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Umberto Bellotto
Venezia, 5 marzo 1882 – Venezia, 1940
Ferro, vetro e architettura nella Venezia del primo Novecento
Umberto Bellotto fu artista-artigiano, progettista, battitore di ferro, decoratore e autore di vetri. La sua ricerca attraversò il Liberty veneziano, le esperienze decorative di Ca’ Pesaro, la stagione delle Biennali e il rinnovamento delle arti applicate promosso dalle esposizioni di Monza. La sua fama è legata soprattutto ai «connubi di ferro e vetro», composizioni nelle quali il metallo forgiato e il vetro muranese partecipano alla stessa struttura plastica. Bellotto concepiva l’oggetto come un organismo unitario. Il ferro costruiva lo scheletro, articolava il ritmo e introduceva motivi vegetali, zoomorfi o geometrici; il vetro portava colore, trasparenza e luce. Coppe, vasi, lampade e alzate acquistavano così una presenza intermedia fra arredo, scultura e architettura. La sua attività comprende anche cancelli, ringhiere, lampioni, portoni, grate, insegne e interi ambienti. L’oggetto domestico e il manufatto architettonico nascono dallo stesso repertorio: spirali, intrecci, catene, foglie, fiori, pavoni, draghi, pesci, scimmie e figure fantastiche. La varietà delle soluzioni testimonia una capacità inventiva fondata sulla conoscenza concreta dei materiali.[1]
La formazione nella bottega paternaUmberto Bellotto nacque a Venezia il 5 marzo 1882. Il padre esercitava il mestiere di fabbro e gli trasmise la familiarità con la forgia, l’incudine, i martelli e gli utensili necessari alla lavorazione del ferro. Durante la giovinezza Umberto frequentò varie botteghe artigiane, ampliando la preparazione attraverso esperienze dirette presso maestri differenti. Nel 1901, a diciannove anni, ereditò l’officina paterna. La bottega assunse progressivamente il carattere di un laboratorio artistico capace di realizzare oggetti, arredi e interventi architettonici. Il giovane Bellotto conosceva il comportamento del ferro caldo, la possibilità di assottigliare una barra, torcerla, schiacciarla, traforarla e saldarla, conservando nel manufatto la memoria del gesto compiuto durante la forgiatura.[2] Dal 1903 partecipò alla vita della Biennale veneziana come espositore e collaboratore negli allestimenti. Il rapporto con architetti, pittori e decoratori favorì il passaggio dalla produzione tradizionale della bottega a una concezione più ampia delle arti applicate. Il ferro entrava negli edifici, nelle sale espositive e negli arredi, dialogando con legno, ceramica, cuoio e vetro. Dal 1910 insegnò ferro battuto presso la Scuola d’Arte Industriale Pietro Selvatico di Padova. L’incarico conferma il riconoscimento raggiunto come specialista della lavorazione artistica del metallo e colloca la sua attività entro il rinnovamento dell’istruzione applicata alle arti e ai mestieri.
Il ferro come materia plasticaBellotto trattava il ferro attraverso una sintassi fondata sulla linea. Le barre potevano diventare racemi, steli, corna, code, zampe o volute; le lamine ritagliate formavano foglie, fiori e sagome animali; chiodi, borchie, catene e cerniere partecipavano alla composizione. La costruzione conservava una chiara leggibilità tecnica. Le giunzioni, le ribattiture e le saldature entravano nel disegno, mentre la diversa sezione degli elementi stabiliva gerarchie fra struttura e ornamento. Il ferro più robusto sosteneva il peso; le parti sottili generavano intrecci, vibrazioni e zone di trasparenza. Il repertorio naturalistico derivava dal Liberty e dalla tradizione veneziana. Pavoni, draghi, pesci e racemi appartenevano alla decorazione medievale e rinascimentale della città; Bellotto li trasformava attraverso una linea nervosa, elastica e spesso caricata di una componente fantastica. Nei lavori destinati al Lido, rose, farfalle, libellule e ragnatele accompagnavano l’architettura delle ville, inserendo il metallo fra muratura, vegetazione e paesaggio lagunare. La sua produzione presenta una continua variatio. Un motivo di base viene ripreso modificando dimensioni, direzione e intreccio. Anche in una serie di lampioni o cancelli ciascun esemplare conserva una propria configurazione. Questo metodo trasformava la commissione seriale in una successione di pezzi individuali.
