva un contesto nel quale il progetto poteva essere verificato direttamente attraverso la materia.

 

La scala dell’oggetto

Una parte consistente della produzione di Bennett riguarda oggetti destinati al contatto quotidiano: posate, ciotole, fermacarte, vasi, sedute e piccoli tavoli. Il loro carattere deriva dal rapporto fra corpo umano, funzione e materia.

Il vaso possiede una scala particolarmente adatta alla sua ricerca. Può essere osservato come volume autonomo, usato per contenere fiori oppure collocato in un ambiente come presenza scultorea. La sua forma deve mantenere equilibrio, apertura e stabilità.

Nel vetro la parete introduce una dimensione ulteriore. Il corpo possiede un interno visibile, una superficie esterna e uno spessore attraversato dalla luce. Bennett utilizza questa complessità dentro una forma controllata, ottenendo un oggetto ricco attraverso pochi elementi.

La collaborazione con Salviati mostra quindi una convergenza fra due culture. La tradizione muranese offre la sensibilità per la materia fluida e per il lavoro manuale; Bennett introduce la disciplina dell’oggetto moderno e dell’interno americano.

 

Gli interni e il vetro

Gli ambienti progettati da Bennett erano costruiti come insiemi coerenti. Mobili, tessuti, posate, recipienti e opere d’arte partecipavano alla stessa concezione dello spazio. Il vaso Salviati va letto entro questa visione complessiva.

La trasparenza del cristallo poteva alleggerire una composizione dominata da legni e tessuti; il vetro nero poteva stabilire un accento in un ambiente neutro; un vide-poche massiccio introduceva sulla superficie di un tavolo una presenza tattile e luminosa.

Fra i suoi committenti figuravano David Rockefeller, la Chase Manhattan Bank, Tiffany & Co., Gianni e Marella Agnelli e i fondatori di Rolling Stone. Questi incarichi gli permisero di lavorare su abitazioni, uffici e spazi rappresentativi nei quali la qualità degli oggetti contribuiva all’identità dell’ambiente.

Il rapporto con Gianni Agnelli e con la cultura italiana del progetto favorì probabilmente la familiarità di Bennett con produttori e artigiani italiani. La collaborazione Salviati si inserisce in una rete internazionale nella quale il design americano cercava manifatture capaci di garantire una qualità esecutiva elevata.

 

Attribuzioni e riconoscimento dei modelli

I vetri Salviati di Ward Bennett richiedono una catalogazione fondata su documenti, firme e confronti museali. Il nucleo certo comprende i vasi del 1960 registrati dal MoMA e il vaso nero del 1965 ricordato nella documentazione Herman Miller.

Gli esemplari firmati Salviati documentano la manifattura. L’attribuzione a Bennett acquista consistenza attraverso la corrispondenza con forme pubblicate, fotografie storiche e cataloghi. Nel mercato compaiono numerosi oggetti descritti come “nello stile di” oppure “attribuiti a” Bennett; queste formule indicano un diverso grado di certezza rispetto alla catalogazione museale.

Il vide-poche concavo rappresenta il caso più frequente. Alcuni esemplari sono firmati Salviati e associati direttamente al designer; altri condividono soltanto la forma e la consistenza del vetro. La provenienza, la misura, il tipo di firma e il confronto con le pubblicazioni permettono di ordinare progressivamente il gruppo.

Anche la grafia del nome può influire sulla ricerca. Le varianti Ward Bennett, Ward Bennet e Bennet Ward compaiono nei repertori e nei cataloghi. La forma Ward Bennett garantisce il collegamento con la bibliografia americana, il MoMA e la monografia Phaidon.

 

La ricezione

Ward Bennett raggiunse la piena affermazione fra gli anni Sessanta e Ottanta. Progettò oltre centocinquanta sedute per Brickel Associates e sviluppò successivamente collezioni per Geiger. Il suo lavoro entrò nelle collezioni del Museum of Modern Art e del Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum.

La notorietà è legata soprattutto ai mobili e agli interni. La Scissor Chair, la Landmark Chair, i tavoli I Beam e gli arredi contenitori definiscono un modernismo americano sobrio e confortevole.

I vetri Salviati occupano una posizione più raccolta, ma significativa. Mostrano il designer impegnato su scala ridotta e permettono di osservare il suo linguaggio attraverso una materia diversa da legno, acciaio e pelle.

La presenza dei vasi nella collezione del MoMA fin dal 1960 assegna loro un rilievo storico preciso. Essi partecipano alla stagione in cui il museo americano riconosceva il design italiano e le collaborazioni internazionali come componenti centrali della cultura moderna.

Nel 2017 Elizabeth Beer e Brian Janusiak hanno curato per Phaidon la prima monografia complessiva dedicata a Bennett, con un saggio di Pilar Viladas, una prefazione di John Pawson e un’intervista storica al designer. La pubblicazione ha favorito una nuova lettura della sua attività, estesa dalla moda all’architettura e dagli oggetti da tavola agli interni.