Il brevetto per i «connubi di ferro e vetro»Nel 1910 Bellotto conseguì con l’architetto Cesare Aurienti un brevetto relativo ai «connubi di ferro e vetro». La documentazione archivistica identifica Aurienti come collaboratore e colloca il brevetto all’inizio del decennio; la consacrazione pubblica del procedimento maturò con la Biennale veneziana del 1914.[3] Il termine connubio esprime l’integrazione fra due materiali governati dal fuoco. Il ferro viene scaldato e modellato attraverso la battitura; il vetro viene raccolto, soffiato e applicato a caldo. Entrambi attraversano una fase di plasticità e acquistano forma durante il raffreddamento. Nelle opere di Bellotto il metallo svolge funzioni diverse. Può sostenere una coppa, avvolgere un vaso, costruire un piede, trattenere un elemento cilindrico oppure svilupparsi intorno al vetro come una vegetazione. In alcuni pezzi la struttura metallica assume l’aspetto di un tripode; in altri forma una gabbia, una corona o un insieme di foglie sagomate. Il vetro viene progettato in relazione al supporto. Colore, profilo e spessore rispondono alla struttura del ferro. Un bordo nero può proseguire otticamente una barra metallica; un’ansa ad anello può riprendere una voluta forgiata; le murrine policrome introducono una zona luminosa entro una costruzione scura e lineare. Il procedimento offriva ampie possibilità nel settore dell’illuminazione. Il vetro proteggeva e diffondeva la sorgente luminosa, mentre il ferro definiva sospensioni, bracci e telai. Lampade da tavolo, lampadari, piantane e lanterne diventavano sculture visibili anche durante le ore diurne. La collaborazione con le fornaci muranesiBellotto progettava gli elementi vitrei e ne affidava l’esecuzione alle fornaci di Murano. La collaborazione coinvolse in tempi diversi i Fratelli Toso, gli Artisti Barovier, la Vetreria Artistica Barovier, l’I.V.A.M. e la Pauly & C.-Compagnia Venezia Murano. I Fratelli Toso realizzarono numerosi vetri destinati alla personale del 1914. La fornace possedeva una consolidata esperienza nella preparazione delle murrine e nei soffiati policromi. Le forme ideate da Bellotto richiedevano corpi ampi, colori intensi e applicazioni capaci di collegarsi visivamente alla montatura metallica. Gli Artisti Barovier eseguirono negli anni Venti vasi, coppe e piatti caratterizzati da grandi murrine, canne vitree e applicazioni scure. Alcuni modelli presentano manici spiraliformi; altri possiedono quattro anse oppure serie di anelli laterali. La decorazione può organizzarsi in motivi floreali o in composizioni astratte, con una libertà cromatica collegata alle ricerche di Giuseppe, Nicolò ed Ercole Barovier. Un vaso verdino databile intorno al 1920 presenta bocca triangolare, murrine policrome, cordoli e anse ad anello in vetro nero. Un secondo esemplare azzurro utilizza murrine a mosaico e canne vitree, unite a robusti profili scuri. In entrambi il vetro traduce nel materiale soffiato la logica del ferro: l’ansa diventa un anello strutturale e il cordolo sottolinea il limite della forma.
La responsabilità autoriale può essere indicata attraverso una formulazione articolata: Umberto Bellotto, progetto; Questa distinzione restituisce il carattere cooperativo delle opere e chiarisce il rapporto fra ideazione, lavorazione del vetro e costruzione metallica.
La personale alla Biennale del 1914La XI Biennale di Venezia del 1914 rappresentò il primo grande riconoscimento pubblico. A Bellotto venne assegnata una sala personale, documentata anche da un catalogo monografico allegato all’edizione economica del catalogo generale. L’esposizione comprendeva oltre centoquaranta oggetti: ferri battuti, cuoi decorati, ceramiche e connubi di ferro e vetro. I cuoi furono eseguiti da De Toldo & C. e dai Fratelli Zaniol; le ceramiche da Antonio Zen; i vetri dei connubi soprattutto dai Fratelli Toso. La sala presentava quindi Bellotto come autore capace di coordinare materiali e botteghe specializzate intorno a un linguaggio comune. I connubi ottennero grande visibilità. Coppe murrine venivano sostenute da tripodi, alzate e strutture sinuose; il colore del vetro si inseriva dentro la trama del metallo. La Biennale contribuì a portare la lavorazione del ferro e del vetro nello stesso spazio riservato alla pittura e alla scultura contemporanee. La ricezione critica presentò orientamenti differenti. Una parte dell’ambiente veneziano riconobbe l’originalità dell’artista e la capacità di rinnovare il ferro battuto. Roberto Papini e Carlo Carrà espressero valutazioni più caute, soprattutto in relazione all’abbondanza decorativa e alla varietà degli indirizzi. La discussione testimonia la difficoltà di collocare opere che attraversavano i confini fra artigianato, scultura e design. Bellotto tornò alla Biennale nel 1920, nel 1922 e nel 1924. La continuità delle partecipazioni consolidò la sua posizione nel panorama delle arti decorative veneziane.
Venezia e il LidoLa crescita edilizia del Lido offrì a Bellotto un vasto campo di applicazione. Ville, alberghi e stabilimenti balneari richiedevano cancelli, ringhiere, lampioni, porte e arredi coordinati con l’architettura. Bellotto collaborò con Giulio Alessandri, Domenico Rupolo, Ambrogio Narduzzi, Giovanni Sardi, Giuseppe Sicher e Massimiliano Ongaro. Ogni architetto utilizzava riferimenti differenti, dal neomedievale al veneto-bizantino, dal floreale al Liberty. Il ferro di Bellotto univa questi linguaggi attraverso una lavorazione riconoscibile. Nel 1907 partecipò alla decorazione di Villa Terapia, progettata da Domenico Rupolo. Porte, cancelli, parapetti e balaustre presentano pavoni, foglie, insetti e reti di ferro. Le ringhiere dei terrazzini sviluppano il motivo della vesica piscis, mentre una porta accoglie un pavone entro un intreccio di racemi. Per Villa Otello, anch’essa progettata da Rupolo, realizzò un cancello nel quale pavoni a ruota, rami di rose e una rete a losanghe formano una composizione ricca e leggera. Il richiamo medievale del pavone si accorda con la stilizzazione Liberty dei rami. Nel villino Fanna o Villa Mattutina, progettato da Giovanni Sardi nel 1910-1911, il cancello presenta griglie, rombi, piccoli fiori e un tridente centrale. Il disegno valorizza la superficie attraverso un’alternanza di parti compatte e zone traforate. Bellotto collaborò con Sardi anche in altri interventi, fra i quali Casa Scarpa e l’Hotel Excelsior. Lampade e lanterne completavano gli ambienti. Un lampadario a ruota conservato presso l’Albergo Quattro Fontane utilizza volute, catenelle tortili e foglie d’acanto; i lampioni di altre ville accolgono vetri colorati entro strutture ottagonali o esagonali.
La Casa del MagoFra il 1914 e il 1919 Bellotto ampliò la propria abitazione e officina in Salizada Sant’Antonin, nel sestiere di Castello. L’edificio divenne conosciuto come Casa del Mago, denominazione legata al carattere fantastico degli arredi e alla personalità dell’artista. Bellotto intervenne su portoni, parapetti, ringhiere, grate, roste e portabandiera. La casa funzionava contemporaneamente come abitazione, laboratorio e spazio espositivo. Il visitatore entrava in un ambiente nel quale ogni dettaglio partecipava alla medesima invenzione. Un portone presenta una maniglia foggiata come zampa di rapace stretta intorno a una sfera e uno spioncino segnato da un grande occhio stilizzato. Il sovrapporta accoglie motivi vegetali lavorati a giorno. Un portabandiera assume la forma di un drago; una rosta è animata da rose e piccole scimmie; i parapetti utilizzano nastri intrecciati e nodi continui. La rivista La Casa Bella dedicò all’edificio un articolo intitolato La casa del mago nel gennaio 1928. L’abitazione rappresentava una dichiarazione programmatica: arte, mestiere e vita quotidiana confluivano nello stesso spazio.