 

Valutazione critica

Ward Bennett introduce nella storia di Salviati una forma di modernismo fondata sulla concentrazione. I suoi vetri affidano il risultato alla proporzione, alla massa e alla finitura. Il cristallo diventa volume, peso, superficie e luce.

La collaborazione documentata nel 1960 anticipa la stagione degli artisti stranieri ricordata dalle cronologie aziendali per gli anni Settanta. Salviati aveva già maturato una forte esperienza nel rapporto con i designer e poteva offrire a Bennett maestri capaci di trasformare forme essenziali in oggetti di grande precisione.

Il valore dei vasi risiede nella loro misura. La forma appare immediata e richiede un controllo rigoroso: curvatura, spessore, base e imboccatura devono raggiungere un equilibrio capace di sostenere l’intero oggetto.

Il cristallo traslucido del 1960 valorizza la profondità della parete. Il cristallo lucidato concentra l’attenzione sulla levigatezza. Il nero del 1965 trasforma il vaso in una massa compatta e riflettente. Il vide-poche concavo unisce funzione quotidiana e percezione tattile.

Queste opere permettono inoltre di comprendere il metodo di Bennett. Il designer considerava l’oggetto attraverso l’uso e il contatto, costruendo una bellezza legata alla funzione. Il vetro salviatiano offriva una materia capace di rendere visibile questa disciplina.

Il rapporto fra Bennett e Murano rappresenta infine uno scambio culturale. La fornace veneziana incontra il modernismo americano; il progetto essenziale incontra una tradizione fondata sulla manualità; l’oggetto domestico assume la qualità di una piccola architettura.

Ward Bennett occupa quindi una posizione precisa nel catalogo Salviati. La sua collaborazione inizia almeno nel 1960, attraversa gli anni Sessanta e si inserisce nell’apertura internazionale degli anni Settanta. Il corpus conosciuto rimane contenuto e possiede una notevole coerenza: forme concentrate, materiali intensi e una rigorosa economia dei mezzi.

 

 

Giorgio Catania

 

 

Note

[1] Il Museum of Modern Art registra Ward Bennett come designer americano, vissuto dal 1917 al 2003, e conserva un vaso del 1960 prodotto da Salviati & C.

[2] Bennett iniziò a lavorare nel Garment District di New York a tredici anni; a sedici si trasferì in Europa e frequentò scuole d’arte a Firenze e Parigi.

[3] La documentazione della mostra Recent Acquisitions del MoMA registra due vasi del 1960: uno in cristallo traslucido e uno in cristallo lucidato, entrambi prodotti da Salviati e donati dalla Chase Manhattan Bank.

[4] La documentazione Herman Miller riproduce, fra le opere di Bennett conservate al MoMA, un vaso in cristallo nero realizzato da Salviati nel 1965.

[5] Il mercato documenta vide-poche concavi firmati Salviati e attribuiti a Bennett, generalmente datati alla metà degli anni Sessanta. Questi esemplari costituiscono una base comparativa per l’ampliamento del catalogo.

[6] Le fonti Salviati e la ricostruzione di Franco Deboni includono Ward Bennett fra gli artisti stranieri coinvolti dalla manifattura durante gli anni Settanta.

[7] Bennett collaborò con Brickel Associates dagli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta, progettando oltre centocinquanta sedute; dal 1987 lavorò con Geiger.

[8] La monografia Ward Bennett, curata da Elizabeth Beer e Brian Janusiak, fu pubblicata da Phaidon nel 2017 e comprende contributi di Pilar Viladas e John Pawson.

 

Bibliografia

Elizabeth Beer, Brian Janusiak, a cura di, Ward Bennett, con contributi di Pilar Viladas e John Pawson, Phaidon Press, Londra-New York 2017.

Pilar Viladas, «Ward Bennett», in Elizabeth Beer, Brian Janusiak, a cura di, Ward Bennett, Phaidon Press, Londra-New York 2017.

Paul Makovsky, «Down to a Minimum», in WHY Magazine, Herman Miller, 2013, edizione online aggiornata.

Attilia Dorigato, L’arte del vetro a Murano, Arsenale Editrice, Venezia 2002.

Giandomenico Romanelli, a cura di, Il vetro progettato. Architetti e designer a confronto con il vetro quotidiano, Electa, Milano 2000.

Franco Deboni, con Simona e Maurizio Cocchi, Murano ’900. Vetri e vetrai, Bocca Editori, Milano 1996.

Rosa Barovier Mentasti, Il vetro veneziano 1890-1990, Arsenale Editrice, Venezia 1992.

Carlo Pirovano, Giuseppina Borsano, a cura di, Vetri Murano oggi, Electa, Milano 1981.

Recent Acquisitions, catalogo e documentazione della mostra, Museum of Modern Art, New York, 21 dicembre 1960 – 5 febbraio 1961.