La Biennale di Monza del 1923La Prima Esposizione internazionale delle arti decorative di Monza, inaugurata nel 1923, riservò a Bellotto una sala personale nella sezione triveneta. L’allestimento venne progettato dal pittore Guido Marussig ed è documentato da numerose fotografie storiche. La sala comprendeva cancellate, lampade, ferri battuti e connubi realizzati con vetri degli Artisti Barovier. I grandi recipienti murrini introducevano nella struttura metallica campiture verdi, rosse, gialle, blu e viola. L’insieme costruiva un ambiente unitario, nel quale ogni oggetto partecipava a una scenografia decorativa. Fra le opere documentate compaiono un vaso con quattro manici applicati, un vaso decorato con rami fioriti, una coppa sostenuta da una struttura metallica e la Coppa del Grano. Le montature ricorrono a foglie, anelli, spirali e fusti rastremati; i vetri utilizzano murrine e canne policrome. Un connubio alto settantuno centimetri, presentato alla successiva mostra di Monza del 1925, comprende una base in ferro battuto, un piede conico scanalato, manici circolari e foglie metalliche che trattengono un cilindro in vetro trasparente decorato con murrine e zanfirico. Il bordo nero collega cromaticamente il recipiente alla montatura.
Dal Liberty all’Art décoDurante gli anni Venti il linguaggio di Bellotto assunse una struttura più geometrica. Le volute vegetali continuarono a comparire, accompagnate da sfere sovrapposte, coni, anelli, dentellature e profili marcati. Alla mostra di Monza del 1927 presentò vetri eseguiti dalla Pauly & C.-Compagnia Venezia Murano. I recipienti erano costruiti in cristallo trasparente oppure in vetro con bolle regolarmente disposte; bordi, anse e cordoni scuri sottolineavano le forme. Sfere, tronchi di cono e corpi sovrapposti richiamavano il lessico geometrico dell’Art déco. La serie trasferisce nel vetro alcuni procedimenti del ferro. Il cordone scuro funziona come un contorno metallico; l’ansa rostrata possiede la forza plastica di una barra forgiata; i moduli sovrapposti costruiscono l’oggetto attraverso una sequenza leggibile. Bellotto progettò anche vetri autonomi, destinati a essere esposti come vasi o piatti. Un piatto a murrine datato intorno al 1927, eseguito dalla Vetreria Artistica Barovier, mostra come il colore potesse assumere una funzione indipendente dalla montatura metallica.
Le commissioni pubblicheLa dimensione architettonica divenne progressivamente centrale. Bellotto realizzò opere per l’Aeroporto del Lido, il Ministero della Marina a Roma, la Tomba di Dante a Ravenna, istituti bancari, sedi pubbliche e complessi monumentali. Fra il 1923 e il 1924 il Comune di Venezia gli affidò i lampioni delle Mercerie e le lampade delle Procuratie. I modelli presentano bracci, riccioli, appendici floreali e corpi traforati. Bellotto variò ogni esemplare, adattando il disegno alle diverse posizioni lungo il percorso urbano. Le prime lampade vennero accese a titolo di prova nel febbraio 1924. Nel Castello Morando Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano progettò una serie di cancelli dedicati ai mesi e ai segni zodiacali. Catene, quadrilobi, animali e rami vegetali costruiscono pannelli di notevole leggerezza, eseguiti dall’Officina Bragora. Nel 1926 collaborò con Ferruccio Chemello all’Ossario del Pasubio. Per il monumento realizzò il cancello d’accesso alla cripta, segnato dal motivo delle croci e delle spade, e una grata in bronzo per il sacello, organizzata intorno alla stella d’Italia, ai nodi sabaudi e a rami simbolici. Il rapporto con Giovanni Giuriati, ministro dei Lavori pubblici dal 1925 al 1929, favorì l’ingresso di Bellotto nel settore delle grandi commissioni statali. Nel 1928 l’artista venne chiamato a Roma come decoratore degli edifici pubblici e concentrò l’attività sui lavori monumentali e architettonici.[4]
Materie e tecnicheL’attività di Bellotto comprende ferro battuto, bronzo fuso a cera persa, vetro, ceramica, cuoio e legno. La pluralità dei materiali deriva dalla cultura delle arti applicate, orientata verso la progettazione complessiva dell’ambiente. Nel ferro utilizzava barre, tondini, piattine e lamine. La battitura produceva superfici lisce, nervate o zigrinate; la torsione generava colonne e catene; il traforo alleggeriva pannelli e roste; le applicazioni dorate introducevano punti luminosi. Il bronzo gli consentiva di affrontare grate e decorazioni più complesse, ottenute mediante fusione. La ceramica offriva superfici colorate e possibilità pittoriche; il cuoio decorato permetteva di estendere i motivi lineari agli arredi e ai rivestimenti. Nel vetro privilegiava murrine policrome, canne, zanfirico, masse trasparenti e applicazioni scure. Le forme progettate per lui richiedevano spesso pareti consistenti, capaci di sostenere manici multipli e bordi marcati. Il vetro acquistava un carattere plastico compatibile con la forza della montatura.
Attribuzione delle opere in vetroLa catalogazione dei vetri di Bellotto richiede il confronto fra fotografie delle esposizioni, cataloghi originali, disegni, provenienze e pubblicazioni. La firma personale compare raramente; l’opera viene spesso identificata attraverso il modello e la documentazione della mostra. La manifattura esecutrice rappresenta un dato essenziale. I vetri del 1914 appartengono soprattutto alla collaborazione con i Fratelli Toso. Le opere del primo dopoguerra e di Monza 1923 sono frequentemente collegate agli Artisti Barovier. Alcuni connubi del 1925 utilizzano vetri I.V.A.M.; la produzione del 1927 venne eseguita dalla Pauly & C.-Compagnia Venezia Murano. Il riconoscimento stilistico si fonda su alcuni caratteri ricorrenti: robusti cordoni neri o scuri, anse circolari e spiraliformi, manici multipli, bocche triangolari, murrine di grandi dimensioni e composizioni cromatiche molto accese. Le strutture in ferro presentano spesso foglie sagomate, anelli, spirali, catene e piedi zoomorfi. L’accostamento fra una montatura autentica e un vetro sostituito in epoca successiva può alterare l’unità originaria; la verifica richiede quindi attenzione alle misure, ai punti d’appoggio, alla cronologia e alla corrispondenza con le fotografie storiche. Le opere esposte a Venezia e Monza possiedono un valore documentario particolare. Alcuni esemplari analoghi si trovano al Museo del Vetro di Murano, a Ca’ Pesaro, al Corning Museum of Glass e nella collezione della Fondazione Carraro.
La dispersione dell’officina e l’archivioBellotto morì a Venezia nel 1940. Il contenuto dell’officina venne disperso attraverso una vendita pubblica; numerose opere passarono alla Galleria Cesana. L’acqua alta del 1966 danneggiò gravemente vetri e disegni conservati nei depositi della galleria. Una parte fondamentale della documentazione è oggi conservata presso la Wolfsoniana di Genova. Il fondo comprende 207 fotografie relative all’atelier, alle esposizioni, ai cancelli, agli arredi, ai negozi e agli interni del Ministero della Marina. Quarantotto immagini documentano esercizi commerciali, fra i quali l’Osteria all’Elefante, l’Albergo della Gondola e il Club degli Aviatori. Il fondo è stato dichiarato di notevole interesse storico nel 1999. Le fotografie hanno permesso di ricollocare opere sopravvissute, identificare interventi al Lido e ricostruire ambienti smembrati. La ricerca condotta da Matteo Fochessati ha ampliato sensibilmente il catalogo architettonico, collegando manufatti tuttora esistenti alle immagini dell’archivio.
Fortuna critica e collezionismoLa riscoperta moderna iniziò con il saggio di Giuseppina Dal Canton del 1987 e acquistò consistenza con la mostra Umberto Bellotto. Ricami in ferro e vetro, organizzata a Milano dalla Galleria Daniela Balzaretti nel 1992. Il relativo catalogo costituì la prima pubblicazione monografica dedicata all’artista. Un’opera pubblicata nel catalogo venne acquistata dal Corning Museum of Glass nel 1995. Nello stesso anno, in occasione del centenario della Biennale veneziana, cinque opere di Bellotto furono nuovamente esposte, consolidando la lettura della sua ricerca entro la storia del vetro e delle arti decorative italiane. I connubi più importanti raggiungono un rilievo collezionistico elevato quando conservano insieme la struttura metallica e il vetro originario. Provenienza, documentazione espositiva, pubblicazione e corrispondenza fra i due materiali incidono sulla qualità storica dell’opera. Anche i vetri autonomi eseguiti dagli Artisti Barovier possiedono un mercato significativo. Il loro interesse deriva dalla rarità, dalla complessità delle murrine e dal ruolo svolto nella transizione fra Liberty e Art déco. I risultati d’asta costituiscono testimonianze relative a singoli esemplari e acquistano valore soprattutto quando accompagnati da bibliografia e provenienze consolidate.
Valutazione criticaUmberto Bellotto rappresenta una figura centrale nel rinnovamento delle arti applicate veneziane del primo Novecento. La sua opera unisce la cultura materiale della bottega, il rapporto con l’architettura e la ricerca di un linguaggio personale. Il ferro costituisce il principio generatore. Dalla barra forgiata nascono struttura, figura e ornamento. La linea metallica occupa lo spazio, sostiene il vetro, disegna un animale o costruisce una griglia architettonica. Ogni funzione acquista una forma espressiva. Il vetro introduce luce e profondità. Le murrine degli Artisti Barovier e dei Fratelli Toso trasformano il colore in materia; i profili neri stabiliscono un legame con la montatura; le trasparenze ampliano la struttura oltre il suo peso fisico. I connubi anticipano la moderna collaborazione fra designer e manifattura. Bellotto definiva l’immagine complessiva, la fornace interpretava il progetto attraverso le tecniche muranesi, l’officina completava l’opera con la struttura metallica. Il risultato conserva responsabilità distinte e una forte unità formale. La sua evoluzione dal Liberty all’Art déco testimonia una notevole capacità di aggiornamento. I primi lavori privilegiano ragnatele, insetti, rose e pavoni; negli anni Venti emergono anelli, coni, sfere e profili geometrici. Il repertorio storico veneziano viene continuamente trasformato attraverso l’invenzione. La Casa del Mago rappresenta la sintesi più completa del suo pensiero. Abitazione, officina e galleria formavano un ambiente nel quale arte e mestiere condividevano lo stesso spazio. Portoni, grate, maniglie, balconi e arredi costruivano un autoritratto realizzato attraverso il ferro. Le grandi commissioni pubbliche estesero questa poetica alla città e all’architettura monumentale. I lampioni delle Mercerie, i cancelli delle ville, l’Ossario del Pasubio e gli interventi romani mostrano la capacità di adattare il lavoro artigianale a scale e funzioni differenti. Bellotto occupa così un punto di incontro fra fabbro, scultore, designer e decoratore. La sua opera dimostra come la conoscenza tecnica possa diventare linguaggio e come materiali profondamente diversi possano concorrere alla costruzione di una forma unitaria.
Giorgio Catania
Note[1] La scheda SIUSA registra la nascita di Umberto Bellotto a Venezia il 5 marzo 1882 e la morte nella stessa città nel 1940; lo qualifica come vetraio e battitore. [2] Bellotto ereditò l’officina paterna nel 1901, dopo un apprendistato compiuto presso varie botteghe artigiane veneziane. [3] Le fonti archivistiche indicano Cesare Aurienti come collaboratore nel brevetto del 1910. La forma Cesare Laurenti compare in una parte della bibliografia successiva. [4] Il ministro che favorì il trasferimento di Bellotto a Roma fu Giovanni Giuriati, veneziano e titolare del Ministero dei Lavori pubblici dal gennaio 1925 all’aprile 1929.
BibliografiaMatteo Fochessati, «Umberto Bellotto. Interventi pubblici e privati a Venezia e al Lido», in Ceramica e Arti Decorative del Novecento, 2022. Jean Blanchaert, Musica senza suono. Maestri di Murano, Marsilio Arte-Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, Venezia 2024. Silvia Barisione, Matteo Fochessati, Gianni Franzone, a cura di, La visione del prisma. La collezione Wolfson, Mazzotta, Milano 1999. Franco Deboni, Murano ’900. Vetri e vetrai, con contributi di Simona e Maurizio Cocchi, Bocca Editori, Milano 1996. Marina Barovier, Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Il vetro di Murano alle Biennali 1895-1972, Leonardo Arte, Milano 1995. Daniela Balzaretti, a cura di, Umberto Bellotto. Ricami in ferro e vetro, catalogo della mostra, Galleria Daniela Balzaretti, Milano 1992. Giuseppina Dal Canton, «Umberto Bellotto nell’ambiente artistico e artigianale veneziano», in Anna Paola Zugni-Tauro, a cura di, Carlo Rizzarda e l’arte del ferro battuto in Italia, Feltre 1987. Rosa Barovier Mentasti, Attilia Dorigato, Astone Gasparetto, Tullio Toninato, Mille anni di arte del vetro a Venezia, Albrizzi, Venezia 1982. III Mostra internazionale delle arti decorative, catalogo generale, Villa Reale, Monza 1927. II Mostra internazionale delle arti decorative, catalogo generale, Villa Reale, Monza 1925. Prima Mostra internazionale delle arti decorative, catalogo generale, Villa Reale, Monza 1923. Mostra individuale di Umberto Bellotto, fascicolo allegato al catalogo della XI Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia, Venezia 1914.
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